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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
11 novembre 2013
Questione cattolica, critica del presente e socialismo.

"In queste prime settimane di congresso del Pd mi hanno accompagnato tre libri. Il primo è di Giuseppe Vacca, Presidente della Fondazione Gramsci, dal titolo: "Moriremo democristiani? La questione cattolica nella ricostruzione della Repubblica", Salerno Editrice, Roma 2013, pp. 232. Espressione tornata di moda, quella che da forma al titolo, all'indomani della nascita del Governo di emergenza, guidato da due personalità che nella DC affondano i loro esordi politici, Enrico Letta e Angelino Alfano. In realtà, in questa raccolta di saggi e articoli che hanno impegnato Vacca dall'esplodere della crisi economica alla sconfitta del progetto "neodemocristiano" di Monti nelle elezioni del febbraio scorso, viene ripercorso il rapporto tra la sinistra italiana e la questione cattolica, cercando di ricollegare alla storia del Novecento il riaprirsi oggi dell'interrogativo intorno al nesso tra politica e religione per una nuova alleanza tra credenti e non credenti. Su questo tema Vacca, insieme ad altri intellettuali di formazione marxista, si è cimentato, in particolare confrontandosi intorno alla cosiddetta "emergenza antropologica" con il magistero di Benedetto XVI, sulla scia del dialogo sui fondamenti dello Stato liberale e del 'costituzionalismo' tra l'allora cardinale e il filosofo tedesco Jurgen Habermas. Interessanti, come d'altronde sempre in Vacca, gli articoli su Gramsci e Sturzo di fronte al tema storico della nazione italiana e alla questione meridionale; quelli su Dc e Pci e sulle figure di De Gasperi e Togliatti, di quest'ultimo in particolare viene ripercorso lo sviluppo delle posizioni nuove elaborate nel confronto con i credenti e i cattolici e via via assunte dal suo rientro in Italia, nella costruzione della Costituzione (il famigerato art. 7) e fino al discorso di Bergamo, pronunciato alla vigilia della giovannea  Pacem in terris; sull'equivoco sociologico della "questione settentrionale"; sul socialismo europeo di fronte alla globalizzazione, cioè sul confronto delle forze socialiste con l'egemonia neoliberista che data dalla fine di Bretton Woods fino all'attuale crisi, che è frutto di una vera e propria guerra economica e delle monete, da cui secondo Vacca si può uscire solo con un nuovo sistema regolato di cambi che assuma un paniere di più monete, mettendo fine al sempre più asfittico 'signoraggio' del dollaro e al bipolarismo Usa-Cina; sul confronto tra la crisi del 1929 e l'attuale, secondo le categorie gramsciane e sulla politica come forza costituente di un nuovo ordine istituzionale, economico e sociale. In ogni articolo il ragionamento politico si fonda sul nesso nazionale-internazionale e sulla consapevolezza della fragile unità e della debole competitività della nazione italiana, di cui le classi dirigenti della Seconda Repubblica hanno gestito il lascito senza dar vita a nuova storia. E di certo ciò non era possibile, se nessuno degli attuali partiti, neppure il Pd, è riuscito finora a pensare se stesso dentro la storia più o meno lunga del Paese che vorrebbe rappresentare.

Il secondo libro è di Mario Tronti: "Per la critica del presente", Ediesse, Roma 2013, pp. 147. Si tratta di un glossario per una sinistra che non rinunci ad esercitare il pensiero critico e la critica della "idolatria del presente" e dell'istante che oramai rende impossibile articolare qualsiasi ragionamento che non sia quello del mero senso comune e della moda del momento.

Il libro è un piccolo abbecedario, che prova, a mio avviso riuscendoci, a sviluppare il senso di alcune parole-cardine, imprescindibili per un partito che si proponga da sinistra di cambiare la realtà. La prima parola è Autonomia, poi Popolo, quindi Stato, Partito, Lavoro, Crisi, Sinistra e il suo nesso con l'Oltre. Ognuna delle voci dissacra la stupidità di ciò più consideriamo ‘naturale’, ricongiunge a pensieri lunghi, ma ancora fertili, ci mostra come dobbiamo esattamente capovolgere la lettura superficiale che ogni giorno facciamo delle cose che ci circondano per scoprirne il senso vero e con esso la possibilità di cambiarle, lottando. Un assaggio: "L'ideologia del 'nuovo che avanza', fatta propria ed esercitata dalle più tradizionali forze conservatrici dello stato di cose presente, è la 'novità' vera intervenuta, a breve, storicamente, nel panorama politico contemporaneo. Impressionante come questo dato, che in altri tempi avremmo chiamato sovrastrutturale, sia stato in grado di cambiare, addirittura di rovesciare, il rapporto di forza materiale a favore delle classi dominanti". Ancora: "Il 'nuovo modo di fare politica' ha prodotto la politica peggiore, quella che invece di orientare tende ad inseguire l'opinione". Infine: "Gli innovatori politici si riconoscono in questo: che quando dicono di parlare di politica, parlano d'altro".

Il terzo libro è di Emanuele Macaluso: "Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo", Feltrinelli, Milano 2013, pp. 138. Un libro sulla figura di Palmiro Togliatti, da parte di chi lo ha conosciuto, sul suo altissimo contributo alla nascita della Repubblica, alla scrittura della Costituzione, all’emancipazione delle classi subalterne e delle masse popolari attraverso il “partito nuovo” e all’idea del socialismo, perseguito attraverso la “via italiana”, cioè democratica e gradualista, attuando il programma costituzionale in modo progressivo, cioè mediante le cosiddette “riforme di struttura”. Ma anche il Togliatti, uomo della terza Internazionale, vicino a Stalin, capace di sopravvivere al “terrore”, d’interpretare magistralmente la strategia dei “Fronti popolari”, di dire no allo stesso Stalin quando fu chiamato a dirigere il Cominform e di “arginare” in Italia le spinte “rivoluzionarie” (emblematico il suo atteggiamento all’indomani dell’attentato di cui fu vittima) che pure venivano da ambienti sovietici e trovavano ad esempio in personalità come Pietro Secchia il principale sostenitore. Macaluso rilegge la figura e l’apertura ideale e programmatica de “Il Migliore”, nel cui solco si muoverà fino ad esaurirsi l’esperienza del PCI, con l’attenzione che gli è propria al rapporto con i socialisti, Nenni in particolare, di cui consulta e riporta numerosi brani dei Diari. Macaluso sostiene apertamente la tesi, condivisibile, che Togliatti sia stato un nemico dell’estremismo e del massimalismo, che si celava in larghe fasce del popolo comunista e in pezzi consistenti dei gruppi dirigenti del partito che guardavano in modo ideologico all’Urss, e riuscì nell’impresa di orientare il mondo culturale, politico, sindacale e popolare della sinistra italiana su una prospettiva democratica e riformista non solo grazie al suo carisma e alla capacità tattica, ma sulla base di una analisi profonda della realtà italiana, maturata negli anni del fascismo, di un’idea chiara del ruolo dell’Italia nel mondo post-bellico e di quello di un partito che avrebbe dovuto far crescere la democrazia italiana lottando per l’uguaglianza nella libertà e diventando progressivamente sempre più autonomo nel proprio modo di agire.

Il rapporto con l’Urss, da questo punto di vista, sarà da un lato necessario per mantenere aperta la prospettiva del socialismo, ma sarà dall’altro limitante, così come l’unità della sinistra sarà anch’essa da un lato imprescindibile per far progredire realmente il Paese e le masse popolari, ma dall’altro sarà ostacolata dalla divisione del mondo in blocchi e dall’incapacità del PCI di emanciparsi pienamente dal movimento comunista internazionale. L’esito di questa contraddizione, che esploderà nell’ ’89, sarà la scomparsa nell’Italia di oggi di una grande forza socialista e riformista, vera anomalia del nostro Paese, ed è anche per superare i limiti che questa assenza produce nella prospettiva stessa delle forze democratiche, in primis del Pd, che Macaluso ci spinge a riflettere sulla figura e il lascito di Togliatti e con lui di molte altre personalità (Nenni, Longo, Lombardi, Di Vittorio, Santi, Berlinguer, ma anche Craxi, Ingrao, Iotti, e “l’ultimo togliattiano” di nome Giorgio Napolitano), per non limitarci ad una lettura troppo superficiale della storia della Repubblica che negli ultimi vent’anni pare aver salvato dall’oblio soltanto De Gasperi, il Berlinguer della “questione morale” e una sorta di Gramsci “universale”, buono per essere piegato a tutte le stagioni. Operazione giusta ed azzeccata, siamo con Macaluso.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 11/11/2013 alle 7:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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