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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
28 marzo 2020
SE IL MONDO NON RITROVA UNA MISURA

Chi poteva prevedere che ci saremmo trovati in questa situazione? Ma, specularmente, chi non percepiva  che qualcosa sarebbe accaduto? Il mondo ha perso da tempo la sua misura e il nuovo secolo sin dal fatidico 11 settembre del 2001 ci ha consegnato una sequenza di crisi che non sono il frutto di una condanna sovrannaturale, ma della “piega” umana, troppo umana, che esso ha assunto.

La globalizzazione degli uomini, delle merci e dei capitali, ma non altrettanto dei diritti delle persone e della tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, sta presentando il conto: conflitti regionali in aumento, terrorismo internazionale di matrice fondamentalista, crisi finanziarie che sono poi diventate economiche e sociali, crescita delle disuguaglianze, crisi migratorie, crisi climatiche e ora epidemico-pandemiche.

L’esasperata competizione internazionale tra grandi aree del mondo, che ha giustificato se stessa promettendo ai rispettivi popoli crescita illimitata e ricchezza per tutti, si sta capovolgendo nel suo contrario, mettendo ciascun individuo, il più debole in primis, di fronte alla problematizzazione delle esigenze primarie del vivere: l’incolumità personale, la precarietà lavorativa, la vivibilità degli ambienti, la salute fisica.

Le reazioni a tutto ciò sono istintivamente difensive e di chiusura e su questo prosperano sovranismi e populismi, i quali nel mentre ingannano le opinioni pubbliche dei loro paesi, agitando risposte improntate al primatismo nazionalistico e per ciò stesso frammentario e impotente, lasciano del tutto indisturbate le potenze transnazionali che oggi accumulano ricchezze stratosferiche e che possono continuare a farlo liberamente.

La crisi determinata dall’epidemia di coronavirus, per la repentina dimensione globale che sta assumendo e per il drastico cambiamento di costumi e stili di vita che sta richiedendo a ognuno, rappresenta di certo uno spartiacque di cui è ancora oggi difficile immaginare le conseguenze a medio e lungo termine.  

Un fatto è certo, però: la campana è suonata per tutti e stavolta in maniera molto più scandita e forte rispetto a tutte le crisi precedenti. Basterà questo per imprimere un cambio di direzione al mondo che ha perso ogni misura? C’è da augurarselo, ma anche da sperare che per questo obiettivo si agisca con coerenza e determinazione e che l’Europa, in linea con la sua storia, prenda in mano questa bandiera.

Anche perché come ha sostenuto David Quammen, l’autore di Spillover, il profetico libro del 2012 sulle epidemie: “Le nuove infezioni di zoonosi diventeranno più frequenti e pericolose se la popolazione umana, il consumo e la distruzione degli ecosistemi selvatici continueranno a crescere. Sì, penso proprio che questa sia una possibilità concreta”. Fino al “The Big One”, il virus che potrebbe fare non solo il salto di specie, ma anche il salto di qualità rispetto alle capacità di resistenza umana.

E siccome questo problema, a differenza di altri, toccherebbe la vita di ciascuno, a prescindere dai livelli di sicurezza, reddito e protezione, ipotizzare un cambio di direzione potrebbe non essere soltanto un mero desiderio. Pensiamo che cosa potrebbe riservarci, ad esempio, la progressiva aggressione alle foreste pluviali come l’Amazzonia o quella che si annuncia prossima al Polo Nord liberato dai ghiacci.

Certamente nulla è scontato. “Io e la paura siamo gemelli”, sosteneva Thomas Hobbes, il filosofo della modernità politica, e non sappiamo quale aspetto della natura ambigua dell’uomo prevarrà. Il rischio è altissimo e la politica è chiamata a dare risposte straordinarie, cercando al contempo di governare le emozioni più ataviche.

Il World Population Prospects 2019 dell’ONU prevede che nel 2050, a fronte dei 9,7 miliardi di abitanti del mondo, i paesi più popolosi saranno: India, Cina, Nigeria, Stati Uniti, Pakistan, Indonesia, Brasile, Etiopia, Congo, Bangladesh. I maggiori paesi europei - oggi tra i primi dieci - si attesteranno tra il 22° e il 35° posto. Ciò pone dei problemi giganteschi, per l’Europa di tenuta del suo sistema economico e di welfare; per i paesi in esplosione demografica, di accompagnamento di questo processo mediante un uso sostenibile delle risorse e un’evoluzione delle società in senso democratico, nel rispetto dei diritti umani e con adeguati modelli di welfare.

Come ci insegnano le vicende di queste settimane, la storia può repentinamente cambiare il suo corso nella maniera più imprevedibile e le preconizzazioni più accreditate rivelarsi fallaci, ma che il “segno” della globalizzazione debba cambiare appare necessario e urgente, se vogliamo prevenire i rischi altissimi a cui l’umanità intera è oramai esposta.

Daniele Salvi

 

 

 

 




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25 marzo 2020
IL CUMULO DELLE MACERIE E IL BULBO DELLA SPERANZA

La scelta di trasformare l’ospedale di Camerino in Covid Hospital per fare fronte all’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus ha destato non solo in ambito locale incredulità, sconcerto e rabbia.

Mettere sulle spalle di chi ancora sta vivendo l’emergenza post-sismica anche l’emergenza sanitaria è sembrato ai più incomprensibile e ingiustificabile, considerando anche la fragilità delle comunità locali, che fanno parte di quelle con più alti indici di anzianità e di dipendenza delle Marche.

La repentinità della decisione, assunta senza nessun coinvolgimento dei livelli locali, e la non univocità delle ragioni tecniche addotte, che avrebbero potuto far propendere in prima battuta per un ampliamento e rafforzamento delle strutture di terapia intensiva e rianimazione esistenti negli ospedali maggiori della provincia, hanno fatto nascere il dubbio che si stesse cogliendo l’occasione dell’emergenza per attuare un piano di smantellamento del presidio ospedaliero, in vista di più o meno ravvicinati scenari di ulteriore razionalizzazione, a discapito delle zone montane più bisognose di servizi, specie dopo quanto successo nel 2016/2017.

Non è mio compito, né ho potere in merito, ma mi sento di dire ai cittadini di Camerino e del territorio dell’entroterra che questa ipotesi è priva di fondamento, non solo perchè la Giunta regionale ha già deliberato che superata l’emergenza i servizi attualmente dislocati su altri plessi ritorneranno nel nosocomio camerte, ma soprattutto perché vorrebbe dire che su tutto quanto si è detto in questi anni in materia di Aree interne e di rilancio del territorio colpito dal sisma si è scherzato, e questo francamente sarebbe troppo.

L’accessibilità ai servizi sanitari è, infatti, una delle condizioni fondamentali del diritto di cittadinanza per chi vive nelle Aree interne, e l’ospedale di Camerino assolve più di qualsiasi altro a livello regionale a questa esigenza in considerazione della morfologia e dell’estensione dell’entroterra montano della provincia di Macerata, il più vasto delle Marche.

Detto questo, resta il fatto che l’emergenza sanitaria è inedita e straordinaria, ha caratteri planetari, investe l’intero Paese e tutta la nostra regione e non si può reagire ad una scelta discutibile dicendo che così si porta il contagio dove non c’è o che si arreca un danno al turismo o ai servizi. Il danno lo sta vivendo l’intero Paese, nessuna realtà esclusa, e ciascuno è chiamato a fare la propria parte e a dare il proprio contributo.

A Camerino è stato chiesto di assolvere ad una funzione provinciale e regionale, perché a differenza di altre strutture sanitarie è un ospedale con la H, ha cioè servizi per le acuzie proprio negli ambiti specialistici richiesti e per le sue dimensioni era convertibile con rapidità alla nuova e temporanea finalità. Tra l’altro, anche se fosse stato lasciato fuori in prima battuta, sarebbe sicuramente entrato nel novero delle strutture ospedaliere destinate all’emergenza, visto l’evolversi degli eventi.

Ciò non toglie che alla città e al territorio sia stato chiesto un sacrificio ulteriore, a cui sono sicuro sapranno rispondere come è nella tradizione di comunità resilienti alle emergenze. Che poi debba venire da chi ha già ampiamente dato prova in tal senso, l’esempio che induce altre ben più importanti città a fare la propria parte, è un tipico modo di essere di queste nostre Marche, terra spesso avara e poco riconoscente, che la politica dovrebbe correggere piuttosto che assecondare.

Altresì, possiamo essere certi che non basta dire “andiamo con l’Umbria” per risolvere i nostri problemi, perché essa non ci garantirebbe – se non strumentalmente e per il tempo necessario all’acquisto – i servizi che già abbiamo. Quel che bisogna cambiare è, invece, un approccio opportunistico alle problematiche dell’entroterra.

Ad esempio, si dice ogni volta che la diffusione della banda larga e del digitale consentirebbe di svolgere attività e servizi anche nelle aree disagiate, ma poi questo non ha impedito che la razionalizzazione dei servizi progredisse nella stessa maniera dell’epoca taylorista, con buona pace dei proclami sulla ripolarizzazione degli investimenti, necessaria per dare forma ad uno sviluppo più equilibrato e sostenibile, e dell’efficienza auspicata, come dimostra la vicenda del Tribunale provinciale.

Andiamo allora avanti, cari amici, a testa alta e con tenacia, come sappiamo fare. Vinceremo anche questa sfida. Facciamo di questa esperienza l’occasione per servire il Paese, affinare le nostre competenze in un ambito medico e scientifico che avrà grande sviluppo e dimostrare che il sacrificio deve essere riconosciuto e valorizzato. Se poi così non sarà prenderemo atto anche di ciò, senza disperare. Perché - come diceva il poeta – è sotto il cumulo delle macerie, che c’è il bulbo della speranza.

Daniele Salvi




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23 gennaio 2020
STATO E MERCATO: IL CAMBIAMENTO CHE SERVE

C’è qualcosa che sta cambiando sotto la pelle del Paese e che sta trovando via via espressione nella politica economica del Governo in carica. A cavallo dell’anno in due interventi su quotidiani nazionali, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e uno dei padri del centrosinistra Romano Prodi sono intervenuti, delineando un ruolo nuovo dell’intervento pubblico in economia, in particolare nelle politiche industriali.

Senza scomodare teorizzazioni astratte o riabilitazioni di un passato improponibile, entrambi hanno parlato della necessità di “un nuovo modello di politica industriale che veda il concorso delle politiche pubbliche e degli attori privati” (Gualtieri) e di “una profonda cultura e visione industriale”, capace di operare “in sinergia con robuste partecipazioni private” (Prodi).

Gli effetti prolungati della crisi economica e le sensibili difficoltà del nostro Paese nel rilancio della crescita richiedono di ripensare il ruolo dello Stato nella sfera del mercato, in termini circoscritti, innovativi, efficaci e rigorosi. Nonostante il persistente influsso del pensiero mainstream nei luoghi decisionali dell’economia e della finanza, nelle accademie e tra i commentatori economici, quel che si sta facendo strada lentamente è una nuova visione critica dell’economia, che nel caso del nostro Paese non può che partire da quanto successo negli ultimi trenta anni.

In un articolo pubblicato sulla rivista Marca/Marche (n. 13/2019), Franco Amatori fa un rapido excursus su “Impresa e industria in Italia negli ultimi trent’anni” e il bilancio è assolutamente problematico. Non si può certo rimpiangere lo Stato che produceva latte e panettoni, né l’intreccio perverso e corrotto tra politica ed economia, tantomeno si può sottovalutare il livello raggiunto dal debito pubblico italiano, ma occorre anche dirsi con tutta sincerità che la stagione delle privatizzazioni è stata deludente ed ha aperto dei vuoti che il capitalismo italiano non è stato capace di colmare.

Quella stagione - come sostiene Amatori - ha rappresentato “la Caporetto della grande imprenditorialità privata”, che non è riuscita, a fronte di occasioni anche molto vantaggiose, ad irrobustire il tessuto produttivo nazionale, né a renderlo competitivo nel nuovo scenario della globalizzazione. Ciò ha anche a che fare con l'insufficiente evoluzione del mercato europeo, in termini di apertura, integrazione e coordinamento delle politiche economiche, ma vi è uno specifico italiano che risalta in alcune vicende che il Governo è attualmente impegnato ad affrontare.

Mi riferisco, in particolare, ad Autostrade e Ilva: due settori strategici, la rete della mobilità su gomma che collega l’Italia al proprio interno e con il resto d’Europa, e l’impianto di produzione di acciaio più grande d’Europa. L’una è andata ad alimentare una solida posizione di rendita con forti impieghi finanziari e scarsa attenzione per gli investimenti e le manutenzioni; l’altro è finito nelle mani, prima, di un soggetto inadeguato a gestire la complessità del sito di Taranto, Riva, poi, di una multinazionale, Arcelor Mittal, che come molte altre ha ritenuto lo shoppingnel nostro Paese facile e conveniente.

Lo shopping, appunto, ovvero l’altra faccia della medaglia del mancato rafforzamento del tessuto produttivo nazionale che ha aperto la strada a numerose acquisizioni di imprese leader da parte di gruppi e fondi esteri: moda, alimentare, meccanica, chimica, banche, istituti finanziari. “Siamo divenuti il ventre molle della nuova concorrenza internazionale”, ha tuonato Prodi. E poi le concessioni che - secondo una recente relazione della Corte dei Conti - godono di condizioni che avvantaggiano il privato e danneggiano lo Stato, frutto di una politica subalterna all’economia.

Insomma, lo Stato regolatore si è dimostrato del tutto insufficiente e per certi aspetti illusorio, mentre lo Stato azionista innovatore deve entrare in campo per orientare in senso strategico imprese che operano in settori cruciali per lo sviluppo del Paese: energia, mobilità, reti, telecomunicazioni, settori di frontiera come l’aereospaziale, la robotica e l’intelligenza artificiale o settori più tradizionali come la siderurgia che devono evolvere verso la sostenibilità ambientale e non possono farlo senza una tutela reale dell’interesse pubblico, investimenti rilevanti e uno sguardo di medio periodo. L’importante è “mettere le aziende in mani sicure”, come diceva Alberto Beneduce, e cercare d’interpretare il Green New Deal inaugurato dalla nuova Commissione europea.

D’altronde, bisogna pure ammettere che le più importanti (poche purtroppo) multinazionali italiane sono ancora oggi società a partecipazione pubblica e che l’idea di abbattere il debito pubblico continuando sulla strada delle privatizzazioni vuol dire privarsi delle poche realtà rimaste, che invece garantiscono ottimi dividendi al bilancio dello Stato. Analogamente non è sciocco porsi il tema degli effetti industriali e dei costi sociali che in determinate condizioni produce un mancato intervento pubblico.

In un quadro di questo tipo, la presenza dello Stato può incoraggiare l’investimento privato e delineare un contesto industriale più solido, con realtà più forti, capaci non solo di resistere alle pressioni esterne, ma di affrontare meglio la competizione globale. Anche il mondo del cosiddetto “quarto capitalismo”, fatto di medie imprese internazionalizzate, che ci consentono di essere ancora la seconda manifattura europea, ma che accusano sempre più le turbolenze dei mercati, potrebbe giovarsene, potendo contare su maggiori certezze, le quali sono un ingrediente essenziale della crescita economica.

 

Daniele Salvi




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23 gennaio 2020
LETTURE DI FINE 2019

Nella seconda parte del 2019 ho fatto alcune letture che vorrei segnalarvi. Sulle prime due non mi dilungo, essendo state oggetto di un mio post su Facebook. Si tratta di Agnes Heller: “La verità in politica”, Castelvecchi, Roma 2019, pp.48, e di Massimo Adinolfi: “Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, Big Data e democrazia”, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 108.

Una terza riguarda la “Storia della città di Camerino”, Tip. V, Savini, Camerino 1895, del marchese Patrizio Savini. Dopo quella di Camillo Lilii, questa storia della città ducale - seppur sintetica - ci aiuta a capire il periodo che dalla devoluzione del 1545 va fino alla perdita della provincia con l’Unità d’Italia, con in mezzo la vicenda dell’occupazione francese e il terremoto del 1799. Pagine utili a capire passaggi cruciali nelle trasformazioni delle aree interne di un’ampia parte delle Marche.

La quarta lettura riguarda Antonio Funiciello: “Il metodo Machiavelli. Il leader e i suoi consiglieri: come servire il potere e salvarsi l’anima”, Rizzoli, Milano 2019, pp. 252. Dal Capo di Gabinetto di Paolo Gentiloni una riflessione sull’importanza di questo ruolo nell’ambito delle istituzioni e governo politico. Attraverso la ricostruzione di alcuni esempi tratti dalla storia e la descrizione delle caratteristiche peculiari, il ruolo di capo staff viene sottratto alla demagogia e restituito alla sfera delle competenze richieste per esercitarlo, indagandone il difficile rapporto con il potere, con la libertà e la verità.

La quinta lettura è di tutt’altro genere. Sono “I Fioretti di San Francesco di Assisi", nella edizione Nicola Zanichelli di Bologna del 1926. In occasione degli 800 anni della partenza di San Francesco dal porto di Ancona per incontrare il Sultano, anniversario che ha suscitato tanti studi e racconti per l’attualità che ancora oggi ha il gesto del santo improntato all’imprescindibilità del dialogo interreligioso, è utile una rilettura di questi brevissimi racconti in volgare, presunta opera del beato Ugolino da Montegiorgio, che racchiudono l’epopea del primo francescanesimo, che proprio nelle Marche ebbe il suo grande sviluppo.

La sesta lettura è un libretto che racchiude due conferenze su Platone tenutesi nella prima edizione del festival Kum che da qualche anno si svolge ad Ancona. Rocco Ronchi e Bernard Stiegler: “L’ingovernabile. Due lezioni sulla politica”, Il Melangolo, Genova 2019, pp. 77, prendono spunto dal tema dell’edizione del festival, il terremoto come emblema dell’ingovernabile che la politica è chiamata per sua natura a governare, in quanto forza ordinatrice della società. Ma come? Il rimando è alla platonica “virtù cibernetica”, cioè alla capacità di navigare il mare che per il filosofo è l’emblema dell’arte politica. Guidare la nave nel mare, per sua natura ingovernabile, vuol dire cercare di tagliare le onde, timonando secondo la propria volontà e il proprio obiettivo, oppure vuol dire assecondare l’ingovernabile, la forza delle onde, adattandosi ad essa? Forse entrambe le cose, ed è proprio per questo che la politica è una “arte”, “téchne” secondo i Greci, ossia un “sapere” che si muove tra la purezza dell’ideale e la magmaticità del reale e che deve evitare tanto l’illusione dirigista-tecnocratica, destinata a naufragare, quanto l’irrilevanza opportunistica, che finisce per lasciare ad un’altra “cibernetica”, quella dei numeri e degli algoritmi il governo reale delle cose.

La settima lettura è un altro denso libretto, scritto da Walter Cerfeda: “Discorso sull’economia nel tempo del sovranismo”, Il Raggio Verde 2019, pp. 117. Una riflessione militante che ha preceduto le elezioni europee di quest’anno, ma che ha il pregio di spiegare in maniera semplice e documentata quel che sta accadendo nell’economia globale, ovvero la “guerra commerciale” in atto, innescata dalla presidenza Trump, che va sotto il nome di “neoprotezionismo”, ma che in realtà è il tentativo degli USA di uscire dalla propria crisi economica e di leadership, riscrivendo bilateralmente i rapporti con tutti i propri maggiori partner commerciali. Una politica non condivisa nelle sedi del commercio internazionale (WTO), ma avviata unilateralmente, che si fronteggia con un'altra politica “imperiale”, quella di un paese non democratico, la Cina di Xi-Jinping, che s’ispira paradossalmente al libero mercato e al multilateralismo nelle relazioni internazionali. In mezzo a questo confronto-scontro, Cerfeda indaga anche la politica russa, quella nipponica e quella europea e ci fa capire cosa potrebbe succedere all’Italia se si continua ad accarezzare l’idea di uscire dall’euro.

L’ottava lettura è il libro di Maria Paola Merloni con Claudio Novelli: “Oggi è già domani. Vittorio Merloni vita di un imprenditore”, Marsilio, Venezia 2019, pp. 299. La biografia di uno dei maggiori imprenditori nazionali dagli esordi in famiglia con il padre Aristide e i fratelli Francesco e Antonio fino alla malattia e la morte che lo hanno messo fuori gioco anzitempo. Dalla fabbrica di gabbie per polli alla “multinazionale tascabile”, fino alle mancate alleanze con partner industriali che avrebbero potuto consentire di incidere nel futuro della propria creatura industriale. Interprete del cambio di paradigma degli anni Ottanta, presidente autorevole di Confindustria, protagonista dello scontro sulla scala mobile, la figura di Merloni viene ricostruita attraverso la sua totale dedizione all’impresa, la conoscenza minuziosa di ogni aspetto della organizzazione, produzione e commercializzazione dei suoi prodotti, la passione per l’innovazione, l’apertura internazionale e l’amore per le proprie radici fabrianesi, l’affabilità umana e relazionale. Il libro, in qualche punto un po’ celebrativo, si avvale delle testimonianze si coloro che lo hanno conosciuto da vicino e di elementi di scenario utili a capire l’Italia in cui Merloni è vissuto ed ha operato meritoriamente.

La nona lettura è un’altra biografia, Roberto Giulianelli: “L’economista utile. Vita di Giorgio Fuà”, Il Mulino, Bologna 2019, pp. 346. Un altro grande marchigiano narrato con completezza e metodo sapiente. Quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita di Giorgio Fuà e opportunamente la Fondazione a lui intitolata ha ritenuto che fosse venuto il tempo di dedicargli una biografia. Di Fuà, nella ricostruzione di Giulianelli, colpiscono alcune cose: a) una vita certo non facile, ma felice per le coincidenze che gli consentirono di scampare alla ferocia razzista, per gli incontri avuti, per la ricchezza delle relazioni coltivate e per la qualità delle stesse; b) il mancato incontro con Olivetti, cioè l’attrazione di Fuà per l’imprenditore, l’intellettuale, il politico, il filosofo e il “profeta”, che non si trasformerà però in collaborazione piena. Un aspetto questo che sembra essere una costante del suo percorso e del suo impegno intellettuale e pratico. Sarà così anche con Mattei all’ENI; c) l’alto senso di autonomia intellettuale e d’indipendenza che deve ispirare la ricerca, l’analisi dei problemi e la loro risoluzione; d) l’impegno espresso in terra marchigiana con la nascita della facoltà di economia ad Ancona e poi dell’Università, con la fondazione dell’ISSEM e dell’ISTAO; e) l’idea che il luogo più adatto per rifuggire i rischi dell’accademismo e del cieco pragmatismo fosse un “centro studi”, ossia quell’ambiente interdisciplinare in cui la conoscenza approfondita delle teorie viene messa costantemente alla prova della risoluzione di casi concreti, tenendo sempre presente che ogni cosa che facciamo, anche in economia, è per l’uomo.

La decima lettura riguarda Achille Occhetto: “Il crollo del muro e la svolta della Bolognina”, Sellerio editore, Palermo 2019, pp. 94. Si tratta dell’estrapolazione e rimaneggiamento di quanto l’autore ha scritto sul tema in un procedente libro, utile tuttavia per chi ha vissuto da sinistra la fine del bipolarismo internazionale e con esso la fine del PCI. Occhetto cerca di replicare alla critica che è stata più volte espressa nei confronti della “svolta” e che ha finito per sedimentarsi nella considerazione dei più, e cioè che il cambiamento del nome del PCI e la volontà di dare vita ad una nuova forza politica fosse avvenuto in maniera improvvisata e culturalmente debole, pregiudicandone così la riuscita. Occhetto ripercorre il progressivo distacco dei comunisti italiani dal comunismo sovietico, ma anche i ritardi e il fatto che il XVIII congresso del PCI avesse posto le basi culturali della “svolta”, che invece subì un improvviso cambio di scenario con l’insorgere di Tangentopoli. Il “nuovo inizio” ha avuto i caratteri per certi versi eccessivamente vaghi, per altri imprevedibilmente anticipatori, propri di ogni atto che si colloca in un momento di repentino trapasso tra vecchio e nuovo. Pertanto, la sua rilettura oggi è ancora interessante per cercare di capire stilemi e luoghi comuni del presente, ma anche inattualità e mancati approdi.




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23 gennaio 2020
UN SEGNO DI SPERANZA


“Non inveni tamtam fidem in Israel” pare esclamasse più volte il cardinale Gil Alvarez Carrillo de Albornoz, quando visitò nella primavera del 1355 la città di Camerino.
Credo che sia stata una simile impressione quella che le comunità della città ducale e del territorio limitrofo, fortemente provate dal sisma, hanno suscitato in chi domenica scorsa ha preso parte alla affollatissima cerimonia per la riapertura al culto della basilica di San Venanzio, patrono di Camerino.
Una manifestazione corale di attaccamento alla città e a questo pezzo di Marche che non deve essere passato inosservato agli illustri ospiti: il Nunzio Apostolico per l’Italia Emil Paul Tscherring e la famiglia Arvedi di Cremona, la quale ha consentito il recupero della basilica in tempi record, in maniera impeccabile e a costi contenuti rispetto alle previsioni.
Ospiti a cui la cittadinanza intervenuta ha tributato un’accoglienza calorosa e, nel caso degli Arvedi, la consegna della cittadinanza onoraria da parte dell’Amministrazione comunale.
La comunità camerte ancora esiste, al pari di quelle rappresentate dai numerosi sindaci del territorio presenti. Esse hanno continuato non solo la loro vita quotidiana, pur tra mille difficoltà, ma anche a ritrovarsi, a fare cultura, a praticare la fede, come hanno dimostrato un preparatissimo coro, accompagnato dagli orchestrali, e le confraternite presenti.
Un esempio reale e vivente di resilienza contro la vulgata dell’abbandono, spesso ripetuta a tal punto da far dubitare che sia più auspicata che temuta, come se i più vivano ormai altrove impegnati a cogliere chissà quali opportunità mai avute. Credo che anche questo sia uno dei luoghi comuni da sfatare, perché è difficile abbandonare la dimensione della relazione umana e la bellezza carica di storia di luoghi dalla civiltà millenaria che sono parte integrante di un’idea del vivere.
Occorre dire, tra l’altro, che nei tre anni che ci separano dal sisma la risposta delle comunità c’è stata e tutto lascia intendere che ci sarà, la solidarietà privata continua a fare opere di bene, mentre il sistema pubblico deve trarre da ciò lo stimolo per una ancora maggiore assunzione di responsabilità.
Il Decreto n. 123/19, convertito in legge nei giorni scorsi, rappresenta un oggettivo passo in avanti rispetto al vuoto dell’anno e mezzo in cui il sisma era finito nel dimenticatoio. Ci sono certamente alcune questioni ancora aperte, soprattutto rispetto alla semplificazione della ricostruzione degli edifici pubblici, che vanno risolte e su cui bisogna insistere, sia per evitare disparità di trattamento rispetto ad altri luoghi che pure hanno subito delle calamità, sia per superare una scarsa conoscenza delle aree interne che è stata la vera ipoteca culturale, che ha determinato le inefficienze di questa esperienza di ricostruzione.
La giusta precauzione nel prevenire fenomeni di illegalità, fenomeni che le Marche nella precedente esperienza di ricostruzione del 1997 non hanno avuto, non giustifica la sfiducia verso gli enti locali, né tantomeno il timore di speculazioni in aree caratterizzate da fenomeni di declino economico.
Il campanone di San Venanzio è tornato a suonare. Nessuno pare abbia visto il santo combattere con i camerti dalle mura come quando fu respinto l’assedio di Alarico, ma non era certo questa l’occasione. Tuttavia, questo entroterra così frammentato e spesso affetto da campanilismo acuto, sa ritrovarsi ed essere “popolo” nei momenti che contano. Quello di domenica era uno di questi momenti, se solo pensiamo al senso di appartenenza che un'ampia fetta delle Marche interne ha verso un luogo di culto che oggi è divenuto segno di speranza e che nel nome del giovinetto romano finito martire accomuna città come Camerino e Fabriano, insieme ad un territorio omogeneo che ha ancora molto da fare, ma anche da dire.


Daniele Salvi
 




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28 novembre 2019
LE MARCHE POLICENTRICHE IN TRANSIZIONE

Come è possibile rendere sostenibile il policentrismo marchigiano? E’ questa la domanda che ha percorso come un fil rouge il confronto che ha animato il secondo seminario #marcheuropa che si è tenuto nei giorni scorsi ad Ascoli Piceno.

Nel mondo che viaggia verso le grandi concentrazioni e che a livello dei territori conosce invece fenomeni di grande contrazione, la tenuta del sistema urbano policentrico delle Marche, ulteriormente indebolito dagli effetti del sisma, costituisce una questione rilevante per l’efficienza competitiva e la qualità della vita della nostra regione.

Lo sviluppo diffusivo dei decenni che hanno preceduto la grande crisi ha avuto nelle Marche effetti evidenti nella linea di costa, nell’espansione dei fondovalle, dove il mix di residenziale e commerciale è divenuto un tratto quasi identificativo delle tipologie costruttive, e nello spopolamento delle terre alte. Tutti caratteri che hanno reso le Marche molto simili a quanto avvenuto in altri territori, anche sotto il profilo dell’eccesso di consumo di suolo.

Con la crisi del 2008 è finito il ciclo della crescita espansiva e sono entrati fortemente in discussione i fondamentali della nostra regione, a partire dalla scarsa capacità innovativa del sistema produttivo, dall’incidenza negativa del saldo demografico - come sottolineato di recente dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ad Ancona -, dalla smaterializzazione dei processi lavorativi e dal più marginale posizionamento del nostro Paese e delle stesse Marche nelle cosiddette “catene globali del valore”.

Il troppo lento recupero della perdita di ricchezza subita, l’avvio stentato del processo di ricostruzione post-sismica, l’innovazione costante richiesta dal sistema di welfare regionale per garantirne qualità e sostenibilità finanziaria, l’irrompere della questione ambientale, dovrebbero spingere a ricercare alleanze sociali e politiche nuove e più ampie nel tentativo di “governare il cambiamento”.

Un punto essenziale di questo tentativo dovrebbe riguardare proprio il rafforzamento dell’assetto policentrico del sistema Marche fatto di una rete di città piccole e medie e di sistemi insediativi diffusi tra loro comunicanti. Riabitare le Marche in contrazione è, quindi, il tema emerso con forza dalla discussione. Il fenomeno riguarda la città lineare adriatica con i suoi punti di forza nei sistemi locali di Civitanova Marche, Ancona, San Benedetto del Tronto, Pesaro-Fano, Senigallia, ma anche con i suoi luoghi dell’anonimato, i vuoti abitativi e la perdita di valore immobiliare; riguarda quelle che Arturo Lanzani ha chiamatole “conche intristite”, i fondovalle fluviali dove l’espansione ha lasciato il passo ad aree dismesse e capannoni vuoti, come ad esempio nella valle del Tronto o del Chienti e su a risalire; riguarda, infine, le aree interne dove gli effetti del sisma richiedono di dare sostanza al “dov’era, come sarà” attraverso il coraggio di azioni progettuali di riconfigurazione degli abitati e delle comunità, in grado di attivare nuovi processi di accumulazione, e l’investimento su alcuni centri urbani che svolgono una funzione di pivot per ampi territori montani contermini.

Infine, sono emerse alcune proposte: un primo terreno di sperimentazione per le amministrazioni locali è quello del “riuso adattativo” del costruito, che deve avvenire secondo un’impronta progettuale innovativa e riformatrice, come nel caso delle stesse manutenzioni straordinarie degli edifici pubblici strategici.

Un secondo terreno riguarda la definizione di una Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile che punti sulla resilienza delle comunità, in un’ottica interregionale (Marche, Umbria e Abruzzo), e che sia concreta, cioè impegnativa per il decisore politico in termini di azioni, tempi e risultati attesi.

Un terzo terreno è la consapevolezza che senza una visione strategica il policentrismo non ha futuro e ciò vale soprattutto per la trama dei centri storici più colpiti del cratere sismico che dovrebbero adottare le indicazioni delle ordinanze n. 39 e n. 46 del Commissario Straordinario, in particolare lo strumento del “documento direttore”, con maggiore convinzione per orientare la ricostruzione.

Da ultimo, sulla base dell’esperienza degli Interventi Territoriali Integrati (ITI) urbani e delle aree interne, nonché dei Progetti Integrati Locali (PIL) dei Gruppi di Azione Locale (GAL), è venuto il tempo di fare un ulteriore passo in avanti, dotandosi di una Agenda urbana regionale da sostenere con le risorse della programmazione europea 2021-2027.

Le città e i luoghi sono in transizione, concepirli come un bene comune, formare e orientare competenze, pensare l’urbanistica non più solo come una funzione di servizio, sintonizzare la politica all’altezza delle problematiche di un secolo che si annuncia“metropolitano” sono compiti di una rinnovata coscienza regionalista.

Daniele Salvi       



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28 novembre 2019
UN GREEN NEW DEAL PER LE CITTA' E I LUOGHI

 

Nel mondo che si polarizza tra le città del futuro e la marginalià dei luoghi non si gioca soltanto il mutamento di equilibri geopolitici e territoriali, ma la qualità della democrazia.

E' questa la consapevolezza emersa dai lavori dell'ultimo dei tre seminari #marcheuropache si è tenuto ad Ancona.

Come ha sostenuto Antonio Mastrovincenzo, presidente del Consiglio regionale delle Marche, in apertura dei lavori: “Se alla fine del secolo l’85% delle persone vivrà nelle città e in città sempre più grandi, in luoghi dove andranno garantiti diritti basilari, vivibilità e qualità della vita, dove le tecnologie saranno pervasive, ponendo problemi di rispetto della privacy e di organizzazione della democrazia, vi saranno – al contrario – luoghi sempre più marginali e periferici, dove il saldo demografico, l’invecchiamento e l’abbandono, determineranno processi di desertificazione, e il governo del territorio, l’esigibilità dei diritti, il valore della democrazia avranno tutt’altro senso”.

In questo scenario, i territori come la nostra regione rischiano di subire sia i processi di condensazione urbana che la difficoltà di riabitare i margini, i luoghi delle proprie aree interne, per di più feriti dal terremoto.

La polarizzazione mette in discussione il modello di città europea, per cui “è indispensabile - ha sottolineato ancora Mastrovincenzo - proporre in alternativa un progetto di convivenza civile, intelligente, sostenibile e inclusivo, un ‘nuovo equilibro’ tra aree urbane e aree rurali e interne, tra uso delle tecnologie e rispetto dei diritti della persona, tra sviluppo urbano e tutela delle risorse naturali, tra ospitalità-accoglienza e protezione-sicurezza, tra nuove forme di partecipazione e democrazia rappresentativa”.

A questa altezza deve avvenire la risposta della civiltà europea. Come fare? Una proposta è venuta da Fabrizio Barca che, nell'ottica del contrasto delle disuguaglianze territoriali, che sono inevitabilmente di opportunità, ha proposto di destinare la tassazione dei profitti dei giganti del web a programmi di sviluppo rivolti ai luoghi marginali.

Il confronto tra i relatori ha riguardato, poi, la possibilità d’individuare un ambito “ideale” della partecipazione, dove le pratiche partecipative possono avere una reale incidenza nella formazione e verificabilità delle decisioni. L'esperienza marchigiana delle città creative come Fabriano o degli Ambiti territoriali sociali è stata richiamata come esemplificazione di nuove modalità di programmazione in chiave di sviluppo sostenibile: attraverso la contaminazione di saperi, produzioni, design, arte e cultura, da un lato, o mediante l'incastro di funzioni socio-sanitarie, politiche attive del lavoro e della formazione, sistema dell'istruzione e politiche per la casa, dall'altro.

Costruire un nuovo equilibrio che sia un’alternativa alla polarizzazione e interpreti in senso riformatore il “passaggio dallo spazio alla rete”, evocato da Franco Farinelli, è possibile se si ricercano percorsi di convergenza economica, sociale e territoriale.

Convergenza a livello europeo secondo i 5 obiettivi della nuova politica di coesione che punta ad un’Europa più intelligente, più verde, più connessa, più sociale, più vicina, anche attraverso strategie di sviluppo urbano integrato; ma anche convergenza a livello nazionale, ad esempio attraverso la nuova proposta di regionalismo differenziato avanzata dal ministro Boccia, che - a fronte del riconoscimento della maggiore autonomia delle Regioni - propone la definizione di fabbisogni standard, livelli essenziali delle prestazioni e meccanismi di perequazione, non solo tra le Regioni, ma all’interno di ciascuna di esse nei confronti dei territori più fragili.

Considerazioni conclusive pertinenti sono venute dal Sottosegretario all’Ambiente On. Roberto Morassut che ha insistito sul fatto che le città stanno perdendo il loro carattere di tessuto connettivo delle comunità, a causa di dinamiche sociali come la crisi dei ceti medi e di meccanismi che hanno reso i Comuni ostaggi del circolo vizioso tra espansione, consumo di suolo, crescita della rendita immobiliare e oneri di urbanizzazione utilizzati per finanziare la spesa corrente.

Questo circolo si è spezzato con la crisi economica e sociale d’inizio secolo ed è saltata l’organizzazione dello spazio urbano che, però, non ha potuto contare su strumenti legislativi che orientassero e regolassero la fase nuova determinata dalla fine della crescita urbanistica fondata sull’occupazione di spazi aperti.

Alla vigilia degli 80 anni della vigente legge urbanistica nazionale, la “città delle reti” e le “reti di città” devono poter contare sul buon esito di alcune proposte di legge in discussione nel Parlamento, ad esempio quelle sul consumo di suolo e sui diritti edificatori, ma anche sull’approvazione della legge di stabilità che prevede l’avvio del green new deal, ossia il grande piano di investimenti “verdi” per un valore di 60 miliardi di euro in 15 anni che spingerà ancora più in avanti il nostro Paese sul versante della sostenibilità.

Rimettere al centro le ragioni della città pubblica, organizzare a tale scopo la Pubblica Amministrazione che potrà contare nei prossimi tre anni sull’immissione in ruolo di circa 500.000 giovani dipendenti, lavorare sulla città esistente, organizzare lo spazio urbano pubblico attraverso investimenti in ambito sociale e infrastrutturale, innovare le tecnologie costruttive, puntare sulla densificazione e il coagulo contro lo sprawl, organizzare i servizi digitali della città, sono alcune delle indicazioni emerse dall’incontro.

Infine, affinchè il “deserto sovraffollato” della modernità liquida transiti verso nuove solidità che abbiano un volto democratico bisognerà che cultura, politica e amministrazione provino a darsi la mano. Nelle città e nei luoghi delle Marche, volendolo, è ancora possibile.

 

Daniele Salvi

 




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28 novembre 2019
GIULIA TORNA A CASA

Era il 4 giugno del 1528 quando la piccola Giulia Da Varano tornò nella sua Camerino: “Alla porta di San Giacomo, dove l’aspettavano i magistrati, fu benedetta dal vescovo Bongiovanni, ricevette in bacili d’oro le chiavi della città e dei castelli; fece poi il solenne ingresso, come sovrana, nella chiesa di Santa Maria donde salì al palazzo della corte per volare tra le braccia della madre e consolarla di tante angustie provate”.

E’ lo storico Bernardino Feliciangeli (1862-1921) a descrivere con inconsueto stile romanzato il ritorno di Giulia Da Varano, la stessa che, ritratta dal pittore ferrarese Dosso Dossi (1489-1542), collega di Giorgione, Raffaello, Bellini, Tiziano e Michelangelo, ritorna oggi nella città ducale dopo 39 anni di assenza grazie al Nucleo di tutela del patrimonio culturale dei Carabinieri.

Anche allora la piccola Giulia era stata via, a Massa nella Lunigiana dal fratello della madre Lorenzo Cybo (1500-1549) e da ultimo, molto più probabilmente, a Montevecchio nel fanese dal conte Giulio, il fido capitano d’armi della duchessa e reggente Caterina Cybo (1501-1557). In quel tempo il suo ritorno non avvenne in condizioni facili. Camerino visse la “crisi del primo Cinquecento”, che tanto interrogò le menti di Macchiavelli e Guicciardini, molto da vicino; il 1527, annus horribilis per i destini dell’italia, nel quale si consumò il “sacco di Roma” ad opera dei Lanzichenecchi di Carlo V, fu anche l’anno in cui la peste flagellò il camerinese, uccidendo il duca Giovanni Maria Da Varano (1481-1527), padre di Giulia, mentre la popolazione era dispersa nelle campagne.

Il “sacco di Roma” ebbe poi,sempre nello stesso anno, la sua replica proprio a Camerino, dove le truppe degli imperiali guidate da Sciarra Colonna s’impossessarono della città, profanandola e facendo prigioniera la Cybo in persona. Giulia era stata opportunamente portata al sicuro.

Nata il 24 marzo del 1523, battezzata il 7 aprile, era destinata secondo il volere del padre morente ad essere sposa del legittimo discendente del ramo ferrarese dei Da Varano, imparentati già dal tempo di Rodolfo IV (1431-1464) con i D’Este. L’anno seguente, nel giugno del 1524, la piccola Giulia era divenuta erede del titolo ducale, per volontà del Papa Clemente VII suo prozio e per intercessione della madre.

Non sappiamo se Dosso Dossi ritraesse la minuta Giulia all’indomani di questo eccezionale riconoscimento che la rendeva particolarmente ambita, oppure - meno probabilmente - del suo ritorno a Camerino, dopo che il 14 dicembre del 1527 era stato siglato il “parentado” con i Della Rovere, per cui ella sarebbe divenuta sposa di Guidubaldo II, figlio di Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino. Alcuni particolari che potrebbero aiutare a sciogliere il nodo della committenza e della datazione del quadro saranno rivelati oggi in occasione della sua presentazione al pubblico.

Il tentativo di unire per via parentale i due ducati di Camerino e Urbino, uno dei primi atti del processo di “regionalizzazione” delle Marche in epoca moderna, fallì. Resta il fatto che le famiglie di cui abbiamo parlato, per immortalare personaggi ed eventi simbolici, sapevano e potevano rivolgersi agli artisti più geniali e prestigiosi del tempo, come Tiziano e Dosso Dossi.

Oggi, questo ritorno, così simbolico anch’esso, rappresenta un ulteriore tassello di un percorso che le comunità del sisma e in particolare la città di Camerino stanno compiendo, e cioè accompagnare la riconquista palmo a palmo dei nuclei urbani e delle “zone rosse” con la cultura, la riscoperta del valore culturale dei luoghi e dei beni che contengono, la destinazione di nuovi spazi e la nascita di nuove iniziative. Rinascere con la cultura, dunque, unendo le forze e rendendo meno disperse le Marche.

Daniele Salvi




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17 ottobre 2019
LE CITTA’ E I LUOGHI: UNA SFIDA PER LE MARCHE


Che ne sarà delle Marche di fronte al mondo che avanza? E’ questo l’interrogativo che ha fatto da sfondo ai diversi interventi del primo seminario della IV edizione di #marcheuropa, che si è tenuto venerdì scorso a Fano.

Una regione policentrica, che conserva i tratti della perifericità, che ha saputo “inventare” nel secondo dopo guerra un modello di sviluppo, è ora alle prese con un mondo che si è terribilmente dilatato, mentre le città tornano al centro della scena come piattaforme globali dello sviluppo e il cuore delle regioni europee più ricche appare costituito da quell’area omogenea che dal triangolo Bologna-Milano-Treviso, sale verso la Baviera, Berlino, Amburgo, fino ai Paesi Bassi e alla Danimarca.

La discussione ha tenuto ben presente che nelle Marche qualsiasi volontà di concentrarsi su una singola città appare fuori tema rispetto alla sfida in campo, accentuata dalla progressione dell’economia digitale. “Essere città” nelle Marche è possibile solo pensandosi dentro “l’organismo” regionale e in stretta connessione con i vincoli e le opportunità europee.

Tra centro e periferia, o meglio tra i tanti centri e le altrettante periferie, è squadernata oggi una gigantesca questione di fiducia, che si esplica in tensioni crescenti e in una percezione d’insicurezza superiore alla media nazionale, persino nelle un tempo coese comunità del Centro Italia. L’Italia di mezzo e le Marche, in questo quadro, riconfermano la propria “medianizzazione” rispetto al resto d’Italia, anzi per certi versi - come nel caso dei comportamenti elettorali - sono divenute lo specchio esatto del Paese.

Tuttavia, un buon quoziente di capitale sociale, un diffuso spirito d’intraprendenza, una buona capacità di governo dei processi locali non solo persiste, ma può essere risvegliata, come dimostra l’impegno di tanti amministratori premiati dalle urne nella competizione elettorale comunale in controtendenza rispetto ai risultati elettorali più generali.

Ora che la “terza Italia”, anche quella politica, è ritornata in campo è necessario chiedersi, come ha cominciato a fare il nuovo Governo con il decreto “Clima” e il piano “Rinascita urbana”, che cosa bisogna fare per superare un ritardo culturale che ha fatto delle città “mucchi di case” che hanno divorato suolo senza creare nuove centralità, tanto meno bellezza.

La proposta che è emersa dai lavori seminariali è stata quella di integrare in maniera forte urbanistica e sviluppo, pianificazione territoriale e programmazione dello sviluppo, se vogliamo dare sostanza alla sfida della sostenibilità, puntando - nella realtà marchigiana - su “microcosmi locali a portata globale”, ovvero “cluster di sviluppo” costituiti da “grappoli di città e paesi” con una forte vocazione identitaria.

L’idea di “un progetto-pilota sui centri minori delle Marche”, proposto da Alberto Clementi, potrebbe riguardare alternativamente un’idea di governo della “città adriatica”, di cui la conurbazione Pesaro-Fano rappresenta un ganglio esemplare, oppure delle città-capoluogo inclusa quella regionale, che si stanno sperimentando con le progettualità degli ITI urbani e la trasformazione del “costruito”, oppure dell’area più colpita dal sisma, costituita dai piccoli Comuni disposti ad anello intorno ai Monti Sibillini insieme al relativo asse pedemontano, da Fabriano a Camerino, da Ascoli Piceno a Tolentino.

Ciò richiede capacità di government istituzionale multilivello (Comuni, Regione, Stato, UE), ruolo pubblico e collaborazione con i privati, possibilità di lavorare in maniera flessibile per progetti e non in maniera rigida per settori, cosa che nel nostro Paese è molto difficile, anche perché non esiste disciplina giuridica di un simile modo di operare.

In definitiva, la sfida delle Marche si gioca sulla connessione interna tra le sue città e i suoi luoghi, e sulla connessione esterna con le direttrici est-ovest (Roma e Firenze) e nord-sud (Bologna e Milano, da un lato, e il “corridoio adriatico”, dall’altro). Infrastrutture e mobilità diventano centrali da questo punto di vista: dalle ciclovie alle connessioni infrastrutturali tra aree urbane e zone industriali e dei servizi, dalla Orte-Falconara all’alta velocità Ancona-Bologna. Ma altrettanto importante diventa dotarsi di un piano di riordino territoriale, se vogliamo fare delle Unioni di Comuni non esperienze occasionali, ma veri ambiti d’integrazione urbanistica, territoriale e di sviluppo.

Cosa saranno le Marche dipenderà anche dal far diventare alcune di queste suggestioni azione lungimirante, amministrativa e di governo.

 

Daniele Salvi

 





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26 settembre 2019
CAMILLA E LA “SCHIENA DI DIO”


In una delle sue ultime e sempre interessanti recensioni sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il cardinale Gianfranco Ravasi, parlando del libro del teologo Francesco Brancato, “La schiena di Dio”. Escatologia e letteratura, si è soffermato sull’elemento antropomorfico racchiuso nel titolo.

In un passo dei Racconti dei Cassidim (1950) del filosofo ebreo Martin Buber si dice: “Tutte le cose contraddittorie e storte che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio. La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere”. Questa citazione tratta dal “pozzo gorgogliante spirituale-narrativo della tradizione ebraica mitteleuropea” - come dice il cardinal Ravasi - ha in realtà un riferimento biblico in Esodo, quando al Mosè desideroso di vedere in faccia il Dio che gli aveva messo sulle spalle la pesante responsabilità di condurre il proprio popolo alla terra promessa, riceve da Lui questa risposta: “Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi e restare in vita”, salvo poi concedergli: “Ti porrò nella cavità di una rupe e ti coprirò con la mano finchè non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” (Esodo 33, 20-23).

L’originale ebraico è addirittura più esplicito e vuol dire “il mio posteriore” e verrà tradotto da Lutero con posteriora Dei. La “schiena di Dio” è, quindi, il segno della differenza ontologica che esiste tra il finito e l’Assoluto, tra il limite, la caducità, la contraddittorietà e la morte, che contraddistinguono l’uomo, e il divino, la trascendenza, l’eterno e l’infinito, cui pure egli anela. Ma “l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi”, come dice il poeta Rilke, cioè il volto luminoso della divinità, non è intuibile, neppure in un bagliore.

E’ interessante notare come questo argomento escatologico, che riguarda l’Oltre e l’Altro rispetto al presente, al flusso del tempo e alla frontiera della morte, sia presente nelle parole della mistica e santa Camilla Battista Da Varano (1458-1524), allorchè nei suoi primi scritti leggiamo: “…mi venne un desiderio tanto grande di vederlo, che tutto il mio orare non era altro che un continuo languire per desiderio di vedere la sua serenissima ed amorosa faccia” (Vita Spirituale); oppure: “Quando serà che posso contemplare,/ o buon Gesù, il tuo benigno viso:/credo che mi fareste liquefare/ e non vorrei altro paradiso:/fammelo un poco, o dolce amor, gustare/a ciò che lo mio cor non sia diviso/da te, mio ben, mia vita e mia dolcezza,/per la soavità di tua bellezza”. E ancora: “Io vo pensando che potessi avere/che questo afflitto cuor mi consolasse:/ogni umano diletto m’è spiacere,/e stolto parmi chi di lui si pasce:/solo una cosa potrei possedere,/e questo credo che mi contentasse,/che stessi, o bon Gesù, nelle tue braccia/stretta e congiunta alla tua dolce faccia”. Infine: “sia pure fatto il tuo eterno volere/ma ad ogni modo ti voglio vedere”.

Il desiderio ardente della santa di vedere il volto di Gesù, viene infine soddisfatto, ma “per traverso”. Ecco, infatti, la sua prima visione: “Stando un dì in orazione ed avendo sentito chiaramente che era stato nell’anima mia, quando si volle partire da essa mi disse: se mi vuoi vedere guardami: e come una persona quando si parte dall’altra le volta le spalle e va al suo viaggio, così proprio esso fece all’anima mia. Quando io il cominciai a vedere era lontano da me più di sei passi, e camminava oltre per una lunga sala, in capo a quella sala era un uscetto piccino, come un uscetto da camera. Io sempre il vidi, finchè inchinò la testa, per la sua grandezza, ed entrò in quell’uscetto; e poi non vidi più né lui, né la sala, né l’uscio: e così lo vidi di dietro e non dinanzi” (idem).

La visione estatica della santa è di estrema bellezza, colorata di bianco e di oro: “Era grande più che tutti gli altri uomini dalle spalle in su (…) sopra quelle larghe e ben proporzionate spalle (…)”. L’anima vede, o meglio cerca di vedere, ma Gesù le mostra le spalle. La visione è meravigliosa, ma il divino cela il suo volto, proprio come a Mosè.

La corrispondenza che qui abbiamo sottolineato ci dice che dietro la genuina spontaneità di questa visione, la pura sensualità che emana e la chiarezza incisiva della scrittura in volgare vi è una profonda cultura biblica e teologica. La puella licterata - come ha scritto G. Boccanera - “non ha dimenticato la spigliatezza della prima vita, non ne disprezza la formazione intellettuale; questi fattori, anzi tornano a renderle più limpida la formale espressione delle intuizioni mistiche”. Intuizioni che colgono il limite radicale della distanza dal divino, insieme al costante anelito a farsi tutt'uno con Lui, in un'aura luminosa e piena di trasporto. I fatti del 1502 e seguenti inclineranno la santa molto più verso le opere, mentre la riflessione finirà per trovare raramente espressione e, come nel caso di uno degli ultimi scritti, il Trattato della purità di cuore, in maniera più argomentativa.

Il dolore aveva oltrepassato la dimensione “mentale”, per “incarnarsi” nella propria vita, oltre che in quella di una famiglia e di una comunità. L'esposizione della “schiena di Dio” era in definitiva l'accettazione della passione e crocefissione del Dio che si è fatto uomo, fino all'estrema umiliazione.

 

Daniele Salvi





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