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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
1 ottobre 2013
Tra Paesaggio e Politica

Tre libri letti ultimamente e che meritano di essere segnalati. Il primo è di Giorgio Mangani (“Geopolitica del paesaggio. Storie e geografie dell’identità marchigiana”, Il lavoro editoriale, Ancona 2012, pp. 245), valido editore marchigiano e studioso dell’identità regionale attraverso l’archeologia foucaultiana del paesaggio e della cartografia regionali. Un libro erudito, imprescindibile per ricostruire come il paesaggio e la sua proiezione sulle carte geografiche abbia rappresentato nei secoli il medium del continuo aggiornarsi e modificarsi della percezione che i marchigiani (e non solo loro) hanno avuto di se stessi e delle Marche. Il paesaggio come specchio dell’ideologia che ha presieduto al governo e alla costruzione del consenso rispetto all’assetto socio-economico che hanno fatto della nostra regione una realtà a lungo feudale e poi comunale ed agraria e solo dal dopoguerra industriale, secondo la nota organizzazione distrettuale, indisgiungibile dalla sua tradizione mezzadrile.

La “topica” della selva eremitica, dell’orto monastico, della città umanistica in forma di palazzo, dello Stato-paesaggio rinascimentale e del giardino tardo cinquecentesco e seicentesco, così come la spinta immaginifica dell’infinito leopardiano che supera la leziosità arcadica e scaturisce dal limite della siepe, delineano un’idea del paesaggio che è a lungo un tratto caratteristico dell’identità regionale: tradizionalista, con una statualità debole, intimista e a tratti evasiva, capace soltanto con Leopardi di una visione liberatoria, ma inevitabilmente venata di malinconia e di frustrazione. Manca insomma nel carattere delle Marche una vera capacità di presa sulla realtà, anche laddove si appalesa la concretezza dei marchigiani, perché permane una scissione tra l’agire particolare e la tensione visionaria, scissione che rivela la fragilità della coscienza civile e della consapevolezza propria di una “società stretta”, di una classe dirigente coesa. Soltanto dai “luoghi” della Resistenza emerge -per l’autore- quella carica di riscatto e di liberazione civile e sociale che nasce per la prima volta dall’interazione tra intellettualità cittadina e contado subalterno e dall’integrazione tra paesaggio e lotta per l’emancipazione, delineando per la prima volta una sorta di comunità di destino, non aliena tuttavia anch’essa da contraddizioni.

Il secondo libro è un saggio storico sulla Rocca di Colonnalta (Rossano Cicconi: “Il Castrum Columpnati cum arce in territorio di San Ginesio”, Biblioteca Egidiana, Tolentino 2013, pp. 93), oggi visibile più che nel recente passato risalendo la Val di Fiastra all’altezza di Pian di Pieca grazie al disboscamento operato dai proprietari e allo scavo archeologico in corso. Lo studio di Cicconi ricostruisce le vicende della progressiva costruzione del castello e poi della annessa rocca, il suo sorgere in una posizione strategica ed ambita per il controllo del territorio circostante, i vasti possedimenti ad essa attribuiti e instancabilmente contesi e l’essere situata al crocevia delle zone d’influenza di Comuni in perenne confronto e scontro tra loro come San Ginesio, Sarnano, Camerino nel governo della Val di Fiastra. Di architettura afferibile ai modelli angioini siciliani e dell’area della linguadoca, feudo dei Brunforte già nel corso del XIII secolo, a seguito della decadenza della famiglia ghibellina che aveva ereditato il potere un tempo dei Mainardi e degli Offoni, decadenza dovuta alla sconfitta del fronte imperiale e al prevalere della parte guelfa nella Marca, il castello fu ceduto dagli stessi Brunforte al Comune di San Ginesio nel 1330, il quale ne vantò poi sempre in seguito i diritti nelle alterne vicende che lo videro continuamente conteso. Su di esso non mancarono di gettare più che lo sguardo i confinanti Da Varano, possessori di terre nelle immediate adiacenze, prima con Rodolfo II, poi con Gentile III e infine con Rodolfo III nel periodo del loro massimo potere sulla Marca. L’importanza di Rocca Colonnalta fu tale che persino l’ultimo duca Giovanni Maria ambì invano a controllarla con l’annesso patrimonio di terre coltivate, pascoli, macchie e mulini. Con le vicine realtà di San Liberato, Monastero, Col di Pietra merita una visita escursionista tra storia, cultura e natura.

Il terzo libro ci riporta alla attualità politica. Si tratta della raccolta degli scritti di Fabrizio Barca (“La traversata. Una nuova idea di partito e di governo”, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 185) frutto del suo viaggio nel Pd, inaugurato dalla pubblicazione della sua “Memoria di Governo” dopo l’esperienza del governo Monti, di cui è stato Ministro e da cui ha desunto il convincimento che non può esserci buongoverno nel nostro Paese senza una ricostruzione e contestuale modernizzazione del ruolo dei partiti politici. Detto da chi si è costruito nel tempo un’alta competenza tecnica, pur avendo conosciuto in famiglia e in gioventù il valore dell’impegno politico, e che a seguito di questa maturazione ha scelto di iscriversi ad un partito e di iniziare un viaggio in Italia per confrontare le proprie idee con quelle di centinaia di militanti, non c’è che da credergli. Per chi già conosce l’interessante Memoria, qui ripubblicata in versione rimaneggiata e corretta, vale la pena leggere l’intervista iniziale del libro, dove è presente un’acuta analisi del deficit della sinistra nello scalfire il blocco sociale berlusconiano, e le note di sintesi finali, che rappresentano un bilancio di metà percorso, nel quale oltre a ribadire i concetti di “sperimentalismo democratico”, “mobilitazione cognitiva”, “partito-palestra”, separazione dei partiti dallo Stato, Barca insiste nel sottolineare l’arretratezza del nostro Stato e lo strabismo che nasce da una analisi della situazione italiana come malata di scarsa possibilità/capacità decisionale, mentre il problema -a suo avviso- nasce dall’assenza di ponti solidi ed accessibili tra la società e le istituzioni e da una partecipazione e un conflitto non governati. Qui sta il ruolo proprio di un partito di sinistra, ovvero in Italia del Pd, l’unico che se dovesse decidere finalmente di essere un vero partito e non uno spazio per i protagonismi personali non potrà che ripartire da queste riflessioni di Barca per svolgere un ruolo realmente utile nella società della rete e delle competenze diffuse. Seppure il ragionamento di Barca appare a volte delineare un modello stilizzato e quasi da laboratorio, esso rappresenta pur sempre un punto di vista che i fatti più recenti non fanno che corroborare, immersi come siamo nelle derive personalistiche, elitiste o padronali. Provare ad avvicinarsi il più possibile all’unica riflessione strutturata da molti anni a questa parte nel nostro Paese su come riposizionare e riattualizzare la funzione del partito politico può essere utile, per non dire indispensabile.

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 1/10/2013 alle 6:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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