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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
17 febbraio 2013
Banche. La partita dell’autonomia riguarda tutto il Centro Italia.
Quello che sta accadendo in alcuni istituti di credito tra Toscana, Umbria e Marche sembra avere le forme di un vero e proprio riassetto di poteri locali e su una scala più ampia. Complice la crisi, stanno venendo al pettine una serie di questioni, certo molto diverse tra loro, ma che richiederanno forti correttivi e modificheranno profondamente la realtà del mondo bancario sul territorio.

Se pensiamo che la funzione delle banche non è soltanto aziendale, tesa cioè a generare profitti, ma anche economico-sociale, cioè monetaria e creditizia, entrambe fondate sulla fiducia, è facile capire di cosa stiamo parlando.

Ossia, non solo di poteri interni all’establishment bancario, ma di potere locale, dal momento che le banche sono agenti dello sviluppo locale, che danno lavoro, ma che contribuiscono soprattutto a dare lavoro alle persone e alle imprese.

Infatti, “nello scegliere il metodo di credito, nel validare un progetto anziché un altro, [le banche] contribuiscono a selezionare una classe dirigente, a validare i requisiti di merito, a scegliere le vie dello sviluppo locale” (P. Alessandrini). Questo è esattamente quello che è avvenuto in questa parte d’Italia, forse più che in altre.

Le situazioni a cui ci riferiamo sono naturalmente quelle del Monte dei Paschi di Siena, della Banca Popolare di Spoleto, della Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e della Banca delle Marche, quest’ultima oggetto negli ultimi giorni anche dell’attenzione di quotidiani nazionali.

Siamo di fronte ad una casistica d’indubbio interesse, se non altro perché dopo l’assorbimento nella sfera di Banca Intesa della Cassa di Risparmio di Firenze, il Centro Italia rischia di perdere una qualsiasi autonomia del sistema creditizio, com’è successo da tempo per il Mezzogiorno, concentrando di fatto il potere bancario tutto nel Nord della penisola.

Ciò che entra in discussione è, inoltre, un meccanismo di coesione sociale. Come non definire in questi termini quello che ha riguardato il rapporto tra Siena e la sua banca, dal momento che il controllo sempre più difficile di una banca sempre più grande da parte della Fondazione garantiva alle istituzioni locali e al contesto economico-sociale una forma di distribuzione territoriale della ricchezza.

Diverso è il caso del commissariamento da parte di Banca d’Italia della Popolare di Spoleto, troppo condizionata da una gestione paternalistica di tipo tradizionale, così come diversa è la cessione del 34% delle quote da parte della Fondazione Carisap a beneficio di Banca Intesa, in cambio della permanenza del nome e della sede legale e direzionale nella città ascolana. Un modo un po’ di facciata di venire incontro al sentimento di territorialità che i clienti esprimono e da cui sono orientati nel rapporto con il credito.

Il caso Banca delle Marche, invece, è quello di una banca di medie dimensioni, che ha assunto una proiezione interregionale, controllata per il 55,8% dalle tre Fondazioni di Macerata, Pesaro e Jesi, con 40.000 azionisti e circa 3.200 dipendenti. Qui, come negli altri due casi appena citati, non ci sono istituzioni locali a condizionare le rispettive Fondazioni e tuttavia una situazione estremamente complessa è emersa a seguito degli atti ispettivi di Banca d’Italia. Problemi di patrimonializzazione, di liquidità ed una evidentemente eccessiva discrezionalità nelle scelte pregresse hanno determinato un risultato di bilancio che si preannuncia pesantemente negativo e richiederà un complesso aumento di capitale, oltre ad inevitabili azioni di riorganizzazione.

Pur nelle differenze di scala e di merito, quel che accomuna tutti questi casi è, da un lato, l’estendersi del controllo su un’area del Paese da parte di soggetti bancari del Nord e, dall’altro, la possibilità che intervengano partner internazionali e soggetti bancari di caratura nazionale a rafforzare le compagini azionarie delle ultime realtà rimaste finora autonome.

Tutto ciò rischia di avvenire, ora, in condizioni di crisi, essendo sfumato il tempo in cui operazioni di alleanze più compatibili e territorialmente più omogenee erano forse percorribili con maggior beneficio reciproco.

Rimangono aperti alcuni temi che con ogni probabilità il prossimo governo dovrà affrontare: quello dei requisiti di trasparenza, competenza e controllabilità della gestione delle banche e del management, e l’altro di come garantire i fattori di prudenza, stabilità, solidità e -perché no- anche il ruolo solidaristico che hanno svolto le Fondazioni, definite da Draghi, ben prima della vicenda senese, “un’àncora per le banche italiane”, dato il ruolo di sostegno che esse hanno svolto nella crisi.

Quella che sembra rendersi necessaria è una riforma del capitalismo finanziario di casa nostra, che non potendo contare su investitori istituzionali, fondi pensione e public company, deve trovare una strada propria, ma anche di forte raccordo con la realtà europea più avanzata, per rendere meno asfittici gli strumenti di governance del mondo creditizio e fare del capitalismo molecolare italiano uno dei protagonisti di una nuova stagione di fiducia tra banche e cittadini. Credo che sia un tassello non secondario della democrazia economica che vogliamo costruire.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 17/2/2013 alle 10:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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