.
Annunci online

PASSIONE E IDEE IN REGIONE
8 gennaio 2018
UNA CHIESA, UN GIUDIZIO, UNA STORIA
Mettete una chiesetta, come ce ne sono tante nell’Appennino marchigiano, che sorge in un luogo appartato su uno sperone di roccia. Pensate ad una leggenda, di quelle ricorrenti, per cui un giorno un agricoltore mentre ara un campo rinviene una pietra che ritrae una madonna con il bambino; questa viene portata nella comunità, in questo caso quella di San Martino, odierna frazione di Serravalle del Chienti, cuore dell’epicentro del terremoto del 1997, e l’indomani scompare, viene ritrovata nel luogo dove era stata scoperta, e così succede più volte fino a che gli abitanti del luogo erigono, a rispetto della “volontà” della Madonna, la suddetta chiesina, tra il 1350 e il 1358.Essa, vuoi per il luogo dove sorge, vuoi per quella pietra rinvenuta, viene intitolata alla Madonna del Sasso e come tante chiese dell’Appennino è ricca di affreschi, anzi doveva esserlo integralmente come si usava in un tempo non meno affezionato alle immagini di quello odierno. Mettete, poi, che tra gli affreschi sopravvissuti all’inclemenza del tempo, al ripetersi dei terremoti e all’incuria degli uomini vi siano le immagini, ritratte anche più volte, di San Cristoforo, patrono dei pellegrini, Sant’Antonio, patrono degli animali, Sant’Onofrio, caro agli eremiti, San Sebastiano, protettore dei sofferenti, ma anche San Bernardino da Siena, in un luogo che è stato culla della riforma francescana dell’Osservanza, San Venanzio, patrono della vicina città di Camerino, e persino Sant’Amico di Rambona in quel di Pollenza.Immaginate, infine, che vi sia l’immagine della Madonna di Loreto, con tanto di baldacchino, angeli e ai lati dei santi, e persino l’affresco di un Giudizio universale dalle misure imponenti, sei metri per quattro. Sì, avete capito bene, un Giudizio universale con tanto di inferno e paradiso.Per la verità questo affresco non lo troverete nella chiesina originaria, perché tra il 1954 e il 1958 fu distaccato e portato ad Urbino per essere restaurato da un valido Sovrintendente del tempo e poi, dopo una lunga diatriba con le popolazioni locali, affezionate a quella chiesa e al suo patrimonio, fu riportato in un’altra chiesa, sempre a San Martino di Serravalle, fatta costruire appositamente per contenerlo, nel 1965, su progetto gratuito del compianto architetto Paolo Castelli.Fin qui abbiamo immaginato la realtà, inclusa quella di un Giudizio universale che era un motivo pittorico e iconografico ricorrente, persino in loco, se pensiamo a San Lorenzo di Fiastra, a San Tossano di Agolla a Sefro o a Santa Maria Assunta di Mevale. Ciò che, invece, fa parte dell’interpretazione, peraltro a nostro avviso convincente, è la tesi sostenuta da Ettore Raccioppa e Bianca Maria Santucci in una recentissima pubblicazione (“Un giudizio per Giulio Cesare” 2017) relativamente al contenuto di una delle tre fasce in cui il suddetto Giudizio universale si suddivide, quella mediana che ritrae uno spaccato di vita terrena.Mentre la scena della fascia inferiore riprende addirittura motivi dell’inferno dipinto da Bonamico di Buffalmacco nel camposanto di Pisa tra il 1336 e il 1341, quella della fascia mediana vede una turba di gente in piedi vestita alla quattrocentesca con una prima fila di persone inginocchiate, tutte rivolte e quasi in fila verso la figura di San Pietro che ha davanti a sé la porta del paradiso e stringe la mano della prima persona inginocchiata. Il lavoro dei due interpreti si è dedicato, quindi, a cercare di capire chi fossero quei personaggi, soprattutto quelli all’inizio della schiera e vicini a San Pietro. Alcuni elementi ben riconoscibili nel pur compromesso dipinto, insieme al confronto con altre rappresentazioni iconografiche, hanno reso possibile ipotizzare l’identità di alcuni di loro.La scoperta ha dell’unico, perché saremmo di fronte alla descrizione autocelebrativa della corte quattrocentesca di Giulio Cesare Varano (1433? - 1502), che è la prima persona inginocchiata della schiera a cui San Pietro tiene la mano e che ha al suo fianco una figura femminile vestita in abito monastico, che gli interpreti identificano nella figlia di lui, Santa Camilla Battista (1458-1524). A seguire ci sarebbero Giovanna Malatesta (1444-1511), moglie di Giulio Cesare, e poi Papa Sisto IV (1414-1484), di cui il Varano fu nel 1482 Gubernator armorum, il cardinale Alessandro Nanni Malatesta, legato pontificio, vescovo di Forlì e fondatore nel 1476 della Confraternita del Rosario (riconosciuta nel 1479 proprio da Papa Francesco della Rovere), molto in voga all’epoca e a cui allude il contorno di rose (anche malatestiane?) che racchiude tutta la fascia mediana dell’affresco. E ancora, Fabrizio Varano, vescovo di Camerino dal 1482 fino alla morte nel 1508, umanista e nipote di Giulio Cesare; Mattia Corvino (1443-1490), re di Ungheria, per il quale il Varano militò. Tra le figure ritratte in piedi figurerebbe anche l’autore dell’opera.Almeno tre sono le mani che lavorano ad una opera così ampia e impegnativa; medesima è quella che ritrae l’intera fascia mediana del Giudizio universale e la Madonna di Loreto. Gli interpreti ritengono che sia la mano di Cristoforo di Jacopo di Marcucciora, pittore folignate attivo dal 1453 al 1502, che lavora anche nella vicina chiesa della Madonna delle Grazie di Rasiglia, allievo di Bartolomeo di Tommaso e collaboratore di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno (1430?-1502).Dato il contesto e i personaggi raffigurati, il periodo di realizzazione dell’opera dovrebbe collocarsi tra il 1484, anno del ritorno a Camerino di suor Camilla Battista, e il 1495, anno in cui l’ipotizzato pittore Cristoforo di Jacopo di Marcucciora fa testamento, essendo ormai infermo. L’intero affresco andrebbe certamente studiato in maniera più sistematica, magari anche con l’ausilio di fonti documentali ad oggi non rintracciate, tuttavia l’interpretazione avanzata sulla base delle conoscenze disponibili appare credibile.La presenza di un affresco di tal fatta in una chiesina ritenuta eremitica può far intendere sì un ascendente di Camilla sul padre al punto da spingerlo ad abbellire un luogo di raccoglimento, magari amato, ma fa pensare anche all’importanza di quella via di collegamento che da Spoleto giungeva a Camerino, passando proprio per la valle di San Martino. Una via punteggiata da luoghi devozionali e opere d’arte inimmaginabili per un territorio che fosse ritenuto allora marginale, qual oggi invece è. Il dipinto di una corte “degna” del paradiso non poteva che essere concepito per trasmettere ai tanti pellegrini, mercanti e viaggiatori, che entravano o lasciavano lo stato di Camerino, l’idea di un governo buono e giusto del territorio.Un’ultima annotazione va riservata al fatto che gli affreschi della chiesa avrebbero bisogno di essere restaurati, che la scultura in pietra della madonna con il bambino è stata trafugata nel 1978, mentre una tela cinquecentesca che ritraeva la crocefissione con la Maddalena e gli angeli che raccolgono nei calici il sangue di Cristo è finita a Tolentino subito dopo il terremoto del 1997, ma non è più ritornata a San Martino. Vicende più e meno recenti della dispersione di un patrimonio culturale, di cui speriamo di non dover ricordare ulteriori episodi.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/1/2018 alle 9:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
novembre        febbraio