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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
21 marzo 2017
IL CARATTERE DEI MARCHIGIANI

Per un’antropologia del sisma

Sembrava che il terremoto fosse venuto a visitarci una volta e, fatta la ricostruzione dopo il 1997, non fosse possibile riviverlo o quantomeno che ne fossimo divenuti immuni.

E invece no, così non è stato; anzi, il terremoto è tornato a farci visita in modo più invadente e distruttivo. Eppure la nostra terra è sismica da secoli, da millenni, da sempre. E ogni volta esorcizziamo il problema, confortati dal fatto che è “passato”.

Il punto è che non traiamo insegnamento dall’esperienza e non abbiamo la costanza, oltre l’emergenza, di perseguire l’obiettivo della messa in sicurezza delle città, dei centri storici, dei borghi, degli insediamenti umani e del territorio.

Nonostante questo, il terremoto ha forgiato nei secoli il carattere dei marchigiani. Riflettendoci bene è forse proprio all’esperienza frequente e ogni volta angosciante del terremoto che i marchigiani devono alcuni tratti del loro modo di essere. A cominciare da quel rapporto di amore e odio con il proprio passato, che sconfina a volte nell’anaffettività.

I marchigiani non sono come i toscani e gli umbri, così attenti nella cura delle tracce del passato, fino al punto di averne fatto una vera e propria economia. I marchigiani nutrono un segreto amore, mai esplicitato fino a farne una pedagogia, per il loro passato, ma preferiscono non attaccarvisi, perché sanno che sarebbe un affetto vano, prima o poi messo a dura prova e fonte di dolore. Essi prediligono non curarsene più di tanto e tendere a ciò che è funzionale ed essenziale.

Sì, la stessa ricerca dell’essenziale nel modo di essere e nelle cose che si fanno è rintracciabile persino in quel tipico e ordinato modo di forgiare il paesaggio. L’essenzialità in quasi tutti gli aspetti della vita risponde ad un senso di praticità che s’impone quando si vive un’esperienza come il terremoto, che ci obbliga a vivere istante per istante, giorno per giorno, con a disposizione solo ciò che strettamente serve e ogni cosa in più rischia di essere vanificata nel giro di pochi istanti.

A Camerino, ad esempio, non sarebbero stati concepibili i torricini del palazzo ducale di Urbino e l’essenzialità delle costruzioni signorili rispondeva più all’esigenza di dover fare i conti con la natura, che alle ambizioni di gloria, pur non secondarie. E che dire di quel tratto tutto marchigiano che intende la felicità più come l’assenza del male, di preoccupazioni e stati cogenti, che come una conquista da conseguire? La felicità per i marchigiani è uno stato di ben-essere e di appagamento che nasce dall’aver fatto ciò che si deve, con fatica e paziente tenacia, e dallo stare in tranquillità, non tanto dall’aver ottenuto un agognato di più.

Questa è forse anche la ragione della tante volte richiamata “medietà” marchigiana, quel farsi bastare ciò che si ha, quel non osare più di tanto e non cercare per principio il primato. I progetti, le smanie di gloria, i marchigiani amano coltivarli quasi in “religioso” silenzio, in segreta solitudine o tutt’al più nell’alveo rassicurante della famiglia. Nella “medietà” sta anche il punto d’innesto di una religiosità che tende a dare ad ogni cosa il suo peso e conserva una forte venatura superstiziosa. E da dove viene quel tratto malinconico che il marchigiano si porta sempre con sé? E' soltanto un'influenza slava o mitteleuropea che si è estesa al di là delle sponde del mare Adriatico?

Con l’occasione del sisma abbiamo compreso perché i Monti Sibillini hanno un che di misterioso, una luminosità mai disgiunta dal pittoresco e dal tremendo, e perché la loro toponomastica è un coacervo di termini pagani, cristiani, e ogni cosa rimandi al bene o al male, e le storie che li popolano racchiudano riti, scongiuri, sottomissioni e redenzioni. C’è da sperare che quei monti non si risveglino, altrimenti sono guai! Abbiamo capito, inoltre, che la storiografia ha incrociato troppo poco sulla sua strada i terremoti, i quali invece non di rado hanno deciso la sorte degli uomini, delle schiatte e delle città, più di tante altre cause spesso ipotizzate.

Ora, però, si tratta di ri-nascere e sarà complesso come poche altre volte è stato nella lunga storia dell’Appennino marchigiano. Se riuscissimo ad evitare tre casi limite che la storia più o meno recente ci tramanda, potremmo dire di avercela fatta.

Il primo caso è quello dell’inglese Thomas Adolphus Trollope (1810-1892) che nel suo viaggio “quaresimale” tra l’Umbria e le Marche nel lontano 1862 sottolineava come a Camerino si scorgessero ancora le ferite del terremoto del 1799. Erano passati più di sessant’anni. Un obiettivo potrebbe essere quello d’impiegare oggi lo stesso tempo della ricostruzione del 1997, dieci anni circa. Sarebbe un successo! Il secondo caso è quello della Rocca di Sentino, fortezza, residenza rinascimentale e prigione, dove nel 1444 si svolsero le nozze tra Alessandro Sforza e Costanza Varano, alle quali -dicono le fonti- convennero i principi di tutta Italia; ingabbiata per venti anni dopo il terremoto del 1997 è ora crollata in modo colpevole e definitivo. Era già successo qualcosa di simile con un’altra fortezza, la torre di Beregna. Il terzo caso è quello di riuscire a far godere ad un prossimo Ministro dal terrazzo di Palazzo Battibocca, che andrà ancora una volta restaurato, non tanto il brullo pianoro d’Aria, quanto il panorama della sinclinale camerte che arriva fino alla Gola della Rossa. Basterebbe fare in modo che un brutto condominio anni Sessanta, crollato con il sisma, non venga ricostruito lì di fronte a sbarrare lo sguardo e a tarpare le ali del pensiero.

Ce la faremo? Lo spero. Intanto iniziamo a ricomporre con ogni mezzo le comunità disperse dell’entroterra. E’ questa la priorità delle priorità.

 

Daniele Salvi




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13 marzo 2017
GIUSEPPE BELLI

"Nei giorni scorsi si è tenuta una iniziativa in memoria di Giuseppe Belli (1944-2009) a cui -pur invitato- non ho potuto partecipare. Di seguito il mio intervento che ho inviato agli organizzatori".
 

 

GIUSEPPE BELLI (1944-2009): PROFILO DI UN MILITANTE

 

Ha fatto bene la Fondazione "Giuseppe Belli", appena ritrovata la sua piena operatività, a ricordare la figura del militante politico che le dà il nome. In quel 2010, a pochi mesi dalla morte di Giuseppe, fu spontaneo per me e fu condiviso da tutti coloro che parteciparono alla costituzione della Fondazione proporre l'intitolazione del nuovo soggetto giuridico alla sua memoria. Infatti, Giuseppe si era speso per darle vita, curandone l'avvio e seguendone i primi passi. Essa oggi può essere uno strumento utile a coltivare la storia della sinistra sul territorio e a promuovere occasioni di riflessione e iniziative politico-culturali per continuare a interpretare con serietà e rigore il mondo e non rinunciare all'ambizione di cambiarlo.

A quest'ultima fatica, la costituzione della Fondazione, la quale è proprietaria tra l'altro del cospicuo patrimonio immobiliare della storia del Pci, del Pds e poi dei Ds della nostra provincia, Giuseppe si era dedicato, dopo essere stato durante la mia segreteria -dal 2001 al 2007- il Tesoriere provinciale del partito. La sua lunga esperienza di amministratore a Tolentino, città fino a qualche tempo fa emblema della capacità di governo della sinistra (comunista, laica e socialista) nella provincia di Macerata, e la sua affabilità mi spinsero -appena divenuto Segretario provinciale dei Democratici di Sinistra della Federazione di Macerata nel Congresso del 4 novembre 2001- a pensare a lui come la persona giusta per assolvere a quel delicato ruolo.

Giuseppe fu sicuramente un militante, animato da passione sincera, volta al rafforzamento del partito, impegnato nel tesseramento così come nell'organizzazione. Un militante che non nascondeva la sua ambizione per assolvere ruoli a cui si dedicava senza risparmio di energie e di tempo, come la sua famiglia ben sa! Ma Giuseppe fu particolarmente versato nell'attività amministrativa; egli era un amministratore vero, capace di entrare nel dettaglio delle questioni e fu proprio il fatto che fosse stato assessore al bilancio nella nostra città di tradizione politica più consolidata l'elemento principale che mi spinse a proporlo come Tesoriere.

Sapevo di poter contare su una persona attaccata al partito e competente nella materia. Lavorando fianco a fianco si rivelò poi una persona molto precisa, certosina nell'espletamento del compito e tenace nel perseguimento dell'obiettivo. Era proprio quello di cui aveva bisogno la Federazione dei Democratici di Sinistra in quel momento, alle prese con l'esigenza del risanamento del suo bilancio, la necessità della certezza e continuità delle entrate, nonchè della sana gestione che non poteva non fondarsi su un rapporto continuo con le sezioni e i tesorieri locali. Aspetto, quest'ultimo, che Giuseppe gestiva con comprensione, ma senza venir mai meno al conseguimento degli obiettivi che insieme ci si dava sia in termini finanziari che organizzativi.

Fu così che giungemmo alla scadenza del 14 ottobre 2007, sono passati quasi dieci anni da allora, cioè all'appuntamento della nascita del Partito Democratico, avendo azzerato il debito dei Democratici di Sinistra della Federazione di Macerata, potendo così disporci al "matrimonio" con gli altri soci fondatori del Pd in perfetta salute finanziaria, seppure nella più assoluta povertà!

Questo merito non solo contabile, ma politico, va ascritto a merito del suo impegno, e fu il frutto anche della positiva collaborazione con Serenella nella gestione della vita quotidiana del partito. Giuseppe nutriva buone speranze per la nascita del nuovo partito; per un riformista, sostenitore della "svolta" di Achille Occhetto, quel passaggio era la naturale prosecuzione di un percorso politico che portava finalmente nel nostro Paese alla convergenza delle tradizioni e culture riformiste in un unico soggetto politico. Oggi credo di poter dire che non avrebbe condiviso la scelta di chi proprio in questi giorni ha abbandonato il Pd, ma credo che altrettanto non sarebbe stato indulgente con l'attuale modo di esercitare la direzione politica e con lo stato in cui versa il partito.

Giuseppe fu, poi, un dirigente politico provinciale leale, sempre pronto a rispondere alle questioni di sua spettanza e a condividere le scelte che gli organismi assumevano.

Conservo un ricordo piacevole di Giuseppe, che si rinnova costantemente ogni volta che sono seduto a scrivere davanti al computer, cosa che mi capita molto spesso. In un angolo della scrivania conservo -infatti- due "ricordini", due immagini di persone che non ci sono più: una è quella di un anziano partigiano del mio Comune, l'altra è quella di Peppe, e quindi è naturale che il mio sguardo incroci il suo viso da persona perbene. Mi capita a volte di prendere in mano l'immagine e di girarla, per leggere le parole che la sua famiglia, credo in particolare suo figlio, vi ha fatto scrivere: "Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere trasformato e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente la vita" (E. Berlinguer). Per Peppe è stato esattamente così; la politica ha riempito la sua vita e quando ha vissuto la malattia soffriva più di ogni altra cosa l'impossibilità di continuare a dare e a fare ciò che dentro di sé avrebbe voluto. Ancora.

Il mio abbraccio va alla moglie e ai due figli. Buona vita a loro e a tutti noi!

 

Daniele Salvi

 

 

 




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9 gennaio 2017
I TERREMOTI NELLA “ISTORIA” DI CAMILLO LILII


Rileggere la “Istoria della Città di Camerino” di Camillo Lilii all’indomani dei terremoti che hanno piegato la città da sempre punto di riferimento per un ampio territorio non è esercizio erudito, né vano, ma aiuta nel momento di una grande difficoltà, paragonabile a poche altre nella sua storia, a trovare quelle energie profonde, indispensabili per la rinascita.

Anche questa volta è stato un giorno di Agosto, il 24, l’inizio della sventura che ha colto Camerino e tutto l’alto maceratese. Essa è poi continuata con le scosse di fine Ottobre.  I giorni di Agosto sono stati “a maraviglia sempre fatali per la Città di Camerino” (II Parte, p. 184) o “di notabili accidenti” (II, p. 344), come ricorda lo storico. Certo i riferimenti del Lilii riguardano i giorni che hanno scandito alcuni passaggi cruciali della vicenda storica di Camerino: la sorpresa, il saccheggio e l’incendio del 1259, l’eccidio dei Varano da parte dei congiurati nel 1434, la presa della città da parte dell’esercito del Valentino nel 1502, la morte del Duca Giovanni Maria nel 1527 e il successivo sacco della città, la devoluzione del Ducato alla Sede Apostolica nel 1545.

Tuttavia, se queste sono tragedie che la città ha vissuto a causa dell’uomo e che massimamente interessano lo storico, quelle dovute all’azione imprevedibile della natura non solo non sono da meno, ma sono anch’esse ben presenti nel lavoro del Lilii.

Sono, infatti, cinque gli eventi sismici che egli ricorda. Sicuramente i terremoti saranno stati molti di più nell’arco di tempo che viene narrato, tuttavia i cenni che ad essi fa il Lilii sono di un certo interesse. Il primo terremoto registrato è dell’anno 801 d.C. al tempo di Carlo Magno: “Nel ritorno verso la Germania l’anno susseguente 801 (a quello dell’incoronazione di Carlo Magno da parte di Papa Leone III nel Natale dell’800 a Roma ndr) passò Carlo per Camerino, e peravanti per la Città di Spoleti, e nel suo passaggio seguì un formidabile terremoto, di cui nella sua vita” (I, p. 123). E “dum esset ibi, pridie Kal. Maias hora noctis secunda terremotus maximus est, quo & tota Italia graviter concussa est” (Idem), al punto che la stessa basilica di San Paolo Apostolo a Roma e molti altri luoghi dell’Urbe subiscono crolli. Forse anche per le conseguenze patite a causa di questo dramma, l’Imperatore carolingio sarà prodigo di concessioni verso la città.

Il secondo terremoto di cui ci parla il Lilii è quello del 1279. Lo chiama “gran Tremuoto” (I, p. 278) e fu certamente tale se fece crollare la chiesa di San Giacomo con l’annesso monastero. Prima di tornare a parlarne, il Lilii accenna ad un terremoto precedente, quello del 1269, che fece crollare la torre che si erigeva nella piazza principale, dove i soldati camerti solo dieci anni prima tentarono una eroica, ma vana resistenza contro le truppe di Percivalle Doria, introdotte con l’inganno nella città.

La seconda metà del XIII secolo fu, quindi, particolarmente dura per la Città di Camerino e i suoi abitanti, che dovettero sopportare l’atterramento per cause belliche e una ricostruzione messa subito a dura prova da due terremoti a distanza di soli dieci anni. “La dispersione dell’infelice Popolo di Camerino” (I, p. 307), dovuta al sacco dell’esercito di Re Manfredi, fu obbligata data la distruzione da esso perpetrata, che il Lilii riassume con poche parole: “Tutto il rimanente rimase estinto” (Idem).

I Camerinesi, che avevano subito riconquistato la città e le terre, ville e castelli ad essa afferenti, che avevano messo in campo tutte le energie per la ricostruzione e il nuovo sviluppo (al 1266 appartiene l’atto con cui Gentile Da Varano podestà promuove l’acquisto del terreno per farvi la piazza del mercato),  dovettero rialzarsi di nuovo. “Nell’ultimo d’Aprile del 1279 si scosse la terra per un grande, e non più inteso terremoto, il Ducato di Spoleti, la Marca e la Romagna ne riceverono grandissimi danni, ma più di tutti sentirono quel colpo la Città, e lo Stato di Camerino. Diroccarono in quel dì il campanile altissimo di Santa Maria, la torre di San Giacomo e un Monastero di Monache, le quali perirono tutte tranne una” (II, p. 46). Carlo Sigonio, negli annali di Lombardia, ricorda che “oltre alla caduta di due terzi de’ tetti della Città, s’era diroccato un Castello, e sommerso con tre monti, e con due laghi” (Idem). Il castello richiamato è, secondo il Lilii, quello dei nobili Bulgarelli vicino a Fiuminata. Ingenti furono i danni anche in Romagna e nell’appennino tosco-emiliano, con perdita di vite umane e alloggi di fortuna per molte persone.

Il terremoto del 1279 fu sicuramente grande se il Lilii, che scrive a metà del XVII secolo, sostiene non esservi stato terremoto più grande da allora. Il “Catalogo dei forti terremoti in Italia”, che va dall’anno 1000 al 2014, ci dice che in quell’anno il terremoto colpì sia l’Appennino umbro-marchigiano che l’Appennino forlivese, confermando quanto detto dal Lilii e dal Sigonio.

Alle conseguenze del sisma, oltreche alle perduranti guerre tra Guelfi e Ghibellini e tra Camerino, Matelica e San Severino, si dovette anche lo stato di degrado di Castelraimondo, se nel 1292 si tentò da parte dei Camerinesi “la restaurazione del Castello Raimondo”(II, p. 62) e se Rodolfo Varano, ritornato a Camerino da Perugia, dove aveva svolto la funzione di Capitano del Popolo, “niuna cosa stimò più necessaria quanto che la restaurazione del Castello Raimondo, diroccato nella caduta della Città” (Idem). La sua riedificazione fu fondamentale per riconquistare il Castello di Gagliole, lungamente conteso dagli schieramenti in campo, e avere la meglio sugli avversari.

Passarono circa cinquant’anni ed eccoci al quarto terremoto: “Terminò l’anno 1328 con un grandissimo terremoto,e ne ruinarono Norcia, Monte Santo, Monte San Martino, le Preci e Cerreto” nell’Umbria (II, p. 81). Siamo al tempo di Ludovico il Bavaro, sceso in Italia e affiancato da Ugolino de’ Baschi, membro della famiglia che aveva permesso il sacco del 1259. Dopo circa tre mesi dall’evento sismico morì non senza qualche patema in più Berardo Varano, una delle figure più illustri della nobile famiglia che per circa tre secoli influenzerà le sorti della città.

Infine, l’ultimo riferimento ai terremoti nella “Istoria” riguarda ormai il Cinquecento: “Nell’anno 1511 furono sentiti vari terremoti, il maggiore a 9 di Settembre atterrò una parte del tetto di S. Angelo e di Troppea” (II, p. 275). Si trattò evidentemente di uno sciame sismico piuttosto intenso che dovette riguardare in particolare l’anconetano, da quel che dice il suddetto “Catalogo”. Anche in questo caso, circa due mesi dopo la maggiore scossa, passò ad altra vita un’altra grande figura legata alla città di Camerino, Giovanna Malatesta, che si spense il 2 novembre dello stesso anno, non senza preoccupazioni per il futuro dello Stato.

Ma la storia sismica di quella “faglia” che dall’aquilano arriva fino all’alta Valtiberina e che ha nella Valnerina un punto nevralgico e sensibilissimo non s’interromperà con il regesto tutt’altro che esaustivo, ma comunque interessante, che ne fa il Lilii, interessante se non altro perché le sue segnalazioni non sono tutte recepite negli studi più aggiornati di storia dei terremoti.

A cinquant’anni dalla pubblicazione della “Istoria” si avrà il rovinoso terremoto di Norcia del 1703, poi un altro nel 1730 sempre con epicentro Norcia, e in sequenza nel 1741(Fabriano), 1751 (Gualdo Tadino), 1785 (Ternano), 1789 (Città di Castello),1799 (Camerino), 1832 (Foligno), 1859 (Norcia), 1873 (Camerino), 1898 (Visso),1917 (Citerna-Città di Castello), 1936 (Caldarola), 1943 (Appennino piceno),1979 (Norcia), 1997 (Colfiorito-Sellano), 2009 (L’Aquila). Fino ad oggi.

Consultando sempre il “Catalogo”, possiamo consolarci con il fatto che non c’è parte dell’Italia che sia stata risparmiata dai terremoti. Per il resto è sempre la “Istoria” a fornirci due elementi di fiducia anche per il futuro: il primo, che in tremila anni di storia la frequenza dei terremoti non ha impedito che i nostri territori esprimessero civiltà, bellezza, ricchezza e persino a tratti “grande storia”, il che deve spingerci a ricostruire e rinascere come i nostri avi hanno fatto ogni volta con caparbietà e successo; il secondo, che i “Camertes” -come dice il Lilii- erano una “Natione”, in sostanza un popolo, un che di unito da usi e costumi, da una comune cultura e identità, abitatori di un determinato territorio e non di una sola città. Questa era la loro forza. Saremo ancora una volta all’altezza dei nostri antenati?

Daniele Salvi




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12 dicembre 2016
Alessandra Gariboldi (1873-1965): una protagonista dell'impegno per l'emancipazione della donna
Avrebbe meritato di essere ricordata nel 2015, in occasione dei cinquanta anni dalla sua morte, ma di certo farlo entro il 2016 non ha meno senso, anzi. Sono passati, infatti, settanta anni dalla conquista del suffragio universale e del voto alle donne italiane e questa, insieme a quella dell’istruzione e dell’emancipazione femminile, fu la battaglia politica che più appartenne ad Alessandra Gariboldi. Alessandra Gariboldi, detta Alessandrina, secondogenita di Luigi e di Giovanna Paolucci, sposata Minetola, della famiglia dei Gariboldi di Castelraimondo, è così ricordata nel libro del 1975 di padre Giuseppe Gaggiotti dedicato a Castelraimondo: “La Nobil Donna (era) da tutti riconosciuta come dotata di sottile intelligenza e di forte personalità. Fu preside in diversi luoghi del Veneto, dell’Emilia, della Toscana e delle Marche: negli studenti lasciò un ricordo e una stima incancellabili. Aveva studiato e approfondito il metodo ‘Montessori’ e si diede cura di illustrarlo ai nuovi insegnanti. Schivò le lodi: fu severa soprattutto con sé. Impose il suo amorevole punto di vista a favore del ‘voto alle donne’ e alla loro giusta emancipazione. Promosse con tenace costanza molte iniziative di assistenza sociale”. Non diverse sono le parole della seconda edizione del libro pubblicata nel 1986. Proveniente da una famiglia di militari, che discendeva da uno dei due rami milanesi (l’altro era migrato ad Ancona) stabilitosi “da tempo immemorabile” a Castelraimondo e di cui si hanno le prime testimonianze a partire dalla seconda metà del Settecento, Alessandrina visse sicuramente in un ambiente austero e impregnato di cultura risorgimentale, considerato il grande contributo che diversi Gariboldi avevano dato al passaggio dallo Stato Pontificio allo Stato Unitario. Il tenente colonnello Alessandro era morto proprio l’anno in cui lei nasceva; Giovanni Angelo aveva vissuto una vita avventurosa a fianco del fratello Alessandro. Quest’ultimo, insieme ai capitani Luigi e Antonio, al tenente Eugenio e al sergente maggiore Giuseppe, risulta in un elenco di “volontari accorsi in difesa della Patria della Comunità di Castelraimondo” datato 1848-1849. Oltre ai Gariboldi, nello stesso elenco sono citati Morlacchi Antonio, Brugnola Antonio, Barbini Alessandro, Gaspari Emilio, Vergari Clemente. Nel 1895 Alessandrina ritrovò anche lo zio Giuseppe, patriota, ma soprattutto grande musicista, che dopo i successi di una carriera realizzata all’estero (Francia, Belgio, Olanda, Austria, Inghilterra), ritornò a Castelraimondo insieme alla moglie Elmira Thomas, alla quale si deve la costruzione della particolare edicola sacra, ancora oggi chiamata “Madonna dei Francesi”, che si nota lungo la SS361 all’altezza delle Cartiere Miliani, incastonata nella recinzione a mattoni dello stabilimento, recinzione crollata e proprio in questi giorni oggetto d’interventi di ripristino. Non sappiamo quando e dove Alessandrina iniziasse la sua carriera d’insegnante, le cui prime esperienze dovrebbero risalire intorno al 1897. Probabilmente in Veneto, se la sequenza indicata dal Gaggiotti è anche di tipo cronologico. Tuttavia, dall'anno 1900 è sicuramente a Reggio Emilia presso la Scuola normale femminile “Principessa di Napoli”, dove nel primo decennio del nuovo secolo insegnano docenti come Clelia Fano, anch’essa come la Gariboldi vicina al Partito socialista di Prampolini e impegnata nella diffusione dell’idea emancipazionista. Tra le due donne esiste una forte solidarietà e comunanza di ideali e vedute. Risalgono sicuramente a questo periodo la conoscenza e le nozze con Silvio Minetola, matematico e statistico. I primi anni del Novecento sono ricchi di iniziative di tipo educativo e sociale, sospinte dai nuovi movimenti per l’emancipazione delle classi subalterne e delle donne, a cui la Gariboldi partecipa attivamente. All’attività dell’Università popolare di Reggio Emilia, che lei contribuisce a fondare, appartiene la conferenza sui “Pregiudizi sociali”, tenuta il 20 maggio 1903, così come un’altra conferenza, “Il valore della coltura per la vita”, è tenuta il 3 gennaio 1904 per l’inaugurazione della Scuola popolare di Brescello, il Comune da tutti ricordato per la saga di Don Camillo e Peppone. I testi di queste due conferenze sono molto densi e vi traspaiono la forte idealità, i saldi valori e l’alta cultura che animano il pensiero e l’azione della marchigiana. Agli stessi anni appartengono gli scritti di pedagogia: la “Relazione sul primo corso di Pedagogia scientifica tenuto in Crevalcore nell’agosto 1902” e il saggio molto particolare “Di una ricerca sperimentale sull’immaginazione dei fanciulli” del 1903. L’impostazione culturale della Gariboldi era di sicura formazione positivista, in linea con gli esordi della pedagogia come scienza autonoma e sperimentale. In tal senso è ricordata in una testimonianza risalente al periodo del ventennio fascista, dove tra l’altro viene tratteggiata anche la sua modernità di dirigente scolastica. Una conferma della sua formazione viene dal fatto che collaborò con la rivista “L’alleanza. Giornale settimanale politico letterario per l’istruzione sociale e politica della donna”, periodico pavese del primo decennio del Novecento (1906-1911) a indirizzo razionalista e socialista. L’attenzione pedagogica, psicologica e educativa verso i fanciulli andrà di pari passo in lei con quella per l’istruzione e l’emancipazione sociale della donna. Molto densi e partecipati sono gli scritti dedicati all’universo femminile: “Istruzione della donna”, relazione tenuta a Napoli nel 1907 in occasione del sesto congresso nazionale della Federazione fra gli insegnanti delle scuole medie (negli atti del congresso è possibile leggere anche l’intervento e le conclusioni che la Gariboldi tenne nella specifica sessione dedicata al tema), e “L’Educazione e l’Istruzione della donna in Italia”, anche questa una relazione tenuta al primo congresso di attività pratica femminile che si svolse a Milano nel 1908. L’interesse per la questione femminile risale agli studi universitari, al cui periodo con ogni probabilità appartiene lo scritto: “L’educazione presso gli antichi germani”, pubblicato per la prima volta nel 1897, quando Alessandrina aveva venticinque anni. Muovendo dalla “Germania” di Tacito, la Gariboldi spazia sulla civiltà antica e sulle relazioni con quella moderna e la sua attenzione finisce per concentrarsi sul ruolo della donna nella famiglia e nella società germaniche. Inoltre, lo specifico della condizione della donna percorre tutti i suoi scritti di natura scolastica(didattica e pedagogia), ritenendo che per l’emancipazione della donna fosse in primo luogo decisiva l’istruzione, insieme al miglioramento delle condizioni sociali e lavorative. E naturalmente la conquista del diritto di voto, il quale tuttavia per lei, come per molte emancipazioniste di formazione socialista d’inizio secolo, costituiva una sorta di compimento dell’emancipazione educativa e sociale della donna, e non il punto di partenza. L’iniziale formazione positivista e socialista della Gariboldi evolverà ben presto grazie alla conoscenza e al frequente contatto, se non altro ideale, con Maria Montessori (1870-1952), di cui fu contemporanea. Se dovessimo qualificare in modo al tempo stesso pregnante e sintetico Alessandra Gariboldi potremmo attribuirle, meglio di ogni altro, l'aggettivo di “montessoriana”. Della Montessori, infatti, sposerà i temi decisivi dell’educazione dei bambini e dei ragazzi, dell’emancipazione femminile e del diritto al voto per le donne, della pace tra gli uomini e le nazioni. Colpisce, da questo punto di vista, la chiara sintesi che Alessandrina ci dà della figura e dell’opera della Montessori in uno scritto del 1955, a tre anni dalla morte della grande marchigiana e a circa dieci dal proprio pensionamento, quando è chiamata dal preside prof. Nannini a tenere una conferenza nell’Istituto magistrale di Grosseto dove aveva insegnato a cavallo degli anni Venti e Trenta. La Gariboldi sceglie di parlare di “una pedagogista italiana non sempre conosciuta e studiata fra noi, ma di fama mondiale”, Maria Montessori, e prosegue: “La contemporaneità di vita fra me e la Nostra può assicurar voi giovani di una testimonianza consapevole e aderente agli intendimenti e al valore dell’opera di lei”. Le parole sono esplicite e la sobrietà del ritratto che ci viene offerto nel testo della conferenza svela nella sua essenzialità quanto fosse intimamente sentito e fatto proprio il messaggio della chiaravallese, che negli stessi anni della maggior parte degli scritti della Gariboldi maturava il suo metodo pedagogico-scientifico. In definitiva, la figura di Alessandra Gariboldi merita di essere approfondita, ricostruita nei capitoli principali della sua vita, legati all'attività di docente e autrice di testi per la scuola, all’impegno nelle attività solidaristiche e anche alla sua vicinanza alle formazioni laiche e progressiste nel dopoguerra. Meritano di essere lette con attenzione le sue pubblicazioni, nel rammarico di non poter sapere cosa fosse scritto nelle carte che lei ordinò di bruciare alla sua morte. Analogamente andrebbe approfondito quale fosse il suo impegno proprio negli anni in cui su impulso dell'instancabile iniziativa di Anna Maria Mozzoni (1837-1920), del movimento delle cosiddette “suffragette” di Emmaline Pankhurst (1858-1928) e di Maria Montessori, anche la Gariboldi si batté per il suffragio universale. Non sappiamo, ad esempio, fino a che punto condividesse l’iniziativa delle dieci donne insegnanti della provincia di Ancona alle quali il 25 luglio del 1906 la Corte di Appello della città dorica accordò il diritto di voto politico, poi non esercitato e infine annullato da una sentenza della Cassazione. Di certo era a conoscenza del “Proclama alle donne italiane” che Maria Montessori lanciò il 26 febbraio del 1906 e della petizione con cui Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori e altre ventiquattro donne illustri, componenti del Comitato pro-suffragio femminile, nel marzo dello stesso anno, stante la discussione in atto sulla nuova legge elettorale, chiedevano senza successo al Senato del Regno e alla Camera dei Deputati il voto politico e amministrativo per le donne “con e senza l’alfabeto”. Per giungere, infine, al 10 marzo e al 2 giugno del 1946, quando il suffragio universale divenne realtà, con sua sicura grande soddisfazione. Alessandra Gariboldi in Minetola, morì a novantadue anni e riposa nella tomba di famiglia a Castelraimondo. Sulla lapide che porta il suo nome si legge: “Evanuit: sed lux eius manet”. Ancora oggi.



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14 novembre 2016
ALCUNE LETTURE TRA UNA SCOSSA E L'ALTRA...
In un periodo così funestato si può essere assaliti dallo sconforto e dall'incapacità di concentrazione, vivendo ogni istante presi da un'ansia che azzera ogni capacità di ragionamento e di impegno che vadano oltre la soddisfazione delle immediate necessità individuali. Anche leggere è quindi molto complicato, tuttavia abbiamo cercato di non perdere l'abitudine, per cui vi propongo alcuni libri che ho trovato interessanti.
Il primo è di Massimo Orlandi: "La terra è la mia preghiera. Vita di Gino Girolomoni, padre del biologico", Emi, Bologna 2014, pp. 191. E ' la bella biografia di un grande marchigiano e del suo ostinato sogno, quello del riscatto di chi con dignità si fa custode della terra e vive dei suoi frutti, facendo rivivere territori che si spopolano e recuperandone le tradizioni in chiave innovativa. Le produzioni biologiche hanno in Gino Girolomoni il loro padre ed esse -come egli diceva- sono un'operazione culturale, rispondono cioè ad una visione della vita in cui si fondono spiritualità, impegno civile e dignità del lavoro.
Un altro libro è quello di Massimo Papini: "L'intelligenza della politica. Cento protagonisti del Novecento marchigiano", Affinità Elettive, Ancona 2016, pp. 367. Un bell'affresco della classe dirigente politica marchigiana, in cui ognuna delle personalità prescelte viene ritratta in un breve, ma denso, 'medaglione', che ne riassume gli aspetti biografici e politici, connessi ai diversi contesti storici. Papini è giustamente convinto che anche la politica abbia avuto la sua parte nello sviluppo di una regione che agli inizi del secolo scorso era oggetto d'iniziative tese a sottrarla al sottosviluppo e che oggi è comunque tra le più virtuose del panorama nazionale. Si scoprirà così che la classe dirigente politica delle Marche, in questa galleria di protagonisti tutti rigorosamente passati a miglior vita, annovera figure d'indubbia qualità e che il suo contributo non si è limitato all'orticello di casa propria, come troppo spesso un po' superficialmente si dice.
Il terzo libro che intendo segnalare è in onore del Presidente della Repubblica che ci ha lasciato, Carlo Azeglio Ciampi: "A un giovane italiano", Rizzoli, Milano 2011, pp. 154. Un racconto impregnato di alte idealità, ma anche di dimestichezza con l'universo giovanile e di amicalità colloquiale, nel quale il Presidente Ciampi ripercorre le diverse fasi della vita del Paese attraverso il flusso dei propri ricordi e rivolge l'attenzione alle incertezze dell'oggi e del domani, che possono demoralizzare le giovani generazioni. L'insegnamento è quello di coltivare un fiducioso ottimismo, non ingenuo, ma che nasce dalla saldezza degli ideali per i quali vale la pena di vivere. Da leggere nelle scuole.
Un'ulteriore lettura è l'intervista a Benedetto XVI: "Ultime conversazioni", a cura di Peter Seewald, Corriere della Sera, Milano 2016, pp. 238, di particolare interesse, perchè il Papa emerito spiega con semplice umanità il gesto epocale di cui è stato protagonista, quello delle dimissioni dal soglio di Pietro, e ripercorre la sua vicenda biografica e intellettuale, in lotta contro la scristianizzazione dell'Europa. Quello di Benedetto XVI, il Papa teologo, è lo scacco di un cattolicesimo eurocentrico, che attraverso il rinnovamento dell'ortodossia, guidato da fede e ragione, aveva pensato di offrire una prospettiva al vecchio continente e alla Chiesa globale. Le sue dimissioni hanno aperto all'elezione del Papa che viene 'dalla fine del mondo', forte dell'inculturazione gesuitica e dello sguardo globale che può venire molto più realisticamente da chi ha potuto vedere il mondo con gli occhi degli ultimi.
Infine, un omaggio all'antica Università di Camerino, così duramente colpita dal sisma, ma pronta a rialzarsi all'insegna dello slogan #ilfuturononcrolla. Per chi volesse conoscerne la nobile storia tra incerte origini (sicuramente Trecentesche) e successive rifondazioni (1727 e 1753) vale la pena di leggere il bel libro di Pier Luigi Falaschi: "Studium generale vigeat. Alle origini della Università di Camerino", Per la Storia dell'Università degli Studi di Camerino, Studi e testi, n. 5, Unicam, Centro audiovisivi e stampa, anno 2000, pp. 217. Interessante l'Appendice del libro, che raccoglie le novelle di Franco Sacchetti, tratte dal 'Trecentonovelle', che hanno per protagonista Rodolfo II Da Varano, una delle figure più importanti ed influenti del Trecento italiano. Buona lettura!
 



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14 novembre 2016
Intervento al workshop di Urbanpromo “Progetti per una macroregione europea nell’Italia mediana” – Milano 10 novembre 2016.

 L’Appennino dopo il terremoto: prove tecniche di Rinascita.

Se volessimo oggi davvero parlare di “Italia mediana” o più in generale di Italia Centrale dovremmo tematizzare il terremoto di Amatrice e di Arquata del Tronto e la sua estensione geometrica nell'Umbria (Norcia) e soprattutto nelle Marche (Visso/Camerino, ma in realtà ben tre province) per capire se i nostri ragionamenti hanno un senso e una prospettiva possibile.

Il sisma, infatti, ha colpito un’area che rappresenta un crocevia e uno snodo che coinvolge ben quattro regioni, le quali proprio nella direttrice che dall'Aquila arriva a Camerino e a Perugia erano un tempo unite dalla cosiddetta “via degli Abruzzi”, frequentata dai mercanti medievali diretti da Firenze a Napoli.

L'ampio areale investito e gli ingenti danni prodotti dalla forza tellurica pongono una questione decisiva per il futuro di estese aree appenniniche e per l’identità stessa delle regioni interessate. Qualche dato può aiutarci a capire. Per quel che riguarda soltanto le Marche stiamo parlando di territori colpiti pari ad un terzo di essa: 122 Comuni su 236, 249 “zone rosse”, 54 edifici comunali inagibili, 160 scuole non agibili, 795 attività produttive coinvolte, di cui 195 stalle, 39.000 persone costrette a trovare sistemazioni diverse da quelle in cui vivevano. I dati sono suscettibili di modifiche per difetto. Poi i beni culturali, in un territorio ricchissimo; per fare un solo esempio, delle 486 chiese della Diocesi di Camerino-San Severino Marche, la più ampia per territorio delle Marche, soltanto 10 risultano agibili, con tutti i problemi conseguenti alla tutela e conservazione del patrimonio culturale (quadri, sculture, arredi, affreschi...). Solo il piccolo Comune di Castel Sant'Angelo sul Nera, con i suoi circa 300 abitanti, conta ben 19 chiese, ognuna delle quali ricchissima di arte e storia.

Tutto questo è accaduto a quasi venti anni dal terremoto di Colfiorito del 1997, la cui ricostruzione è stata essenziale perché non ci fossero perdite di vite umane e i borghi, seppure feriti, non si riducessero a cumuli di macerie, come abbiamo visto nel passato o anche nel caso della zona di Amatrice. Per esemplificare: se non ci fosse stata la ricostruzione del ’97 oggi Camerino sarebbe come Amatrice, e forse anche il tributo di vittime non sarebbe stato inferiore. C’è sicuramente di che riflettere anche su quell’esperienza e c’è soprattutto da migliorare, specie quando s’interviene su costruzioni del passato o sulla fragilità dei beni culturali, ma dobbiamo anche riconoscere che essa è stata provvidenziale dal punto di vista delle vite umane.

Il tema che si pone, ora, non è soltanto quello ciclopico di un Paese vulnerabile per la sua sismicità, ma poverissimo di costruzioni atte a farvi fronte, nonostante le repliche della natura, ma quello di zone montane e rurali strette tra un evento calamitoso paragonabile per forza a quello dell'Irpinia e la crisi economica che, insieme al processo di rarefazione dello Stato sui territori (superamento delle Province, tagli al welfare, ridimensionamento delle autonomie funzionali, banche e Camere di commercio, rete periferica dell’amministrazione centrale), sembra consegnarle a un destino fatale.

Una nuova fase di spopolamento si annuncia, proprio quando si concentravano da tempo tentativi e sforzi per una inversione di rotta, anche con alcuni risultati concreti; nella mente degli stessi abitanti si fa strada la percezione che diventi vano ogni dieci-venti anni ripartire ogni volta da zero; nella mente dei più, invece, s’insinua il tarlo che sia meglio lasciare alcuni luoghi così vulnerabili al loro destino e che non ci si possa permettere di spendere ogni volta ingenti risorse pubbliche con il rischio che fra dieci anni si è di nuovo punto e a capo.

Tra l’altro, in un colpo solo, si è dimostrato quanto sia insufficiente pensare a un tipo di sviluppo delle aree interne incentrato sul turismo come economia prevalente, in realtà di per se stessa molto volatile.

Sarà decisivo, quindi, il lavoro del Coordinamento delle quattro Regioni coinvolte, del Commissario per l’emergenza e la ricostruzione, della Protezione Civile e del Governo, oltre a quello della classe dirigente locale, per far capire non soltanto nel momento dell’emergenza, ma nel tempo, quale idea di solidarietà nazionale e di ricostruzione si ha, ma soprattutto quale idea di rinascita, perché da essa di deduce anche l’idea di Paese cui si pensa. In quei territori il terremoto è un’eredità millenaria e ciò non ha impedito che fiorissero comunità ricche spiritualmente e materialmente e che, anzi, ogni volta rinascessero più belle di prima.

Non solo, dobbiamo incoraggiare la permanenza e il ritorno prima possibile di chi momentaneamente si è allontanato. Non possiamo scommettere sull’abbandono del territorio da parte dell’uomo, magari incoraggiati dall’ideologia che ormai la sfida dello sviluppo si giochi soltanto nei grandi agglomerati urbani, rispetto alla quale -tra l’altro- le Marche così come tutta l’Italia centrale (ad eccezione di Roma e un po’ Firenze) sarebbero completamente out.

Ricostruzione e rinascita non sono, quindi, una petizione di principio, né la logica deduzione del fatto che il territorio nazionale è per tre quarti sismico (come insegna la storia dal Belice al Friuli, dall’Irpinia all’Umbria, alle Marche, all’Abruzzo fino a oggi), ma il frutto della consapevolezza che senza di esse le diseconomie sistemiche dell’abbandono delle aree interne aumenterebbero e le conseguenze si farebbero presto sentire più a valle e vicino ai centri più popolosi con forza ancora maggiore rispetto a quella già conosciuta. Insieme a questo si lancerebbe un messaggio devastante a tutte quelle aree del Paese, che rappresentano il 70% del territorio nazionale e il 30% della popolazione complessiva, che sarebbero raffigurate come la palla al piede dell’Italia e non invece come lo spazio di una cultura vitale e di uno sviluppo reale e potenziale, peculiare, essenziale e integrato al resto dell’economia nazionale.

Dopo quella del Meridione, l’Italia non ha bisogno di un’altra caricatura a uso di populisti e demagoghi.

 

La sfida diventa, allora, quella di sapere coniugare il meglio delle diverse esperienze nazionali di ricostruzione, partendo da quella umbro-marchigiana del 1997, e di concepire una ricostruzione che possa essere anche un prototipo estendibile e mutuabile della più ampia progettualità di messa in sicurezza del territorio nazionale, da “Casa Italia” a “Italia sicura”.

Le fasi dell'emergenza, ancora pienamente in atto, si sono contraddistinte per la generosità, lo spirito di solidarietà e la capacità di unirsi tutti nel far fronte ai problemi, ma non sono mancati limiti nell’uniformità della risposta organizzativa e nell’adozione di una strategia chiara che ispirasse anche la fase di emergenza, su cui mi pare si stia opportunamente correggendo il tiro. Se vogliamo ricostruire in situ città e borghi più belli e resistenti di prima, come si è detto da parte di tutti, dobbiamo articolare una risposta anche nell’emergenza che risponda alle differenti esigenze delle persone e delle attività, che non “deporti” altrove intere comunità, che non le disperda, ma le tenga il più possibile unite e soprattutto che non recida anche quelle piccole ultime radici su cui può e deve poggiare la rinascita dei luoghi.

Questo si fa con un ventaglio di risposte (appartamenti agibili e sfitti, luoghi pubblici attrezzati, aree di protezione civile, moduli abitativi provvisori, etc.), in cui gli alberghi della costa adriatica possono assolvere una parte del problema, ma non rappresentare l’unica soluzione, come se per sei mesi la vita si potesse sospendere. Pensiamo al fatto che ciascuno dei paesi colpiti dal sisma, almeno nella provincia di Macerata, la più colpita delle Marche, ha da dopo il terremoto del 1997 una piazzola di protezione civile e un’elisuperficie. In quelle piazzole sarebbe dovuta rimanere attrezzata e manutenuta dai Comuni una cittadella per l’evenienza di un nuovo sisma, perché il terremoto non viene una volta soltanto. Dovremmo pensare per il futuro che forse non basterà ricostruire ancora una volta, meglio e più bello di prima, ma che delle aree attrezzate debbano comunque rimanere non solo a monito, ma fruibili e manutenute dalle comunità locali.

Il Governo ha dato ampie rassicurazioni e approvato decreti tempestivi e coerenti, tuttavia il lavoro di ricostruzione che si prospetta per un ampio territorio, tra i più suggestivi e ricchi dell'Appennino centrale, immane e pesante. Il riconoscimento di tutta l’area che sarà ricompresa nel cratere aggiornato come area di crisi complessa e non complessa mi pare il minimo che si possa fare da parte dello Stato e delle Regioni.

Cambiano, pertanto, le priorità delle regioni dell'Italia Centrale: non recidere innanzitutto le pur deboli radici della rinascita possibile (attività produttive e scuole); mettere in sicurezza antisismica le città e i borghi, avvalendosi di tecnologie, competenze adeguate, scelte di adeguamento sismico rigorose; chiamare un’intera generazione di professionisti, giovani laureati, a fare rivivere una delle parti più belle dell’Italia e del mondo.

Da questo punto di vista, la stessa progettualità di “Casa Italia” per essere una cosa seria deve superare le modalità con cui, in un Paese che ha drammatiche priorità, si è operato finora. Ricordiamo tutti il click per selezionare i progetti dei 6000 campanili, oppure la gara a chi manda più mail nella speranza di veder finanziato il proprio progetto riguardante un bene culturale segnalato a bellezza.it, oppure la dispersione d’interventi sull’edilizia scolastica, oppure i “Monument’s men” per salvare il patrimonio culturale internazionale, mentre le sovrintendenze venivano ridotte al lumicino, impossibilitate a poter garantire il mero puntellamento o il recupero dei beni di casa nostra!

O “Casa Italia” è un piano pluriennale, inter-generazionale, serio che approccia secondo una logica di priorità un problema endemico del nostro Paese, cominciando dalla “fascia sismica 1” che riguarda tutto l’Appennino, oppure siamo di fonte all’ennesima operazione spot. Di questo dovrebbe farsi portavoce INU che ha elaborato un proprio “Progetto Paese”, da cui mi auguro non siano disgiunti i temi della cura e della manutenzione del territorio, oltre a quello della tutela del paesaggio, del consumo di suolo zero, del “costruire sul costruito” e delle azioni di riqualificazione e rigenerazione urbana.

Le questioni poste dal sisma segnano, di fatto, anche una profonda discontinuità con quelle progettualità che hanno finora ispirato un’idea di tutela, promozione e sviluppo della dorsale d’Italia: Appennino Parco d'Europa (APE) o la Carta di Fonte Avellana; ma anche la stessa Strategia Nazionale delle Aree Interne, che richiede una rivisitazione-rimodulazione. In questo caso, ad esempio, è ancor più necessario l’investimento nei servizi essenziali (Scuola, Sanità, Mobilità, Accessibilità), insieme però a progetti di sviluppo locali che accompagnino da subito il processo di ricostruzione e rinascita. Quel che sta in campo ormai è se c’è o no la volontà per un progetto effettivamente nazionale ed europeo d’investimento, ampio e organico, sull’abitabilità, il ripopolamento e lo sviluppo equilibrato e armonico di uno spazio maggioritario del territorio italiano.

Siamo, infatti, ormai oltre quanto finora immaginato per il cuore dell’Italia. Il tema della sicurezza antisismica e del territorio dovrà innervare qualsiasi iniziativa, intervento o investimento che riguardi le zone dell’Appennino;  non ci sarà futuro per l’Appennino senza produzione, sicuramente sostenibile e innovativa, soft o light quanto si vuole, ma produzione (non solo la parola magica del “turismo”); inoltre, la polarizzazione verso le città rischia di rendere ancor più periferiche le aree rurali ed interne e questo, nella situazione determinatasi, potrebbe assumere per esse il segno dell’irreversibilità. A queste sfide si può far fronte soltanto con un Progetto Paese e un protagonismo dell’Europa.

Le Regioni coinvolte sono chiamate a riscrivere il rapporto tra sviluppo e paesaggio: strumenti paesaggistici, urbanistici e di governo del territorio coordinati nell’ambito della macroregione; rete delle città e delle città intelligenti guidata da un approccio integrato, perché nella macroregione non c’è “città” che non abbia un “contado” e che non sia tale proprio in funzione del rapporto di reciprocità che ha con il territorio circostante, anch’esso 2.0; politiche regionali di accompagnamento alla ricostruzione, anche utilizzando la prossima rimodulazione di metà termine dei fondi strutturali 2014-2020.

Politica del paesaggio, reti delle città e aree rurali, infrastrutture materiali e virtuali, evoluzione dei sistemi di sviluppo locale, ruolo delle autonomie funzionali (Banche, Camere di Commercio, Università), delle autorità di gestione, delle agenzie di ricerca, conoscenza e innovazione tecnologica, dei gestori di servizi pubblici a rilevanza industriale e a rete, possono essere gli ambiti di un impegno comune macroregionale.

Su questo il confronto con i grandi gestori di servizio nazionali (Enel, Anas, Ferrovie, Telecom, Autostrade, etc.) può avvenire più agevolmente se in ambito di macroregione si condividono obiettivi, percorsi e progetti comuni. Penso ai Piani telematici e digitali, alle scelte energetiche, alle “incompiute” ferroviarie, come la Orte-Falconara o alla necessità di rendere minimamente agevole la percorrenza ferroviaria Ancona-Perugia-Firenze. Lo stesso dicasi per quel che concerne il confronto a livello europeo non solo in vista della programmazione post 2020, ma della prossima rimodulazione di mezzo termine delle risorse 2014-2020, della possibilità di attivare il “Fondo Grandi Catastrofi” per l’emergenza post-sismica e la prevenzione, e dell’idea di fare di “Casa Italia” e dell’Appennino una grande piattaforma di progetto a valere sulle risorse del Piano Juncker, tenendo gli investimenti che creano crescita e occupazione fuori dal Patto di Stabilità europeo.

Hic Rodhus, hic salta! La situazione contingente ci obbliga ad alzare l’asticella delle nostre ambizioni. D’altra parte, senza neppure la capacità di osare del pensiero, non ci resterebbe che scomparire.

 




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25 ottobre 2016
DOMENICA 30 ottobre 2016: “A PIEDI, LUNGO LO SNODO CRUCIALE DELLA VIA DRITTA TRA ROMA E LORETO”.

 

Domenica 30 ottobre le città di Camerino e San Severino Marche saranno nuovamente legate da una strada che ha segnato indissolubilmente la loro storia religiosa, economica e culturale, e che solo nei decenni più recenti è stata completamente abbandonata: quella che per molti secoli aveva rappresentato lo snodo cruciale della “via dritta”, ovvero un asse strategico che collegava il santuario di Loreto e la capitale pontificia.

Sulla scia di accurate ricerche storiche, i membri delle sezioni camerte e settempedana del CAI,  lo hanno individuato e il mattino di domenica 30 ottobre guideranno fedeli, turisti, appassionati di  trekking lungo un tracciato di rara bellezza sotto il profilo paesaggistico, artistico, ambientale: quello che da porta Malatesta in Camerino conduce a Renacavata e Torre Beregna da un lato; e, dall’altro, quello che da San Severino conduce a S’Eustachio in Domora, Torre Beregna e il Convento di Renacavata che, come è noto, fu teatro della Riforma cappuccina.

All’iniziativa, promossa dall’Università di Camerino, aderiscono i Comuni di San Severino, Camerino, Serravalle di Chienti, Spoleto, Treia, Castelraimondo, Pioraco, le Unioni Montane camerte e settempedana, l’Ordine dei Cappuccini, le Clarisse di Camerino, gli Scouts, Legambiente. Il Consiglio Regionale delle Marche la sostiene con il suo patrocinio. Da Camerino si parte alle ore 9: il luogo di raccolta è sottostante Porta Malatesta (l’antica porta San Giacomo, in direzione di Roma e della Francigena); attraversando il centro storico e raggiunta la Porta Santa e San Venanzio, si uscirà attraverso Porta Felillo (altra antichissima porta medievale), quindi si raggiungeranno i Ponti, Renacavata, Torrone, Torre Beregna, e di nuovo Renacavata. Da San Severino si partirà alle 8 dalla chiesa di Sant’Agostino quindi, raggiunte le Grotte di Sant’Eustachio, ci si dirigerà verso il rifugio Manfrica, Torre Beregna e Renacavata. Nel Convento dei Cappuccini si condividerà il pranzo attorno alle 13,30.

Il “cammino”, che si svolgerà anche in caso di maltempo, figura nell’Anno Nazionale dei Cammini, “Orme di bellezza 2016”, ed è solo il primo di una serie di appuntamenti analoghi, il più importante dei quali si svolgerà in primavera, allorché verrà percorso tutto l’itinerario da Roma a Loreto lungo quella che la ricerca storica ha ormai accertato essere il più antico tracciato della via romano-lauretana e che le fonti definiscono significativamente la “via dritta”, cioè la più breve, in funzione per tutta l’età medievale e che soltanto sul finire del Cinquecento verrà sostituita dalla “via nova”, che passava per Muccia e la Val di Chienti, fino a Macerata, Recanati e Loreto.

Le cittadinanze di Camerino e San Severino e quelle dei centri limitrofi, studiosi e appassionati sono invitati a partecipare alla riscoperta di un itinerario impresso nei documenti, nelle cronache, nel paesaggio, che ha segnato in modo determinante l’economia, la cultura, la società di tanta parte del territorio appenninico e dell’Italia centrale, sostenendone coesione e sviluppo.   

 




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3 ottobre 2016
Il convento di Renacavata e l'antica via romano-lauretana

CAMERINO_Ormai è inoppugnabile. Quel che la ricerca storica ha restituito, scavando negli archivi e tra i documenti, trova un’ulteriore conferma nell’architettura e nella disseminazione degli edifici sacri e non. L’antico tracciato della via romano-lauretana, che collegava i due centri religiosi più importanti di Roma e Loreto, passava per Spoleto, Colfiorito e Camerino e da qui, per la “via di Beregna”, raggiungeva San Severino e la valle del Potenza. Era quella che le fonti chiamano “via dritta”, cioè la più breve, in funzione per tutta l’età medievale e che soltanto sul finire del Cinquecento verrà sostituita dalla “via nova”, che passava per Muccia e la Val di Chienti, fino a Macerata, dove poi si dirigeva verso Recanati.

E’ questo il contenuto del libro pubblicato dal Consiglio Regionale delle Marche che raccoglie gli atti del convegno del 30 Ottobre 2015 tenutosi a Camerino per iniziativa della Scuola di Giurisprudenza del locale ateneo e presentato nei giorni scorsi nel convento dei Cappuccini di Renacavata.

Perché proprio in questo luogo? Ecco il secondo elemento frutto della ricerca più recente. A Renacavata esisteva una domus hospitalis che poi fu ampliata dalla duchessa di Camerino Caterina Cybo Varano per dare una degna sede all’appena riconosciuto Ordine dei Cappuccini (1528), nato sotto la sua protezione e intercessione presso l’allora pontefice Clemente VII e che poi ha avuto un’estensione mondiale, divenendo tra l’altro custode della Santa Casa di Loreto fino ai nostri giorni.

La costruzione della sede in quel luogo, già con ogni probabilità punto di sosta ed accoglienza per i pellegrini, non sarebbe dunque casuale.

Di tutto questo si è discusso con gli interventi di Giuliano Pinto, professore emerito dell’Università di Firenze, che ha presentato il libro frutto delle ricerche sulla viabilità d’epoca medievale di Emanuela Di Stefano e delle ricercatrici dell’Università di Camerino Tiziana Croce e Catia Eliana Gentilucci; dell’arcivescovo di Camerino - San Severino Marche, Francesco Giovanni Brugnaro, dell’esperto di Cammini e consulente del Ministro della Cultura e del Turismo, Paolo Piacentini, del cardinale Edoardo Menichelli. L’incontro, a cui ha partecipato un numeroso pubblico, è stato presenziato dal Pro Rettore Unicam, Claudio Pettinari, dal direttore della Scuola di Giurisprudenza, Antonio Flamini, dal padre guardiano del convento, fra Giampiero Maria Cognigni e coordinato da Daniele Salvi, capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio regionale (il volume è scaricabile dal sito www.consiglio.marche.it alla sezione Pubblicazioni-Quaderni, n. 211).

Presenti numerosi coautori del libro ed i rappresentanti delle Amministrazioni locali di Camerino, Pioraco, San Severino e Treia. Al termine del convegno è stato possibile per gli intervenuti visitare il Museo storico dei Cappuccini e gustare l’ospitalità proverbiale dei frati. I prossimi passi, finalizzati a tradurre concretamente i risultati della ricerca storica, riguarderanno l’organizzazione della camminata dal convento di Renacavata alle Grotte di Sant’Eustachio in Domora nei pressi di San Severino Marche in collaborazione con il CAI e Legambiente. L’obiettivo dichiarato è l’inserimento dell’intero tracciato Spoleto - San Severino via Camerino nei programmi di turismo religioso legati ai Cammini, su cui il Ministero della Cultura e del Turismo sta investendo convintamente.  

 




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31 agosto 2016
LETTURE FERIALI

Le ferie sono trascorse con il piacere di alcune letture che sinteticamente vi segnalo. La prima ha riguardato il manifesto politico del candidato alla segreteria nazionale del Pd Enrico Rossi: “Rivoluzione socialista”, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 141. Apprezzabile lo sforzo di Rossi di tradurre in proposta politica l’analisi ormai convergente di diversi pensatori ed economisti sulla crisi economica, sociale e democratica, nata dalla finanziarizzazione dell’economia globalizzata, dallo strapotere delle multinazionali, dall’aumento delle diseguaglianze, a partire da quella tra redditi da capitale e da lavoro. Rossi unisce a proposte coraggiose, imperniate intorno ad una rilettura aggiornata del nesso tra questione sociale e questione democratica, l’esperienza dell’amministratore pubblico che gli consente di dare concretezza ad un ragionamento che sulla scia di Sanders, Corbyn e Honneth tenta di dare nuova sostanza e immagine alla parola “socialismo”.

La seconda è una raccolta di scritti di Alex Langer: “Non per il potere”, Chiarelettere, Milano 2016, pp.  150. A circa vent’anni dalla sua scomparsa, colpisce l’attualità delle riflessioni di Langer sulla conversione ecologica dell’economia e della società, sulla convivenza etnico-culturale, sulle contraddizioni della crescita, sulle diseguaglianze tra ricchi e poveri, sul dilemma tra tutela dell’ambiente e della salute e difesa del lavoro, sul ruolo della cooperazione internazionale, il razzismo, la pace, l’Europa. Figura molto originale, figlia del crogiulo culturale della realtà sudtirolese, Langer tiene costantemente viva una riflessione critica sul modello di sviluppo capitalistico, anche quando la fine del socialismo reale e la caduta del muro di Berlino faranno parlare altri di “fine della storia”. Si sforza di rendere l’ambientalismo una politica che abbia presa nella reltà e nei convincimenti dei cittadini, che sia cioè “socialmente desiderabile”, per combattere la deriva consumistica degli anni Ottanta e Novanta. Molte sue riflessioni laiche trovano oggi un’eco religiosa nelle parole di Papa Francesco sulla necessità di una “ecologia umana”.

La terza è una raccolta di articoli di Roberto Mancini: “La rivolta delle risorse umane. Appunti di viaggio verso un’altra società”, Pazzini Editore, Rimini 2016, pp. 131. Titolo forte e contenuti coraggiosi in un libro che condensa la visione etica e non violenta di un’altra società e di un’altra economia. Radicale è la critica del capitalismo nella sua versione neoliberista e finanziarizzata, così come la fondazione di una antropologia “sostenibile” su cui basare la ricostruzione di un agire corale che si rivolge preferenzialmente a movimenti, gruppi, realtà più o meno organizzate, a cui viene affidato un nuovo progetto per l’Italia e un diverso programma per l’Europa. Mancini delinea le caratteristiche di una “economia degli equilibri”, che cerca di tradurre il valore della fraternità e sororità in maniera concreta, oltre l’egoismo liberale e l’egualitarismo del socialismo reale. Non smarrisce mai il primato della politica rispetto all’economia, ma sottolinea la necessità di una rifondazione della politica, che per non essere mera deriva personalistica collusa con l’economia della finanza deve attingere la sua motivazione profonda ad una sorgente ideale o spirituale che ci precede. Per Mancini occorre, quindi, tenere fede alla promessa e ritenere che il tempo dell’esodo verso una trasformazione dell’economia e della società sia già iniziato. All’uomo spetta di essere, insieme ad altri, lievito della storia, di una storia possibilmente diversa.

Infine, due letture più leggere che mi limito soltanto a indicare. Per chi ama la poesia Vittoria Fonseca: “Una giumella di senso”, Supernova Edizioni, Venezia 2013, pp. 98. Per chi ama i romanzi storico-biografici Edgarda Ferri: “Piero della Francesca. Storia e misteri del maestro della luce”, Mondadori, Milano 2001, pp. 308. Tutto qui, poi è arrivato il terremoto…ma questa è un’altra storia!

 




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8 agosto 2016
UN VIAGGIO TRA L’UMBRIA E LE MARCHE

Ora che l’apertura della SS77 faciliterà i flussi turistici nel nostro territorio, cosa che sta già avendo un riscontro nella stagione balneare, dovremo fare in modo che il fascino di antichi percorsi e antiche città d’arte possa essere meglio conosciuto e gustato. Non è nel nostro destino, infatti, diventare meta di un turismo di massa, ma è altrettanto certo che non possiamo rimanere così come in quel 1862 quando Umbria e Marche furono la destinazione preferita di un inglese colto e innamorato dell’Italia, Thomas Adolphus Trollope (1810-1892).

Autore di circa sessanta volumi fra viaggi, storia e romanzi, fiorentino d’adozione, liberale partecipe delle sorti del processo risorgimetale dell’Italia, Trollope viaggiò in compagnia di un amico tra Umbria e Marche all’indomani della conquistata unità e indipendenza della Penisola, non mancando di esprimere il suo favore per quanto stava avvenendo e la sua voce critica rispetto allo stanco e chiuso governo pontificio delle due regioni, oltre che verso un uso persistentemente superstizioso della religiosità.

“Un viaggio quaresimale in Umbria e nelle Marche”, a cura di Alberto Sorbini, Editoriale Umbra, Foligno 2015, pp. 281, è il resoconto del tragitto percorso nell’arco di quaranta giorni da Trollope, il quale, partendo da Firenze e quindi da Arezzo, attraversa Città di Castello, Fratta (l’odierna Umbertide), Gubbio, Perugia, Assisi, Foligno, Colfiorito, Serravalle, Camerino, Tolentino, Macerata, Corridonia, Fermo, Porto di Fermo, Porto Recanati, Loreto, Recanati, Osimo, Ancona, per poi finire a San Marino e da lì fare ritorno a Firenze.

Si tratta di un viaggio particolare, che risponde alla precisa volontà dei due viaggiatori di muoversi lontano dalle mete consuetudinarie e preconfezionate, tipiche dei turisti europei che allora (come oggi) venivano in Italia. L’obiettivo è quello di andare alla scoperta di realtà poco conosciute, ma di cui la storiografia erudita, di cui il Trollope era conoscitore alquanto informato, abbia conservato un ricordo importante. La preferenza è riservata al periodo medievale e rinascimentale, visti come momenti da cui è possibile attingere ancora il senso di libertà, grandezza e ricchezza di cui l’Italia fu protagonista. Rispetto al periodo classico, pre-romano e romano, le cui vestigia troppo lontane nel tempo non riescono più a trasmettere analoghi sentimenti, e a quello moderno, purtroppo tragico per il nostro Paese per via della sudditanza e della divisione della nazione, Trollope predilige la vitalità dei Comuni e lo splendore delle Signorie, anche quando la loro storia è permeata di violenza. Si capisce dalla lettura del libro che un particolare fascino producono, in linea con il gusto romantico e la cosiddetta estetica del “pittoresco”, allora prevalente, proprio quelle città che furono culle d’arte, di commerci e del potere politico, di cui ancora è visibile il “potere del denaro”, spesso ridotto a rudere coperto di natura selvaggia, e che appaiono all’indomani della fine del potere papale chiuse in se stesse, lontane dall’industrialismo avanzante e quasi addormentate.

Dice Trollope: “Non si può negare che la popolazione accogliesse volentieri l’avvento del potere clericale, come un miglioramento decisivo rispetto a quello dei signori locali. Nondimeno è un fatto piuttosto evidente ed istruttivo che in ogni caso i giorni turbolenti di questi principi minori siano stati per ogni città i giorni gloriosi della prosperità, a cui si guarda ancora con orgoglio e alle vestigia dei quali si continua a guardare come l’unico titolo per reclamare un posto accreditato e riconosciuto nella storia della civiltà mondiale”. Mentre ora: “il cambiamento prodotto dalla nuova libertà di parola, che si sta diffondendo rapidamente nel carattere sociale e morale degli italiani, è uno dei risultati più affascinanti e validi del nuovo ordine delle cose nella Penisola”, oltre che il motivo di un maggiore dinamismo e sviluppo.

Città di Castello, Gubbio, Camerino, Fermo sono le città che conquistano maggiormente l’attenzione e richiamano la conoscenza storica del Trollope, anche nell’ottica dell’originalità, esclusività ed autenticità del percorso e dei luoghi. Esse sono anche le città dei Vitelli, dei Montefeltro-Della Rovere, dei Da Varano e degli Euffreducci, sulle cui vicende indugia il racconto. Ancona, poi, segna la differenza nella percezione del viaggiatore tra queste città nobili, ma decadute, e una città moderna, meno attraente, ma frenetica.

Di Camerino, che pure in quegli anni perdeva lo status di Delegazione pontificia, si nota come “l’ordine e la tranquillità sono stati più dannosi per la città della tirannia burrascosa degli antichi signori locali” e come i suoi abitanti fossero a tal punto legati alla storia patria, cioè alla storia municipale, da essere impossibile acquistare da loro, pur a buon prezzo, la “Storia della città di Camerino” del Lilii, gelosamente conservata. Benchè il Trollope percorra l’intera valle del Chienti e larga parte della cosiddetta via Lauretana, è importante notare come ancora nel 1862, quando ormai la “via nova” della Muccia era una realtà consolidata, salire alla città di Camerino rappresentava una tappa quasi obbligata.

Vale la pena, inoltre, ricordare come egli riconosca alla storia erudita grande importanza, ritenendola nella condizione dell’Italia, paragonata a quella di un vetro infranto in tanti pezzi, una vera e propria storia di nazioni. Ma, allo stesso tempo, Trollope si prende gioco dell’ardore per la disputa e la polemica campanilistica, quando tratteggia un confronto tra Camerino e Macerata, similitudini e differenze, e ricorda la querelle tra accademici ed eruditi delle due città scoppiata nel 1777. Infine, egli avanza l’idea che la vicenda dei Da Varano meriti una storia al pari di quella del Denniston per i duchi di Urbino, ma possiamo dire con ragione che, nonostante i progressi, oltre 150 anni non sono bastati a vederla realizzata.

Altri particolari interessanti del racconto di viaggio riguardano la capacità di descrivere il paesaggio, il gusto di percorrere tracciati imprevisti con mezzi appena sufficienti, l’acutezza nel descrivere personaggi, usi e costumi, non ultimi quelli enogastronomici, l’interesse per le tracce dell’orgoglio e della ricerca della propria libertà rinvenibili nella storia delle varie municipalità, per quanto pur sempre suddite di un signore o del Papa-Re, e da ultimo la testimonianza del saccheggio sistematico di opere d’arte che ha interessato nei secoli anche le città di questa parte “in ombra” del Rinascimento italiano.

Dalla lettura di questo resoconto di viaggio, opportunamente tradotto in italiano, la mente viene sollecitata da tanti spunti e idee per una valorizzazione del territorio tra Umbria e Marche, meta ideale di un turismo slow ed emozionale. Solo che lo vogliamo.

 

Daniele Salvi

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/8/2016 alle 6:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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