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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
31 agosto 2016
LETTURE FERIALI

Le ferie sono trascorse con il piacere di alcune letture che sinteticamente vi segnalo. La prima ha riguardato il manifesto politico del candidato alla segreteria nazionale del Pd Enrico Rossi: “Rivoluzione socialista”, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 141. Apprezzabile lo sforzo di Rossi di tradurre in proposta politica l’analisi ormai convergente di diversi pensatori ed economisti sulla crisi economica, sociale e democratica, nata dalla finanziarizzazione dell’economia globalizzata, dallo strapotere delle multinazionali, dall’aumento delle diseguaglianze, a partire da quella tra redditi da capitale e da lavoro. Rossi unisce a proposte coraggiose, imperniate intorno ad una rilettura aggiornata del nesso tra questione sociale e questione democratica, l’esperienza dell’amministratore pubblico che gli consente di dare concretezza ad un ragionamento che sulla scia di Sanders, Corbyn e Honneth tenta di dare nuova sostanza e immagine alla parola “socialismo”.

La seconda è una raccolta di scritti di Alex Langer: “Non per il potere”, Chiarelettere, Milano 2016, pp.  150. A circa vent’anni dalla sua scomparsa, colpisce l’attualità delle riflessioni di Langer sulla conversione ecologica dell’economia e della società, sulla convivenza etnico-culturale, sulle contraddizioni della crescita, sulle diseguaglianze tra ricchi e poveri, sul dilemma tra tutela dell’ambiente e della salute e difesa del lavoro, sul ruolo della cooperazione internazionale, il razzismo, la pace, l’Europa. Figura molto originale, figlia del crogiulo culturale della realtà sudtirolese, Langer tiene costantemente viva una riflessione critica sul modello di sviluppo capitalistico, anche quando la fine del socialismo reale e la caduta del muro di Berlino faranno parlare altri di “fine della storia”. Si sforza di rendere l’ambientalismo una politica che abbia presa nella reltà e nei convincimenti dei cittadini, che sia cioè “socialmente desiderabile”, per combattere la deriva consumistica degli anni Ottanta e Novanta. Molte sue riflessioni laiche trovano oggi un’eco religiosa nelle parole di Papa Francesco sulla necessità di una “ecologia umana”.

La terza è una raccolta di articoli di Roberto Mancini: “La rivolta delle risorse umane. Appunti di viaggio verso un’altra società”, Pazzini Editore, Rimini 2016, pp. 131. Titolo forte e contenuti coraggiosi in un libro che condensa la visione etica e non violenta di un’altra società e di un’altra economia. Radicale è la critica del capitalismo nella sua versione neoliberista e finanziarizzata, così come la fondazione di una antropologia “sostenibile” su cui basare la ricostruzione di un agire corale che si rivolge preferenzialmente a movimenti, gruppi, realtà più o meno organizzate, a cui viene affidato un nuovo progetto per l’Italia e un diverso programma per l’Europa. Mancini delinea le caratteristiche di una “economia degli equilibri”, che cerca di tradurre il valore della fraternità e sororità in maniera concreta, oltre l’egoismo liberale e l’egualitarismo del socialismo reale. Non smarrisce mai il primato della politica rispetto all’economia, ma sottolinea la necessità di una rifondazione della politica, che per non essere mera deriva personalistica collusa con l’economia della finanza deve attingere la sua motivazione profonda ad una sorgente ideale o spirituale che ci precede. Per Mancini occorre, quindi, tenere fede alla promessa e ritenere che il tempo dell’esodo verso una trasformazione dell’economia e della società sia già iniziato. All’uomo spetta di essere, insieme ad altri, lievito della storia, di una storia possibilmente diversa.

Infine, due letture più leggere che mi limito soltanto a indicare. Per chi ama la poesia Vittoria Fonseca: “Una giumella di senso”, Supernova Edizioni, Venezia 2013, pp. 98. Per chi ama i romanzi storico-biografici Edgarda Ferri: “Piero della Francesca. Storia e misteri del maestro della luce”, Mondadori, Milano 2001, pp. 308. Tutto qui, poi è arrivato il terremoto…ma questa è un’altra storia!

 




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8 agosto 2016
UN VIAGGIO TRA L’UMBRIA E LE MARCHE

Ora che l’apertura della SS77 faciliterà i flussi turistici nel nostro territorio, cosa che sta già avendo un riscontro nella stagione balneare, dovremo fare in modo che il fascino di antichi percorsi e antiche città d’arte possa essere meglio conosciuto e gustato. Non è nel nostro destino, infatti, diventare meta di un turismo di massa, ma è altrettanto certo che non possiamo rimanere così come in quel 1862 quando Umbria e Marche furono la destinazione preferita di un inglese colto e innamorato dell’Italia, Thomas Adolphus Trollope (1810-1892).

Autore di circa sessanta volumi fra viaggi, storia e romanzi, fiorentino d’adozione, liberale partecipe delle sorti del processo risorgimetale dell’Italia, Trollope viaggiò in compagnia di un amico tra Umbria e Marche all’indomani della conquistata unità e indipendenza della Penisola, non mancando di esprimere il suo favore per quanto stava avvenendo e la sua voce critica rispetto allo stanco e chiuso governo pontificio delle due regioni, oltre che verso un uso persistentemente superstizioso della religiosità.

“Un viaggio quaresimale in Umbria e nelle Marche”, a cura di Alberto Sorbini, Editoriale Umbra, Foligno 2015, pp. 281, è il resoconto del tragitto percorso nell’arco di quaranta giorni da Trollope, il quale, partendo da Firenze e quindi da Arezzo, attraversa Città di Castello, Fratta (l’odierna Umbertide), Gubbio, Perugia, Assisi, Foligno, Colfiorito, Serravalle, Camerino, Tolentino, Macerata, Corridonia, Fermo, Porto di Fermo, Porto Recanati, Loreto, Recanati, Osimo, Ancona, per poi finire a San Marino e da lì fare ritorno a Firenze.

Si tratta di un viaggio particolare, che risponde alla precisa volontà dei due viaggiatori di muoversi lontano dalle mete consuetudinarie e preconfezionate, tipiche dei turisti europei che allora (come oggi) venivano in Italia. L’obiettivo è quello di andare alla scoperta di realtà poco conosciute, ma di cui la storiografia erudita, di cui il Trollope era conoscitore alquanto informato, abbia conservato un ricordo importante. La preferenza è riservata al periodo medievale e rinascimentale, visti come momenti da cui è possibile attingere ancora il senso di libertà, grandezza e ricchezza di cui l’Italia fu protagonista. Rispetto al periodo classico, pre-romano e romano, le cui vestigia troppo lontane nel tempo non riescono più a trasmettere analoghi sentimenti, e a quello moderno, purtroppo tragico per il nostro Paese per via della sudditanza e della divisione della nazione, Trollope predilige la vitalità dei Comuni e lo splendore delle Signorie, anche quando la loro storia è permeata di violenza. Si capisce dalla lettura del libro che un particolare fascino producono, in linea con il gusto romantico e la cosiddetta estetica del “pittoresco”, allora prevalente, proprio quelle città che furono culle d’arte, di commerci e del potere politico, di cui ancora è visibile il “potere del denaro”, spesso ridotto a rudere coperto di natura selvaggia, e che appaiono all’indomani della fine del potere papale chiuse in se stesse, lontane dall’industrialismo avanzante e quasi addormentate.

Dice Trollope: “Non si può negare che la popolazione accogliesse volentieri l’avvento del potere clericale, come un miglioramento decisivo rispetto a quello dei signori locali. Nondimeno è un fatto piuttosto evidente ed istruttivo che in ogni caso i giorni turbolenti di questi principi minori siano stati per ogni città i giorni gloriosi della prosperità, a cui si guarda ancora con orgoglio e alle vestigia dei quali si continua a guardare come l’unico titolo per reclamare un posto accreditato e riconosciuto nella storia della civiltà mondiale”. Mentre ora: “il cambiamento prodotto dalla nuova libertà di parola, che si sta diffondendo rapidamente nel carattere sociale e morale degli italiani, è uno dei risultati più affascinanti e validi del nuovo ordine delle cose nella Penisola”, oltre che il motivo di un maggiore dinamismo e sviluppo.

Città di Castello, Gubbio, Camerino, Fermo sono le città che conquistano maggiormente l’attenzione e richiamano la conoscenza storica del Trollope, anche nell’ottica dell’originalità, esclusività ed autenticità del percorso e dei luoghi. Esse sono anche le città dei Vitelli, dei Montefeltro-Della Rovere, dei Da Varano e degli Euffreducci, sulle cui vicende indugia il racconto. Ancona, poi, segna la differenza nella percezione del viaggiatore tra queste città nobili, ma decadute, e una città moderna, meno attraente, ma frenetica.

Di Camerino, che pure in quegli anni perdeva lo status di Delegazione pontificia, si nota come “l’ordine e la tranquillità sono stati più dannosi per la città della tirannia burrascosa degli antichi signori locali” e come i suoi abitanti fossero a tal punto legati alla storia patria, cioè alla storia municipale, da essere impossibile acquistare da loro, pur a buon prezzo, la “Storia della città di Camerino” del Lilii, gelosamente conservata. Benchè il Trollope percorra l’intera valle del Chienti e larga parte della cosiddetta via Lauretana, è importante notare come ancora nel 1862, quando ormai la “via nova” della Muccia era una realtà consolidata, salire alla città di Camerino rappresentava una tappa quasi obbligata.

Vale la pena, inoltre, ricordare come egli riconosca alla storia erudita grande importanza, ritenendola nella condizione dell’Italia, paragonata a quella di un vetro infranto in tanti pezzi, una vera e propria storia di nazioni. Ma, allo stesso tempo, Trollope si prende gioco dell’ardore per la disputa e la polemica campanilistica, quando tratteggia un confronto tra Camerino e Macerata, similitudini e differenze, e ricorda la querelle tra accademici ed eruditi delle due città scoppiata nel 1777. Infine, egli avanza l’idea che la vicenda dei Da Varano meriti una storia al pari di quella del Denniston per i duchi di Urbino, ma possiamo dire con ragione che, nonostante i progressi, oltre 150 anni non sono bastati a vederla realizzata.

Altri particolari interessanti del racconto di viaggio riguardano la capacità di descrivere il paesaggio, il gusto di percorrere tracciati imprevisti con mezzi appena sufficienti, l’acutezza nel descrivere personaggi, usi e costumi, non ultimi quelli enogastronomici, l’interesse per le tracce dell’orgoglio e della ricerca della propria libertà rinvenibili nella storia delle varie municipalità, per quanto pur sempre suddite di un signore o del Papa-Re, e da ultimo la testimonianza del saccheggio sistematico di opere d’arte che ha interessato nei secoli anche le città di questa parte “in ombra” del Rinascimento italiano.

Dalla lettura di questo resoconto di viaggio, opportunamente tradotto in italiano, la mente viene sollecitata da tanti spunti e idee per una valorizzazione del territorio tra Umbria e Marche, meta ideale di un turismo slow ed emozionale. Solo che lo vogliamo.

 

Daniele Salvi

 




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27 luglio 2016
DUE MESI PER CAPIRE IL FUTURO DELLA SACCI DI CASTELRAIMONDO

Martedì 26 luglio (ieri) in un’intera pagina sul quotidiano di cui la famiglia Caltagirone è proprietaria si dà ampia notizia dell’ultima acquisizione del gruppo Cementir. E’ stata rilevata, infatti, per 312 milioni di euro la “Compagnie des ciments Belges” che comprende l’impianto di Gaurain-Ramecroix, uno dei più grandi d’Europa.

L’operazione è stata possibile a seguito dell’acquisizione di Italcementi da parte della tedesca Heidelberg Cement, la quale su ordine dell’autorithy europea per la concorrenza ha dovuto mettere sul mercato alcuni stabilimenti, tra cui appunto quelli acquisiti da Cementir con l’operazione suddetta.

Il colpo grosso di Cementir segue all’operazione di acquisto per 125 milioni di euro del gruppo Sacci, quinto gruppo italiano del settore cemento e affini, in via di perfezionamento. L’articolo dice chiaramente che il closing dell’operazione Sacci avverrà entro fine mese, dal momento che anche la questione del rinnovo della concessione per l’uso della cava abruzzese di “Aterno” si è conclusa positivamente.

Cementir è un gruppo internazionale con numeri di tutto rispetto e una ramificazione che spazia dalla Scandinavia all’Egitto, dal Benelux alla Turchia, dall’Inghilterra alla Cina, con impianti in sedici paesi, un fatturato che in venticinque anni è passato da 145 a 995 milioni di euro e da 1.079 a 3.032 dipendenti.

Tutto questo stride fortemente con il comportamento tenuto finora dalla nuova proprietà nei confronti del minuscolo, ma prezioso, stabilimento Sacci di Castelraimondo (MC) e i suoi circa 70 dipendenti. Quella nota diramata alla stampa nei giorni scorsi, quando si sono susseguiti gli incontri tra le rappresentanze dei lavoratori e le istituzioni, disertati dagli esponenti di Cementir, ha ben poco della storia narrata con una certa enfasi nelle pagine del giornale di famiglia.

Innanzitutto, veniamo a sapere che l’operazione Sacci è ormai di fatto conclusa nei tempi preventivati (fine luglio) e non entro settembre, come più o meno esplicitamente si era fatto trapelare. Inoltre, sostenere che si è acquistata Sacci “al netto” dei lavoratori di Castelraimondo, al di là dell’uso di un linguaggio che fa dei lavoratori non delle persone, ma una quantità, una sorta di “pacchetto” che si può prendere o lasciare, non risponde affatto al vero.

E’ vero che la chiusura dello stabilimento era stata comunicata dalla precedente proprietà e che i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione e vi rimarranno fino alla fine di Settembre per poi scivolare nella mobilità, ma fosse anche per due mesi la Cementir è responsabile di quelle decine di lavoratori e non solo proprietaria di ciò che resta dello stabilimento, oltre che concessionaria della miniera circostante.

In due mesi è possibile far sapere che cosa s’intende fare del gruppo acquisito e anche dello stabilimento di Castelraimondo. La Regione Marche è disponibile a ragionare in tempi serrati sulle prospettive di sviluppo del sito, ripartendo dal percorso avviato e non concluso con la precedente proprietà. Ci può essere una strada che non lascia sul terreno morti e feriti, ma che accompagna una realtà produttiva e le sue maestranze; una strada che andrebbe attentamente soppesata e privilegiata, in primo luogo da Cementir, proprio in nome di quella responsabilità che fa la differenza nel modo di fare impresa.

 

Daniele Salvi

 

 




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25 luglio 2016
LETTURE DELL’ULTIMO PERIODO

Dopo un po’ di assenza una rassegna molto sintetica dei libri letti nell’ultimo periodo. Per chi voglia capire di più sugli Stati Uniti della crisi economica e delle ragioni di fondo della prossima competizione elettorale per la presidenza americana, Joseph Stiglitz: “La grande frattura. La diseguaglianza e i modi per sconfiggerla”, Einaudi, Torino 2016, pp. 435. Le ultime lezioni del Presidente emerito della Repubblica sullo stato dell’Europa, a cui si potrebbe aggiungere il lungo articolo sul dopo Brexit di qualche settimana fa pubblicato da “Il Sole 24 Ore”, Giorgio Napolitano: “Europa, politica e passione”, Feltrinelli, Milano 2016, pp. 95. Una riflessione sull’attualità del socialismo da parte del direttore del mitico Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, quello di Horkeimer e Adorno, Axel Honneth: “L’idea di socialismo. Un sogno necessario”, Feltrinelli, Milano 2106, pp. 155. Il libro-manifesto sulla macroregione dell’Italia di mezzo, Toscana, Marche, Umbria, per ridare un senso prospettico al ruolo delle Regioni italiane e non solo all’ “Italia più Italia” delle virtù civiche e dei distretti industriali, Enrico Rossi (a cura di): “L’Italia Centrata. Ripensare la geometria dei territori”, Quodlibet Studio, Macerata 2016, pp. 170. La vicenda imprenditoriale di un capitano d’industria, con le radici ben salde sul territorio e lo sguardo innovatore sul mondo, Valeriano Balloni e Paolo Pettenati: “Vittorio Merloni. Un imprenditore olivettiano”, Il Mulino, Bologna 2016, pp. 120. Un libro-ricognizione sul tema del paesaggio declinato in chiave marchigiana, ma non solo, consapevole del percorso fatto e soprattutto della prospettiva di uno sviluppo locale a matrice culturale e ambientale, Monica Bocci: “Paesaggi creativi. Paesaggi, economia, cultura e società: le Marche Future”, Italic, Ancona 2015, pp.156. Per finire, il ritratto itinerante del “non più” e del “non ancora” del nostro Paese, tra struggente malinconia, analisi sociale e denuncia civile, alla ricerca -dentro i luoghi simbolo della crisi- di nuove soggettività e della capacità di riconoscer-si, Marco Revelli: “Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia”, Einaudi, Torino 2016, pp. 251. Buona lettura!

 




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18 luglio 2016
SULL’INAUGURAZIONE DELLA SS77: PASSI FATTI E DA FARE PER LO SVILUPPO DELLE AREE INTERNE

Mentre si moltiplicano le prese di posizione e cresce l’attenzione sull’inaugurazione della superstrada Civitanova Marche-Foligno, prevista per il prossimo 28 luglio alla presenza del Ministro alle Infrastrutture Delrio e del Presidente del Consiglio Renzi, conviene puntualizzare alcune cose.

Si è risaliti al 1928 per datare la prima idea di una strada che collegasse le due importanti città delle Marche e dell’Umbria, ma si potrebbero persino richiamare i progetti pontifici per costruire su quella direttrice la ferrovia. Il punto vero è che, giunta da tempo la superstrada Val di Chienti a Sfercia, soltanto il terremoto del 1997 ha conferito all’ultimo tratto il valore di una priorità da completare. Altrimenti credo che staremmo ancora ad aspettare. Il terremoto è anche l’evento che, nel dibattito paralizzante interno alla sinistra tra i sostenitori dell’ammodernamento delle due corsie e quelli di una nuova strada a quattro, sposta definitivamente la bilancia dalla parte di quest’ultima ipotesi. Chi è stato quindi l’artefice dell’infrastruttura? I padri sono più di uno, a cominciare dai contraenti dell’Intesa Istituzionale di Programma del 1999, successiva al sisma, Governo nazionale D’Alema e Governo regionale D’Ambrosio, in cui compare per la prima volta l’espressione “Quadrilatero di penetrazione interna Marche-Umbria”, intendendo con essa il completamento degli assi trasversali est-ovest della SS77 (Civitanova Marche-Foligno) e della SS76 (Ancona-Perugia) e degli assi longitudinali nord-sud della SS3 (Flaminia), inclusa la SS318 (Valfabbrica-Perugia), e della Pedemontana Fabriano-Muccia, sulla falsariga della SS256 (Muccese).

Questo è il cosiddetto “Quadrilatero” su cui si riversano le prime risorse nazionali e regionali, riguardanti i tratti Sfercia-Colle Sentino II e Fabriano-Matelica. Poi nel 2001 arriva il progetto del Governo Berlusconi, veicolato dal Sen. Baldassarri, cui si deve una sicura spinta, anche finanziaria, finalizzata alla realizzazione del Quadrilatero, con tanto di società di scopo sulla base di quanto consentito dalla Legge Obiettivo pensata dall’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi, ma in un quadro di totale stravolgimento delle tradizionali modalità realizzative, che diventano tanto suggestive e alimentatrici di appetiti territoriali, quanto ambientalmente impattanti e di ardua realizzazione. Le resistenze territoriali contro il previsto esproprio della potestà comunale e provinciale in materia di programmazione urbanistica, i dubbi sull’efficacia della “cattura di valore” che sarebbe dovuta venire dall’edificazione delle aree di completamento e delle Aree Leader, la scarsa adesione all’idea del concorso privato per la costruzione di infrastrutture pubbliche, hanno imposto una seria correzione del progetto da parte delle istituzioni locali, in primis la Regione. La crisi economica ha poi fatto giustizia di molte velleità. Le strade alla fine sono state costruite con risorse statali, tranne una piccola seppur significativa parte versata dalle imprese attraverso l’aumento della tassa camerale.

Così è finita quella forte polemica che rispetto al progetto ipotizzato dalla società Pricewaterhousecoopers e adottato dal Governo Berlusconi, aveva suscitato -da un lato- adesioni acritiche e -dall’altro- contrarietà pregiudiziali. Il sentiero stretto che mantenesse al centro il confronto di merito, la necessità della modernizzazione infrastrutturale delle Marche e dell’Umbria, la risposta ai territori colpiti dal sisma e al contempo il rispetto delle prerogative territoriali della programmazione e l’attenzione all’ambiente, fu la linea del maggior partito al governo della Regione, delle Province e di tanti Comuni e fu quella che contribuì a salvare l’investimento, riconducendolo dentro criteri di ragionevolezza e concretezza. Anche perché, poi, l’impegno nel completamento del Quadrilatero fu del Governo Prodi tra il 2006 e il 2008, che pure contribuì al suo finanziamento, e diventò patrimonio comune di tutti i successivi Governi, fino all’attuale. Questa, tra l’altro, è la ragione per cui il traguardo raggiunto oggi è sentito da tutti come una comune conquista, senza primogeniture.

Quanto ricordato, però, è utile soprattutto per il domani. In primo luogo, deve spingerci a evitare polemiche sull’ubicazione dell’inaugurazione. Ce ne possono essere più di una, sia sul versante umbro che su quello marchigiano, ma evitiamo di dividerci alla prima occasione, quando invece l’infrastruttura che andiamo ad inaugurare, così come le altre che speriamo siano completate quanto prima, uniscono Marche ed Umbria che d’ora in poi non saranno più soltanto Regioni “sorelle”, come spesso vengono chiamate, ma addirittura “siamesi”. Il Quadrilatero unirà Marche e Umbria come non lo sono mai state in passato e il versante adriatico diventerà per il “cuore verde d’Italia” un’opzione privilegiata. L’inaugurazione, di certo, non potrà non esserci a Serravalle del Chienti, dove ci furono gli unici morti del terremoto del 1997 e a loro, come a tutto il territorio tra Marche e Umbria, dobbiamo il rispetto e il ricordo.

Ma il progetto Quadrilatero non è completato, finchè non lo sarà la Pedemontana Fabriano-Muccia. Avviata ormai a definizione la SS76, senza la realizzazione della Pedemontana non esiste quadrilatero. Tutto il resto ha la sua importanza, ma non come questo ramo che solo decreta il completamento o meno dell’operazione pensata per rilanciare l’entroterra umbro-marchigiano all’indomani del terremoto. Lo si dimentica spesso e invece da esso sostanzialmente dipende se il Quadrilatero sarà o no un’incompiuta.

E proprio perché il Quadrilatero, dopo la ricostruzione leggera e pesante, era la carta pensata per superare l’isolamento delle due regioni e delle rispettive aree interne, rilanciandone una possibilità di sviluppo, bisogna ora mettere al centro i progetti di sviluppo locale e di attrattività relativi al territorio. Un territorio ricco di tradizioni, ambiente, cultura e produzioni tipiche che va valorizzato. Anche qui, primi segnali della volontà di procedere in tal senso non potranno non essere le scelte di allestire a Serravalle del Chienti la ricca raccolta di reperti archeologici rinvenuti durante la realizzazione dell’infrastruttura e di realizzare a Taverne di Serravalle l’area di sosta e servizio per chi attraversa l’Appennino umbro-marchigiano, quale biglietto da visita di un territorio tutto da scoprire.

Daniele Salvi

 




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11 luglio 2016
I PRIMI VENT’ANNI DELL’APPENNINO

Nella giornata dedicata da Symbola all’Appennino, nell’ambito del Festival della soft Economy in corso a Treia (MC), si è tentato un bilancio a venti anni dal lancio del progetto Appennino Parco d’Europa (APE). Che cosa si è sedimentato in questi anni? Qual è lo stato dell’Appennino? E che cosa lo aspetta nei prossimi vent’anni? Discussione utile, articolata, che ha visto partecipare tante personalità in rappresentanza di una vivacità territoriale poliedrica.

Alcuni numeri per fotografare l’Appennino oggi, quella “ossatura” dello stivale, unitaria e diversificata, moderna e forse contemporanea, fatta di tanti luoghi di resistenza e di resilienza alla globalizzazione: 2157 Comuni, disseminati in 15 Regioni, 31,2% del territorio nazionale, 21,1% della popolazione. L’Appennino negli anni 1991-2014 ha conosciuto complessivamente una stabilità demografica, seppure anch’esso sia attraversato dalla frattura tra Centro-nord e Sud che lo rende duale al pari dell’Italia. Cresce nel Centro (+4%), cala nel Sud (-4,6%), invecchia e perde giovani, ma in modo inferiore alla media nazionale, ha visto crescere la presenza immigrata, ma anch’essa meno della media, è abitato da una percentuale di persone scolarizzate (diplomati e laureati) che è sensibilmente cresciuta.

La sua forza economica è costituita da circa un milione di imprese, distribuite tra distretti industriali di rango europeo e aree marginali a bassa presenza antropica, per il 18% dedite all’agricoltura, per il 25,8% all’industria e per il 56,2% ai servizi, nei quali spiccano turismo, ristorazione, servizi alla persona. Il 6,5% delle imprese hanno per titolari persone con meno di 40 anni, l’11,2% sono guidate da stranieri, il 24,5% da donne, una percentuale, questa, come quella delle imprese del terzo settore, superiore alla media nazionale. Infine, il Pil: dal 1995, anno del lancio di APE, al 2014, fatto cento il Pil nazionale, quello prodotto dall’Appennino è passato dal 77,7% all’81,9%. Niente male. Dati Unioncamere.

Ma un sentimento d’incertezza, Carlo Cambi ha parlato di “emergenza Appennino”, ha attraversato il lavoro dei numerosi tavoli tematici e le considerazioni finali. All’inquietudine ha dato voce Aldo Bonomi, delineando dopo i primi vent’anni della giovinezza una maturità problematica. Dopo gli anni della riscoperta post fordista del territorio e del suo protagonismo competitivo, ha sostenuto il sociologo, l’aria è cambiata e l’Appennino rischia di rimanere stretto tra il “capitalismo delle reti” nella nuova versione digitale a trazione urbana e le dinamiche dei “flussi” globali (energetiche, infrastrutturali, finanziarie, migratorie), che impattano sui luoghi, colti tra l’altro nel pieno di un “processo di disintermediazione in atto”. Tradotto: l’Appennino rischia per un verso l’abbandono e per l’altro il saccheggio delle risorse residue, senza neanche più il conforto di quella “microfisica dei poteri” che lo aveva finora assistito (Province, Camere di Commercio, Banche, Uffici decentrati dello Stato e della P.A.).

Che fare allora? Basterà il giacimento di tradizioni e saperi più o meno sopiti, la biodiversità e il patrimonio culturale, le risorse naturali e i parchi, i beni comuni e la coscienza dei luoghi? Dovremo rassegnarci ad un Appennino come mero luogo di attraversamento e magari consolarci dei successi della conservazione della natura, visto che essa torna a riguadagnare gli spazi che l’uomo aveva sottratto da secoli? La questione è aperta.

Diventa necessario precisare i punti intorno ai quali è possibile ridefinire il rapporto tra locale e globale, evitando che le comunità dell’Appennino diventino quei luoghi del rancore che altrove hanno contribuito alla Brexit. Intanto, bisogna prendere coscienza che dietro quel milione d’imprese ci sono quasi altrettanti imprenditori, molti dei quali sfidano ogni giorno con successo la globalizzazione. Allo stesso modo, la capillare disseminazione di attività che sembrano delineare un nuovo sviluppo a base culturale e green racchiude elementi d’indubbia qualità e potenzialità. E poi, la sfida sempre più attuale dei cambiamenti climatici trova queste terre alte più preparate di altre, pronte ad un’innovazione sostenibile e a misura d’uomo; così pure possiamo dire per l’agricoltura di qualità, le cui produzioni tipiche Dop, Igp, Pat sono state protagoniste ad Expo e sono richieste nel mondo.

Bisognerà, però, cogliere anche il nucleo di verità della strategia nazionale delle Aree interne che ha rilanciato l’idea di un nuovo, imprescindibile intervento pubblico sui servizi essenziali (sanità, istruzione, mobilità e accessibilità), precondizione di ogni altrettanto necessario progetto di sviluppo locale.

E riscrivere lo spazio della rappresentanza: i Sindaci restano i punti di riferimento delle comunità appenniniche, ma mentre nelle aree più urbanizzate sorgono le città e le aree metropolitane e si sperimentano iniziative di unione, fusione e condensazione per assecondare processi di rafforzamento economico, nell’Appennino analoghi processi di polarizzazione diventano necessari per far fronte alle dinamiche demografiche e poter riorganizzare una tenuta del livello dei servizi ai cittadini che consenta di ripensare anche un welfare di comunità, a fronte di processi di concentrazione -ad esempio sanitaria- che rischiano di isolare ulteriormente l’entroterra.

Infine, uno stimolo importante viene anche dal progetto di una macroregione sul modello dell’Italia Centrata (Marche, Umbria, Toscana) che conferirebbe un nuovo ruolo all’Appennino, unificandone i due versanti, tirreno e adriatico. Si tratta, in definitiva, di sperimentare nell’Appennino una modernizzazione di qualità, diversa da quella che finora abbiamo conosciuto e da quella che sembra annunciarsi.

Daniele Salvi

 




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30 giugno 2016
BILANCIO DI UN'ESPERIENZA: QUESTIONI ATTUALI E DI PROSPETTIVA NEL RINNOVO DELLA PROVINCIA DI MACERATA.

 

Essendo questo l’ultimo Consiglio Provinciale, penso che in primo luogo dovremmo tracciare un bilancio della consiliatura che ci ha visto occupare questi banchi. La discussione sulla fase di tranzione che vivono le Province è sicuramente importante, ma è così tecnica che finisce per sfuggire ad una comprensione più ampia e adeguata. Mi pare necessario, quindi, ritornare all'inizio di questa esperienza, se vogliamo esprimere un giudizio equanime e ponderato, che tenga cioè conto delle condizioni date.

Mi è capitato già di ricordare che è del settembre del 2011, cioè tre mesi dopo l'avvio dell'attuale consiliatura, la fatidica lettera di Bruxelles che -tra le altre cose- intimava all'allora Governo Berlusconi d'intervenire per abolire le Province, quasi fosse questo realmente uno dei provvedimenti necessari e urgenti da assumere per garantire l’equilibrio e la tenuta finanziaria del nostro Paese. Si è arrivati a tanto!

L'allora programma di mandato del Presidente neoeletto Antonio Pettinari dovette, quindi, fare subito i conti con un clima e una prospettiva completamente mutati. Non che non ci fosse in atto una discussione sul futuro delle Province, tuttavia da quel momento siamo stati catapultati dentro una progressione di azioni contraddittorie e cogenti, calate dall'alto, che hanno segnato una rotta tortuosa, quanto ineludibile, rispetto all’esigenza di ammodernamento e riordino istituzionale. In altre parole, tutte le Province e noi amministratori appena eletti fummo messi subito in una condizione oggettivamente difficile.

Le scelte, tra l'altro, non riguardavano soltanto il riordino amministrativo ed istituzionale, ma -è bene ricordarlo- un percorso di défault pilotato delle Province, giunto persino a forme di prelievo forzoso che forse neanche durante la guerra erano state adottate. Si è trattato, cioè, di una riforma da attuare non solo senza risorse, ma addirittura conferendo quelle che l'Ente aveva in cassa. Questo va detto tanto per ricordare come sono andate le cose e quale eccezionalità le ha contraddistinte. In queste condizioni che cosa ha fatto la Provincia di Macerata? La Provincia di Macerata è stata l’unica Provincia nelle Marche realmente attiva, che ha sviluppato cioè una mole percepibile di lavori, di iniziative e di progetti, che non ha pari -io credo- con quello che hanno potuto fare le altre Province marchigiane. La nostra Provincia ha mantenuto in tempi difficilissimi un profilo finanziario sano. Sappiamo quali difficoltà hanno, invece, avuto altre Province. La nostra Provincia - questo è importante - nel bailamme che si è determinato a seguito della riforma, è stata un punto di riferimento anche per le altre Province. Il prof. Salerno -con l’onestà intellettuale di una figura esterna alle dinamiche politiche- lo ha testè riconosciuto e sottolineato.

Io credo che a dispetto di chi ci invitava a dimetterci un secondo dopo che fosse stata approvata la riforma Delrio, rispetto alla quale tra l’altro non sarà ininfluente l’esito del referendum di ottobre, sia stato importante tenere fede al mandato ricevuto, potendo così svolgere una funzione utile anche per le altre Province o Aree Vaste delle Marche, i cui amministratori hanno dovuto affrontare questioni complesse e spinose, senza conoscerle bene. Abbiamo svolto la nostra funzione nelle condizioni più ostili e, tuttavia, possiamo dire di essere stati un punto di riferimento. Il percorso fatto non è completato e ci consegna delle difficoltà che bisognerà affrontare con piena padronanza a partire dal prossimo rinnovo, che inaugurerà anche il nuovo Ente amministrativo di Area Vasta. Ma in questo bilancio delle cose fatte voglio ricordarne alcune. Sul versante, ad esempio, dei Lavori Pubblici non siamo rimasti fermi, nonostante il Patto di Stabilità, nonostante i tagli, nonostante i trasferimenti che sono venuti meno. Sono state realizzate opere importanti: il ponte dell’Annunziata a Montecosaro, il ponte di Villa Potenza, la variante del Glorioso a San Severino Marche, il ponte di Colbuccaro a Corridonia, le scuole di Camerino, gli interventi su molte scuole superiori, sul loro efficientamento e risparmio energetico, la costituzione dell’ATA dei rifiuti e del servizio idrico integrato.

L’altro aspetto che voglio richiamare riguarda, invece, il processo riformatore in atto. Le Regioni, le funzioni delle Province che passano alla Regione, i Comuni che si sono chiamati fuori, ma che non possono anch’essi rimanere fermi. Io qui non voglio parlare della Provincia, voglio parlare della Regione, nel senso che noi avremmo potuto auspicare che tutto rimanesse com’era, ma proprio vedendo quello che sta succedendo alle Regioni credo che quell’assetto non avrebbe retto alle mutate circostanze, a maggior ragione per le Province. La situazione della finanza pubblica locale, così come si è aggravata a seguito della crisi esplosa nel 2008, ha consegnato alle stesse Regioni una crescente difficoltà nell'adempimento delle funzioni per cui sono nate e che hanno via via assunto. In virtù di ciò, stiamo di fatto assistendo - il processo è già avviato - ad un declassamento delle Regioni ad una sorta di Province un po’ più grandi. Questo sta succedendo alle Regioni, alle nostre venti Regioni! Non è un caso che Presidenti avveduti e di lunga esperienza regionale - penso al Presidente della Toscana, Enrico Rossi e ad altri suoi colleghi - si interroghino su come le Regioni possano mantenere in condizioni completamente cambiate il livello di risposta per cui sono state costituite. Non solo le funzioni delle Regioni, che si stanno anch’esse asciugando e si asciugheranno ulteriormente se l’esito del referendum sarà positivo, vanno comunque ripensate in un’ottica più essenziale e meno gestionale, ma addirittura il ruolo di Ente di legislazione, alta programmazione e amministrazione, tipico delle Regioni, è messo in discussione dall'intreccio tra maggiori vincoli europei, effetti della crisi e della riforma costituzionale. Per questo si arriva a parlare di macroregioni, dell'Italia Centrata, cioè di rimettere in discussione funzioni, profilo e -persino- confini delle attuali Regioni, così da creare dei soggetti di scala maggiore, più efficaci nell’interlocuzione indispensabile con l’Europa, con i grandi fornitori di servizi, con uno Stato più centralista, ma anche nel governo delle reti e dei flussi che si giocano su territori più ampi.

Per fare un esempio, è impensabile che la Regione Toscana adotti un nuovo PPAR che non dialoga con l’aggiornamento che dello stesso strumento sta facendo le Marche, quando ormai sappiamo che le infrastrutture, la banda larga, la mobilità, i flussi economici, la tutela del paesaggio dai rischi ambientali hanno bisogno -per essere governati- di connessione, integrazione e complementarietà, non della tutela di ambiti e prerogative che rischiano di essere percepiti come ostacoli burocratici da spazzare via. Io penso che la questione finisce per riguardare tutti i livelli istituzionali: riguarda le Regioni, come dicevo, che quindi non possono fare la faccia feroce, perché anch'esse sono in discussione. Ha riguardato per prime le Province, per tante ragioni che abbiamo detto e sulle quali non vale la pena ritornare, ma riguarda anche i Comuni. Osservando il soffitto di questa sala notiamo come siano dipinti gli stemmi di tutti i Comuni e a fianco di ciascun Comune un personaggio che gli ha dato lustro; se andiamo, invece, dentro la sala della Giunta ci sono scritti solo pochi Comuni, probabilmente quelli un tempo più rappresentativi e che rispetto alla platea più larga qui rappresentata, costituivano di fatto una sorta di cabina di regia istituzionale. Ricordo questo per dire che cosa? Che anche i Comuni devono ripensarsi per ambiti omogenei, usando il traino dei Comuni maggiori o “centroidi” -come li chiama il prof. Calafati- , senza forzature garibaldine o superficialità, ma anch’essi sono chiamati ad assecondare un percorso di riforma, a mettersi in discussione, a creare delle entità molto più integrate e capaci di far fronte comune alle sfide.

I Comuni, le Province che si trasformano, la Regione e persino il Parlamento. Il referendum rappresenterà anche una sorta di discrimine tra un prima e un dopo dell'intero processo riformatore. Io non gli attribuisco un valore salvifico, penso che ci vogliano meno comitati del sì e meno comitati del no, che ci sia bisogno di una discussione più informata, di cittadini consapevoli e che le forze politiche dovrebbero esercitarsi nel garantire queste precondizioni, oltre ad un confronto di merito. Stiamo parlando della Costituzione! Non mi piacciono le chiamate alle armi! Penso che, da un lato, la riforma costituzionale offra agli Enti locali, Regioni e Comuni, il terreno di un nuovo protagonismo tutto da sperimentare, dal momento che da molto tempo si parla della riforma in senso federale del Senato come Camera delle Autonomie. Penso, altresì, che un rischio reale, da evitare, sia quello di portare lo scontro, che finora abbiamo conosciuto tra lo Stato e le Regioni nella materia concorrente, nel cuore dello Stato e di vedere la Camera dei Deputati subalterna all'Esecutivo. Questo è il timore più grande che ho, cioè quello per cui tra Camera e Senato, perchè in realtà il bicameralismo permane, in modo differenziato, ma permane, s'inneschi un continuo conflitto di attribuzioni o di intervento sulle leggi con tanto di ricorsi anche in questo caso alla Corte Costituzionale e la conseguente paralisi.

Per quel che riguarda il punto a cui è giunta la vertenza tra le Province marchigiane e la Regione, fermo restando che io mi affido al fatto che c’è un Assessore regionale al Bilancio che ha fatto prima il Presidente della Provincia, quindi penso che questi temi li conosca e che se ne faccia adeguatamente carico, è necessario far uso del buon senso e, ad esempio, cercare di non scambiare le “mele” con le “pere”, ovvero gli immobili con i trasferimenti di tipo economico alle Province. Non scordiamoci che se si facessero accordi bilaterali, Provincia per Provincia, la Provincia di Macerata ha da vantare anche un contenzioso non risolto che riguarda gli anni passati e che avremmo potuto chiudere, ma che bisognerà necessariamente risolvere con la chiusura più complessiva di questa partita. Per il resto, voglio sperare che le criticità, che qui molto puntualmente sono state evidenziate, trovino man mano uno sbocco in positivo, come per la verità mi è sembrato sia avvenuto finora. Dovremmo fare in modo che, anche rispetto alla vertenza con la Regione, che non è non ancora conclusa, la Provincia di Macerata - e questo credo debba essere un elemento di riflessione anche per le forze politiche che si accingono a preparare il rinnovo amministrativo secondo i nuovi criteri voluti dalla riforma Delrio - sia molto attenta al ruolo che andiamo a giocare, che finora abbiamo giocato e che dovremmo cercare di continuare a giocare, se vogliamo salvaguardare il più possibile gli interessi del territorio maceratese, come per esempio abbiamo fatto sulla vicenda della società Quadrilatero.

Occorre evitare il rischio di pensare al rinnovo del nuovo Ente amministrativo di Area Vasta semplicemente come una casella da occupare e su cui accapigliarsi, bensì occorre avere chiara fin d'ora la partita che dal giorno dopo bisognerà giocare nelle sedi deputate per completare -da un lato- un percorso avviato, avendo piena contezza e competenza delle questioni sul tappeto, e -dall’altro- cominciare a lavorare secondo un’idea chiara di che cosa dovrà essere questo nuovo Ente.

Sono giunto all’ultimo punto che volevo affrontare: che cosa vogliamo che sia l'Ente di Area Vasta, fermo restando che non sarà più la Provincia del passato, ma che continuerà ad esistere, forse anche in maniera insopprimibile, stando alla stessa legge di riforma costituzionale, che cancella la parola Provincia dalla Costituzione, ma non potrà fare a meno di un livello sovracomunale di organizzazione amministrativa nella gestione di determinati servizi. In realtà, questo Ente amministrativo di Area Vasta ha delle potenzialità, può rappresentare un'opportunità da sperimentare; penso a tutto quello che riguarda non più soltanto il coordinamento tra i Comuni, che in passato la Provincia ha svolto soprattutto a vantaggio dei Comuni più piccoli che trovavano appunto in essa un’interfaccia fondamentale, ma la gestione di tanti procedimenti amministrativi che ormai, a partire dagli appalti, non si gestiscono più a livello di ogni singolo Comune. Penso alla spinta che un consesso di Sindaci può dare ai processi di unione e fusione dei Comuni, penso alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, alla progettualità europea ed ai progetti integrati tra Comuni, oltre alle funzioni riconosciute (edilizia scolastica, ambiente e territorio, viabilità), che rimangono comunque il core business di questo livello istituzionale. Tutto questo, insieme ad alcuni nuovi obiettivi che ci si può dare, può contribuire a definire via via un profilo progettuale di un Ente che nasce non nelle condizioni migliori, ma che comunque dovrà trovare una strada perché possa essere utile alla comunità provinciale.

 

Daniele Salvi

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 30/6/2016 alle 10:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 maggio 2016
Michele Prospero: “La scienza politica di Gramsci”, Bordeaux 2016, pp. 271.

E’ decisamente un libro sull’oggi questo di Michele Prospero. Sbaglia chi pensa che sia uno dei tanti libri che tracciano una sintesi del pensiero gramsciano.  Da questo punto di vista è un libro militante, che legge Gramsci come pensatore della crisi, quella del primo dopoguerra e dell’avvento del fascismo, ma anche del socialismo realizzato. E proprio la lettura gramsciana della storia del caso italiano diventa la fucina da cui prelevare e ri-problematizzare strumenti e concetti propri dell’interpretazione dei periodi di crisi di regime. Balza allora agli occhi la fecondità di analisi di quello che ormai universalmente è riconosciuto un classico del pensiero politico.  Lo testimoniano, tra l’altro, i numerosi studi di ambito anglosassone, statunitense e persino tedeschi che Prospero cita nelle note.  Vale la pena citare, a mo’ di sintesi, la chiusa del libro: “I Quaderni sono una proposta di scienza politica articolata misurandosi con le categorie di Machiavelli e degli elitisti e assumendo la positività delle tecniche, delle procedure, degli istituti. Gramsci fornisce una scienza politica storicamente integrata che al distacco dell’analista aggiunge il coinvolgimento di chi non nasconde di lavorare “per fornire di nuove armi l’arsenale”. Egli, penetrando nel suo tempo, presta le lenti per l’indagine rivolta alla genesi e trasformazione dello Stato moderno. Il suo sguardo scruta le dinamiche che con regolarità dalla crisi della rappresentanza conducono alla deriva carismatica. In eredità resta un pensiero della crisi, che nella sconfitta affina nuove categorie per ripensare la rivoluzione in occidente puntando su un soggetto collettivo che sappia battersi in autonomia nella lotta culturale, nella società civile e nella politica-storia che, a un paese che ha scontato i ritardi della modernizzazione, potrebbe conferire vantaggi in un tempo di decostruzione dello Stato sovrano. Gramsci, una scienza politica senza più soggetto?”. Prospero termina con una domanda che lascia intendere il pensiero gramsciano orfano dell’oggetto cui aveva attribuito la funzione essenziale di superare i mali del trasformismo, il compito di creare una democrazia egemonica e competitiva e la capacità di una forza costituente. Tutti elementi che riemergono non senza inquietudine, ma di certo senza effettiva novità, nella odierna crisi italiana che è anche crisi europea. A quella nuda domanda, ci permettiamo di aggiungerne un’altra: come è stato possibile?

 




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9 maggio 2016
L’ITALIA CENTRALE FRA MEDIOEVO E CONTEMPORANEITA'

                    

sistemi economici e culturali a confronto 

Camerino, Palazzo Ducale,  20 maggio 2016

Il 20 maggio p.v., con inizio alle 9,15, nella Sala degli Stemmi del Palazzo ducale di Camerino si svolgerà un incontro di studio  a carattere interdisciplinare promosso e coordinato dalla Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, con la collaborazione del Rettorato e il Patrocinio del Consiglio regionale delle Marche. Docenti e ricercatori dell’Università di Camerino e degli atenei di Perugia, Roma, Firenze, Siena e Chieti-Pescara, con il contributo della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio delle Marche, tratteranno temi di carattere storico, economico, artistico, culturale dal Medioevo alla contemporaneità, concentrandosi sui molteplici aspetti dell’area posta tra i due mari, il Tirreno e l’Adriatico.

In due sessioni, verranno  analizzati i tratti comuni che hanno connotato l’Italia centrale lungo i secoli del secondo millennio, caratterizzando insediamenti e demografia, economia e società, il paesaggio e le arti, con ampi approfondimenti sulle nuove realtà economiche e sociali. A partire dalle ore 16, inoltre, si svolgerà una tavola rotonda in cui si confronteranno, su tematiche inerenti lo sviluppo territoriale e le possibili sinergie interregionali, esperti, amministratori e tecnici della programmazione delle regioni dell'Italia centrale, in particolare Marche, Toscana, Umbria e Abruzzo.

Il convegno si pone l'obiettivo, in un periodo di rilevanti cambiamenti sul piano istituzionale e socio-economico, d'indagare le dinamiche storiche, economiche e culturali di lungo periodo, contestualizzando la riflessione odierna che coinvolge l'assetto degli Enti territoriali, tra cui le stesse Regioni, nell'ambito di direttrici comuni, sinergie possibili e integrazioni funzionali allo sviluppo e alla coesione sociale dei territori interessati.

 




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18 aprile 2016
IL FAI: “DIFENDIAMO IL PAESAGGIO MEDIEVALE DEL NOSTRO TERRITORIO”

Si terrà venerdì 22 aprile alle ore 17.00 presso il Palazzo dei Cardinali Pallotta, sede del Municipio di Caldarola, l'incontro di sensibilizzazione organizzato dalla Delegazione FAI di Macerata sull'emergenza culturale rappresentata dall'eremo di San Benedetto di Caldarola, uno dei più importanti insediamenti medievali dell'entroterra marchigiano. L'eremo, oggetto di studi anche recentemente pubblicati nella rivista scientifica “Studi maceratesi”, è situato nell'alta valle del Chienti in una zona impervia sul lato nord del monte Fiungo e la sua facciata è ancora ben visibile transitando la SS77 in corrispondenza della località Valcimarra nella direzione di marcia verso Caldarola.

 

“Il Coenobium Sancti Benedicti de Cripta Saxi Latronis: un eremo da salvare”: questo è il titolo dell'iniziativa, patrocinata dal Consiglio regionale delle Marche e dal Comune di Caldarola, con la quale si vuol porre all'attenzione dell'opinione pubblica e dei soggetti pubblici e privati la condizione di avanzato degrado che riguarda uno degli eremi più antichi e suggestivi della regione.

 

Dopo i saluti dell'Amministrazione comunale e l'introduzione di Maria Paola Scialdone, capo Delegazione FAI Macerata, interverranno: Giammario Borri (Università degli Studi di Macerata) su “Documenti e testimonianze sul monastero Sancti Benedicti de Crypta Saxi Latronis”, Umberto Moscatelli (Università degli Studi di Macerata) su “L'eremo del Saxo Latronis e l'archeologia dei paesaggi medievali nell'entroterra marchigiano”, Pierluigi Salvati (Sovrintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle Marche) su “Il ruolo della Sovrintendenza nella tutela e conservazione del patrimonio culturale”, l'imprenditore Roberto Rita (Presidente Efi) su “L'impegno delle imprese per lo sviluppo sostenibile” e l'On. Irene Manzi (Commissione Cultura della Camera dei Deputati) su “Cultura e sviluppo: le opportunità dell'Art bonus”.

Le conclusioni dell'evento sono affidate a Maria Paola Scialdone e Daniele Salvi, in rappresentanza del FAI di Macerata e del Consiglio regionale.

L'impresa Efi, proprietaria dell'area dove sorge l'eremo collabora gentilmente all'evento.

Seguirà un aperitivo gentilmente offerto dal Comune di Caldarola.

L'obiettivo dell'appuntamento è quello di accrescere la sensibilità dei cittadini verso il valore del nostro patrimonio culturale e di approfondire le possibilità di salvaguardia delle vestigia di un bene unico, di cui altrimenti si rischia di perdere ogni traccia.

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 18/4/2016 alle 10:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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