.
Annunci online

PASSIONE E IDEE IN REGIONE
18 luglio 2018
LE MARCHE FUTURE, INSEGUENDO FUA’, OLIVETTI E MATTEI
Il volume che raccoglie gli atti del 50esimo della fondazione dell’Istao costituisce un contributo essenziale per capire le Marche alle prese con il passaggio storico che stanno vivendo, da cui usciranno profondamente trasformate.“Le competenze per costruire il futuro” è un testo impegnativo dal quale - come sottolineato in occasione della sua presentazione all’Istao - emerge la necessità di andare oltre il ridondante invito ad investire sulle “risorse umane” o sul “capitale umano”, per formare invece il “cittadino consapevole e competente”, sia esso lavoratore, imprenditore, intellettuale o politico.Riemerge, di fronte alla complessa transizione in atto, l’esigenza di una visione più ampia, più piena, più consapevole, potremmo dire “umanistica”, capace di interpretare il mondo che ci circonda e di ispirare nuovamente l’economia e la regolazione della società.Una missione perfettamente in linea con l’insegnamento di Giorgio Fuà. Nello scorrere i contributi alle tre parti in cui si suddivide il libro vengono alla mente alcune considerazioni. La prima riguarda il lavoro e le sue trasformazioni, in particolare il ruolo della persona dentro la sempre più accidentata competizione globale tra preconizzazioni di disoccupazione di massa, dovuta all’automazione incalzante, e richieste di iper-specializzazioni esclusive ed escludenti.Torna alla mente la lezione ancora attuale di Bruno Trentin che nei primi anni Novanta del secolo scorso, di fronte all’avanzare dell’informatizzazione e della “new economy” invitava il mondo del lavoro a non farsi illudere dalle scorciatoie del neoluddismo, della riduzione dell'orario di lavoro o dell’assistenzialismo del reddito minimo garantito, bensì ad esigere nel luogo di lavoro e nella società l’investimento sulla “creatività” del lavoro, unica forma capace di liberare il lavoro da se stesso.La seconda considerazione riguarda il retroterra culturale e antropologico su cui s’innesta l’attuale spinta verso la robotizzazione e il digitale. Se l’individualismo perdurante, che ha portato a scambiare i propri desideri per diritti, non verrà problematizzato, la digitalizzazione user friendly è molto probabile che favorirà forme di neoirrazionalismo, di cui si vedono già i segni, piuttosto che un nuovo umanesimo. Avremo consumatori passivi e primitivi, piuttosto che cittadini consapevoli e competenti.Detto in altri termini, se la persona si distingue dalla macchina per il solo fatto di provare emozioni, l’esito è segnato e la passione per l’innovazione non potrà che essere appannaggio di un'illuminata minoranza. La libertà non è laissez faire, bensì éffort, che va oltre la superficie e supera gli ostacoli, un atto “critico” di comprensione. Su questo dovrebbe scavare l'investimento in istruzione. La terza e ultima considerazione riguarda il futuro delle città. Mentre nel rigoglioso sud-est degli Stati Uniti sorge una nuova casa in Cina e in Corea del Sud ne sorgono diciotto. L’India programma per i prossimi anni 100 smart city nuove di zecca e negli Emirati o in Corea esse sono già realtà. Qual è il nostro destino in questo scenario? Che cosa vogliamo essere come Europa e come Marche? In alcune di queste smart city dove la distanza è morta, perché si è ovunque connessi, la ghettizzazione aumenta, il controllo è totale e la vita affidata agli algoritmi.Il policentrismo marchigiano, fatto di città piccole e aree interne, ha bisogno di diventare una rete efficiente ed equilibrata, capace di mantenere la “biodiversità” urbana e rurale dentro un sistema-regione unitario e connesso, aperto e cooperativo. Il grande laboratorio della ricostruzione post-sismica può essere l'occasione per questo ripensamento: saperi, tecnologie, contaminazioni, culture a servizio delle comunità e del rilancio complessivo di un sistema produttivo regionale aperto all'innovazione. Partendo da quanto ci dice il filosofo: “Una città è composta da tipi diversi di uomini: le persone simili non possono dar vita a una città”.Il 2019 saranno cento anni dalla nascita di Giorgio Fuà. L’augurio è che l'Istao continui ad aiutarci a capire la traiettoria delle Marche, seguendo le grandi intuizioni di personaggi come Fuà, Olivetti e Mattei.Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 18/7/2018 alle 7:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 aprile 2018
DIECI LETTURE
Nei primi mesi del nuovo anno ho fatto alcune letture, dieci per la precisione. La prima riguarda il libro dell’attuale reggente del Pd Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura, che ha scritto un resoconto della sua esperienza istituzionale intitolato: “Dalla terra all’Italia. Storie dal futuro del Paese”, Mondadori, Milano 2017, pp. 163. Si tratta di un excursus utile per chi voglia farsi un’idea aggiornata su un settore, quello agricolo, che viene spesso considerato come il residuo di un mondo passato, mentre esso non solo è attraversato da innovazioni e da un connubio essenziale per il nostro Paese, quello tra tradizione e innovazione, ma ha anche un valore sempre più strategico in Italia e nel mondo come dimostrato dal successo di Expo. La seconda lettura riguarda un libro di AA.VV.: “Building Back Better: idee e percorsi per la costruzione di comunità resilienti”, Carocci editore pressonline, Roma 2017, pp. 215. E’ un instant book curato da F. Esposito, M. Russo, M. Sargolini, L. Sartori, V. Virgili, che riunisce il contributo di diversi studiosi delle università marchigiane, di quelle di Bologna, Modena e Reggio Emilia, nonché di esperti di centri di ricerca nazionali-internazionali (Centro euro-mediterraneo di documentazione eventi estremi e disastri, Gran Sasso Science Institute, Istituto nazionale di geologia e vulcanologia; Istituto nazionale di fisica nucleare), di ActionAid e dei responsabili dell’Agenzia per la coesione territoriale, Protezione civile e Loccioni group, sul tema della resilienza delle comunità sottoposte ai grandi rischi naturali. Centrale è l’esperienza del terremoto del Centro Italia, mentre tutti i contributi, fortemente interdisciplinari, cercano di rispondere alla sfida che la comunità internazionale ha assunto con il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030 delle Nazioni Unite, che ha l’obiettivo di attrezzare i Paesi più esposti alla prevenzione, mitigazione e risposta ai grandi rischi naturali. Il libro offre spunti molto interessanti, traducibili in termini pratici nella realizzazione di una infrastruttura dedicata alla ricerca e sviluppo su questi temi, che è assente in Italia e in Europa e che potrebbe trovare nelle zone colpite dal sisma del 2016 l’ambito più idoneo, anche per fare di un evento drammatico un’opportunità di consapevolezza e rinascita attraverso la conoscenza.La terza lettura riguarda l’autobiografia di Elio Toaff: “Perfidi Giudei, fratelli maggiori”, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 266. Chiunque abbia dei pregiudizi verso il mondo ebraico farebbe bene a leggere questa straordinaria biografia che è anche un viaggio nella comunità ebraica italiana del Novecento a cavallo della seconda guerra mondiale, fino ai nuovi rapporti tra ebraismo e Chiesa cattolica avviati con la visita alla Sinagoga di Roma di Giovanni Paolo II. Dobbiamo ricordare Elio Toaff, figura eccezionale dell’ebraismo italiano e grande italiano, a cui anche le Marche devono molto.La quarta interessantissima lettura è stato il libro di Flavio Cuniberto: “Paesaggi del Regno”, Neri Pozza, Vicenza 2017, pp. 330. La nascita dell’idea moderna di paesaggio indagata nei suoi prodromi, essenzialmente differenti da essa, condensatisi in epoca medievale e nello specifico a partire da San Francesco di Assisi, che nel suo ambulare eremitico per l’Italia centrale diventa una sorta di “agrimensore” del Regno o del gan eden, il giardino biblico. San Francesco, nel suo viandare, sposa Madonna Povertà, emblema del processo di annullamento del proprio io, condizione che apre al misticismo delle stimmate, in un contatto costante con gli spazi raccolti delle sue visioni estatiche (es. La Verna) e con quelli distesi dello sguardo aperto e del continuo peregrinare. E’, quello di Cuniberto, anche un libro sull’Italia centrale e sui luoghi marchigiani toccati da Francesco, che vengono riletti in una chiave estetico-filosofica e secondo il filo di una ricerca sul valore più profondo da conferire ai paesaggi di questa parte d’Italia.Richiamato da Cuniberto è il libro di Yves Bonnefoy: “L’entroterra”, Donzelli Editore, Roma 2004, pp. 119, che costituisce la quinta lettura. Scritto agli inizi degli anni Settanta, con lo stile ispirato tipico di Bonnefoy, l’Arrière pays è un laico e poetico pellegrinaggio alla ricerca di quel luogo che consenta all’autore una sorta di corpo a corpo con la cultura italiana, che egli ha sentito sempre come intima parte di sé, ma anche di trovare non un fondamento, parola assoluta e ambiziosa, ma un “entroterra” - appunto - capace di aprire ad un’ulteriorità, senza smarrire il “qui e ora”, una “soglia” dirà più tardi il più grande poeta francese del Novecento, cioè una “presenza” che riveli al contempo una “trascendenza”. Beh, pochi sanno che questa ricerca e i suoi esiti portano Bonnefoy nelle Marche, ad Apecchio per esempio, ma più intensamente a Camerino i cui scorci su monti e colline colpiscono il poeta al punto da farlo sentire vicino a quel segreto a lungo inseguito.Rimanendo in ambito camerte, rendiconto la sesta e la settima lettura che riguardano la Santa Battista Da Varano: “Il felice transito del Beato Pietro da Mogliano” e “Istruzioni al discepolo”, due delle opere della mistica marchigiana, edite da Sismel Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, Firenze 2007 e 2017, che rappresentano i primi frutti - a distanza di dieci anni l’uno dall’altro- del progetto che la casa editrice si è dato di pubblicare tutte le opere di una delle scrittrici più alte del Rinascimento italiano. Ci vorrà del tempo, ma intanto questi due lavori sono esemplari per contestualizzazione storica, lavoro filologico sui testi e approfondimento critico-letterario. Le “Istruzioni al discepolo” – ad esempio – sono qui guadagnate senza più alcun dubbio alla mano della Santa.L’ottava lettura riguarda Bruno Trentin: “Diari 1988-1994”, a cura di Iginio Ariemma, Ediesse, Roma 2017, pp. 510. Il progetto editoriale di pubblicare tutti i diari del leader del maggiore sindacato italiano è giunto agli anni decisivi del profondo cambiamento dello scenario internazionale e nazionale, anni in cui Trentin assume anche la massima responsabilità nella Cgil, quella di segretario generale, fino alle dimissioni che aprono una nuova fase del suo impegno intellettuale e politico. Sono anni turbolenti, di grande difficoltà per il nostro Paese, e di grandi rivolgimenti. Trentin coltiva interessi precisi (le scalate in montagna e il giardinaggio) e letture ad amplissimo spettro (dai romanzi latino-americani alla storia della rivoluzione francese, dalla filosofia tedesca al pensiero sociale francese e americano), e annota dall’interno il disfacimento delle prassi istituzionali e delle strutture partitiche, categoriali e sindacali della democrazia italiana, evidenziando il comportamento di coloro che ne dovrebbero essere la classe dirigente e di cui invece egli non può che evidenziare il decadimento nell’esercizio della funzione e la deriva personalistica. Bisogna leggere questo libro per capire le tante e potenti luci del pensiero di Trentin, colte nella loro genesi e sintesi, e in parte ancora attuali; ad esempio, il nesso costante tra ripensamento dei fondamenti teorici della sinistra, riforma del sindacato e centralità del lavoro dentro l’espansione dell’innovazione tecnologica e organizzativa propria della fase di globalizzazione dell’economia.La nona lettura riguarda il libro di Enrico Giovannini: “L’utopia sostenibile”, Editori Laterza, Bari 2018, pp. 160. L’idea di sostenibilità, istituzionale, ambientale, economica e sociale, spiegata attraverso la novità rappresentata dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, dalla cui attuazione dipende il futuro del pianeta e dell’umanità. Si tratta di un libro molto concreto che offre anche spunti per innovare da subito le politiche territoriali. Nonostante il gran parlare che si fa della sostenibilità, Giovannini ci ricorda che il mondo e il nostro Paese stanno marciando secondo un modello di sviluppo insostenibile, al punto che le previsione del Club di Roma del 1972, che teorizzò i limiti dello sviluppo, sono oggi perfettamente confermate dalla traiettoria che stiamo seguendo. Sappiamo che quelle previsioni, se non corrette e per certi versi invertite, porteranno nel 2050 all’invivibilità della maggior parte del pianeta e al dimezzamento della popolazione mondiale. Certamente tutto ciò non avverrà in maniera indolore… Il libro non solo ci spiega l’importanza per l’Italia e per l’Europa di avere una strategia per lo sviluppo sostenibile, ma soprattutto stimola a costruire una agenda di governo che - ad esempio - adotti il BES invece del PIL e che venga attuata da subito con determinazione e costanza nel tempo.La decima lettura riguarda il libro di Paolo Piacentini: “Appennino atto d’amore. La montagna a cui tutti apparteniamo”, Terre di mezzo editore, Milano 2018, pp. 137. E’ il racconto di un viaggio fatto in compagnia dell’amico Giuseppe dalle Cinque Terre al paese natio dell’autore, da Riomaggiore a Castel Madama, dalla Liguria al Lazio, passando per le terre alte che costituiscono la spina dorsale d’Italia, dove s’incontrano paesaggi e borghi mozzafiato, ma anche spopolamento, abbandono, insieme a tentativi di resistenza e di nuova economia grazie a giovani acculturati e intraprendenti. Tutto ciò s’intreccia con la riflessione sul post-terremoto dell’Italia centrale, sulla ricostruzione delle comunità locali, e con il grande investimento fatto in questi anni su cammini, itinerari, ciclovie e percorsi escursionistici quali forme di turismo slow e di economie soft, importanti seppur insufficienti per la rinascita dell’Appennino. Esempi virtuosi su cui investire, inserendoli in un quadro coerente di azioni per lo sviluppo. E, siccome in buona parte le condivido, vi lascio con le parole di Piacentini: “Se qualcuno, in questo momento storico, mi dovesse chiedere a quale partito o area politica appartengo, gli risponderei che appartengo all’Appennino. Appartengo a un territorio. Appartengo a una terra che ti dà molto e che ha bisogno di essere ricambiata con amore in termini di conoscenza e di cura. Uno dei mali del presente è il vivere senza la consapevolezza di essere parte della geografia dei luoghi in cui si abita” e a cui - potremmo concludere - si appartiene inevitabilmente anche quando si pensa di esserne estraneo.Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/4/2018 alle 6:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
20 febbraio 2018
UNA POLITICA PER LE CITTA’ DELLE MARCHE
In un articolo scritto all’inizio di questo anno l’economista Paul Krugman è tornato ad occuparsi dei temi della sua formazione, la geografia economica, e in particolare del futuro delle piccole città. In un mondo che marcia a tappe forzate verso la concentrazione dell’umanità nelle metropoli, al punto che si prevede che nel 2050 due persone su tre nel mondo abiteranno nelle città, il destino delle piccole città appare segnato.Krugman fa l’esempio di Rochester, città di circa 200mila abitanti degli Stati Uniti, che da centro rurale per la macinazione del grano è divenuta una città industriale specializzata nella produzione di strumenti ottici, fino ad essere conosciuta nel mondo come la città della Kodak e della Xerox. Ora,negli Stati Uniti, ci si interroga se cittadine come Rochester possano avere un futuro ed evitare quella che viene chiamata la “rovina del giocatore”.Di fronte a questo scenario molti sono gli interrogativi che si pongono alle aree urbane del Vecchio Continente, alle “cento città” d’Italia e ad una realtà come le Marche, per sua natura regione rurale e policentrica. Il quadro sembra complicarsi se pensiamo alle aree interne e all’Appennino, soprattutto se teniamo conto delle conseguenze del sisma e della velocità dei cambiamenti tecnologici che disegnano un mondo dominato dall’automazione.Tutto ciò può apparire disperante, anche se indicare una tendenza non significa affatto descrivere una realtà e spesso la storia s’incarica di smentire le più fondate previsioni. Tuttavia, con questa tendenza bisogna fare i conti, fino a prova contraria. Andamento demografico, specializzazione produttiva, disintermediazione amministrativa rischiano di far finire su un binario morto le piccole città, producendo alti costi sociali che vanno di pari passo con tentativi di sviluppo a base culturale e turistica, insufficienti a far fronte alle situazioni di disagio e alle crescenti diseguaglianze sociali nei contesti urbani.Nelle Marche, dopo le esperienze delle candidature di Urbino capitale europea, di Recanati e Macerata capitali italiane della cultura, e senza nulla togliere a Fabriano città creativa o Pesaro città della musica Unesco, è tempo di pensare una politica per le città, inclusa quella “città appenninica” da cui dipende il futuro di uno sviluppo regionale che non si esaurisca nella linearità insediativa della “città adriatica”. Ad esempio, se è vero che la nuova infrastrutturazione della Quadrilatero ha consentito agli Umbri di frequentare maggiormente le Marche, è altrettanto vero che sta facendo sentire molto più vicini all’Umbria ampi territori dell’entroterra marchigiano.Un primo esempio di questa politica per le città è venuto dal reinvestimento ad opera del Governo centrale su scuole e periferie. A livello regionale dagli ITI (interventi territoriali integrati) urbani o, per l’entroterra, dai PIL (progetti integrati locali) promossi dai Gruppi di Azione Locali (GAL). Nuove indicazioni e possibilità di intervento potranno venire dai “Nuovi sentieri di sviluppo per l’Appennino marchigiano”, a cui stanno lavorando le quattro Università insieme al Consiglio regionale, e dal “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, su cui è impegnato l’Istao per conto della Giunta regionale. La programmazione di area vasta del Capoluogo regionale e le progettualità alla base delle esperienze di candidatura sopra citate rappresentano altrettanti “parchi progetto” traducibili operativamente.Partendo dall’insieme delle sperimentazioni progettuali e realizzative accennate, è possibile immaginare una “rete delle città” marchigiane che incorpori visione sistemica, specializzazioni funzionali diversificate e integrazioni complementari, anche rispetto ai nuovi motori di sviluppo e alla qualificazione del welfare regionale.Per quanto riguarda, invece, l’areale del “cratere” occorre agire avendo presenti le priorità rappresentate in ordine da: le zone più devastate (gli epicentri), la città di Camerino, la cui ricostruzione è fondamentale per un ampio territorio, la linea di resilienza pedemontana che va da Fabriano ad Ascoli, passando per Camerino e Amandola, e, infine, alcuni Comuni cosiddetti “gronda”, che hanno svolto nei decenni di spopolamento dell’entroterra un’azione di contenimento e che in questa fase vanno rafforzati.Si tratta - in altri termini - di pensare e organizzare una armatura territoriale, alla quale non deve essere estranea una riflessione e un’azione conseguente sul versante della governance istituzionale. La sfida è quella di provare a disegnare una geocomunità che riparta dai “luoghi”, da quella integrazione tra smart city e smart land che non può che essere la risposta europea in chiave di sviluppo sostenibile al procedere verso megalopoli che potrebbero essere più del “terrore” che del benessere.Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 20/2/2018 alle 6:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 gennaio 2018
UNA CHIESA, UN GIUDIZIO, UNA STORIA
Mettete una chiesetta, come ce ne sono tante nell’Appennino marchigiano, che sorge in un luogo appartato su uno sperone di roccia. Pensate ad una leggenda, di quelle ricorrenti, per cui un giorno un agricoltore mentre ara un campo rinviene una pietra che ritrae una madonna con il bambino; questa viene portata nella comunità, in questo caso quella di San Martino, odierna frazione di Serravalle del Chienti, cuore dell’epicentro del terremoto del 1997, e l’indomani scompare, viene ritrovata nel luogo dove era stata scoperta, e così succede più volte fino a che gli abitanti del luogo erigono, a rispetto della “volontà” della Madonna, la suddetta chiesina, tra il 1350 e il 1358.Essa, vuoi per il luogo dove sorge, vuoi per quella pietra rinvenuta, viene intitolata alla Madonna del Sasso e come tante chiese dell’Appennino è ricca di affreschi, anzi doveva esserlo integralmente come si usava in un tempo non meno affezionato alle immagini di quello odierno. Mettete, poi, che tra gli affreschi sopravvissuti all’inclemenza del tempo, al ripetersi dei terremoti e all’incuria degli uomini vi siano le immagini, ritratte anche più volte, di San Cristoforo, patrono dei pellegrini, Sant’Antonio, patrono degli animali, Sant’Onofrio, caro agli eremiti, San Sebastiano, protettore dei sofferenti, ma anche San Bernardino da Siena, in un luogo che è stato culla della riforma francescana dell’Osservanza, San Venanzio, patrono della vicina città di Camerino, e persino Sant’Amico di Rambona in quel di Pollenza.Immaginate, infine, che vi sia l’immagine della Madonna di Loreto, con tanto di baldacchino, angeli e ai lati dei santi, e persino l’affresco di un Giudizio universale dalle misure imponenti, sei metri per quattro. Sì, avete capito bene, un Giudizio universale con tanto di inferno e paradiso.Per la verità questo affresco non lo troverete nella chiesina originaria, perché tra il 1954 e il 1958 fu distaccato e portato ad Urbino per essere restaurato da un valido Sovrintendente del tempo e poi, dopo una lunga diatriba con le popolazioni locali, affezionate a quella chiesa e al suo patrimonio, fu riportato in un’altra chiesa, sempre a San Martino di Serravalle, fatta costruire appositamente per contenerlo, nel 1965, su progetto gratuito del compianto architetto Paolo Castelli.Fin qui abbiamo immaginato la realtà, inclusa quella di un Giudizio universale che era un motivo pittorico e iconografico ricorrente, persino in loco, se pensiamo a San Lorenzo di Fiastra, a San Tossano di Agolla a Sefro o a Santa Maria Assunta di Mevale. Ciò che, invece, fa parte dell’interpretazione, peraltro a nostro avviso convincente, è la tesi sostenuta da Ettore Raccioppa e Bianca Maria Santucci in una recentissima pubblicazione (“Un giudizio per Giulio Cesare” 2017) relativamente al contenuto di una delle tre fasce in cui il suddetto Giudizio universale si suddivide, quella mediana che ritrae uno spaccato di vita terrena.Mentre la scena della fascia inferiore riprende addirittura motivi dell’inferno dipinto da Bonamico di Buffalmacco nel camposanto di Pisa tra il 1336 e il 1341, quella della fascia mediana vede una turba di gente in piedi vestita alla quattrocentesca con una prima fila di persone inginocchiate, tutte rivolte e quasi in fila verso la figura di San Pietro che ha davanti a sé la porta del paradiso e stringe la mano della prima persona inginocchiata. Il lavoro dei due interpreti si è dedicato, quindi, a cercare di capire chi fossero quei personaggi, soprattutto quelli all’inizio della schiera e vicini a San Pietro. Alcuni elementi ben riconoscibili nel pur compromesso dipinto, insieme al confronto con altre rappresentazioni iconografiche, hanno reso possibile ipotizzare l’identità di alcuni di loro.La scoperta ha dell’unico, perché saremmo di fronte alla descrizione autocelebrativa della corte quattrocentesca di Giulio Cesare Varano (1433? - 1502), che è la prima persona inginocchiata della schiera a cui San Pietro tiene la mano e che ha al suo fianco una figura femminile vestita in abito monastico, che gli interpreti identificano nella figlia di lui, Santa Camilla Battista (1458-1524). A seguire ci sarebbero Giovanna Malatesta (1444-1511), moglie di Giulio Cesare, e poi Papa Sisto IV (1414-1484), di cui il Varano fu nel 1482 Gubernator armorum, il cardinale Alessandro Nanni Malatesta, legato pontificio, vescovo di Forlì e fondatore nel 1476 della Confraternita del Rosario (riconosciuta nel 1479 proprio da Papa Francesco della Rovere), molto in voga all’epoca e a cui allude il contorno di rose (anche malatestiane?) che racchiude tutta la fascia mediana dell’affresco. E ancora, Fabrizio Varano, vescovo di Camerino dal 1482 fino alla morte nel 1508, umanista e nipote di Giulio Cesare; Mattia Corvino (1443-1490), re di Ungheria, per il quale il Varano militò. Tra le figure ritratte in piedi figurerebbe anche l’autore dell’opera.Almeno tre sono le mani che lavorano ad una opera così ampia e impegnativa; medesima è quella che ritrae l’intera fascia mediana del Giudizio universale e la Madonna di Loreto. Gli interpreti ritengono che sia la mano di Cristoforo di Jacopo di Marcucciora, pittore folignate attivo dal 1453 al 1502, che lavora anche nella vicina chiesa della Madonna delle Grazie di Rasiglia, allievo di Bartolomeo di Tommaso e collaboratore di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno (1430?-1502).Dato il contesto e i personaggi raffigurati, il periodo di realizzazione dell’opera dovrebbe collocarsi tra il 1484, anno del ritorno a Camerino di suor Camilla Battista, e il 1495, anno in cui l’ipotizzato pittore Cristoforo di Jacopo di Marcucciora fa testamento, essendo ormai infermo. L’intero affresco andrebbe certamente studiato in maniera più sistematica, magari anche con l’ausilio di fonti documentali ad oggi non rintracciate, tuttavia l’interpretazione avanzata sulla base delle conoscenze disponibili appare credibile.La presenza di un affresco di tal fatta in una chiesina ritenuta eremitica può far intendere sì un ascendente di Camilla sul padre al punto da spingerlo ad abbellire un luogo di raccoglimento, magari amato, ma fa pensare anche all’importanza di quella via di collegamento che da Spoleto giungeva a Camerino, passando proprio per la valle di San Martino. Una via punteggiata da luoghi devozionali e opere d’arte inimmaginabili per un territorio che fosse ritenuto allora marginale, qual oggi invece è. Il dipinto di una corte “degna” del paradiso non poteva che essere concepito per trasmettere ai tanti pellegrini, mercanti e viaggiatori, che entravano o lasciavano lo stato di Camerino, l’idea di un governo buono e giusto del territorio.Un’ultima annotazione va riservata al fatto che gli affreschi della chiesa avrebbero bisogno di essere restaurati, che la scultura in pietra della madonna con il bambino è stata trafugata nel 1978, mentre una tela cinquecentesca che ritraeva la crocefissione con la Maddalena e gli angeli che raccolgono nei calici il sangue di Cristo è finita a Tolentino subito dopo il terremoto del 1997, ma non è più ritornata a San Martino. Vicende più e meno recenti della dispersione di un patrimonio culturale, di cui speriamo di non dover ricordare ulteriori episodi.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/1/2018 alle 9:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 gennaio 2018
Ultime letture dell’anno passato…


Nell’anno che si è chiuso ho fatto alcune letture che voglio suggerirvi. La prima è di uno storico che ha molto amato l’Italia e che è morto proprio nel 2017, Denis Mack Smith, Federigo da Montefeltro, Quattroventi, Urbino  2005, pp. 71. E’ il ritratto del signore di Urbino che viene descritto come simbolo del politico rinascimentale, dedito alla causa del buongoverno e dell’arte militare, ma cultore del più ampio orizzonte del sapere e delle arti, così come dell’agire pratico, del contatto personale con i propri governati.

Un altro storico, questa volta il grande Carlo Maria Cipolla, Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, Mondadori, Milano 1995, ristampato nel 2017, pp. 201. Dagli interventi su “Il Sole 24 Ore” di più di 20 anni fa un libro agile e leggibile da chiunque che fa capire con la consueta maestria i passaggi decisivi dello sviluppo economico dell’Italia nel lungo periodo. Nonostante gli anni che sono passati dalla prima edizione, molti dei temi e delle criticità a suo tempo evidenziate sono ancora attuali e per certi versi aggravate dalla crisi economica d’inizio secolo. Utile per capire punti di forza e di debolezza del nostro Paese.

Ho sentito Aldo Moro che piangeva, di Edmond Dantès, Imprimatur editore 2013, pp. 127. Il sottotitolo recita “Il diario apocrifo di Prospero Gallinari” e, infatti, nella finzione del racconto la voce narrante è quella del carceriere brigatista che non uscì mai dalla covo e che descrive giorno per giorno i 55 giorni del sequestro dello statista democristiano fino alla sua uccisione. Il racconto realistico di ciò che accadde è tale anche dal punto di vista del rapporto che s’instaurò tra i brigatisti e il presidente della DC, così come per l’odio che queste pagine trasudano contro i principali nemici dei brigatisti, lo Stato democratico e il PCI.

Da un leader nazionale come Aldo Moro allo spaccato regionale e provinciale della classe dirigente democristiana delle Marche e in particolare del territorio di Ancona. E’ il libro di Massimo Papini, C’era una volta la Democrazia cristiana. Il partito nella provincia di Ancona, Affinità elettive, Ancona 2017, pp. 186. Esercizio inedito, ma ben riuscito quello di Papini, storico per lo più del movimento operaio e comunista, ma da sempre attento alla dinamica, formazione e al ruolo svolto dai partiti e dalle classi dirigenti politiche tra dimensione territoriale e orientamenti nazionali. Attraverso i vari protagonisti della DC marchigiana e anconetana (Canonici, Tupini, Delle Fave, Trifogli, Tambroni, Forlani, etc.), alle prese con un serrato confronto con il PCI, Papini delinea l’evoluzione della “balena bianca” nelle varie stagioni della sua politica e nel vorticoso costruirsi e scomporsi delle correnti, fino a quella cesura rappresentata dall’uccisione di Aldo Moro, che pone fine alla Repubblica dei partiti, quando si spezza il filo esile che ancora teneva insieme progetto di trasformazione e impegno cristianamente ispirato, per cui anche la DC marchigiana seguirà le sorti della deriva neoliberale e del patto per il potere.

Il libretto di Gianni Cuperlo, Sinistra e poi. Come uscire dal nostro scontento, Donzelli, Roma 2017, pp. 143, è una riflessione sofferta sullo stato della sinistra italiana e del Pd, partito nel quale la tradizione storica della sinistra ha investito tutta se stessa. Cuperlo è tanto motivatamente critico con l’attuale guida del Pd, quanto convinto dell’errore fatto da chi lo ha abbandonato, e non appare rassegnato nella ricerca dei contenuti e degli elementi necessari per un cambiamento di rotta che investa tutto il centrosinistra. Anche perché i problemi della sinistra non datano da oggi e comprenderli richiede una rilettura critica almeno degli ultimi tre decenni, mentre anche i caratteri informi e impolitici che le novità portano con sé non possono essere elusi da chi si dichiara di sinistra, magari confinandosi in una ridotta alla quale tra l’altro non appartiene la purezza dell’identità, né la coerenza con il proprio passato.

Il decennale della nascita del Pd non è stato prodigo di riflessioni sul tema, come forse meritava. All’appuntamento non ha fatto mancare il suo contributo Piero Fassino, Pd davvero, La nave di Teseo, Milano 2017, pp. 268. Ordinato nella ricostruzione degli eventi politici che hanno portato dall’Ulivo alla nascita del Pd, chiaro nella esposizione, Fassino riflette più che altro sulle sfide cha ha davanti a sé la prima forza della sinistra europea. Il libro è, quindi, una rassegna ragionata e convincente dei temi che stanno già cambiando la vita delle persone e che richiedono al centrosinistra una adeguata cultura di governo, come per certi versi si è cercato di fare in questi anni. Nessuna particolare originalità nella lettura della crisi che ha cambiato il panorama in cui il Pd mosse i primi passi, ma consapevolezza degli effetti e dei problemi cui dare risposte, a partire da una maggiore attenzione alle diseguaglianze sociali e al lavoro. E’ il passo del riformista.

Tre parole decisive per il nostro futuro. Sono quelle che Elena Pulcini, Salvatore Veca e Enrico Giovannini approfondiscono in un agile libretto dal titolo, Responsabilità, Uguaglianza e Sostenibilità. Tre parole-chiave per interpretare il futuro, Lampi EDB, Bologna 2017, pp. 99. Di particolare interesse la terza, che non si limita più ad una accezione meramente ambientale della sostenibilità, bensì anche sociale, istituzionale ed economica. Dall’Agenda ONU 2030 alla Strategia Nazionale per lo Sviluppo sostenibile, passando per la Strategia energetica nazionale di recente approvazione e ai nuovi indicatori della ricchezza (non più il PIL) come il BES (Benessere Equo e Sostenibile), di cui alcuni criteri sono stati introdotti per la prima volta nella Legge di Stabilità per il 2018. Insomma, bussole per il futuro, l’unico possibile.

Infine, Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, pp. 316. Una lettura che mi ha accompagnato durante tutto l’anno perché il racconto è scandito in 22 date simboliche della storia d’Italia, distribuite durante tutto l’anno, che rappresentano ricorrenze civili ed eventi storici, legati a fatti non sempre ricordati come si dovrebbe. Con l’aiuto di intellettuali ed esperti dei vari avvenimenti viene così delineato un calendario che invita il lettore ad approfondire che cosa quel determinato giorno rappresenta per la storia nazionale e molto spesso per l’umanità intera. Un esercizio civile che andrebbe ripetuto ogni anno e magari ampliato, individuando e commentando ulteriori date che meritano di essere ricordate e conosciute per il loro significato non solo storico, ma attuale e futuro.

           



permalink | inviato da Daniele Salvi il 4/1/2018 alle 11:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 novembre 2017
UNIVERSITA’, INFRASTRUTTURA DELLA RINASCITA.
L’intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni a Camerino in occassione dell’inaugurazione del 682° anno accademico dell’Università è stato appassionato e concreto, colpendo per efficacia e determinazione il folto pubblico presente. Abbiamo avuto la prova di un premier autorevole, che l’Italia farebbe bene a mantenere in quel ruolo ben oltre le elezioni politiche della primavera prossima, e soprattutto dovrebbe augurarselo la nostra regione che una volta tanto può contare su un capo di governo che - date anche le origini marchigiane della sua famiglia – conosce bene il nostro territorio, così bisognoso di vicinanza consapevole e informata. Il Presidente Gentiloni è stato, tra l’altro, portatore di un sostegno non solo formale all’Università di Camerino, così reattiva nel risollevarsi subito dopo il sisma, lanciando con ciò un segnale immediato a tutto il territorio circostante e non solo. Egli ha speso parole generose e nel suo discorso si è impegnato a fare dell’ex-magazzino militare delle Casermette a Torre del Parco, di proprietà dell’Agenzia del Demanio, il luogo del progetto che Unicam e CNR hanno in questi mesi condiviso relativo al recupero, restauro e fruizione dei beni culturali, attraverso l’applicazione di nuove tecnologie e nuovi materiali. Il progetto è ambizioso e, rispetto a tante discussioni più o meno serie sui beni culturali che si sono svolte da subito dopo il terremoto ad oggi, è finalmente qualcosa di concreto. E’ altresì logico che questo progetto trovi ubicazione a Camerino, che è la città più colpita dell’area epicentrale del cratere e da sempre città di cultura, sede universitaria e della diocesi più antica delle Marche, insieme a quella di Fermo. E’, infatti, la Diocesi di Camerino-San Severino Marche quella più colpita tra le diocesi marchigiane e quella depositaria di un patrimonio ancora oggi inestimabile e diffusissimo, nonostante le dispersioni prodotte dalla storia e dai precedenti terremoti. Basterebbe un solo dato per dare l’idea: quasi un sesto di tutti i beni culturali mobili danneggiati dal sisma nelle 4 regioni coinvolte appartengono alla sola Diocesi di Camerino-San Severino Marche. Ora, rispetto alla chiara e netta volontà politica espressa dal premier si tratta di fare con celerità tutti i passi che possono dare via via corpo al progetto che vedrebbe finalmente all’avanguardia la nostra regione anche nelle relazioni con il più grande centro nazionale di ricerca e d’innovazione. Ed è importante, serve ribadirlo, che questa investitura avvenga non tanto come una sorta di risarcimento a Unicam per quel che ha subito, quanto come un investimento pubblico innovativo di rango nazionale che dà il preciso segnale che è possibile invertire la china delle aree interne, proprio a partire da una chiara idea del nesso che deve esserci tra ricostruzione e nuovo sviluppo. E’ esattamente questo il segno del progetto “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, promosso dal Consiglio Regionale delle Marche e a cui stanno lavorando le Università marchigiane, coordinate da Unicam, insieme a quella di Modena e Reggio Emilia. Seguendo l’impostazione di un progetto che recupera e rifunzionalizza spazi dismessi e abbandonati, vi innesta competenze e tecnologie attraverso un sistema di collaborazioni orizzontali e verticali e sceglie di farlo su un tema identitario del territorio da rilanciare e con grandi potenzialità di sviluppo, si può pensare ad altri interventi pubblici e privati da cui dipenderà la rinascita post-sisma. Da questo punto di vista, la traiettoria che Unicam sta delineando, a seguito del riposizionamento successivo al sisma, la configura come una essenziale “infrastruttura della rinascita” che può contribuire in maniera decisiva a rivitalizzare tutta la fascia pedemontana delle Marche: da Ascoli Piceno al Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con il quale sono intense le relazioni, passando per Camerino, sede storica e naturale, e seguendo la linea della sinclinale camerte con il polo tecnologico delle Casermette, Unicamontagna e la scuola di Veterinaria a Matelica. Fino a Fabriano, polo del lavoro che cambia e che ha bisogno degli ingredienti della conoscenza e dell’innovazione per rilanciarsi. Si tratta di un vasto, ma irrinuciabile, programma per la nuova governance dell’Ateneo e per il nuovo rettore Claudio Pettinari, a cui facciamo i migliori auguri di buon lavoro nell’interesse della comunità universitaria che è stato chiamato ad amministrare e del ruolo che Unicam sta già svolgendo e svolgerà in prospettiva per il territorio e l’intera regione. Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 13/11/2017 alle 7:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 ottobre 2017
QUEL PRINCIPE TRA LA PROVINCIA E L’ITALIA NUOVA
Usciva settant’anni fa “Prince of fox”, “Il Principe delle volpi”, il romanzo storico dello scrittore Samuel Shellabarger (1888-1954), autore popolare e di successo nel mondo anglosassone, i cui lavori ebbero importanti trasposizioni cinematografiche. L’opera veniva pubblicata negli Stati Uniti nello stesso anno in cui la neonata Repubblica Italiana conosceva la sua prima crisi di governo con la fine dell’unità antifascista e si preparava alle elezioni politiche del 1948 che avrebbero visto la vittoria della Democrazia cristiana. Il “Principe delle volpi” ebbe ampia fortuna al punto da diventare due anni dopo (1949) la trama del film omonimo di Henry King con Tyron Power, Orson Welles, Wanda Hendrix e Marina Berti, vincitore di due premi Oscar nel 1950 per la migliore fotografia e i migliori costumi. L’epoca narrata è il Rinascimento, lo scenario storico uno dei più conosciuti e fortunati, la conquista della Romagna e delle Marche da parte di Cesare Borgia, il protagonista è il figlio talentuoso e intelligente di una contadina, Andrea Zoppo, che riesce a proporsi nella società del tempo come il rampollo di un ramo cadetto della nobile famiglia Orsini con il nome di Andrea Orsini e a mettersi al seguito del Valentino. La storia muove i primi passi a Venezia, dove Orsini sta per imbarcarsi alla volta di Ferrara, per attuare il piano del Borgia di dare in sposa la propria sorella Lucrezia, divenuta nel frattempo vedova, all’erede di Ercole D’Este, Alfonso, nell’ottica di stringere alleanze funzionali alla realizzazione del suo obiettivo: ampliare i domini pontifici e unificare progressivamente l’Italia. Il soggiorno veneziano procura a Orsini la conoscenza fortuita di Camilla Baglioni, sposa di Marco Antonio Varano, signore di Città del Monte, e l’innamoramento per lei, che è la signora della città al cui governo egli segretamente aspira quale premio della sua militanza a fianco di Cesare Borgia. La morale del romanzo è che i fini cui si tende possono essere raggiunti sì con la necessaria scaltrezza, ma senza perdere mai se stessi, e ciò significa applicare le proprie doti al servizio di quel che è giusto, senza scorciatoie, solo in apparenza più convenienti. Una morale particolarmente azzeccata per l’Italia che usciva dall’esperienza tragica del fascismo. Quel che è interessante di questo romanzo, avvincente e ricco di colpi di scena, è il dipanarsi della trama che va di pari passo con il viaggio lungo la penisola, una sorta di “grand tour” da Venezia a Roma. Le tappe del viaggio sono Ferrara, Pomposa (Ravenna), la costa adriatica fino all’imbocco della Flaminia, che viene percorsa fino a Cagli, e da qui si procede in direzione dell’entroterra marchigiano fino a Fabriano e a Camerino, per proseguire infine alla volta di Viterbo e di Roma. La descrizione accurata che viene fatta di città e luoghi lascia intendere che con ogni probabilità il giovane Samuel, rimasto da piccolo orfano dei genitori e cresciuto dal nonno omonimo, politico e diplomatico di rilievo, avesse compiuto - tra i tanti viaggi - anche quello che il romanzo narra. L‘altra cosa interessante è la conoscenza che - pur nella rielaborazione romanzata e fantastica – l’autore dimostra della storia di Camerino e dei suoi signori, i Da Varano. Marco Antonio Varano, condottiero di valore e emulo di Federico di Urbino, è la facile trasposizione di Giulio Cesare Varano, il nome Camilla rimanda alla figlia di questo, ma anche a quella Camilla D’Este, che andò sposa a Rodolfo IV, cugino di Giulio Cesare. Inoltre, quel cognome Baglioni, chiama in causa la famiglia perugina le cui disgrazie furono fatte ricadere su Giulio Cesare, come anche la prematura morte di Rodolfo. Sembra quasi che Shellabarger nel romanzare la storia, non solo reinventi usando materiale del tempo, ma rivisiti e “revisioni” la storia dei Da Varano, che deve aver catturato la sua attenzione, fino a depurarla degli aspetti che gli avrebbero impedito di idealizzarla a simbolo di quella “provincia non provinciale”, fatta di valori sani, sobrietà di vita e lealtà verso chi dimostra spirito di amicizia, che appare nel racconto come il nerbo della italianità. Marco Antonio Varano, Camilla Baglioni e Città del Monte, che viene collocata tra Fabriano e Camerino, diventano una sorta di distillato immaginario di una storia poco conosciuta, ma degna di attenzione, e l’emblema di un’Italia verace e profonda, quella delle autonomie territoriali. Andrea Orsini guadagnerà con il valore e non con la menzogna la nobiltà, il regno e l’amore, la “provincia non provinciale” troverà in lui la forza della nuova statualità, la religiosità testimoniata da figure come Lucia da Narni cambierà gli animi dei protagonisti, il cesarismo - da un lato - e il giacobinismo - dall’altro - non avranno fortuna. L’Italia di Shellabarger provinciale, religiosa, rinfrancata e redenta si avviava così verso la lunga stabilità politica del dopoguerra. Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 16/10/2017 alle 6:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 ottobre 2017
Sulle tracce della marchesa...
Cari Amici,l'evento di cui posto con ritardo il comunicato stampa si è tenuto con grande successo di pubblico, almeno 40 partecipanti, che hanno percorso i luoghi del romanzo e poi si sono intrattenuti con l'autore. Grazie a tutti!

Daniele

 

COMUNICATOSTAMPA

“SULLETRACCE DELLA MARCHESA … VIAGGIO TRA ANTICHE RESIDENZE E AMORI SEGRETI”.PRESENTAZIONE DEL LIBRO “IL CASINO DI CAMPAGNA” DI VINCENZO LUZI.

Visitarei luoghi narrati in un romanzo, anzi in un giallo storico, e poi terminare ilviaggio ascoltando dalla viva voce dell’autore il contenuto dell’opera,sorseggiando un bicchiere di vino.

E’questo il libro tour che si terràsabato 30 settembre a partire dalle ore 15,30, quando, muniti di mezzo proprio,chi è interessato potrà trovarsi a Caccamo di Serrapetrona per poi visitarePievefavera (Comune di Caldarola), Gallazzano nei pressi di Polverina,Maddalena di Muccia, Strada e infine Morro di Camerino.

Mache cosa unisce (quasi tutte) queste località? Il romanzo di Vincenzo Luzi: “Ilcasino di campagna”, Pequod edizioni 2017, che verrà presentato alla fine del tour alle ore 18 presso il neonatoalbergo diffuso “Borgo de’ Varano” in frazione Morro. Con l’autore ne discuteràDaniele Salvi, Capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio Regionale,mentre la guida storico-turistica dei luoghi è curata da Massimo Costantinidell’Associazione Arti e Mestieri.

“Sulletracce della marchesa … viaggio tra antiche residenze e amori segreti” è iltitolo dell’iniziativa; la marchesa è Margherita Sparapani Gentili Boccapadule,amante dello scrittore illuminista Alessandro Verri, le residenze sono quelleche impreziosiscono i luoghi indicati, ma gli amori segreti sono più di uno …

L’eventosi propone di riscoprire attraverso storie vere e romanzate parti suggestive ebisognose di recupero del territorio colpito dal sisma, dove forte èl’intreccio tra cultura e territorio, sul quale è possibile, anzi doverosopuntare per la rinascita.

Lapartecipazione è libera. Per info e prenotazioni contattare l’Associazione Artie Mestieri (artimestieri@gmail.com) oil Museo della Tessitura La Tela (museo@latela.net) ainumeri 0733.232527 / 3331646975.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 4/10/2017 alle 8:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
22 agosto 2017
ALCUNE LETTURE ESTIVE O GIU’ DI LI’…
Cari Amici,inizierei questa piccola carrellata di libri con un romanzo storico ristampato: Pasquale Enrico Papiri, Liverotto Uffreducci Signore di Fermo, Zefirobooks 2012, pp. 175. Scritto nel 1891 da una figura dalla vita molto turbolenta, narra in salsa risorgimentale la vicenda di Liverotto da Fermo, caduto nell’inganno di Senigallia ordito da Cesare Borgia, e dell’emancipazione della sua città ad opera di un “carbonaro” Antonio Della Rovere. Gustoso.Poi l’ultimo libro di: Romano Prodi, Il piano inclinato, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 159. Arriviamo buon ultimi a ragionare sull’aumento delle diseguaglianze e sull’impossibilità di una crescita senza maggiore uguaglianza. Ci sono voluti Atkinson e Piketty, Krugman e Stiglitz, senza i quali diventa difficile pensare ad un reale rinnovamento programmatico delle forze democratiche e di centrosinistra che non sia affidato soltanto al dato anagrafico o all’effetto comunicativo. Prodi, da par suo, offre un contributo per niente scontato.Un altro romanzo storico, scritto da un giudice: Alfredo Luzi, Il casino di campagna, Italic Pequod, Ancona 2017, pp. 161. Ora che è terremotato come la sua città, Camerino, l’autore coglie l’occasione per pubblicare questo romanzo rimasto per anni in un cassetto e che trae spunto proprio dal casino di caccia o di campagna posseduto dalla sua famiglia, nel quale dalle tracce storiche rinvenute pare si fosse consumato sul finire del ‘700 l’amore tra la marchesa Margherita Sparapani Gentili Boccapadule e l’illuministra Alessandro Verri. Seguendo un’architettura degna dei migliori gialli storici e un metodo d’indagine consono all’autore, attraverso voci, rimandi artistici e progressive identificazioni, non prive di ironie, si dipana una trama avvincente e surreale che ci trasporta in una storia vera e nella scoperta di un territorio unico.Un libretto agile e ricco di dati quello di: Sandro Polci, I borghi avvenire. Visioni possibili per nuove economie, Il lavoro editoriale, Ancona 2017, pp. 95. Una riflessione sulla prospettiva dei borghi italiani, specie dopo il terremoto del centro Italia che ha colpito la parte più ricca di borghi, l’Appennino. Tra andamenti demografici difficili e segnali positivi di nuova economia all’insegna della soft economy, centrata su agroalimentare, turismo, enogastronomia e beni comuni, culturali-ambientali, il destino dei borghi non è ancora segnato. Ma il volontarismo dei singoli non sarà sufficiente, senza un grande investimento nazionale ed europeo sulle aree interne. E’ questo il salto di qualità da fare proprio a partire dai luoghi del sisma, laboratorio europeo della rinascita delle aree interne, rurali e montane.A proposito di borghi, Sansepolcro è quello di Piero Della Francesca. Carlo Bertelli dedica al pittore (e al borgo) un bel libretto: Piero. Un pittore per due nemici, Skira, Milano 2012, pp. 51. Piero Della Francesca è stato il ritrattista di due protagonisti del Quattrocento italiano, Sigismondo Pandolfo Malatesta e Federico da Montefeltro, acerrimi nemici. Il ritratto del primo e la Pala Montefeltro che ritrae il secondo sono i due capolavori qui commentati e ricostruiti nella loro genesi. Piero, pur lavorando per entrambi, non perderà mai la sua autonomia e indipendenza di “pittore e matematico”. Compare commentato nel libro anche il Trittico Sforza, opera del fiammingo Pierre van der Weyden, che influenzerà anch’esso Piero e che ritrae Alessandro Sforza, Costanza Varano e Rodolfo IV Da Varano. Qui sentiamo profumo di casa. Un balzo indietro nella storia, sempre alla ricerca delle glorie patrie, pur non menzionate… Una delle ultime opere di: Sebastiano Vassalli, Terre selvagge, Rizzoli, Milano 2014, pp. 300. La grandiosa vittoria di Caio Mario contro i Cimbri, popolo del nord che aveva imperversato per l’Europa dal Danubio ai Pirenei fino ad entrare nella pianura Padana dopo la rotta dell’esercito romano guidato da Lutazio Catulo alle Bocche d’Adige. Nel 101 a.C. ai Campi Raudi nel novarese la rivincita di Roma grazie alle truppe di Caio Mario che, dopo aver già sconfitto i Teutoni e gli Ambroni ad Aquae Sextiae, sconfisse un popolo che si riteneva invincibile, ma era in realtà diviso e logorato da un estenuante girovagare senza meta. La forza di Mario era nel suo esercito di italici, plebei e schiavi che agognavano alla cittadinanza romana, non l’esercito purosangue romano di Lutazio Catulo e Lucio Cornelio Silla, erede di tante vittorie, ma ormai insufficiente a difendere i confini di Roma. Inclusione e disciplina, questa erano le parole d’ordine di Caio Mario, le uniche che potevano rinsanguare la forza di Roma. E così fu. Caio Mario, un sostenitore dello ius soli.L’edizione con testo a fronte e curatela critica di una delle opere più tarde di: Bartolo Da Sassoferrato, Trattato sulla tirannide, Il Formichiere, Foligno 2017, pp. 133. Il grande giurista sente puzza di bruciato: la stagione dei liberi Comuni sta volgendo al termine, giacchè si stanno affermando poteri non legittimati o che agiscono senza la legittimazione del diritto e chi dovrebbe sorvegliare e garantire non lo fa, siano essi il Papa o l’Imperatore. Nelle città operano personaggi o famiglie che condizionano la vita civile e le scelte, talvolta anche in modo “tacitus et velatus”. Bartolo anatomizza il fenomeno dal punto di vista giuridico con sapienza ed essenzialità. Un libro da leggere con al fianco Il Principe di Machiavelli. Prefazioni dei vertici istituzionali della Regione Umbria. Un bel segnale.Infine, un libretto frutto di una lectio magistralis. E’ quello di: Tito Boeri, Populismo e Stato sociale, Laterza, Bari 2017, pp. 49. Tema attualissimo e dibattuto. In questo caso alla domanda sulla natura del populismo viene associata la riflessione meno frequente sulla crisi dello Stato sociale. Il binomio, invece, è molto interessante e rivela un bisogno di protezione, specie da parte di chi negli anni della crisi ha visto peggiorato il proprio status sociale. “C’è una ragione economica (la perdita di reddito e di sicurezza) e una motivazione di tipo culturale (la sfiducia verso le classi dirigenti) alla base della resurrezione dei populisti”, sostiene Boeri. Aumento delle diseguaglianze, paura del diverso, polemica verso le élites che non sono state capaci di risolvere queste questioni; illusione nuovista e direttista, attacco a corpi intermedi e partiti politici. Questo è il populismo. Boeri con argomenti semplici riesce a dimostrare come gli immigrati siano una risorsa (versano 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono solo 3 in forma di prestazioni), come l’Europa sociale sia la risposta alle diseguaglianze, come i corpi intermedi e i partiti siano l’antidoto al populismo, purchè sappiano autoriformarsi.



permalink | inviato da Daniele Salvi il 22/8/2017 alle 9:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 agosto 2017
SAPREMO RICOMINCIARE
Ci sono voluti ben due romanzi storici e un lavoro di diversi anni per restituire alla comunità marchigiana la figura di Elisabetta Malatesta Varano (1407-1477), una delle donne più interessanti del Quattrocento italiano. E’ questo il merito di Clara Schiavoni che, prima con “Sono tornata” (Edizioni Simple, 2013) e poi con “Saprò ricominciare” (Affinità Elettive, 2017), ha tratteggiato la personalità e la vicenda di una donna il cui ricordo era finora relegato soltanto ad un breve saggio storico del 1911 di Bernardino Feliciangeli (1862-1921). Figlia di Galeazzo Malatesta, signore di Pesaro, e di Battista Montefeltro, letterata umanista, Elisabetta Malatesta sposa Piergentile Varano, della signoria di Camerino, e finisce per essere una protagonista della vita politica delle Marche del Quattrocento. Le tocca, infatti, affrontare una delle fasi più turbolente della vita regionale, quella che vede imperversare tra la Marca e l’Umbria gli opposti partiti dei bracceschi e degli sforzeschi, e la Chiesa essere in balia degli Stati italiani, in un rivolgimento che trova quiete soltanto quando con la caduta di Costantinopoli (1453) si arriva a siglare la pace di Lodi (1454), che per un quarantennio da un po’ di tregua alla nostra penisola. Dentro questo scenario complesso, Elisabetta ha la vita stravolta da una delle vicende più efferate che contraddistinguono un secolo sanguinario e stupefacente: il fratricidio di casa Varano (1433), indotto da Giovanni Vitelleschi, inviato nella Marca da papa Eugenio IV, che la costringe ad una prima fuga a Visso. Dopo appena un anno avviene la seconda fuga, a seguito della rivolta e dell’eccidio di ciò che resta della famiglia varanesca a Camerino, dove negli anni da 1434 al 1443 s’instaura un breve e turbolento governo dell’oligarchia mercantile. Dall’eccidio si salvano ancora una volta in maniera rocambolesca Elisabetta con i suoi pargoli, Costanza e Rodolfo, avuti dal defunto Piergentile, e Giulio Cesare, figlio invece di Giovanni e Bartolomea Smeducci; proprio i due cugini maschi, figli dei due fratelli uccisi, che Elisabetta riporta al governo della città di Camerino non appena gli eventi mutano e la tela diplomatica e politica da lei sapientemente tessuta con i maggiori personaggi dell’epoca, da Francesco Sforza a Federico da Montefeltro, produce gli auspicati frutti. La personalità di Elisabetta Malatesta Varano emerge da queste vicende via via più nitida e ricca, seguendo una scansione dialettica in cui la protagonista passa dall’ingenuità del primo amore, alla vastità del dolore, fino alla riconquista del potere, e da qui alla gloria che nasce dal riconoscimento degli altri e dalla considerazione del popolo, fino alle lacrime indotte dalla perdita delle persone più care e all’abbraccio della visione spirituale. Di grande forza sono i titoli scelti per i due romanzi. Essi hanno intercettato e sintetizzato, senza che l’autrice potesse prevederlo, due momenti della congiuntura regionale più recente, proprio attraverso il racconto letterario di una personalità dimenticata e oggi riscoperta, con grande rispetto delle pochissime fonti storiche disponibili. Il ritorno di Elisabetta, donna libera e giusta, è simbolicamente il ritorno delle aree interne nel dibattito pubblico, intese come luoghi della piccola e della grande storia, dalle enormi potenzialità, ricche di beni culturali e paesaggistici, di prosperità passate e di marginalità da superare. La ferma volontà di Elisabetta di ricominciare ci parla, invece, dell’oggi, del dramma del terremoto che ha colpito duramente i suoi luoghi, l’antica città e il tragitto della sua prima fuga da Camerino a Visso per la via di Pievetorina. Saprò ricominciare è, quindi, la parola d’ordine di chi oggi vive le aree interne e di chiunque auspichi, pensi e operi per la loro rinascita. Con il necessario orgoglio che viene dalle consapevolezza delle proprie radici e che, parafrasando Tiziano Ferro, ci fa ricordare al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare. Daniele Salvi



permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/8/2017 alle 8:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
aprile