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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
14 ottobre 2013
Buon compleanno Pd!!

Era il 14 Ottobre 2007 quando milioni di italiani si recarono ai gazebo delle primarie e con la loro partecipazione e il loro voto decisero la nascita del Pd. Sono passati sei anni da allora ed oggi nello stesso giorno prende il via il Congresso dal quale dipenderà l’identità e il ruolo che esso giocherà nello scenario nazionale ed europeo dei prossimi anni.

Perché su una cosa tutti, a partire dai cinque candidati alla segreteria nazionale, sono convinti e cioè che il Pd non è ancora il partito che sei anni fa ognuno si aspettava.

Dopo la sconfitta del 2008 e la non vittoria del 2013, questo Congresso dovrebbe aiutare a decidere che cosa vuol essere e quale fase nuova della vita nazionale il Pd intende contribuire ad aprire.

Tuttavia, sarebbe illusorio pensare che tutto si deciderà in questo passaggio, per quanto importante. La costruzione di un grande partito è un processo, lungo e complesso, e nessuno ha la bacchetta magica per farne d’un colpo ciò che si vorrebbe.

Le nubi della crisi non accennano a diradarsi sul nostro paese, così come su tutta l’eurozona, e proprio il tema di quale Europa e di quali politiche per la crescita sarà al centro del confronto, vista anche la scadenza delle elezioni europee del prossimo anno. L’esito delle elezioni germaniche dovrebbe aver ricordato che, al di là dei provincialismi di casa nostra, il Pd accusa le stesse difficoltà di consenso delle altre forze socialiste europee. Non è un caso che Hollande abbia vinto, Bersani non vinto e la Spd perso con all’incirca il 25-26% dei consensi.

Rilanciare il sogno europeo, di cui le forze socialiste e democratiche sono state nel recente passato le più convinte sostenitrici, nel momento della crisi più profonda, non è affatto facile e anche la piattaforma che i Progressisti europei si sono dati per affrontare il voto politico nei tre più grandi paesi, dovrà essere più coraggiosa e incisiva per determinare la svolta da cui dipende il futuro dell’euro e del disegno europeo.

Come si allarga il raggio del consenso al centrosinistra sarà, quindi, un tema del confronto congressuale, anche se mi pare difficile pensare che esso possa venire dalla conquista dei delusi di Berlusconi, invece che dalla necessità di rimobilitare e recuperare tante energie e risorse che gli effetti della crisi e la delusione verso una nostra stessa incapacità di cambiare nel profondo le cose hanno allontanato e demotivato.

Altro tema pregnante non potrà che essere il rapporto con il governo attuale. Sappiamo che le cosiddette “larghe intese” sono state una necessità e farle diventare una “virtù” non è per niente semplice. Fatto sta che il Pd ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato ed esprime il Presidente del Consiglio. Esso ha, dunque, il dovere d’imprimere un’agenda programmatica all’azione di governo nella quale siano chiare le priorità: lavoro, lavoro per la nuova generazione, meno tasse sul lavoro e l’impresa e più giustizia fiscale, rilancio degli investimenti nell’istruzione, nei servizi collettivi e nelle grandi infrastrutture, difesa di alcuni asset pubblici strategici, lotta a sprechi, privilegi e rendite corporative, riduzione del dualismo Nord-Sud. Sul fronte delle riforme istituzionali un argine va posto al presidenzialismo, ovvero all’idea che i nostri problemi nascano dalla mancanza del potere necessario a decidere e non invece da uno Stato arretrato e da una pubblica amministrazione poco efficiente. Ma anche su questi temi i punti di vista interni al Pd non sono gli stessi.

Infine, il tema del partito. Innanzitutto, se vogliamo essere un partito e non lo spazio di protagonismi individuali. La questione è pressante dopo le vicende dell’elezione del Presidente della Repubblica e il declino di Berlusconi, ma non del berlusconismo e dei partiti padronali o personali. Essere un partito significa, aspetto finora trascurato, costruirlo. In secondo luogo, che tipo di partito vogliamo essere, ovvero come si è partito moderno nella società scissa dalla crisi, percorsa da un lato dalla sofferenza sociale degli esclusi e di un ceto medio che arretra, e dall’altro da dinamismi effimeri e nuove ricchezze che insultano la dignità umana.

Da che parte stare? E come starci, con quale capacità di radicamento e di proposta? Ci vorrebbe un po’ di “francescanesimo” anche nel Pd!

Le ultime elezioni hanno sancito, secondo il giudizio di influenti commentatori, la fine della seconda Repubblica: crisi del bipolarismo, nuovo assetto tripolare… Si apre insomma una fase nuova, di cui vanno definiti i contorni. La prossima discussione sulla legge elettorale sarà -da questo punto di vista- un banco di prova. Il Pd mette in campo, non a caso, candidati alla segreteria che rappresentano tutti una nuova generazione, ma dopo vent’anni bisogna delineare anche una reale discontinuità con gli stilemi dell’epoca che si vuol superare: il leaderismo maggioritario, il mediatismo, il giustizialismo, la subalternità al “pensiero unico” e l’inganno che possa esistere una “democrazia senza partiti”. Anche su questo, credo, il confronto dovrà essere stringente.

Daniele Salvi

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 14/10/2013 alle 12:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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