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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
14 novembre 2016
ALCUNE LETTURE TRA UNA SCOSSA E L'ALTRA...
In un periodo così funestato si può essere assaliti dallo sconforto e dall'incapacità di concentrazione, vivendo ogni istante presi da un'ansia che azzera ogni capacità di ragionamento e di impegno che vadano oltre la soddisfazione delle immediate necessità individuali. Anche leggere è quindi molto complicato, tuttavia abbiamo cercato di non perdere l'abitudine, per cui vi propongo alcuni libri che ho trovato interessanti.
Il primo è di Massimo Orlandi: "La terra è la mia preghiera. Vita di Gino Girolomoni, padre del biologico", Emi, Bologna 2014, pp. 191. E ' la bella biografia di un grande marchigiano e del suo ostinato sogno, quello del riscatto di chi con dignità si fa custode della terra e vive dei suoi frutti, facendo rivivere territori che si spopolano e recuperandone le tradizioni in chiave innovativa. Le produzioni biologiche hanno in Gino Girolomoni il loro padre ed esse -come egli diceva- sono un'operazione culturale, rispondono cioè ad una visione della vita in cui si fondono spiritualità, impegno civile e dignità del lavoro.
Un altro libro è quello di Massimo Papini: "L'intelligenza della politica. Cento protagonisti del Novecento marchigiano", Affinità Elettive, Ancona 2016, pp. 367. Un bell'affresco della classe dirigente politica marchigiana, in cui ognuna delle personalità prescelte viene ritratta in un breve, ma denso, 'medaglione', che ne riassume gli aspetti biografici e politici, connessi ai diversi contesti storici. Papini è giustamente convinto che anche la politica abbia avuto la sua parte nello sviluppo di una regione che agli inizi del secolo scorso era oggetto d'iniziative tese a sottrarla al sottosviluppo e che oggi è comunque tra le più virtuose del panorama nazionale. Si scoprirà così che la classe dirigente politica delle Marche, in questa galleria di protagonisti tutti rigorosamente passati a miglior vita, annovera figure d'indubbia qualità e che il suo contributo non si è limitato all'orticello di casa propria, come troppo spesso un po' superficialmente si dice.
Il terzo libro che intendo segnalare è in onore del Presidente della Repubblica che ci ha lasciato, Carlo Azeglio Ciampi: "A un giovane italiano", Rizzoli, Milano 2011, pp. 154. Un racconto impregnato di alte idealità, ma anche di dimestichezza con l'universo giovanile e di amicalità colloquiale, nel quale il Presidente Ciampi ripercorre le diverse fasi della vita del Paese attraverso il flusso dei propri ricordi e rivolge l'attenzione alle incertezze dell'oggi e del domani, che possono demoralizzare le giovani generazioni. L'insegnamento è quello di coltivare un fiducioso ottimismo, non ingenuo, ma che nasce dalla saldezza degli ideali per i quali vale la pena di vivere. Da leggere nelle scuole.
Un'ulteriore lettura è l'intervista a Benedetto XVI: "Ultime conversazioni", a cura di Peter Seewald, Corriere della Sera, Milano 2016, pp. 238, di particolare interesse, perchè il Papa emerito spiega con semplice umanità il gesto epocale di cui è stato protagonista, quello delle dimissioni dal soglio di Pietro, e ripercorre la sua vicenda biografica e intellettuale, in lotta contro la scristianizzazione dell'Europa. Quello di Benedetto XVI, il Papa teologo, è lo scacco di un cattolicesimo eurocentrico, che attraverso il rinnovamento dell'ortodossia, guidato da fede e ragione, aveva pensato di offrire una prospettiva al vecchio continente e alla Chiesa globale. Le sue dimissioni hanno aperto all'elezione del Papa che viene 'dalla fine del mondo', forte dell'inculturazione gesuitica e dello sguardo globale che può venire molto più realisticamente da chi ha potuto vedere il mondo con gli occhi degli ultimi.
Infine, un omaggio all'antica Università di Camerino, così duramente colpita dal sisma, ma pronta a rialzarsi all'insegna dello slogan #ilfuturononcrolla. Per chi volesse conoscerne la nobile storia tra incerte origini (sicuramente Trecentesche) e successive rifondazioni (1727 e 1753) vale la pena di leggere il bel libro di Pier Luigi Falaschi: "Studium generale vigeat. Alle origini della Università di Camerino", Per la Storia dell'Università degli Studi di Camerino, Studi e testi, n. 5, Unicam, Centro audiovisivi e stampa, anno 2000, pp. 217. Interessante l'Appendice del libro, che raccoglie le novelle di Franco Sacchetti, tratte dal 'Trecentonovelle', che hanno per protagonista Rodolfo II Da Varano, una delle figure più importanti ed influenti del Trecento italiano. Buona lettura!
 



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14 novembre 2016
Intervento al workshop di Urbanpromo “Progetti per una macroregione europea nell’Italia mediana” – Milano 10 novembre 2016.

 L’Appennino dopo il terremoto: prove tecniche di Rinascita.

Se volessimo oggi davvero parlare di “Italia mediana” o più in generale di Italia Centrale dovremmo tematizzare il terremoto di Amatrice e di Arquata del Tronto e la sua estensione geometrica nell'Umbria (Norcia) e soprattutto nelle Marche (Visso/Camerino, ma in realtà ben tre province) per capire se i nostri ragionamenti hanno un senso e una prospettiva possibile.

Il sisma, infatti, ha colpito un’area che rappresenta un crocevia e uno snodo che coinvolge ben quattro regioni, le quali proprio nella direttrice che dall'Aquila arriva a Camerino e a Perugia erano un tempo unite dalla cosiddetta “via degli Abruzzi”, frequentata dai mercanti medievali diretti da Firenze a Napoli.

L'ampio areale investito e gli ingenti danni prodotti dalla forza tellurica pongono una questione decisiva per il futuro di estese aree appenniniche e per l’identità stessa delle regioni interessate. Qualche dato può aiutarci a capire. Per quel che riguarda soltanto le Marche stiamo parlando di territori colpiti pari ad un terzo di essa: 122 Comuni su 236, 249 “zone rosse”, 54 edifici comunali inagibili, 160 scuole non agibili, 795 attività produttive coinvolte, di cui 195 stalle, 39.000 persone costrette a trovare sistemazioni diverse da quelle in cui vivevano. I dati sono suscettibili di modifiche per difetto. Poi i beni culturali, in un territorio ricchissimo; per fare un solo esempio, delle 486 chiese della Diocesi di Camerino-San Severino Marche, la più ampia per territorio delle Marche, soltanto 10 risultano agibili, con tutti i problemi conseguenti alla tutela e conservazione del patrimonio culturale (quadri, sculture, arredi, affreschi...). Solo il piccolo Comune di Castel Sant'Angelo sul Nera, con i suoi circa 300 abitanti, conta ben 19 chiese, ognuna delle quali ricchissima di arte e storia.

Tutto questo è accaduto a quasi venti anni dal terremoto di Colfiorito del 1997, la cui ricostruzione è stata essenziale perché non ci fossero perdite di vite umane e i borghi, seppure feriti, non si riducessero a cumuli di macerie, come abbiamo visto nel passato o anche nel caso della zona di Amatrice. Per esemplificare: se non ci fosse stata la ricostruzione del ’97 oggi Camerino sarebbe come Amatrice, e forse anche il tributo di vittime non sarebbe stato inferiore. C’è sicuramente di che riflettere anche su quell’esperienza e c’è soprattutto da migliorare, specie quando s’interviene su costruzioni del passato o sulla fragilità dei beni culturali, ma dobbiamo anche riconoscere che essa è stata provvidenziale dal punto di vista delle vite umane.

Il tema che si pone, ora, non è soltanto quello ciclopico di un Paese vulnerabile per la sua sismicità, ma poverissimo di costruzioni atte a farvi fronte, nonostante le repliche della natura, ma quello di zone montane e rurali strette tra un evento calamitoso paragonabile per forza a quello dell'Irpinia e la crisi economica che, insieme al processo di rarefazione dello Stato sui territori (superamento delle Province, tagli al welfare, ridimensionamento delle autonomie funzionali, banche e Camere di commercio, rete periferica dell’amministrazione centrale), sembra consegnarle a un destino fatale.

Una nuova fase di spopolamento si annuncia, proprio quando si concentravano da tempo tentativi e sforzi per una inversione di rotta, anche con alcuni risultati concreti; nella mente degli stessi abitanti si fa strada la percezione che diventi vano ogni dieci-venti anni ripartire ogni volta da zero; nella mente dei più, invece, s’insinua il tarlo che sia meglio lasciare alcuni luoghi così vulnerabili al loro destino e che non ci si possa permettere di spendere ogni volta ingenti risorse pubbliche con il rischio che fra dieci anni si è di nuovo punto e a capo.

Tra l’altro, in un colpo solo, si è dimostrato quanto sia insufficiente pensare a un tipo di sviluppo delle aree interne incentrato sul turismo come economia prevalente, in realtà di per se stessa molto volatile.

Sarà decisivo, quindi, il lavoro del Coordinamento delle quattro Regioni coinvolte, del Commissario per l’emergenza e la ricostruzione, della Protezione Civile e del Governo, oltre a quello della classe dirigente locale, per far capire non soltanto nel momento dell’emergenza, ma nel tempo, quale idea di solidarietà nazionale e di ricostruzione si ha, ma soprattutto quale idea di rinascita, perché da essa di deduce anche l’idea di Paese cui si pensa. In quei territori il terremoto è un’eredità millenaria e ciò non ha impedito che fiorissero comunità ricche spiritualmente e materialmente e che, anzi, ogni volta rinascessero più belle di prima.

Non solo, dobbiamo incoraggiare la permanenza e il ritorno prima possibile di chi momentaneamente si è allontanato. Non possiamo scommettere sull’abbandono del territorio da parte dell’uomo, magari incoraggiati dall’ideologia che ormai la sfida dello sviluppo si giochi soltanto nei grandi agglomerati urbani, rispetto alla quale -tra l’altro- le Marche così come tutta l’Italia centrale (ad eccezione di Roma e un po’ Firenze) sarebbero completamente out.

Ricostruzione e rinascita non sono, quindi, una petizione di principio, né la logica deduzione del fatto che il territorio nazionale è per tre quarti sismico (come insegna la storia dal Belice al Friuli, dall’Irpinia all’Umbria, alle Marche, all’Abruzzo fino a oggi), ma il frutto della consapevolezza che senza di esse le diseconomie sistemiche dell’abbandono delle aree interne aumenterebbero e le conseguenze si farebbero presto sentire più a valle e vicino ai centri più popolosi con forza ancora maggiore rispetto a quella già conosciuta. Insieme a questo si lancerebbe un messaggio devastante a tutte quelle aree del Paese, che rappresentano il 70% del territorio nazionale e il 30% della popolazione complessiva, che sarebbero raffigurate come la palla al piede dell’Italia e non invece come lo spazio di una cultura vitale e di uno sviluppo reale e potenziale, peculiare, essenziale e integrato al resto dell’economia nazionale.

Dopo quella del Meridione, l’Italia non ha bisogno di un’altra caricatura a uso di populisti e demagoghi.

 

La sfida diventa, allora, quella di sapere coniugare il meglio delle diverse esperienze nazionali di ricostruzione, partendo da quella umbro-marchigiana del 1997, e di concepire una ricostruzione che possa essere anche un prototipo estendibile e mutuabile della più ampia progettualità di messa in sicurezza del territorio nazionale, da “Casa Italia” a “Italia sicura”.

Le fasi dell'emergenza, ancora pienamente in atto, si sono contraddistinte per la generosità, lo spirito di solidarietà e la capacità di unirsi tutti nel far fronte ai problemi, ma non sono mancati limiti nell’uniformità della risposta organizzativa e nell’adozione di una strategia chiara che ispirasse anche la fase di emergenza, su cui mi pare si stia opportunamente correggendo il tiro. Se vogliamo ricostruire in situ città e borghi più belli e resistenti di prima, come si è detto da parte di tutti, dobbiamo articolare una risposta anche nell’emergenza che risponda alle differenti esigenze delle persone e delle attività, che non “deporti” altrove intere comunità, che non le disperda, ma le tenga il più possibile unite e soprattutto che non recida anche quelle piccole ultime radici su cui può e deve poggiare la rinascita dei luoghi.

Questo si fa con un ventaglio di risposte (appartamenti agibili e sfitti, luoghi pubblici attrezzati, aree di protezione civile, moduli abitativi provvisori, etc.), in cui gli alberghi della costa adriatica possono assolvere una parte del problema, ma non rappresentare l’unica soluzione, come se per sei mesi la vita si potesse sospendere. Pensiamo al fatto che ciascuno dei paesi colpiti dal sisma, almeno nella provincia di Macerata, la più colpita delle Marche, ha da dopo il terremoto del 1997 una piazzola di protezione civile e un’elisuperficie. In quelle piazzole sarebbe dovuta rimanere attrezzata e manutenuta dai Comuni una cittadella per l’evenienza di un nuovo sisma, perché il terremoto non viene una volta soltanto. Dovremmo pensare per il futuro che forse non basterà ricostruire ancora una volta, meglio e più bello di prima, ma che delle aree attrezzate debbano comunque rimanere non solo a monito, ma fruibili e manutenute dalle comunità locali.

Il Governo ha dato ampie rassicurazioni e approvato decreti tempestivi e coerenti, tuttavia il lavoro di ricostruzione che si prospetta per un ampio territorio, tra i più suggestivi e ricchi dell'Appennino centrale, immane e pesante. Il riconoscimento di tutta l’area che sarà ricompresa nel cratere aggiornato come area di crisi complessa e non complessa mi pare il minimo che si possa fare da parte dello Stato e delle Regioni.

Cambiano, pertanto, le priorità delle regioni dell'Italia Centrale: non recidere innanzitutto le pur deboli radici della rinascita possibile (attività produttive e scuole); mettere in sicurezza antisismica le città e i borghi, avvalendosi di tecnologie, competenze adeguate, scelte di adeguamento sismico rigorose; chiamare un’intera generazione di professionisti, giovani laureati, a fare rivivere una delle parti più belle dell’Italia e del mondo.

Da questo punto di vista, la stessa progettualità di “Casa Italia” per essere una cosa seria deve superare le modalità con cui, in un Paese che ha drammatiche priorità, si è operato finora. Ricordiamo tutti il click per selezionare i progetti dei 6000 campanili, oppure la gara a chi manda più mail nella speranza di veder finanziato il proprio progetto riguardante un bene culturale segnalato a bellezza.it, oppure la dispersione d’interventi sull’edilizia scolastica, oppure i “Monument’s men” per salvare il patrimonio culturale internazionale, mentre le sovrintendenze venivano ridotte al lumicino, impossibilitate a poter garantire il mero puntellamento o il recupero dei beni di casa nostra!

O “Casa Italia” è un piano pluriennale, inter-generazionale, serio che approccia secondo una logica di priorità un problema endemico del nostro Paese, cominciando dalla “fascia sismica 1” che riguarda tutto l’Appennino, oppure siamo di fonte all’ennesima operazione spot. Di questo dovrebbe farsi portavoce INU che ha elaborato un proprio “Progetto Paese”, da cui mi auguro non siano disgiunti i temi della cura e della manutenzione del territorio, oltre a quello della tutela del paesaggio, del consumo di suolo zero, del “costruire sul costruito” e delle azioni di riqualificazione e rigenerazione urbana.

Le questioni poste dal sisma segnano, di fatto, anche una profonda discontinuità con quelle progettualità che hanno finora ispirato un’idea di tutela, promozione e sviluppo della dorsale d’Italia: Appennino Parco d'Europa (APE) o la Carta di Fonte Avellana; ma anche la stessa Strategia Nazionale delle Aree Interne, che richiede una rivisitazione-rimodulazione. In questo caso, ad esempio, è ancor più necessario l’investimento nei servizi essenziali (Scuola, Sanità, Mobilità, Accessibilità), insieme però a progetti di sviluppo locali che accompagnino da subito il processo di ricostruzione e rinascita. Quel che sta in campo ormai è se c’è o no la volontà per un progetto effettivamente nazionale ed europeo d’investimento, ampio e organico, sull’abitabilità, il ripopolamento e lo sviluppo equilibrato e armonico di uno spazio maggioritario del territorio italiano.

Siamo, infatti, ormai oltre quanto finora immaginato per il cuore dell’Italia. Il tema della sicurezza antisismica e del territorio dovrà innervare qualsiasi iniziativa, intervento o investimento che riguardi le zone dell’Appennino;  non ci sarà futuro per l’Appennino senza produzione, sicuramente sostenibile e innovativa, soft o light quanto si vuole, ma produzione (non solo la parola magica del “turismo”); inoltre, la polarizzazione verso le città rischia di rendere ancor più periferiche le aree rurali ed interne e questo, nella situazione determinatasi, potrebbe assumere per esse il segno dell’irreversibilità. A queste sfide si può far fronte soltanto con un Progetto Paese e un protagonismo dell’Europa.

Le Regioni coinvolte sono chiamate a riscrivere il rapporto tra sviluppo e paesaggio: strumenti paesaggistici, urbanistici e di governo del territorio coordinati nell’ambito della macroregione; rete delle città e delle città intelligenti guidata da un approccio integrato, perché nella macroregione non c’è “città” che non abbia un “contado” e che non sia tale proprio in funzione del rapporto di reciprocità che ha con il territorio circostante, anch’esso 2.0; politiche regionali di accompagnamento alla ricostruzione, anche utilizzando la prossima rimodulazione di metà termine dei fondi strutturali 2014-2020.

Politica del paesaggio, reti delle città e aree rurali, infrastrutture materiali e virtuali, evoluzione dei sistemi di sviluppo locale, ruolo delle autonomie funzionali (Banche, Camere di Commercio, Università), delle autorità di gestione, delle agenzie di ricerca, conoscenza e innovazione tecnologica, dei gestori di servizi pubblici a rilevanza industriale e a rete, possono essere gli ambiti di un impegno comune macroregionale.

Su questo il confronto con i grandi gestori di servizio nazionali (Enel, Anas, Ferrovie, Telecom, Autostrade, etc.) può avvenire più agevolmente se in ambito di macroregione si condividono obiettivi, percorsi e progetti comuni. Penso ai Piani telematici e digitali, alle scelte energetiche, alle “incompiute” ferroviarie, come la Orte-Falconara o alla necessità di rendere minimamente agevole la percorrenza ferroviaria Ancona-Perugia-Firenze. Lo stesso dicasi per quel che concerne il confronto a livello europeo non solo in vista della programmazione post 2020, ma della prossima rimodulazione di mezzo termine delle risorse 2014-2020, della possibilità di attivare il “Fondo Grandi Catastrofi” per l’emergenza post-sismica e la prevenzione, e dell’idea di fare di “Casa Italia” e dell’Appennino una grande piattaforma di progetto a valere sulle risorse del Piano Juncker, tenendo gli investimenti che creano crescita e occupazione fuori dal Patto di Stabilità europeo.

Hic Rodhus, hic salta! La situazione contingente ci obbliga ad alzare l’asticella delle nostre ambizioni. D’altra parte, senza neppure la capacità di osare del pensiero, non ci resterebbe che scomparire.

 




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25 ottobre 2016
DOMENICA 30 ottobre 2016: “A PIEDI, LUNGO LO SNODO CRUCIALE DELLA VIA DRITTA TRA ROMA E LORETO”.

 

Domenica 30 ottobre le città di Camerino e San Severino Marche saranno nuovamente legate da una strada che ha segnato indissolubilmente la loro storia religiosa, economica e culturale, e che solo nei decenni più recenti è stata completamente abbandonata: quella che per molti secoli aveva rappresentato lo snodo cruciale della “via dritta”, ovvero un asse strategico che collegava il santuario di Loreto e la capitale pontificia.

Sulla scia di accurate ricerche storiche, i membri delle sezioni camerte e settempedana del CAI,  lo hanno individuato e il mattino di domenica 30 ottobre guideranno fedeli, turisti, appassionati di  trekking lungo un tracciato di rara bellezza sotto il profilo paesaggistico, artistico, ambientale: quello che da porta Malatesta in Camerino conduce a Renacavata e Torre Beregna da un lato; e, dall’altro, quello che da San Severino conduce a S’Eustachio in Domora, Torre Beregna e il Convento di Renacavata che, come è noto, fu teatro della Riforma cappuccina.

All’iniziativa, promossa dall’Università di Camerino, aderiscono i Comuni di San Severino, Camerino, Serravalle di Chienti, Spoleto, Treia, Castelraimondo, Pioraco, le Unioni Montane camerte e settempedana, l’Ordine dei Cappuccini, le Clarisse di Camerino, gli Scouts, Legambiente. Il Consiglio Regionale delle Marche la sostiene con il suo patrocinio. Da Camerino si parte alle ore 9: il luogo di raccolta è sottostante Porta Malatesta (l’antica porta San Giacomo, in direzione di Roma e della Francigena); attraversando il centro storico e raggiunta la Porta Santa e San Venanzio, si uscirà attraverso Porta Felillo (altra antichissima porta medievale), quindi si raggiungeranno i Ponti, Renacavata, Torrone, Torre Beregna, e di nuovo Renacavata. Da San Severino si partirà alle 8 dalla chiesa di Sant’Agostino quindi, raggiunte le Grotte di Sant’Eustachio, ci si dirigerà verso il rifugio Manfrica, Torre Beregna e Renacavata. Nel Convento dei Cappuccini si condividerà il pranzo attorno alle 13,30.

Il “cammino”, che si svolgerà anche in caso di maltempo, figura nell’Anno Nazionale dei Cammini, “Orme di bellezza 2016”, ed è solo il primo di una serie di appuntamenti analoghi, il più importante dei quali si svolgerà in primavera, allorché verrà percorso tutto l’itinerario da Roma a Loreto lungo quella che la ricerca storica ha ormai accertato essere il più antico tracciato della via romano-lauretana e che le fonti definiscono significativamente la “via dritta”, cioè la più breve, in funzione per tutta l’età medievale e che soltanto sul finire del Cinquecento verrà sostituita dalla “via nova”, che passava per Muccia e la Val di Chienti, fino a Macerata, Recanati e Loreto.

Le cittadinanze di Camerino e San Severino e quelle dei centri limitrofi, studiosi e appassionati sono invitati a partecipare alla riscoperta di un itinerario impresso nei documenti, nelle cronache, nel paesaggio, che ha segnato in modo determinante l’economia, la cultura, la società di tanta parte del territorio appenninico e dell’Italia centrale, sostenendone coesione e sviluppo.   

 




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3 ottobre 2016
Il convento di Renacavata e l'antica via romano-lauretana

CAMERINO_Ormai è inoppugnabile. Quel che la ricerca storica ha restituito, scavando negli archivi e tra i documenti, trova un’ulteriore conferma nell’architettura e nella disseminazione degli edifici sacri e non. L’antico tracciato della via romano-lauretana, che collegava i due centri religiosi più importanti di Roma e Loreto, passava per Spoleto, Colfiorito e Camerino e da qui, per la “via di Beregna”, raggiungeva San Severino e la valle del Potenza. Era quella che le fonti chiamano “via dritta”, cioè la più breve, in funzione per tutta l’età medievale e che soltanto sul finire del Cinquecento verrà sostituita dalla “via nova”, che passava per Muccia e la Val di Chienti, fino a Macerata, dove poi si dirigeva verso Recanati.

E’ questo il contenuto del libro pubblicato dal Consiglio Regionale delle Marche che raccoglie gli atti del convegno del 30 Ottobre 2015 tenutosi a Camerino per iniziativa della Scuola di Giurisprudenza del locale ateneo e presentato nei giorni scorsi nel convento dei Cappuccini di Renacavata.

Perché proprio in questo luogo? Ecco il secondo elemento frutto della ricerca più recente. A Renacavata esisteva una domus hospitalis che poi fu ampliata dalla duchessa di Camerino Caterina Cybo Varano per dare una degna sede all’appena riconosciuto Ordine dei Cappuccini (1528), nato sotto la sua protezione e intercessione presso l’allora pontefice Clemente VII e che poi ha avuto un’estensione mondiale, divenendo tra l’altro custode della Santa Casa di Loreto fino ai nostri giorni.

La costruzione della sede in quel luogo, già con ogni probabilità punto di sosta ed accoglienza per i pellegrini, non sarebbe dunque casuale.

Di tutto questo si è discusso con gli interventi di Giuliano Pinto, professore emerito dell’Università di Firenze, che ha presentato il libro frutto delle ricerche sulla viabilità d’epoca medievale di Emanuela Di Stefano e delle ricercatrici dell’Università di Camerino Tiziana Croce e Catia Eliana Gentilucci; dell’arcivescovo di Camerino - San Severino Marche, Francesco Giovanni Brugnaro, dell’esperto di Cammini e consulente del Ministro della Cultura e del Turismo, Paolo Piacentini, del cardinale Edoardo Menichelli. L’incontro, a cui ha partecipato un numeroso pubblico, è stato presenziato dal Pro Rettore Unicam, Claudio Pettinari, dal direttore della Scuola di Giurisprudenza, Antonio Flamini, dal padre guardiano del convento, fra Giampiero Maria Cognigni e coordinato da Daniele Salvi, capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio regionale (il volume è scaricabile dal sito www.consiglio.marche.it alla sezione Pubblicazioni-Quaderni, n. 211).

Presenti numerosi coautori del libro ed i rappresentanti delle Amministrazioni locali di Camerino, Pioraco, San Severino e Treia. Al termine del convegno è stato possibile per gli intervenuti visitare il Museo storico dei Cappuccini e gustare l’ospitalità proverbiale dei frati. I prossimi passi, finalizzati a tradurre concretamente i risultati della ricerca storica, riguarderanno l’organizzazione della camminata dal convento di Renacavata alle Grotte di Sant’Eustachio in Domora nei pressi di San Severino Marche in collaborazione con il CAI e Legambiente. L’obiettivo dichiarato è l’inserimento dell’intero tracciato Spoleto - San Severino via Camerino nei programmi di turismo religioso legati ai Cammini, su cui il Ministero della Cultura e del Turismo sta investendo convintamente.  

 




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31 agosto 2016
LETTURE FERIALI

Le ferie sono trascorse con il piacere di alcune letture che sinteticamente vi segnalo. La prima ha riguardato il manifesto politico del candidato alla segreteria nazionale del Pd Enrico Rossi: “Rivoluzione socialista”, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 141. Apprezzabile lo sforzo di Rossi di tradurre in proposta politica l’analisi ormai convergente di diversi pensatori ed economisti sulla crisi economica, sociale e democratica, nata dalla finanziarizzazione dell’economia globalizzata, dallo strapotere delle multinazionali, dall’aumento delle diseguaglianze, a partire da quella tra redditi da capitale e da lavoro. Rossi unisce a proposte coraggiose, imperniate intorno ad una rilettura aggiornata del nesso tra questione sociale e questione democratica, l’esperienza dell’amministratore pubblico che gli consente di dare concretezza ad un ragionamento che sulla scia di Sanders, Corbyn e Honneth tenta di dare nuova sostanza e immagine alla parola “socialismo”.

La seconda è una raccolta di scritti di Alex Langer: “Non per il potere”, Chiarelettere, Milano 2016, pp.  150. A circa vent’anni dalla sua scomparsa, colpisce l’attualità delle riflessioni di Langer sulla conversione ecologica dell’economia e della società, sulla convivenza etnico-culturale, sulle contraddizioni della crescita, sulle diseguaglianze tra ricchi e poveri, sul dilemma tra tutela dell’ambiente e della salute e difesa del lavoro, sul ruolo della cooperazione internazionale, il razzismo, la pace, l’Europa. Figura molto originale, figlia del crogiulo culturale della realtà sudtirolese, Langer tiene costantemente viva una riflessione critica sul modello di sviluppo capitalistico, anche quando la fine del socialismo reale e la caduta del muro di Berlino faranno parlare altri di “fine della storia”. Si sforza di rendere l’ambientalismo una politica che abbia presa nella reltà e nei convincimenti dei cittadini, che sia cioè “socialmente desiderabile”, per combattere la deriva consumistica degli anni Ottanta e Novanta. Molte sue riflessioni laiche trovano oggi un’eco religiosa nelle parole di Papa Francesco sulla necessità di una “ecologia umana”.

La terza è una raccolta di articoli di Roberto Mancini: “La rivolta delle risorse umane. Appunti di viaggio verso un’altra società”, Pazzini Editore, Rimini 2016, pp. 131. Titolo forte e contenuti coraggiosi in un libro che condensa la visione etica e non violenta di un’altra società e di un’altra economia. Radicale è la critica del capitalismo nella sua versione neoliberista e finanziarizzata, così come la fondazione di una antropologia “sostenibile” su cui basare la ricostruzione di un agire corale che si rivolge preferenzialmente a movimenti, gruppi, realtà più o meno organizzate, a cui viene affidato un nuovo progetto per l’Italia e un diverso programma per l’Europa. Mancini delinea le caratteristiche di una “economia degli equilibri”, che cerca di tradurre il valore della fraternità e sororità in maniera concreta, oltre l’egoismo liberale e l’egualitarismo del socialismo reale. Non smarrisce mai il primato della politica rispetto all’economia, ma sottolinea la necessità di una rifondazione della politica, che per non essere mera deriva personalistica collusa con l’economia della finanza deve attingere la sua motivazione profonda ad una sorgente ideale o spirituale che ci precede. Per Mancini occorre, quindi, tenere fede alla promessa e ritenere che il tempo dell’esodo verso una trasformazione dell’economia e della società sia già iniziato. All’uomo spetta di essere, insieme ad altri, lievito della storia, di una storia possibilmente diversa.

Infine, due letture più leggere che mi limito soltanto a indicare. Per chi ama la poesia Vittoria Fonseca: “Una giumella di senso”, Supernova Edizioni, Venezia 2013, pp. 98. Per chi ama i romanzi storico-biografici Edgarda Ferri: “Piero della Francesca. Storia e misteri del maestro della luce”, Mondadori, Milano 2001, pp. 308. Tutto qui, poi è arrivato il terremoto…ma questa è un’altra storia!

 




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8 agosto 2016
UN VIAGGIO TRA L’UMBRIA E LE MARCHE

Ora che l’apertura della SS77 faciliterà i flussi turistici nel nostro territorio, cosa che sta già avendo un riscontro nella stagione balneare, dovremo fare in modo che il fascino di antichi percorsi e antiche città d’arte possa essere meglio conosciuto e gustato. Non è nel nostro destino, infatti, diventare meta di un turismo di massa, ma è altrettanto certo che non possiamo rimanere così come in quel 1862 quando Umbria e Marche furono la destinazione preferita di un inglese colto e innamorato dell’Italia, Thomas Adolphus Trollope (1810-1892).

Autore di circa sessanta volumi fra viaggi, storia e romanzi, fiorentino d’adozione, liberale partecipe delle sorti del processo risorgimetale dell’Italia, Trollope viaggiò in compagnia di un amico tra Umbria e Marche all’indomani della conquistata unità e indipendenza della Penisola, non mancando di esprimere il suo favore per quanto stava avvenendo e la sua voce critica rispetto allo stanco e chiuso governo pontificio delle due regioni, oltre che verso un uso persistentemente superstizioso della religiosità.

“Un viaggio quaresimale in Umbria e nelle Marche”, a cura di Alberto Sorbini, Editoriale Umbra, Foligno 2015, pp. 281, è il resoconto del tragitto percorso nell’arco di quaranta giorni da Trollope, il quale, partendo da Firenze e quindi da Arezzo, attraversa Città di Castello, Fratta (l’odierna Umbertide), Gubbio, Perugia, Assisi, Foligno, Colfiorito, Serravalle, Camerino, Tolentino, Macerata, Corridonia, Fermo, Porto di Fermo, Porto Recanati, Loreto, Recanati, Osimo, Ancona, per poi finire a San Marino e da lì fare ritorno a Firenze.

Si tratta di un viaggio particolare, che risponde alla precisa volontà dei due viaggiatori di muoversi lontano dalle mete consuetudinarie e preconfezionate, tipiche dei turisti europei che allora (come oggi) venivano in Italia. L’obiettivo è quello di andare alla scoperta di realtà poco conosciute, ma di cui la storiografia erudita, di cui il Trollope era conoscitore alquanto informato, abbia conservato un ricordo importante. La preferenza è riservata al periodo medievale e rinascimentale, visti come momenti da cui è possibile attingere ancora il senso di libertà, grandezza e ricchezza di cui l’Italia fu protagonista. Rispetto al periodo classico, pre-romano e romano, le cui vestigia troppo lontane nel tempo non riescono più a trasmettere analoghi sentimenti, e a quello moderno, purtroppo tragico per il nostro Paese per via della sudditanza e della divisione della nazione, Trollope predilige la vitalità dei Comuni e lo splendore delle Signorie, anche quando la loro storia è permeata di violenza. Si capisce dalla lettura del libro che un particolare fascino producono, in linea con il gusto romantico e la cosiddetta estetica del “pittoresco”, allora prevalente, proprio quelle città che furono culle d’arte, di commerci e del potere politico, di cui ancora è visibile il “potere del denaro”, spesso ridotto a rudere coperto di natura selvaggia, e che appaiono all’indomani della fine del potere papale chiuse in se stesse, lontane dall’industrialismo avanzante e quasi addormentate.

Dice Trollope: “Non si può negare che la popolazione accogliesse volentieri l’avvento del potere clericale, come un miglioramento decisivo rispetto a quello dei signori locali. Nondimeno è un fatto piuttosto evidente ed istruttivo che in ogni caso i giorni turbolenti di questi principi minori siano stati per ogni città i giorni gloriosi della prosperità, a cui si guarda ancora con orgoglio e alle vestigia dei quali si continua a guardare come l’unico titolo per reclamare un posto accreditato e riconosciuto nella storia della civiltà mondiale”. Mentre ora: “il cambiamento prodotto dalla nuova libertà di parola, che si sta diffondendo rapidamente nel carattere sociale e morale degli italiani, è uno dei risultati più affascinanti e validi del nuovo ordine delle cose nella Penisola”, oltre che il motivo di un maggiore dinamismo e sviluppo.

Città di Castello, Gubbio, Camerino, Fermo sono le città che conquistano maggiormente l’attenzione e richiamano la conoscenza storica del Trollope, anche nell’ottica dell’originalità, esclusività ed autenticità del percorso e dei luoghi. Esse sono anche le città dei Vitelli, dei Montefeltro-Della Rovere, dei Da Varano e degli Euffreducci, sulle cui vicende indugia il racconto. Ancona, poi, segna la differenza nella percezione del viaggiatore tra queste città nobili, ma decadute, e una città moderna, meno attraente, ma frenetica.

Di Camerino, che pure in quegli anni perdeva lo status di Delegazione pontificia, si nota come “l’ordine e la tranquillità sono stati più dannosi per la città della tirannia burrascosa degli antichi signori locali” e come i suoi abitanti fossero a tal punto legati alla storia patria, cioè alla storia municipale, da essere impossibile acquistare da loro, pur a buon prezzo, la “Storia della città di Camerino” del Lilii, gelosamente conservata. Benchè il Trollope percorra l’intera valle del Chienti e larga parte della cosiddetta via Lauretana, è importante notare come ancora nel 1862, quando ormai la “via nova” della Muccia era una realtà consolidata, salire alla città di Camerino rappresentava una tappa quasi obbligata.

Vale la pena, inoltre, ricordare come egli riconosca alla storia erudita grande importanza, ritenendola nella condizione dell’Italia, paragonata a quella di un vetro infranto in tanti pezzi, una vera e propria storia di nazioni. Ma, allo stesso tempo, Trollope si prende gioco dell’ardore per la disputa e la polemica campanilistica, quando tratteggia un confronto tra Camerino e Macerata, similitudini e differenze, e ricorda la querelle tra accademici ed eruditi delle due città scoppiata nel 1777. Infine, egli avanza l’idea che la vicenda dei Da Varano meriti una storia al pari di quella del Denniston per i duchi di Urbino, ma possiamo dire con ragione che, nonostante i progressi, oltre 150 anni non sono bastati a vederla realizzata.

Altri particolari interessanti del racconto di viaggio riguardano la capacità di descrivere il paesaggio, il gusto di percorrere tracciati imprevisti con mezzi appena sufficienti, l’acutezza nel descrivere personaggi, usi e costumi, non ultimi quelli enogastronomici, l’interesse per le tracce dell’orgoglio e della ricerca della propria libertà rinvenibili nella storia delle varie municipalità, per quanto pur sempre suddite di un signore o del Papa-Re, e da ultimo la testimonianza del saccheggio sistematico di opere d’arte che ha interessato nei secoli anche le città di questa parte “in ombra” del Rinascimento italiano.

Dalla lettura di questo resoconto di viaggio, opportunamente tradotto in italiano, la mente viene sollecitata da tanti spunti e idee per una valorizzazione del territorio tra Umbria e Marche, meta ideale di un turismo slow ed emozionale. Solo che lo vogliamo.

 

Daniele Salvi

 




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27 luglio 2016
DUE MESI PER CAPIRE IL FUTURO DELLA SACCI DI CASTELRAIMONDO

Martedì 26 luglio (ieri) in un’intera pagina sul quotidiano di cui la famiglia Caltagirone è proprietaria si dà ampia notizia dell’ultima acquisizione del gruppo Cementir. E’ stata rilevata, infatti, per 312 milioni di euro la “Compagnie des ciments Belges” che comprende l’impianto di Gaurain-Ramecroix, uno dei più grandi d’Europa.

L’operazione è stata possibile a seguito dell’acquisizione di Italcementi da parte della tedesca Heidelberg Cement, la quale su ordine dell’autorithy europea per la concorrenza ha dovuto mettere sul mercato alcuni stabilimenti, tra cui appunto quelli acquisiti da Cementir con l’operazione suddetta.

Il colpo grosso di Cementir segue all’operazione di acquisto per 125 milioni di euro del gruppo Sacci, quinto gruppo italiano del settore cemento e affini, in via di perfezionamento. L’articolo dice chiaramente che il closing dell’operazione Sacci avverrà entro fine mese, dal momento che anche la questione del rinnovo della concessione per l’uso della cava abruzzese di “Aterno” si è conclusa positivamente.

Cementir è un gruppo internazionale con numeri di tutto rispetto e una ramificazione che spazia dalla Scandinavia all’Egitto, dal Benelux alla Turchia, dall’Inghilterra alla Cina, con impianti in sedici paesi, un fatturato che in venticinque anni è passato da 145 a 995 milioni di euro e da 1.079 a 3.032 dipendenti.

Tutto questo stride fortemente con il comportamento tenuto finora dalla nuova proprietà nei confronti del minuscolo, ma prezioso, stabilimento Sacci di Castelraimondo (MC) e i suoi circa 70 dipendenti. Quella nota diramata alla stampa nei giorni scorsi, quando si sono susseguiti gli incontri tra le rappresentanze dei lavoratori e le istituzioni, disertati dagli esponenti di Cementir, ha ben poco della storia narrata con una certa enfasi nelle pagine del giornale di famiglia.

Innanzitutto, veniamo a sapere che l’operazione Sacci è ormai di fatto conclusa nei tempi preventivati (fine luglio) e non entro settembre, come più o meno esplicitamente si era fatto trapelare. Inoltre, sostenere che si è acquistata Sacci “al netto” dei lavoratori di Castelraimondo, al di là dell’uso di un linguaggio che fa dei lavoratori non delle persone, ma una quantità, una sorta di “pacchetto” che si può prendere o lasciare, non risponde affatto al vero.

E’ vero che la chiusura dello stabilimento era stata comunicata dalla precedente proprietà e che i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione e vi rimarranno fino alla fine di Settembre per poi scivolare nella mobilità, ma fosse anche per due mesi la Cementir è responsabile di quelle decine di lavoratori e non solo proprietaria di ciò che resta dello stabilimento, oltre che concessionaria della miniera circostante.

In due mesi è possibile far sapere che cosa s’intende fare del gruppo acquisito e anche dello stabilimento di Castelraimondo. La Regione Marche è disponibile a ragionare in tempi serrati sulle prospettive di sviluppo del sito, ripartendo dal percorso avviato e non concluso con la precedente proprietà. Ci può essere una strada che non lascia sul terreno morti e feriti, ma che accompagna una realtà produttiva e le sue maestranze; una strada che andrebbe attentamente soppesata e privilegiata, in primo luogo da Cementir, proprio in nome di quella responsabilità che fa la differenza nel modo di fare impresa.

 

Daniele Salvi

 

 




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25 luglio 2016
LETTURE DELL’ULTIMO PERIODO

Dopo un po’ di assenza una rassegna molto sintetica dei libri letti nell’ultimo periodo. Per chi voglia capire di più sugli Stati Uniti della crisi economica e delle ragioni di fondo della prossima competizione elettorale per la presidenza americana, Joseph Stiglitz: “La grande frattura. La diseguaglianza e i modi per sconfiggerla”, Einaudi, Torino 2016, pp. 435. Le ultime lezioni del Presidente emerito della Repubblica sullo stato dell’Europa, a cui si potrebbe aggiungere il lungo articolo sul dopo Brexit di qualche settimana fa pubblicato da “Il Sole 24 Ore”, Giorgio Napolitano: “Europa, politica e passione”, Feltrinelli, Milano 2016, pp. 95. Una riflessione sull’attualità del socialismo da parte del direttore del mitico Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, quello di Horkeimer e Adorno, Axel Honneth: “L’idea di socialismo. Un sogno necessario”, Feltrinelli, Milano 2106, pp. 155. Il libro-manifesto sulla macroregione dell’Italia di mezzo, Toscana, Marche, Umbria, per ridare un senso prospettico al ruolo delle Regioni italiane e non solo all’ “Italia più Italia” delle virtù civiche e dei distretti industriali, Enrico Rossi (a cura di): “L’Italia Centrata. Ripensare la geometria dei territori”, Quodlibet Studio, Macerata 2016, pp. 170. La vicenda imprenditoriale di un capitano d’industria, con le radici ben salde sul territorio e lo sguardo innovatore sul mondo, Valeriano Balloni e Paolo Pettenati: “Vittorio Merloni. Un imprenditore olivettiano”, Il Mulino, Bologna 2016, pp. 120. Un libro-ricognizione sul tema del paesaggio declinato in chiave marchigiana, ma non solo, consapevole del percorso fatto e soprattutto della prospettiva di uno sviluppo locale a matrice culturale e ambientale, Monica Bocci: “Paesaggi creativi. Paesaggi, economia, cultura e società: le Marche Future”, Italic, Ancona 2015, pp.156. Per finire, il ritratto itinerante del “non più” e del “non ancora” del nostro Paese, tra struggente malinconia, analisi sociale e denuncia civile, alla ricerca -dentro i luoghi simbolo della crisi- di nuove soggettività e della capacità di riconoscer-si, Marco Revelli: “Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia”, Einaudi, Torino 2016, pp. 251. Buona lettura!

 




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18 luglio 2016
SULL’INAUGURAZIONE DELLA SS77: PASSI FATTI E DA FARE PER LO SVILUPPO DELLE AREE INTERNE

Mentre si moltiplicano le prese di posizione e cresce l’attenzione sull’inaugurazione della superstrada Civitanova Marche-Foligno, prevista per il prossimo 28 luglio alla presenza del Ministro alle Infrastrutture Delrio e del Presidente del Consiglio Renzi, conviene puntualizzare alcune cose.

Si è risaliti al 1928 per datare la prima idea di una strada che collegasse le due importanti città delle Marche e dell’Umbria, ma si potrebbero persino richiamare i progetti pontifici per costruire su quella direttrice la ferrovia. Il punto vero è che, giunta da tempo la superstrada Val di Chienti a Sfercia, soltanto il terremoto del 1997 ha conferito all’ultimo tratto il valore di una priorità da completare. Altrimenti credo che staremmo ancora ad aspettare. Il terremoto è anche l’evento che, nel dibattito paralizzante interno alla sinistra tra i sostenitori dell’ammodernamento delle due corsie e quelli di una nuova strada a quattro, sposta definitivamente la bilancia dalla parte di quest’ultima ipotesi. Chi è stato quindi l’artefice dell’infrastruttura? I padri sono più di uno, a cominciare dai contraenti dell’Intesa Istituzionale di Programma del 1999, successiva al sisma, Governo nazionale D’Alema e Governo regionale D’Ambrosio, in cui compare per la prima volta l’espressione “Quadrilatero di penetrazione interna Marche-Umbria”, intendendo con essa il completamento degli assi trasversali est-ovest della SS77 (Civitanova Marche-Foligno) e della SS76 (Ancona-Perugia) e degli assi longitudinali nord-sud della SS3 (Flaminia), inclusa la SS318 (Valfabbrica-Perugia), e della Pedemontana Fabriano-Muccia, sulla falsariga della SS256 (Muccese).

Questo è il cosiddetto “Quadrilatero” su cui si riversano le prime risorse nazionali e regionali, riguardanti i tratti Sfercia-Colle Sentino II e Fabriano-Matelica. Poi nel 2001 arriva il progetto del Governo Berlusconi, veicolato dal Sen. Baldassarri, cui si deve una sicura spinta, anche finanziaria, finalizzata alla realizzazione del Quadrilatero, con tanto di società di scopo sulla base di quanto consentito dalla Legge Obiettivo pensata dall’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi, ma in un quadro di totale stravolgimento delle tradizionali modalità realizzative, che diventano tanto suggestive e alimentatrici di appetiti territoriali, quanto ambientalmente impattanti e di ardua realizzazione. Le resistenze territoriali contro il previsto esproprio della potestà comunale e provinciale in materia di programmazione urbanistica, i dubbi sull’efficacia della “cattura di valore” che sarebbe dovuta venire dall’edificazione delle aree di completamento e delle Aree Leader, la scarsa adesione all’idea del concorso privato per la costruzione di infrastrutture pubbliche, hanno imposto una seria correzione del progetto da parte delle istituzioni locali, in primis la Regione. La crisi economica ha poi fatto giustizia di molte velleità. Le strade alla fine sono state costruite con risorse statali, tranne una piccola seppur significativa parte versata dalle imprese attraverso l’aumento della tassa camerale.

Così è finita quella forte polemica che rispetto al progetto ipotizzato dalla società Pricewaterhousecoopers e adottato dal Governo Berlusconi, aveva suscitato -da un lato- adesioni acritiche e -dall’altro- contrarietà pregiudiziali. Il sentiero stretto che mantenesse al centro il confronto di merito, la necessità della modernizzazione infrastrutturale delle Marche e dell’Umbria, la risposta ai territori colpiti dal sisma e al contempo il rispetto delle prerogative territoriali della programmazione e l’attenzione all’ambiente, fu la linea del maggior partito al governo della Regione, delle Province e di tanti Comuni e fu quella che contribuì a salvare l’investimento, riconducendolo dentro criteri di ragionevolezza e concretezza. Anche perché, poi, l’impegno nel completamento del Quadrilatero fu del Governo Prodi tra il 2006 e il 2008, che pure contribuì al suo finanziamento, e diventò patrimonio comune di tutti i successivi Governi, fino all’attuale. Questa, tra l’altro, è la ragione per cui il traguardo raggiunto oggi è sentito da tutti come una comune conquista, senza primogeniture.

Quanto ricordato, però, è utile soprattutto per il domani. In primo luogo, deve spingerci a evitare polemiche sull’ubicazione dell’inaugurazione. Ce ne possono essere più di una, sia sul versante umbro che su quello marchigiano, ma evitiamo di dividerci alla prima occasione, quando invece l’infrastruttura che andiamo ad inaugurare, così come le altre che speriamo siano completate quanto prima, uniscono Marche ed Umbria che d’ora in poi non saranno più soltanto Regioni “sorelle”, come spesso vengono chiamate, ma addirittura “siamesi”. Il Quadrilatero unirà Marche e Umbria come non lo sono mai state in passato e il versante adriatico diventerà per il “cuore verde d’Italia” un’opzione privilegiata. L’inaugurazione, di certo, non potrà non esserci a Serravalle del Chienti, dove ci furono gli unici morti del terremoto del 1997 e a loro, come a tutto il territorio tra Marche e Umbria, dobbiamo il rispetto e il ricordo.

Ma il progetto Quadrilatero non è completato, finchè non lo sarà la Pedemontana Fabriano-Muccia. Avviata ormai a definizione la SS76, senza la realizzazione della Pedemontana non esiste quadrilatero. Tutto il resto ha la sua importanza, ma non come questo ramo che solo decreta il completamento o meno dell’operazione pensata per rilanciare l’entroterra umbro-marchigiano all’indomani del terremoto. Lo si dimentica spesso e invece da esso sostanzialmente dipende se il Quadrilatero sarà o no un’incompiuta.

E proprio perché il Quadrilatero, dopo la ricostruzione leggera e pesante, era la carta pensata per superare l’isolamento delle due regioni e delle rispettive aree interne, rilanciandone una possibilità di sviluppo, bisogna ora mettere al centro i progetti di sviluppo locale e di attrattività relativi al territorio. Un territorio ricco di tradizioni, ambiente, cultura e produzioni tipiche che va valorizzato. Anche qui, primi segnali della volontà di procedere in tal senso non potranno non essere le scelte di allestire a Serravalle del Chienti la ricca raccolta di reperti archeologici rinvenuti durante la realizzazione dell’infrastruttura e di realizzare a Taverne di Serravalle l’area di sosta e servizio per chi attraversa l’Appennino umbro-marchigiano, quale biglietto da visita di un territorio tutto da scoprire.

Daniele Salvi

 




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11 luglio 2016
I PRIMI VENT’ANNI DELL’APPENNINO

Nella giornata dedicata da Symbola all’Appennino, nell’ambito del Festival della soft Economy in corso a Treia (MC), si è tentato un bilancio a venti anni dal lancio del progetto Appennino Parco d’Europa (APE). Che cosa si è sedimentato in questi anni? Qual è lo stato dell’Appennino? E che cosa lo aspetta nei prossimi vent’anni? Discussione utile, articolata, che ha visto partecipare tante personalità in rappresentanza di una vivacità territoriale poliedrica.

Alcuni numeri per fotografare l’Appennino oggi, quella “ossatura” dello stivale, unitaria e diversificata, moderna e forse contemporanea, fatta di tanti luoghi di resistenza e di resilienza alla globalizzazione: 2157 Comuni, disseminati in 15 Regioni, 31,2% del territorio nazionale, 21,1% della popolazione. L’Appennino negli anni 1991-2014 ha conosciuto complessivamente una stabilità demografica, seppure anch’esso sia attraversato dalla frattura tra Centro-nord e Sud che lo rende duale al pari dell’Italia. Cresce nel Centro (+4%), cala nel Sud (-4,6%), invecchia e perde giovani, ma in modo inferiore alla media nazionale, ha visto crescere la presenza immigrata, ma anch’essa meno della media, è abitato da una percentuale di persone scolarizzate (diplomati e laureati) che è sensibilmente cresciuta.

La sua forza economica è costituita da circa un milione di imprese, distribuite tra distretti industriali di rango europeo e aree marginali a bassa presenza antropica, per il 18% dedite all’agricoltura, per il 25,8% all’industria e per il 56,2% ai servizi, nei quali spiccano turismo, ristorazione, servizi alla persona. Il 6,5% delle imprese hanno per titolari persone con meno di 40 anni, l’11,2% sono guidate da stranieri, il 24,5% da donne, una percentuale, questa, come quella delle imprese del terzo settore, superiore alla media nazionale. Infine, il Pil: dal 1995, anno del lancio di APE, al 2014, fatto cento il Pil nazionale, quello prodotto dall’Appennino è passato dal 77,7% all’81,9%. Niente male. Dati Unioncamere.

Ma un sentimento d’incertezza, Carlo Cambi ha parlato di “emergenza Appennino”, ha attraversato il lavoro dei numerosi tavoli tematici e le considerazioni finali. All’inquietudine ha dato voce Aldo Bonomi, delineando dopo i primi vent’anni della giovinezza una maturità problematica. Dopo gli anni della riscoperta post fordista del territorio e del suo protagonismo competitivo, ha sostenuto il sociologo, l’aria è cambiata e l’Appennino rischia di rimanere stretto tra il “capitalismo delle reti” nella nuova versione digitale a trazione urbana e le dinamiche dei “flussi” globali (energetiche, infrastrutturali, finanziarie, migratorie), che impattano sui luoghi, colti tra l’altro nel pieno di un “processo di disintermediazione in atto”. Tradotto: l’Appennino rischia per un verso l’abbandono e per l’altro il saccheggio delle risorse residue, senza neanche più il conforto di quella “microfisica dei poteri” che lo aveva finora assistito (Province, Camere di Commercio, Banche, Uffici decentrati dello Stato e della P.A.).

Che fare allora? Basterà il giacimento di tradizioni e saperi più o meno sopiti, la biodiversità e il patrimonio culturale, le risorse naturali e i parchi, i beni comuni e la coscienza dei luoghi? Dovremo rassegnarci ad un Appennino come mero luogo di attraversamento e magari consolarci dei successi della conservazione della natura, visto che essa torna a riguadagnare gli spazi che l’uomo aveva sottratto da secoli? La questione è aperta.

Diventa necessario precisare i punti intorno ai quali è possibile ridefinire il rapporto tra locale e globale, evitando che le comunità dell’Appennino diventino quei luoghi del rancore che altrove hanno contribuito alla Brexit. Intanto, bisogna prendere coscienza che dietro quel milione d’imprese ci sono quasi altrettanti imprenditori, molti dei quali sfidano ogni giorno con successo la globalizzazione. Allo stesso modo, la capillare disseminazione di attività che sembrano delineare un nuovo sviluppo a base culturale e green racchiude elementi d’indubbia qualità e potenzialità. E poi, la sfida sempre più attuale dei cambiamenti climatici trova queste terre alte più preparate di altre, pronte ad un’innovazione sostenibile e a misura d’uomo; così pure possiamo dire per l’agricoltura di qualità, le cui produzioni tipiche Dop, Igp, Pat sono state protagoniste ad Expo e sono richieste nel mondo.

Bisognerà, però, cogliere anche il nucleo di verità della strategia nazionale delle Aree interne che ha rilanciato l’idea di un nuovo, imprescindibile intervento pubblico sui servizi essenziali (sanità, istruzione, mobilità e accessibilità), precondizione di ogni altrettanto necessario progetto di sviluppo locale.

E riscrivere lo spazio della rappresentanza: i Sindaci restano i punti di riferimento delle comunità appenniniche, ma mentre nelle aree più urbanizzate sorgono le città e le aree metropolitane e si sperimentano iniziative di unione, fusione e condensazione per assecondare processi di rafforzamento economico, nell’Appennino analoghi processi di polarizzazione diventano necessari per far fronte alle dinamiche demografiche e poter riorganizzare una tenuta del livello dei servizi ai cittadini che consenta di ripensare anche un welfare di comunità, a fronte di processi di concentrazione -ad esempio sanitaria- che rischiano di isolare ulteriormente l’entroterra.

Infine, uno stimolo importante viene anche dal progetto di una macroregione sul modello dell’Italia Centrata (Marche, Umbria, Toscana) che conferirebbe un nuovo ruolo all’Appennino, unificandone i due versanti, tirreno e adriatico. Si tratta, in definitiva, di sperimentare nell’Appennino una modernizzazione di qualità, diversa da quella che finora abbiamo conosciuto e da quella che sembra annunciarsi.

Daniele Salvi

 




permalink | inviato da Daniele Salvi il 11/7/2016 alle 6:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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