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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
ECONOMIA
16 ottobre 2011
L'ITALIA APPENNINICA TRA STORIA E FUTURO

 


Venerdì scorso ho partecipato al convegno 'Produzioni e commerci nelle province dello Stato pontificio. Imprenditori, mercanti e reti: secoli XIV-XVI', organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza di Unicam e dalla rivista 'Proposte e ricerche'. Appuntamento interessante, perchè alla luce delle recenti scoperte ne viene la possibilità di riscrivere la storia dell'Italia di mezzo e della sua area intrappenninica. L'ultima idea progettuale che ha riguardato l'Appennino è stata quella di farne un parco d'Europa, idea interessante, ma rivolta ad un'area interpretata come a bassa intensità di sviluppo e ambientalmente integra, tale da dover essere più che altro preservata. La realtà che gli studi storici più recenti hanno evidenziato, invece, è che nel caso delle Marche, ma anche degli Abruzzi, della Toscana, dell'Umbria e del Lazio, i secoli dal XIII al XVI furono tali che le città di questa parte del centro Italia furono protagoniste dello sviluppo di un'economia manifatturiera e mercantile di prim'ordine. Quando parliamo delle Marche come una regione manifatturiera e orientata all'export dobbiamo aver presente che l'avvio di questa identità, seppure in modo protoindustriale, si ebbe nell'entroterra appenninico. Camerino in particolare era città e stato più di ogni altro vocato e dedito in questo senso a livello regionale. Sembrerà strano, ma lo sviluppo delle arti e dei mestieri era tale che Camerino eccelleva nella produzione tessile dei panni lana (secondo fornitore della Capitale dopo Firenze) e in quella della carta (le cui tracce sono state rinvenute dalla Russia al Baltico, dalla Spagna all'Egitto) grazie alle cartiere di Pioraco. Imprenditori e mercanti camerti commerciavano con Firenze e Venezia, operavano in Spagna e nei Paesi balcanici, Berardo I da Varano era stato podestà di Firenze e Giulio Cesare da Varano nominato governatore della Serenissima. Urbino, Ancona, Camerino, Fermo e Ascoli Piceno erano le civitates maiores delle Marche e a Camerino pare nacque il primo Monte di Pietà della regione ad opera dei Franccescani e di San Giacomo della Marca, mentre la comunità ebraica era la più numerosa delle Marche. Fabriano, Matelica, San Severino Marche erano centri manifatturieri importanti, mentre la zona collinare svolgeva attività prettamente agricole e d'allevamento, e la zona costiera era impegnata nella pesca e nelle attività marinare. La riscoperta e la valorizzazione di questo sostrato economico reale ha consentito di superare un'impostazione storica tutta incentrata sulle famiglie signorili, le loro gesta d'arme, la gestione del potere e la promozione delle arti. Lo stesso fenomeno del mecenatismo e, ad esempio, la nascita della scuola pittorica camerinese, tra le più importanti dell'Italia di allora, acquistano un nuovo senso se messi in relazione con la presenza di una fiorente borghesia mercantile e con lo sviluppo di tecniche (pensiamo solo a quelle della colorazione dei tessuti) artigianali che erano certo conosciute dagli artisti locali. E' in questo periodo che si gettano le basi del processo di regionalizzazione difficile e per certi versi incompiuto che ancora oggi interessa le Marche; con la nascita dei Comuni e delle prime forme di statualità territoriali si scrive una pagina fondamentale e per certi versi ancora oggi leggibile che riguarda le sfere d'influenza e di relazione che caratterizzeranno per lungo tempo il processo di formazione dell'identità regionale. E proprio l'elemento della statualità costituirà in un primo momento il fattore di maggiore spinta ed innovazione, grazie alla fondamentale funzione regolatrice e promotrice dei processi di crescita e sviluppo locali. Allo stesso modo esso rappresenterà il maggior ostacolo, quando, a fronte di cambiamenti epocali come le nuove scoperte geografiche, la nascita degli Stati nazionali, le innovazioni tecnologiche della fine del Cinquecento, la fiorentissima borghesia mercantile e manifatturiera italiana non riuscirà a farsi Stato, diventando protagonista di forme più avanzate di statualità. Ci si accontenterà di assumere i privilegi della nobiltà e di investire le ricchezze accumulate nella terra, incapace di affrontare le nuove sfide e rinchiudendosi nella sicurezza della rendita fondiaria. Quello che era stato un vero e proprio ecosistema territoriale dell'innovazione, fatto di governo, economia, innovazione (Università), credito, infrastrutture, imprese, cultura, declinerà e con esso l'Italia intera tra Seicento e Ottocento. Quella che era un'area fiorentissima e altamente popolata subirà un progressivo spopolamento a vantaggio di altri territori, dove si concentreranno investimenti e reti. Mi pare che in tutto questo ci sia un duplice insegnamento: il primo, che non sempre la storia dell'entroterra montano ed appenninico è stata quella di un'area depressa, e forse non è un caso se imprese ed esperienze d'eccellenza abitano ancora in questi luoghi a partire dai più grandi gruppi industriali della regione e della nostra nazione; il secondo, che di fronte ad una fase di fortissimi cambiamenti, primi fra tutti quelli indotti dalla profonda crisi in atto, bisogna evitare ripiegamenti difensivi, chiudendosi. Occorre invece 'sposare' il cambiamento con convinzione e coraggio, puntando su un solido bagaglio culturale e su obiettivi chiari. Il risultato più prima che poi non mancherà.
 


 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 16/10/2011 alle 10:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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