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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
18 gennaio 2019
I “GRANAI” DELLA MARCHIGIANITA’: VALERIO VOLPINI E IL PRODIGIO DELL’ARTE


La mostra “Il prodigio dell’arte” che si è aperta a Fano lo scorso 19 dicembre presso la sala Morganti del museo del Palazzo malatestiano e che resterà aperta fino al prossimo 20 gennaio non è una semplice esposizione delle opere di cui fu collezionista Valerio Volpini (1923-2000), partigiano, scrittore, critico letterario, politico e giornalista fanese, ma il sigillo di un’operazione culturale che si rende necessaria in molti altri casi analoghi.

La selezione di opere pittoriche, incisioni, xilografie, esposte insieme a prime edizioni di libri e carteggi con grandi artisti marchigiani di nascita o di adozione, di rilievo nazionale e internazionale, è la traduzione visiva dei 32 artisti amici a cui Valerio Volpini aveva dedicato 32 ritratti critici, scritti nell’arco di 32 anni (dal 1958 al 1990) e raccolti nella sua opera “La luce sui pioppi” (L’Astrogallo, 1991), ripubblicata per l’occasione insieme al catalogo delle opere a cura di Tiziana Mattioli e dell’editore Raffaelli di Rimini. Una traduzione nella quale ciascun artista è rappresentato con due opere, mentre di due soli artisti, Luigi Bartolini (1892-1963) e Mino Maccari (1898-1989), particolarmente amati da Volpini, vengono esposte circa trenta opere cadauno.

In verità, siamo di fronte a qualcosa di più, ossia alla condensazione per immagini e parole di un progetto culturale che ha visto incontrarsi - da un lato - la generosità della famiglia Volpini, unita alla competenza di studiosi esperti, e - dall’altro - la sensibilità di un’amministrazione locale, quella di Fano. L’intera biblioteca di circa 15.000 volumi e l’importante archivio dell’esponente cattolico sono stati donati e presi in carico dal sistema bibliotecario della città, mentre l’amministrazione comunale si è impegnata a valorizzarlo e a renderlo fruibile.

Tutto ciò è importante perché è giunto il tempo di mettere al sicuro alcuni fondamentali patrimoni del Novecento marchigiano, veri e propri “granai” indispensabili per capire che cosa siamo stati e per nutrire il futuro. A questo compito dovrebbero dedicarsi con giusta lena istituzioni, privati, enti culturali e cenacoli intellettuali.

Nella vicenda umana, culturale e politica di Valerio Volpini si staglia in maniera emblematica la misura di quella generazione che all’indomani degli orrori e della distruzione della seconda guerra mondiale cercò di dare ragioni e motivazioni profonde alla necessità, che ciascuno avvertiva come immane ed inevitabile, di vivere, ricominciare, ricostruire.

Egli lo fece da cattolico “adulto”, capace in gioventù di scegliere la libertà contro la barbarie, di vivere la propria fede religiosa come retaggio delle umili origini contadine e al contempo come esercizio contemporaneo di un’intelligenza guidata dalla coscienza, sempre fedele a se stessa e orientata dal primato dello spirituale. Allievo di Carlo Bo, assai vicino a don Primo Mazzolari, “amico spirituale di Bernanos” e “periferico alunno di Jacques Maritain”, Volpini - al pari di tanti giovani della sua generazione - guardava alla cultura francese, per vocazione antitotalitaria, umanistica, laica quand’anche intrisa di religiosità, e rifuggiva l’irrazionalismo che aveva avvelenato l’umanità tra le due guerre.

Fortemente legato alla sua città di nascita, egli visse e assorbì a pieno le novità del Concilio Vaticano II e se ne fece interprete anche nel suo impegno politico, come Consigliere regionale durante la prima legislatura (1970-1975), quella fondativa delle Regioni, iniziata tra gli entusiasmi di una politica “nuova” tutta da inverare e conclusa nella delusione per il prevalere di una politica senza “cultura”. Da qui l’impegno nella rivista “Il Leopardi”, per giungere poi alla direzione de “L’Osservatore Romano”, dal 1978 al 1984, esattamente negli anni in cui spirava “la Repubblica dei partiti”, alla quale la generazione di Volpini era intrinsecamente legata, il papato finiva per giocare un ruolo tra le grandi potenze e il mondo virava a tal punto che chi fino a ieri era stato un sincero riformatore si ritrovava l’indomani dipinto come il peggior conservatore, in un gioco di specchi in cui individualismo di massa, competizione, corruzione e debito pubblico finivano per contagiare tutti, lasciando alle generazioni future il conto da pagare.

La mostra fanese avrebbe potuto anche intitolarsi “la poesia dell’arte” o “l’arte e la grazia”, per la sintonia della ricerca volpiniana della bellezza con la riflessione etica ed estetica di un filosofo come J. Maritain, entrambi portatori di una concezione umanizzante della creazione artistica, che rifugge da ideologismi ed estetismi, da moralismi e immoralismi, e che ricerca nella fatica intrinseca della produzione artistica la dimensione poetica, il "prodigio" appunto, che solo è capace di far incontrare il fardello esistenziale dell’artista con il vissuto di chi fruisce dell’opera d’arte, dischiudendo ad entrambi l’ulteriorità dell’essere.

Tutto ciò, per Volpini, era possibile anche nella “periferia”, anzi qui forse era più vero e autentico. Le Marche, questa terra laterale e cruda, avevano qualcosa da dire anche nei confronti delle capitali più blasonate della cultura e tanto più rispetto alle mode del momento. E’ questo il senso dei “pensieri per artisti amici”, dove la ricerca e la critica letteraria non si stancano mai d’inseguire il fil rouge di un leopardismo ritornante, così peculiare da far ipotizzare una sorta di “marchigianità” artistica ed esistenziale, persino politica. Che ne è di essa oggi? Ha ancora un senso? E soprattutto, ha qualcosa da dire? E’ forse questo l’interrogativo più incalzante che la mostra di Fano ci consegna.

Daniele Salvi 





permalink | inviato da Daniele Salvi il 18/1/2019 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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