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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
7 gennaio 2021
A CAMERINO SERVE UN PIANO STRATEGICO

(Antica terra per nuove piante - U. Betti)

La rieletta sindaco di Parigi Anne Hidalgo ha vinto le elezioni amministrative con un programma incentrato su giustizia climatica e giustizia sociale, solidarietà ed ecologia, esemplificate in due slogan: “città della prossimità” e “città del quarto d’ora”.

La storia riserva a volte strane sorprese. Ciò che fino a ieri era un limite, può diventare domani un punto di forza. Dopo tanto parlare di smart cities fa piacere sentir dire che “la città è davvero smart se è al servizio del cittadino” e che “la democrazia non può ridursi alle nuove tecnologie. Sono queste che devono mettersi al servizio delle politiche, non il contrario”.

La discussione sulla rinascita di Camerino dovrebbe partire da qui, da questo capovolgimento ottico a cui la storia ci ha messo di fronte. Un capovolgimento che è anche un balzo di secoli, che può rimettere la “città appenninica” in sintonia con lo spirito dei tempi. Ciò non vuol dire derubricare il tema delle grandi città, che continueranno ad essere i luoghi del cambiamento, ma ritenere che uno spazio nuovo e significativo si sia aperto per chi il cambiamento il più delle volte lo ha dovuto subire.

L’ottimo lavoro fatto dall’Amministrazione comunale nella redazione del Programma Straordinario di Ricostruzione (PSR) e l’impegno che il gruppo guidato dal prof. Francesco Karrer sta prendendo sulle proprie spalle per elaborare il documento direttore ed i piani attuativi delle perimetrazioni della città, sono l’occasione per aprire un dibattito pubblico, acceso e informato, sulle prospettive della città più colpita dal sisma del 2016/2017.

Dibattito in atto già da tempo, dalla elaborazione di Mario Cucinella in avanti e recentemente stimolato dal coinvolgimento della cittadinanza nella discussione del PSR. Ma ora che si entra nel vivo della definizione del futuro della città, l’impegno al confronto e alla partecipazione dovrà intensificarsi.

Né potrà confinarsi alla sola cittadinanza, chiamando piuttosto a dare il suo contributo tutto il comprensorio che da sempre guarda alla “città sul monte” come un punto di riferimento. Ricostruire la città in maniera che sia capace di restituire utilità sociale all’ampio territorio montano di afferenza sarà fondamentale per la sua stessa identità e funzione, che va ridefinita nel segno dell’innovazione.

Da questo punto di vista il problema più grande è rappresentato dal centro storico, l’attuale “zona rossa”. Che cosa farne? Quali funzioni privilegiate riportarvi? Quali scelte nuove fare per dare ad esso il ruolo di luogo pulsante della vita cittadina e di nodo delle relazioni intra-territoriali e interregionali?

Non si tratta soltanto di riempire i vuoti determinati dalla delocalizzazione forzata di realtà e servizi, diversi dei quali sarà difficile riportare in centro, ma d’immaginare nuove attività e opportunità che possano fare dell’“acropoli” un luogo vivo ed unificante della comunità e dell’intero tessuto urbano, anche come nodo di reti più ampie.

Sarà una sfida complessa. Occorre partire dal fatto che la riconfigurazione della città fuori dalle mura sul versante nord-est, seppure avvenuta a seguito degli eventi sismici in maniera concitata e a tratti confusa, è ormai un dato di realtà. Quel che nel 1997 avvenne per le scuole, l’ospedale, il Campus universitario e le nuove sedi della Guardia di Finanza e dei Vigili del Fuoco, oggi è avvenuto per la quasi totalità delle funzioni che la città incorpora.

Facciamo l’esempio dell’Università. Sarà possibile riportarla nel centro storico? Potrebbe avvenire per il Rettorato, magari per la Scuola di Giurisprudenza, ma è del tutto evidente che la gran parte delle Scuole non potrà che avere l’attuale baricentro tra il Campus e Madonna delle Carceri, viste anche le nuove strutture sorte o in costruzione per la ricerca, la didattica e i servizi per gli studenti.

Si potrebbe, invece, lavorare alla costruzione di un polo MAB (Musei, Archivi e Biblioteche) nella zona dove insistono il San Domenico con i Musei civici e universitari, l’Archivio di Stato e l’enorme complesso del Santa Caterina, dove collocare biblioteche scientifiche e umanistiche, offrendo così ai fruitori un complesso di servizi raccolto e di livello nazionale.

Analogamente potrebbero trovare collocazione nel centro storico il Museo e l’Archivio diocesani, opportunamente riorganizzati per tutelare e valorizzare l’enorme patrimonio culturale e religioso che è stato salvato dalla distruzione del sisma e in parte restaurato, a cui va data una nuova e più sicura collocazione.

E che fare di strutture provvisorie che rischiano di diventare stabili o sottoutilizzate, come i nuovi insediamenti commerciali o i villaggi delle SAE?

Il PSR si concentra giustamente sul primo passo da fare, l’investimento strategico per riaprire il cuore della città: Comune, Teatro, Palazzo Da Varano, Duomo e Palazzo arcivescovile, ex-Cassa di Risparmio, con annesso parcheggio meccanizzato, a cui sono stati aggiunti gli interventi sulla Rocca dei Borgia e San Domenico. Geniale l’idea di una nuova strada d’accesso alla città.

Ma Camerino è una città che nella sola “zona rossa” conta ben 56 edifici tutelati (D.L. n. 42/2004), molti dei quali sono grandi contenitori di proprietà pubblica o d’interesse pubblico, le cui funzioni andranno radicalmente ripensate. Il 2021 dovrà essere l’anno della svolta per la ricostruzione di Camerino, “la nostra Aquila”, e della progettazione della città sicura, connessa e sostenibile in linea con gli investimenti del Recovery Fund per l’area del cratere sismico.

La città degli studi, cablata e digitale, dove le competenze sono reali perché formate in loco, la città della mobilità sostenibile a servizio del territorio, la città della qualità della vita e della partecipazione civica e solidale, la città della cultura, quella che Antonio Paolucci chiamava “gli Uffizi delle Marche”, sono da disegnare in maniera integrata, rigorosa, concreta e sostenibile attraverso un Piano strategico che individui punti di forza e debolezza, sentieri disviluppo, progetti, risorse e tempi, con visione ampia e cura del dettaglio.

Senza, il rischio è dividersi su ciò che va riportato dentro e ciò che va lasciato fuori, non riuscendo a dare risposte né al centro storico, né alle nuove aree urbanizzate; oppure tra chi guarda alla vallata del Potenza e chi a quella del Chienti, non interpretando un’autonoma ed efficace idea della propria funzione territoriale.

Nel riguadagnato appeal di un policentrismo che sappia però farsi sistema, nelle Marche regione-arcipelago, Camerino, “città-territorio”, potrebbe divenire luogo di sperimentazioni coraggiose e di un messaggio di futuro ben oltre arenarie e sanpietrini.

 

Daniele Salvi

Componente Comitato“Città e Territorio” - ISTAO




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1 ottobre 2020
LA POST REGIONE. LE MARCHE DELLA DOPPIA RICOSTRUZIONE

(Il Lavoro editoriale, Ancona 2020, pp. 220)

Il libro raccoglie una selezione di scritti redatti negli ultimi cinque anni durante i quali le Marche hanno incrociato sulla loro strada due eventi epocali: il sisma del 2016/2017 e l’epidemia da Sars-Cov-2.

Sono scritti per lo più occasionali, spesso nati da fatti contingenti che hanno sollecitato la riflessione ed hanno trovato innanzitutto spazio in un blog che con diversa intensità ha ormai superato i dieci anni di vita, oltre che in quotidiani, periodici e riviste, alle cui Redazioni va il ringraziamento per l’ospitalità e l’attenzione ogni volta dimostrati.

La scrittura si è giovata di un periodo particolare della mia esistenza che ha favorito maggiormente la lettura e l’interpretazione di quanto accadeva, alla ricerca di un senso delle cose che andasse al di là della superficie.

Nonostante la raccolta di scritti e articoli segua uno sviluppo cronologico e non tematico, e sebbene questo possa dare l’impressione di un’eccessiva varietà o piuttosto - come mi auguro - maggiore lievità alla lettura, in essa sono facilmente individuabili dei nuclei tematici ricorrenti su cui la riflessione si è soffermata.

Essi hanno a che fare prioritariamente con i due eventi drammatici che ho richiamato in apertura, colti dall’osservatorio privilegiato della Presidenza del Consiglio regionale delle Marche e nello spazio temporale della X Legislatura regionale.

Seppure i temi più generali siano anch’essi oggetto d’intervento, il filo conduttore di queste pagine è rappresentato dalle Marche alle prese con uno dei passaggi più difficili della loro storia, iniziato con la crisi economica del 2008.

Ciò vale anche quando la riflessione si localizza particolarmente o evoca il passato non per fornire paradigmi di confronto con l’oggi, ma per cercare di capire il formarsi del presente, come nel caso della storia camerte.

Camerino e la sua storia ricorrono senza alcuna velleità storiografica, ma come città-simbolo del terremoto di quattro anni fa e “caso studio” di una città-territorio alle prese con le criticità delle aree interne e le potenzialità della rinascita.

Appennino, aree interne e patrimonio culturale; manifattura, credito e infrastrutture; città, luoghi e personaggi non solo marchigiani; Europa, macroregioni ed ecosistemi territoriali; paura, disuguaglianze ed ecologia integrale: sono questi e altri gli spunti presenti.

Essi trovano nel nesso tra ricostruzione e nuovo sviluppo sostenibile il fattore catalizzatore e il nodo problematico che in particolare le Marche devono portare a soluzione, sia se parliamo del post-sisma che della ripartenza post-Covid.

E nel cinquantesimo anniversario dalla nascita delle Regioni il tema della duplice ricostruzione non può prescindere dal ripensare il ruolo stesso della Regione come istituzione territoriale.

La post Regione è il problema nel problema, ossia la necessità di riguadagnare la fiducia dei cittadini, contro il disincanto e il rancore, e di farlo attraverso un “nuovo regionalismo”, che sia capace d’interpretare il bisogno di ripartenza su scala territoriale secondo nuove priorità, di esigere una “più adeguata sistemazione complessiva”- per usare le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella - del rapporto tra Stato, Regioni e Autonomie locali, di cogliere con maggiore efficacia le opportunità dell’Europa e di stabilire con i territori un metodo di governo più improntato alla programmazione e alla sussidiarietà.

Perché se le Regioni non sono migliori dello Stato, allora non hanno senso.

La Post Regione è, dunque, il tentativo di immaginare il futuro delle Marche, consegnando alla sua classe dirigente la sfida dei prossimi anni.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 1/10/2020 alle 12:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 ottobre 2020
DALLE MARCHE…SULLA BRECCIA

E’ un anniversario sotto tono quello dei 150 anni di Roma Capitale, se solo pensiamo alle celebrazioni riservate nel 2011 all’Unità d’Italia. Ha giocato in senso avverso l’emergenza sanitaria, ma non tutto è dipeso da ciò. Eppure la breccia di Porta Pia fu evento fondativo e compimento del processo unitario, perché diede all’Italia “la città che dà il senso alla sua storia”, come ha scritto Mario Ajello. 

In terra marchigiana, anch’essa grama di celebrazioni, forse per un contrastante sentimento che ci lega alla Capitale, viene in soccorso l’iniziativa dell’artista jesino Ezio Bartocci che ha dedicato al 150esimo una pregevole cartella artistica, intitolata “Sulla Breccia”, edita dalla storica Tipografia Garofoli di Sassoferrato.

Essa raccoglie la vicenda di un illustre testimone marchigiano della presa della città eterna, Antonio Emiliani (Falerone 1848 - Montegiorgio 1916), che fu fervente patriota, console in Paraguay, capitano e medico della Regia Marina Militare, appassionato di storia moderna specie in ambito territoriale.

Arruolato nella Prima Compagnia Zappatori del Genio Guastatori, Emiliani partecipò alla conquista di Roma e a distanza di 18 anni decise di raccontarla nel libro “Sulla via di Roma” (Bozzetti Bacher, Fermo 1889), il cui ultimo capitolo “Sulla Breccia” è riportato nella cartella d’arte insieme ad alcune immagini d’epoca.

Il lavoro è raffinato e godibile, come sempre nello stile di Bartocci, e il racconto delle ore salienti del memorabile 20 settembre 1870 è vivido, asciutto e incalzante. Al punto che la descrizione si è prestata immediatamente per un adattamento teatrale su iniziativa della compagnia “La Barcaccia” di Jesi che l’ha rappresentato sabato 19 settembre alle ore 18 a Sassoferrato presso Palazzo degli Scalzi.

“Questo magico nome di ROMA rendeva tutti come stupefatti. L’emozione, l’esaltamento degli animi erano al colmo. Non si credeva quasi alla realtà presente. Pareva una chimera l’aver messo il piede in un suolo ritenuto sacro e inviolabile”, così Antonio Emiliani esprimeva lo stato d’animo dei protagonisti in quel luminoso martedì di settembre.

Roma era “Capitale ineluttabile”, come ebbe a dire Cavour, emblema della “questione romana”, simbolo spirituale del progetto unitario, obiettivo militare e politico insieme. Alla sua presa parteciparono soldati di tutte le regioni italiane, molti dei quali non l’avevano mai vista. Il 3 febbraio del 1871 fu dichiarata ufficialmente Capitale d’Italia.

La crisi che oggi vive Roma costituisce un problema serio, anche per le Marche. L’anniversario della Breccia sia l’occasione per ridare alla Capitale quella spinta propulsiva, senza la quale non esiste un grande Paese.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 1/10/2020 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 settembre 2020
LA POST REGIONE. LE MARCHE DELLA DOPPIA RICOSTRUZIONE


Dal terremoto del Centro Italia alla pandemia di Sars-Cov-2 non ancora risolta, le Marche hanno attraversato un quinquennio di dure prove che ancora non si possono ritenere concluse.

I riflessi generati dai grandi eventi, così come dalle tematiche e dai problemi più contingenti che investono la società e il territorio, si manifestano sotto vari aspetti e richiedono un’analisi capace, da un lato, di spaziare dagli aspetti socio-economici fino a quelli storico-culturali e, dall’altro, di proporre interventi di azione politica mirati alla risoluzione delle criticità.

Daniele Salvi, Capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio regionale dal 2015 al 2020, proponendo una raccolta di suoi articoli comparsi sul web e frequentemente rilanciati da quotidiani, periodici e riviste, offre uno spaccato multilivello su piccole e grandi questioni che, riconducibili spesso a scenari globali, europei o nazionali, hanno riguardato la società e le aree interne di una regione “resiliente per vocazione”.

Sebbene i temi di cinque anni di vita sociale, economica e culturale delle Marche trattati nel volume (edito da Il Lavoro Editoriale) emergano come i protagonisti dell’analisi proposta, essi non appaiono prigionieri di una visione “provinciale” o prettamente “regionale”, bensì assumono i connotati di attori calati su una scena più ampia, reclamanti una dignità spesso negata, ma pur sempre e costantemente ambìta.

La “doppia ricostruzione” delle Marche è la sfida incrociata dei prossimi anni, vincere la quale vuol dire risollevare un territorio e le sue comunità coinvolte in uno dei passaggi più difficili della loro storia, ma anche contribuire in maniera formidabile al rilancio dell’intero Paese.

“La Post Regione” è in definitiva un esercizio di analisi e d’immaginazione politica che vuol condividere con il lettore problemi e prospettive, criticità e speranze.




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31 agosto 2020
MASSIMO FERRETTI E LE MARCHE

 

Ci sono per fortuna ancora editori coraggiosi nelle Marche che ricercano innanzitutto la qualità. È il caso di Giometti & Antonello di Macerata che ha ristampato lo scorso anno l’opera poetica di Massimo Ferretti (Chiaravalle 1935 - Roma 1974) Allergia, edita in una prima versione nel 1955 (Tip. Civerchia, Jesi) e poi nel 1963 (Garzanti, Milano), vincitrice nello stesso anno del Premio Viareggio “Opera prima”.

Questa nuova edizione, dopo quella del 1994 (Marcos y Marcos, Milano), si distingue per la presenza di due appendici che consentono di ricostruire in maniera sufficientemente completa la vicenda umana e intellettuale di Ferretti, una delle voci poetiche più interessanti e dimenticate del Novecento.

Lasciamo al lettore la curiosità di approfondire la figura di Ferretti, inclusa l’originalità di quel titolo che in una parola racchiude il senso della propria condizione esistenziale, “segnata” fin dall’infanzia da una forma di endocardite reumatica che pregiudica il suo rapporto con gli altri e il mondo, rendendo ancora più viscerale il suo attaccamento alla vita. “Questa ‘allergia’- dice infatti Ferretti - va intesa come immunità possibile e necessaria d’una malattia ben diagnosticata: la storia, insomma, d’una presenza delusa ma non sconfitta”.

 “Se ho registrato il ‘sentimento della morte’ - dice Ferretti a Pier Paolo Pasolini - l’ho fatto per celebrare la vita. Io ho sempre desiderato vivere: e più stavo male, più volevo guarire”.

C’è in Ferretti un legame profondo con il poetare leopardiano, che conferisce alla sua opera lo spessore della grande poesia: quella che va alle radici del destino umano, indagato dal proprio punto di vista “distopico” o “daltonico”, e del rapporto intimo tra vita e opera, tra scrittura ed esistenza, anche quando - come in questo caso - finisce per sfociare nel silenzio.

La vicenda umana e letteraria di Massimo Ferretti è stata ricostruita sapientemente da studiosi come Massimo Raffaeli ed Elisabetta Pigliapoco che hanno colto il senso delle turbolenze della sua vita, la malattia, i fallimenti scolastici e universitari, la fuga a Roma nel 1961 alla ricerca di “pane e libertà”, e delle contraddizioni di un percorso intellettuale ed artistico influenzato da un carattere scontroso e vulnerabile, diffidente e a tratti paranoico, che lo isola progressivamente da ogni ambiente letterario ed editoriale, in cui egli ravvisa solo chiusure, invidie e ipocrisie.

Tra le turbolenze della sua vita ci sono proprio gli studi, il ginnasio a Jesi, l’università prima a Perugia nel 1957 e due anni dopo nell’ “esilio” di Camerino. Proprio a Camerino lo raggiunge la terribile notizia del suicidio del cugino Giovanni, che lo scuote a tal punto da farla diventare materia del suo primo romanzo, Rodrigo, che esce per Garzanti sempre nel 1963.

Perugia, Camerino e poi Roma diventano i luoghi di estrazione di quell’anonimo materiale da cava su cui si esercita la sua ambizione letteraria. “Sono convinto che non esista l’immediatezza in letteratura, che per esprimere la verità, occorre l’artificio, il lavoro”, dichiara ad Adolfo Chiesa.

Chiaravalle con la sua casa “ancora verde, con l’albero, i glicini e le rose:/avrei voluto braccia immense/per poterla abbracciare in una volta” e con “il viale più dolce del paese”; Jesi “straniera (…) orgogliosa di livide muraglie”; “Perugia: 100.000 abitanti; molte splendide donne; un labirinto di vicoli; profumi claustrali; manie cosmopolite. Non c’è neppure il pericolo di perdersi: quando si scende si va sempre in periferia, quando si prende la salita si sbocca inevitabilmente al centro (che è grande quanto il culo di un bicchierino di cognac)”; Roma, la capitale de I versi urbani, “Tu non puoi attraversare, città, le province della mia eleganza!”; il “Paese di lì”, ovvero il nome della città in cui vivono i protagonisti del suo secondo romanzo Il gazzarra, i tre indiani, tre giovani studenti universitari che passano la vita in una sorta d'insensatezza goliardica.

E, seppure in una lettera di risposta a Carlo Antognini del 3 maggio 1967 Ferretti scriva: “Caro Antognini, la ringrazio della sua lettera ma temo di non poterla accontentare, come vorrei, (…). Il campo d’azione sia di Rodrigo che de Il gazzarra non è mai un luogo geografico o sentimentale ma sempre un luogo linguistico e intellettuale (per cui rintracciarvi “concreti apporti” alla conoscenza delle Marche mi pare un’operazione abbastanza disperata)”, e prosegua poi dicendo di ritenersi legato alla regione “da puri motivi biografici”, a me pare che non sia fino in fondo così, neppure per i romanzi.

Certamente non lo è per le poesie. Basta pensare al componimento Alle Marche, tenuta fuori dalle edizioni di Allergia che abbiamo ricordato all’inizio e che pure faceva parte delle seconde bozze della versione in procinto di stampa per l’editore Schwarz nel 1955, quando l’intervento di Pasolini aveva convinto Ferretti a pubblicare l’opera presso un editore più prestigioso.

Mi sembra uno dei frutti più belli della sua creatività e in qualche modo il punto di ritorno di una vicenda, se non artistica, certamente umana: “Le Marche sono la mia terra: una terra tranquilla che guarda l’Appennino e il mare,/una terra che non ha emblemi segreti da offrire all’Europa madre - come il sasso delle Alpi l’onda della Senna la rosa andalusa la nuova diga d’Olanda o un filo d’erba dell’aspra prateria del paese gelato./Non posso scoprirla: è già nuda di canti e leggende, e le sue donne e i suoi giardini non aggiungono niente ai colori del mondo./Ma per questo io l’amo: perché è esclusa dalle carte geografiche sentimentali e dipinte./E l’amo perché ci sono nato: e solo essa può ricordarmi/l’albero/e la casa/l’ultimo sogno/e il primo amore”.

 




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21 agosto 2020
SE CINQUANTA VI SEMBRAN POCHI…


La ricerca realizzata dall’Istituto Storia Marche e confluita nel libro “Le Marche 1970–2020. La Regione e il territorio” (Franco Angeli, 2020), a cura di F. Amatori, R. Giulianelli, A. Martellini, rappresenta un valido contributo affinchè i 50 anni delle Regioni e, in particolare, delle Marche siano l’occasione per un bilancio e per mettere a fuoco i temi della prospettiva.

Il libro è diviso in due parti, l’una politico-istituzionale e l’altra economico-sociale, e si muove su registri d’analisi diversi a seconda che gli oltre trenta studiosi coinvolti siano più esperti della vicenda istituzionale dell’ente o delle evoluzioni che hanno riguardato i vari settori della realtà marchigiana.

Il risultato del lavoro è interessante sia per la pluralità di punti di vista, sia per il fatto che – trattando di una istituzione giovane e viva – i contributi finiscono inevitabilmente per porre delle questioni all’oggi e per interrogare la prospettiva.

Pubblicato all’inizio dell’anno, prima che esplodesse la pandemia, il volume racchiude in maniera certo non esaustiva riflessioni che aprono nuovi itinerari di ricerca e che testimoniano il punto di arrivo della parabola regionalista in versione marchigiana, alle prese con la ridefinizione del ruolo delle Regioni a statuto ordinario e con l’effetto lungo della crisi economica, alla quale nella nostra regione si somma quella post-sismica.

Se la domanda ricorrente in questo cinquantesimo è: quanto hanno inciso le Regioni nella vita economica, sociale, culturale delle rispettive comunità? Domanda a cui è difficile, ma non impossibile, rispondere, come dimostrano gli studi dell’IRPET, altrettanto naturale è chiedersi: ma le comunità e i territori sarebbero migliori e più sviluppati se non ci fossero state le Regioni?

Se è vero, infatti, che la Regione - come ogni istituzione - è una “costruzione culturale”, il problema dell’efficacia dell’azione regionalista dipende dalla chiarezza e dalla forza della visione che sostanzia questa costruzione.

E’ un tema essenziale per noi Marchigiani, sempre così plurali, soprattutto se vogliamo aggredire la “duplice ricostruzione” post-sisma e post-Covid e se vogliamo dare uno sbocco alla lunga transizione del cosiddetto “modello marchigiano”. E proprio quest’ultima è la questione fondamentale che emerge dal libro, forse anche per la formazione di alcuni dei curatori, ma certamente per il peso specifico che essa ha da un punto di vista storico e prospettico.

Oggi tutti i principali distretti manifatturieri della regione sono aree di crisi. “L’industrializzazione senza fratture”, espressione quantomai ambigua, è stata messa radicalmente in discussione da tre grandi fenomeni che hanno segnato gli anni Novanta del secolo scorso: la fine della svalutazione competitiva e la nascita dell’euro, la rivoluzione tecnologico-informatica, l’apertura globale dei mercati e della concorrenza. Queste novità hanno colpito al cuore la competizione sui prezzi, lo spontaneismo produttivo e la piccola dimensione d’impresa, ponendo al “modello marchigiano” la questione cruciale del fattore organizzativo per competere nel mondo globale.

Ciò ha avuto un effetto deflagrante non solo sul tessuto produttivo, ma anche sul mondo del credito, come ha insegnato la vicenda Banca Marche. Dall’inizio del nuovo secolo ha preso il via una lunga transizione che non trova ancora approdo, quantunque siano stati fatti importanti passi in avanti e oggi le condizioni del cammino siano divenute più difficili per l’indebolimento conseguente alla grande crisi del 2008 e agli shock successivi.

Che cosa può fare la Regione per favorire il traghettamento del “modello marchigiano” e delle sue mutazioni verso lidi più sicuri e stabili? Pensiamo soltanto alle ultime mutazioni: l’acquisizione di Ubi Banca da parte di Intesa San Paolo, l’ingresso di Versalis, società chimica di Eni, in Finproject, il raddoppio del sito Fincantieri del porto di Ancona o lo sbarco di Amazon a Jesi.

Io credo che il compito di chi avrà responsabilità di governo, memore di quanto sosteneva il primo Presidente della Regione, Giuseppe Serrini, “nessun’altra Regione italiana deve ‘farsi’ più di questa”, debba essere quello di fare delle Marche un vero e proprio “sistema plurale”.

E’ questo il modo migliore per sostenere l’evoluzione del nostro tessuto produttivo. Alcune azioni intraprese nella legislatura che si è conclusa sono andate in questa direzione: la Camera di Commercio unica, il Confidi unico, il risanamento dell’Aereoporto delle Marche, la gestione delle due emergenze, le politiche per l’innovazione 4.0, l’investimento sulla banda ultralarga e sulla rete dei servizi bibliotecari. Sono state tutte scelte che sottendono un approccio di sistema.

Ci sono stati illustri precedenti, come l’ASUR, le cui potenzialità in tal senso potrebbero essere ancor più dispiegate.

E altre scelte dovranno essere fatte nella prossima legislatura, intercettando il cambiamento di priorità indotto dal Covid, evitando la pratica della frammentazione e dispersione degli interventi, superando dualismi e asimmetrie territoriali, ponendosi il tema gigantesco della crisi demografica, riaprendo a livello nazionale insieme alle altre Regioni la questione della piena attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione.

Penso ad azioni di sistema su cui impegnare le risorse del Recovery Plan, del MES e della programmazione 2021-2027 e che dovrebbero riguardare le opportunità per i giovani, le infrastrutture, la rete dei servizi socio-sanitari, la digitalizzazione della P.A., la politica urbanistica e delle città, le piattaforme collaborative per le imprese, le università, le aree interne e la rete museale regionale.

Vasto programma, si direbbe, ma degno di chi ormai ha raggiunto la piena maturità.




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23 luglio 2020
TORNARE AI BORGHI

Torneremo ai borghi? Siamo tornati a riappropriarcene, dopo l’emergenza sanitaria, a riscoprirli, a ripercorrere le vie e le piazze, ma torneremo a viverli, ad abitarli, a ripopolarli?

Negli ultimi tempi importanti archistar come Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas si sono pronunciati per un ripensamento delle città e per una “dispersione” o “ritrazione dall’urbano” a vantaggio dei piccoli borghi da ripopolare. Anche RisorgiMarche, manifestazione musicale per la valorizzazione delle aree del sisma, lascia le lande più o meno desolate della montagna appenninica e si dirige verso i suoi borghi.

In Italia sono 5495 i Comuni con meno di 5.000 abitanti, dove c’è una casa vuota ogni due occupate e che sono stati interessati da esperimenti di sicuro interesse mediatico, come la vendita di case ad un euro o la flat tax al 7% per i pensionati che ritornano dall’estero, ma di scarsa incisività.

Nelle Marche, regione policentrica e dalla trama insediativa diffusa, spiccatamente manifatturiera, ma pur sempre rurale secondo i criteri dell’Unione europea, sono 227 i Comuni, di cui ben 161 con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, mentre 29 sono i “Borghi più belli” e 21 le “Bandiere Arancioni”.

Come accaduto anche per altre iniziative, come le “Bandiere blu” per la qualità delle acque balneabili o, più recentemente, le “Spighe verdi” per i paesi che si distinguono nelle eccellenze enogastronomiche e agroalimentari, tutto ciò ha consentito di creare dei network che segnalano forme di turismo slow ed economie soft e green, dove il turista può muoversi con il supporto di app e dispositivi digitali, usufruendo in maniera mirata della bellezza dei luoghi.

Tuttavia, oggi, quest’architettura promozionale costruita negli ultimi decenni è entrata fortemente in discussione, e nelle Marche in modo particolare.

Il sisma del 2016/2017 e gli effetti dell’epidemia da coronavirus nell’anno corrente hanno colpito al cuore l’idea che lo sviluppo dell’Italia minore, quella dei 6000 campanili, ma non solo essa, possa poggiare cospicuamente sull’economia turistica.

Per fare due esempi molto diversi tra loro; Visso, cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, uno dei“Borghi più belli”, prima del 24 agosto del 2016 era sold out per il gran numero di turisti che affollavano quella che Carlo Bo definiva una delle 200 piazze più belle d’Italia, mentre il giorno seguente era divenuto una realtà spettrale, destinata a rimanervi per diversi anni.

Analogamente, potremmo scegliere oggi una delle località più gettonate della costa adriatica e dover verificare che l’estate in corso registrerà un calo di presenze e di introiti destabilizzante per la tipologia di turismo che abbiamo finora conosciuto. Al netto di case distrutte, forme urbane saltate e migliaia di sfollati, aspetti di sicuro maggior impatto, il necessario distanziamento fisico per evitare il contagio renderà i luoghi del turismo di massa delle realtà molto diverse dal passato.

In questo scenario, ciò su cui possiamo cercare di riprogettare un futuro che riparta non solo dai borghi, ma anche da essi, inclusi quelli del cosiddetto “cratere” sismico, la cui ricostruzione può rappresentare un contributo formidabile alla ripartenza dell’Italia, è costituito dai fattori che hanno determinato uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo” e dalle priorità che si sono gioco forza imposte.

Non possiamo ancora trarre un bilancio complessivo di quel che abbiamo vissuto e di quel che potrà accadere, ma è fin d’ora certo che alta densità, frenetica mobilità e tasso d’inquinamento delle aree urbane più industrializzate e congestionate sono state concause oggettive dell’esposizione della popolazione al virus.

Salute e igiene, sostenibilità e uso delle nuove tecnologie, ricerca di stili di vita e di alimentazione diversi e più genuini, spazi aperti e reti corte di prossimità, riorganizzazione dei tempi e dei modi di vita e lavoro, sono divenute priorità da perseguire e attuare senza indugi.

Di fronte alla gigantesca questione sociale che l’epidemia ha scoperchiato e all’accelerazione che ogni cosa sta avendo, scegliere i borghi dell’Italia minore e delle aree interne è una carta per niente scontata, perché le grandi aree urbane ferite richiederanno un’attenzione maggiore che in passato, ma essa va giocata adesso con convinzione e progettualità.

Occorre fare leva sull’aspetto dimensionale, che finora è stato un gap, sulla tutela dell’ecosistema e il turismo naturalistico, sulla dotazione di servizi essenziali a partire da quelli socio-sanitari e scolastici, sul lavoro digitale nei centri storici e la risorsa agroalimentare come manifattura dell’Italia dei borghi.

E’ indispensabile ripensare con rigore e lungimiranza un nuovo equilibrio delle comunità che coniughi innovazione, sostenibilità e solidarietà; che abbia cura delle persone e dei più fragili: gli anziani, i bambini e i disabili.

L’Europa che punta sulla transizione verso la sostenibilità, sul nuovo pilastro sociale, sulla digitalizzazione e le politiche non solo urbane, ma anche rurali e a favore delle aree marginali, sarà sempre di più il punto di riferimento fondamentale per la trasformazione di civiltà che stiamo vivendo.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 23/7/2020 alle 11:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 giugno 2020
DALLA CRISI IL RILANCIO DELLE INFRASTRUTTURE

C’è un passo del Rapporto della Commissione europea allegato al Recovery Plan che così recita: “L'impatto economico della crisi differirà notevolmente tra gli Stati membri. Alcuni hanno avuto la sfortuna di essere colpiti più duramente di altri da CoVid-19. Ma l'impatto dipende anche dalle strutture economiche degli Stati membri e dalla capacità di assorbire e rispondere allo shock economico che ne deriva, anche attraverso riserve finanziarie nel settore pubblico e privato. Il peso relativo dei suddetti settori colpiti duramente nell'economia di uno Stato membro è un fattore determinante della gravità dello shock economico. La crisi di CoVid-19 ha colpito in modo particolarmente grave le economie con importanti settori turistici. Allo stesso modo, anche le economie con mercati dei capitali sottosviluppati e quelle la cui struttura si basa principalmente su piccole e piccolissime imprese incontreranno maggiori difficoltà per il loro accesso limitato a fonti di finanziamento. Di conseguenza, le perdite di PIL nel 2020 dovrebbero essere particolarmente elevate in Grecia, Spagna, Italia e Croazia, circa il 9,5% ciascuna, rispetto alle recessioni tra il 6% e il 7,5% nella maggior parte degli altri Stati membri. Inoltre, l'impatto economico della crisi differisce in modo sostanziale tra le regioni all'interno dei paesi, mostrando un impatto pronunciato della crisi in tutti gli angoli dell'UE”.

Ad esso segue un grafico, dal quale si evince che per l’Italia le regioni Marche ed Umbria, oltre al Trentino Alto Adige (che però sappiamo essere altra cosa), sono le più colpite con una previsione della caduta del PIL ben più pronunciata di quella avuta negli anni della crisi 2007-2016 (Umbria -16,1%;Marche -11,4%), quando pure fu tra le maggiori delle regioni italiane.

Dopo la faticosa ripresa dalla crisi economica, che per le Marche nel 2019 aveva fatto registrare finalmente un sensibile miglioramento del PIL (+3%), la diminuzione della disoccupazione (7,5%) e l’aumento dell’export (+3,2%), l’improvviso black out determinato dalla pandemia, a cui si sommano i perduranti effetti del sisma del 2016/2017, rischia di produrre una situazione di seria difficoltà, unica tra le regioni italiane e bisognosa di un vero e proprio progetto di ricostruzione, capace di agganciarsi a quello dell’intero Paese.

Va in questa direzione la proposta del ministro della cultura e del turismo Dario Franceschini di utilizzare le risorse del Recovery Fund o Next Generation, che dirsi voglia, per costruire l’Alta Velocità ferroviaria sul versante adriatico da Bologna fino a Taranto, allineandola sostanzialmente al tracciato autostradale.

Ciò vorrebbe dire arretrare l’Alta Velocità rispetto all’attuale linea ferroviaria, la quale - una volta dismessa - potrebbe diventare una lunga pista ciclabile, con effetti benefici sul decongestionamento della “città adriatica” e la valorizzazione degli immobili.

Si tratta di una proposta importante sulla quale avviare fin da subito gli opportuni approfondimenti. Pensare, ad esempio, a un primo tratto che colleghi Bologna e Ancona vorrebbe dire agganciare le Marche al nuovo triangolo industriale del Paese, quello costituito da Bologna, Treviso e Varese, che si è consolidato proprio a seguito dell’apertura dell’Alta Velocità. Si ripresenteranno, poi, il nodo di Pedaso e la questione che ha riguardato il tracciato dell’autostrada, cioè se non valga la pena almeno in questo caso di realizzare un arretramento sensibile rispetto alla linea di costa.

Ma proprio in ambito di priorità infrastrutturali, restando nel campo del trasporto su ferro, le Marche e la vicina Umbria non possono dimenticare l’importanza fondamentale del raddoppio della Orte-Falconara, che si protrae da lungo tempo e che invece proprio in occasione del rilancio europeo degli investimenti dovrebbe poter trovare una soluzione. Stiamo parlando del collegamento con la capitale, di certo non meno strategico di quello con l’Italia settentrionale.

Lo dico anche perché si sta procedendo all’elettrificazione della linea ferroviaria secondaria Albacina-Civitanova Marche, con un cospicuo investimento di 110 milioni di cui 70 confermati proprio nei giorni scorsi in sede parlamentare. Si stanno facendo interventi sulla linea e sono previste nuove fermate lungo il tracciato.

Questo investimento ha senso se la tratta diventa più utile e appetibile, cosa che dipende essenzialmente dai livelli di traffico, efficienza e comfort della linea di adduzione principale che è rappresentata proprio dalla Orte-Falconara.

Senza, quindi, mettere in contrapposizione i due progetti, va da sé che quel che è già avviato, del tutto insufficientemente sia in termini di risorse stanziate che di tempi previsti per la realizzazione, va accelerato e portato a compimento, mentre l’idea dell’Alta Velocità va fin da subito condivisa per giungere quanto prima ad una idea progettuale definita.

Mobilità sostenibile, ricostruzione e green deal per le città e i luoghi, salto al digitale debbono far parte di un ambizioso progetto per le Marche per uscire più forti dalla crisi che ci coinvolge.




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8 giugno 2020
LA SCACCHIERA DI SAN ZENONE

Pur essendo tra le più antiche chiese della diocesi, è rimasta indenne dagli oltraggi del sisma. Hanno avuto peggiore sorte le oltre 350 delle circa 500 chiese, molte anche recenti, che costituiscono il grande patrimonio dell’attuale diocesi di Camerino-San Severino Marche.

Stiamo parlando della pieve di San Zenone, chiamata anche Santa Maria della Pieve, che si trova nella frazione di Selvalagli di Gagliole. Attestata per la prima volta nel 1103, nell’atto con il quale il vescovo di Camerino Lorenzo la dona a Pietro abate del monastero di San Michele Arcangelo in Domora in valle Gabiana, l’odierna valle dei Grilli, “cum omnibus quae illi ecclesiae pertinent, praeter synodum”, essa è certamente più remota, come Bernardino Feliciangeli e Romano Romani dimostrarono in un insuperato studio del 1907 dedicato a questa e ad altre chiese rurali della media vallata del Potenza.

I due “modesti ricercatori delle memorie patrie” - come si definivano nello scritto - mentre facevano risalire la facciata in stile romanico-lombardo della chiesa al XI-XII secolo, chiosavano: “Se di altre chiese della nostra diocesi può trovarsi menzione più antica nei documenti, certo nessuna, per quel che ci è noto, serba caratteri architettonici di sì remota antichità”. Ciò li induceva ad andare indietro fino al tempo di Sant’Ansovino (+ 868).

Quel che attirava la loro attenzione, come quella di chiunque oggi visiti la chiesetta, era la decorazione assai singolare, collocata sopra la porta angusta e bassa (m 1,80 x 0,80), costituita da “una scacchiera a rettangolo  (m 0,70 x 0,57) risultante di tanti rombi bianchi, o giallastri, e rossi alternati in linee orizzontali e formati di parallelepipedi di calcare – o arenaria giallastra – e di laterizio”. Questo motivo dicromico, che s’intona con l’effetto contrasto prodotto dagli archetti della facciata e dall’arco rotondo della porta formato da cunei di calcare bianco, riguardava anche il tetto che, al tempo dei due ricercatori, conservava“ una singolare caratteristica nelle pianelle di cui è formato, colorate a metà di bianco, diagonalmente, così da dar luogo a una decorazione policroma di triangoli bianchi e rossi, motivo ornamentale rispondente a quello della scacchiera sul prospetto”.

La singolarità delle due decorazioni, la dicromia delle pianelle del tetto e della scacchiera, non le faceva apparire ai loro occhi come delle forme artistiche successive allo stile romanico-lombardo, né uno stemma araldico losangato, né una reliquia romana, ma dei motivi rintracciabili in particolare nell’Italia settentrionale, con origini addirittura in Normandia e in Inghilterra.

La scacchiera, in particolare, rappresenta tuttora un vero e proprio rompicapo. Per Feliciangeli e Romani essa non era altro che l’attestazione dell’attività di maestranze comacine, magari d’area lombardo-veneta, dato che San Zenone è il patrono della città di Verona e il suo culto - unico caso nella nostra diocesi - è in realtà diffuso proprio tra Veneto e Lombardia. Spiegazione razionale e storicamente verosimile, ma la particolare evidenza della decorazione, posta proprio sopra la porta d’ingresso della chiesa, ne fa un elemento fortemente connesso con la sacralità del luogo.

Potremmo avviare qui una lunga digressione sulla varietà della presenza del motivo decorativo della scacchiera nelle chiese, da quelle più antiche alle più recenti, dai pavimenti alle facciate, dalle absidi ai dipinti, dalle decorazioni interne a quelle esterne. Addirittura potremmo addentrarci nella tormentata disputa sul gioco degli scacchi, che fino al 1600 ha visto alternarsi nella Chiesa fustigatori e tolleranti, forse non solo perché costituiva un pericoloso gioco d’azzardo. E potremmo arrivare a parlare del significato che la scacchiera ha nell’ambito dei riti massonici.

Ci interessa di più, invece, dimostrare come la scacchiera di San Zenone sia non solo tra le più antiche e misconosciute, ma tra quelle più evidenti e al contempo indecifrabili. I raffronti più diretti paiono essere quelli con la presenza di analoghe scacchiere all’esterno delle chiese, come nei casi di Sant’Ambrogio a Milano, Santo Stefano a Bologna, Sant’Agata del Mugello, San Lorenzo a Genova, Santa Maria di Siponto a Manfredonia, Santa Maria Assunta a Crema. L’unica chiesa che presenta una scacchiera in orizzontale sull’architrave dell’entrata principale, quindi in posizione analoga a San Zenone, seppure non losangata, a 64 elementi e associata ad altri motivi religiosi e simbolici, è quella di San Paolo Apostolo di Vico Pancellorum a Bagni di Lucca, già attestata nell’873.

Che la scacchiera sia, dunque, non solo e tanto la testimonianza della presenza di determinate maestranze, ma un elemento dal valore simbolico-religioso, è più che plausibile. Quale esso sia non è facile dire. In tempi analoghi a quelli in cui scrivevano Feliciangeli e Romani, nei quali positivismo e volontarismo si scontravano proprio come oggi fanno scientismo e irrazionalismo, riguardo ai casi che abbiamo sopra richiamato si sono avanzate le interpretazioni più fantasiose, come quelle che riconducono ormai ogni cosa ai Templari, spesso a prescindere dalla datazione delle architetture e dei manufatti e dall’indagine documentale.

La storia artistica - mettevano in guardia giustamente i due storici - è un “campo aperto alle audacie, non sempre inconsapevoli, del dilettantismo, ma asprissimo di ardui e intricati problemi, massime per ciò che è della storia dell’architettura”. Ci sembra una saggia precauzione da fare propria, un opportuno accorgimento d’igiene mentale, seppure quella scacchiera continui a interrogarci.




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8 giugno 2020
PATTO DELL’ALTO NERA E NUOVI SENTIERI DI SVILUPPO

E’ apprezzabile il progetto elaborato da un gruppo di volontari, sostenuto da numerose associazioni e centinaia di cittadini, intitolato: “Patto per l’Alto Nera. Per il ripristino e la conservazione del patrimonio e delle attività nei territori di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera”.

All’indomani del sisma del 2016/2017, le associazioni “Visso futura”, “Viviamo Castelsantangelo sul Nera”, “Comitato per la salvaguardia socio-economica di Ussita e dintorni” si sono poste degli obiettivi: 1) mettere in sicurezza, ricostruire, rigenerare e conservare il patrimonio edilizio e socio-economico del comprensorio dell’Alto Nera; 2) offrire una valida prospettiva per il futuro delle comunità ivi insediate con il riavvio e l’incremento di attività economiche sostenibili; 3) intervenire con indifferibilità ed urgenza per arrestare lo spopolamento e invertire l’evoluzione demografica.

La proposta che ne è scaturita riguarda un’area di 226,90 Kmq, che per il 74,2 % ricade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, è inclusa nella Strategia nazionale delle Aree interne e fa parte di quella Valnerina che nei secoli è stata punto di attraversamento tra Marche e Umbria, in direzione di Abruzzo e Lazio, ricca di storia, ambiente, arte e tradizioni, nonché epicentro delle scosse del 26 ottobre 2016.

Stiamo parlando del cuore del cratere e delle comunità che hanno avuto, insieme ad Arquata del Tronto, i danni più rilevanti, non solo ai centri abitati, ma alla rete infrastrutturale e alle aree a rischio esondazione e dissesto idrogeologico. Anche per questo nel progetto si parla di “ripristino e conservazione”, piuttosto che di “ricostruzione e sviluppo”, e di “sviluppo sostenibile”.

L’intento è dialogare con gli strumenti e le opportunità messe in campo dalla Regione Marche, affinchè siano prese in seria considerazione le istanze basilari di realtà che per le difficoltà in cui si trovano, le ridotte strutture amministrative e la piccolissima dimensione delle imprese attive, spesso non riescono neanche a partecipare ai bandi regionali.

La realtà produttiva di quest’area è attiva nei settori dell’agricoltura e dell’allevamento, del piccolo commercio al dettaglio e dell’artigianato tipico e di servizio, dell’industria agroalimentare e della ricettività turistica. La dinamica demografica dei tre Comuni è impietosa: dal 1951 al 2018 la perdita di popolazione è stata pari al 67,36%, attestandosi al 31.12.2018 a 1721 unità. Un calo percentuale superiore a quello pure cospicuo di tutta l’Unione montana di Camerino, che nello stesso periodo di tempo ha perso il 53,75% della popolazione.

Il tema di come arrestare l’emorragia demografica e tentare un’inversione di tendenza è l’assillo maggiore. L’aspettativa è riposta su politiche di sviluppo efficaci e di lungo periodo.Tornare alla media dei livelli demografici degli anni Sessanta e Settanta, cioè il doppio circa della popolazione attuale, viene posto come un obiettivo perseguibile da qui al 2045, con l’aumento di circa 400 nuclei familiari e una popolazione giovane di circa 450 unità, da 0 a 30 anni di età.  

Come è possibile conseguirlo? La prima, coraggiosa, proposta che viene avanzata riguarda la fusione dei tre attuali Comuni per ricomporre l’assetto che fino al 1913 li vedeva costituire un'unica realtà istituzionale. Si darebbe vita, così, ad un Comune che per territorio coprirebbe un quarto dell’intero Parco dei Monti Sibillini, sarebbe il più grande dell’Unione montana di Camerino e il secondo delle Marche.

Senza incidere sulla dotazione dei servizi essenziali, la fusione non solo consentirebbe un flusso aggiuntivo di risorse stimato in circa 9 mln in 10 anni, ma doterebbe la nuova realtà istituzionale di una massa critica territoriale che la avvantaggerebbe nei vari riparti delle risorse e la renderebbe più autorevole in ogni consesso dove si negoziano le politiche pubbliche territoriali.

La seconda proposta concerne la delimitazione dell’area più colpita del cratere, affinchè possa contare su “corsie preferenziali” nella ricostruzione e negli interventi per lo sviluppo. La questione, controversa e a lungo dibattuta, ha trovato solo recentemente parziale riconoscimento per quanto riguarda i programmi straordinari di recupero dei Comuni più danneggiati o di parti analoghe di altri Comuni, sulla scorta di quanto previsto dalla Lg. n.156/2019. Non è poca cosa, soprattutto per consentire il recupero intelligente degli abitati e la valorizzazione degli immobili con meccanismi pubblico-privati, finalizzati all’insediamento di famiglie e giovani coppie o all’accoglienza turistica.

La terza proposta riguarda un nuovo investimento sulla risorsa Parco. Le conseguenze indotte dall’emergenza sanitaria sembrano delineare nuove possibilità di rilancio. Le relazioni di prossimità, la salubrità degli ambienti e del cibo, la frequentazione di spazi aperti, le filiere corte, l’accessibilità digitale sono divenute improvvisamente essenziali. Ciò che ieri era marginale, oggi è divenuto centrale. C’è la possibilità di giocare la carta di nuovi stili di vita e di un turismo esperienziale e naturalistico, che le aree protette possono garantire.

La quarta proposta concerne la necessità di attrarre investimenti e la costituzione, a tal fine, di una Zona Economica Speciale (ZES) della durata di almeno sette anni. Se si riuscirà a breve a far capire che la ricostruzione dell’Appennino centrale è un pezzo della ricostruzione dell’intero Paese e rappresenta il cantiere più prossimo e promettente, forse anche questa partita potrà essere vinta.




permalink | inviato da Daniele Salvi il 8/6/2020 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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