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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
5 novembre 2018
A.D. 1259: DAI DISASTRI NATURALI E UMANI ALLA RINASCITA
Lo scorso 26 ottobre all’Università Statale di Milano si è tenuto un convegno che ha riflettuto su come le catastrofi naturali incidano nella storia delle comunità umane. Come ha scritto Paolo Grillo su “La lettura” del Corriere della Sera del 21 ottobre scorso l’appuntamento ha affrontato “la storia di un disastro naturale abbattutosi sull’Italia nel cuore del Medioevo e di come gli uomini e le donne dell’epoca seppero reagire”. “L’ombra del vulcano”, questo il titolo del convegno, ha ripercorso la vicenda dell’eruzione del vulcano Samalas in Indonesia che nell’estate del 1257 esplose in maniera devastante al punto da velare il Sole e turbare il clima di un’ampia parte del pianeta, producendo un raffreddamento delle temperature medie. “Ne derivarono due o tre anni di grave maltempo, che rovinò i raccolti agricoli e provocò carestie in tutta l’Europa occidentale e nelle regioni mediterranee, dove la nube si era spostata”. La nube giunse in Italia nell’autunno del 1257 e dapprima provocò danni limitati ai raccolti autunnali (vendemmia, miglio e orzo), ma poi - dal momento che la nube si fermò e le temperature calarono ulteriormente con ondate di maltempo e piogge torrenziali - i raccolti peggiorarono e il prezzo dei cereali salì alle stelle. Nel 1259 il freddo aumentò ancora, si estese la carestia e si diffuse un’epidemia di polmonite o febbre tifoidea che fece vittime soprattutto nelle grandi città del tempo. Solo nel 1260 gli effetti dell’eruzione cominciarono lentamente a placarsi. Tutto ciò accadde mentre in Italia infuriava lo scontro tra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini: risalgono a quegli anni la distruzione di Camerino del 1259 ad opera di Percivalle D’Oria, la battaglia di Montaperti del 1260 narrata da Dante Alighieri, fino alla sconfitta di Re Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento del 1266. Di fronte al cambiamento repentino del clima, alla carestia e alle epidemie prese avvio proprio nel centro Italia il movimento dei “flagellanti” che vedevano in quanto stava accadendo una sorta di punizione divina, per cui invitavano al pentimento e alla pacificazione, riscuotendo grande consenso popolare. I cambiamenti climatici, tra gli altri effetti, favorirono la riscossa ghibellina, giacchè il Mezzogiorno d’Italia, dove la casata sveva conservava un forte radicamento, risentì meno delle conseguenze della nube, consentendo a Manfredi di utilizzare le esportazioni di grano come strumento di pressione politica verso le affamate città del centro-nord dell’Italia. E’ probabile che tutti questi diversi aspetti giocassero un ruolo non secondario nella stessa vicenda dell’assedio di Camerino da parte delle truppe ghibelline, della scelta dei Camerinesi di trattare sia con il Papa che con l’Imperatore, e dello stratagemma utilizzato da Raniero De’ Baschi per procurare la distruzione della città. Tuttavia, di fronte a questa crisi planetaria, i governi comunali non rimasero con le mani in mano, ma assunsero misure energiche per affrontare la situazione: innanzitutto per sfamare la popolazione, per cui “furono avviate capillari inchieste per scoprire quanto grano fosse disponibile, fra raccolti e scorte accumulate”, furono “emanati provvedimenti contro gli speculatori, imponendo stretti controlli sulla vendita e l’esportazione dei cereali e calmierando i prezzi per legge”, si “acquistarono grandi quantità di frumento a spese pubbliche sui mercati esteri meno colpiti e le si rivendette a costi agevolati”. Ma molti altri furono gli interventi: dalla limitazione nell’uso del legname, necessario per il riscaldamento, ai lavori pubblici di tipo idraulico e stradale. Nel caso di Camerino a questi interventi si dovettero aggiungere quelli per la ricostruzione fisica della città sotto il “capitano di guerra” e - in via del tutto eccezionale - “podestà” (la più alta carica civile era svolta sempre da personalità di altre città in genere alleate), Gentile Da Varano, una sorta di commissario alla ricostruzione del tempo, che diede una guida ai Camerinesi dispersi, riconquistò la città, si adoperò per la sua rinascita, costruendo non a caso il Mercatale e non appena “pervenne il sito della Città intieramente in potere de’ Camerinesi”, essi “v’inalzavano case à gara, e Gentile Varani volle esser de’ primi nel fabricare un palazzo nel sasso della Città. Ristauravansi parimenti le Chiese, et era lo studio principale intorno alla Cathedrale. Volendola fabricare sontuosamente, furono chiamati Architetti de’ primi di quel tempo, et un Scultore per le statue di bassirilievi per la facciata” (C. Lilii: “Istoria della città di Camerino”, Parte II, Libro primo, pag. 22). In questo scenario di ricostruzione, investimenti e riforme, passata la nube, anche il grano tornò a circolare, seppure in modo disciplinato, e si rifece un catasto della città e dei suoi possedimenti. Si dice che la storia non sia mai magistra vitae, ma è anche vero che non bisogna “mai dire mai”... Daniele Salvi



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11 settembre 2018
CASTELRAIMONDO DOPO IL SISMA
Nel nuovo scenario territoriale determinato dal sisma del 2016 è quantomai necessario che ciascuna comunità colpita si eserciti in una riflessione sul proprio futuro. Questa dovrebbe prendere le mosse da una analisi e una strategia di più ampio respiro, cosa che la Regione Marche ha provato a fare - da un lato - con la ricerca “Nuovi sentieri di Sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, promossa dal Consiglio Regionale e dalle quattro Università marchigiane, e - dall’altro - con l’avvio del “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, che la Giunta Regionale ha commissionato ad Istao e a cui stanno dando il loro contributo le rappresentanze del mondo economico e sociale. E’ utile, quindi, che ogni Comune si doti di un documento d’indirizzo strategico che non sia un mero esercizio accademico o una serie di dichiarazioni di principio, ma l’assunzione responsabile di un impegno concreto dell’intera comunità e dell’amministrazione comunale nel perseguire linee d’intervento capaci di dare corpo ad una strategia di rinascita e di rilancio. Nelle condizioni date, vivere alla giornata non è affatto auspicabile. Da questo punto di vista, a quasi due anni dal sisma, vorrei fare alcune considerazioni che riguardano Castelraimondo. La prima riflessione riguarda il fatto che Castelraimondo, nell’ambito del cratere, si colloca tra le realtà liminali alla zona più colpita. La nostra cittadina è stata ferita, un quinto circa del suo patrimonio abitativo è stato lesionato, ma anche grazie ad un impianto urbano recente ha resistito ed ha potuto assorbire al proprio interno i disagi prodotti dal sisma, riuscendo persino ad offrire accoglienza a tante persone che sono state costrette a lasciare le loro case in paesi vicini. La capacità abitativa inutilizzata, risultato di uno sviluppo edilizio nel tempo sovradeterminato rispetto alle reali esigenze, ha permesso a tanti di trovare una sistemazione dignitosa e a diverse attività economiche e commerciali d’insediarsi proprio qui. Ora è giunto il tempo di capire se la fase di ricostruzione che si sta aprendo con i primi cantieri risponde ad un’idea di sviluppo sostenibile della Castelraimondo futura e del ruolo che potrebbe svolgere in un ambito territoriale che ha subito profonde trasformazioni e che richiede nuovi protagonismi, non di tipo opportunistico, ma essenziali per la tenuta socio-economica più complessiva del nostro entroterra. A questo proposito una parola chiara va subito detta sull’importanza vitale della realizzazione e del completamento della Pedemontana, ultimo lato del Quadrilatero e asse viario fondamentale per collegare l’area più colpita del cratere ad un vasto territorio interregionale. La consegna dei lavori del tratto da Matelica sud a Castelraimondo nord è un buon segnale, ma non va mollata la presa fino a che non vedremo terminate sia la SS76 che la Pedemontana, con buona pace dei polemisti dell’ultima ora. Bisognerà, invece, cominciare ad interessarsi del fatto che il Cipe ha da qualche tempo stanziato 39 mln di euro per l’elettrificazione della linea ferroviaria Civitanova Marche-Albacina e qualcosa è bene che accada anche dalle nostre parti… Castelraimondo deve darsi degli obiettivi e possibilmente coglierli. Il primo è diventare un paese antisismico, un paese sicuro: la sua tutto sommato giovane struttura edilizia lo rende possibile. Un centro storico limitato, la selezione operata dal sisma sugli edifici anni ’50-’60 costruiti in assenza di normativa antisismica, la possibilità ora d’intervenire in modo mirato, rendono realistico questo traguardo nell’arco dei prossimi dieci-venti anni. Il secondo obiettivo è diventare un Comune amianto free, libero dalla presenza di un materiale e di una sostanza nociva per la salute. Le Marche hanno censito meglio di tante altre regioni la diffusione dell’amianto sul proprio territorio. E’ un obiettivo a portata di mano e per un Comune potersi fregiare di questo titolo è non solo importante in sé, ma rappresenta un ottimo distintivo di civiltà e sviluppo sostenibile. Il terzo obiettivo è la riqualificazione di alcune zone: viale Europa richiede ormai un intervento da coniugare con i corposi cantieri di ricostruzione che lo riguarderanno. Vanno individuate e rese fruibili nuove aree verdi, troppo esigue nel nostro tessuto cittadino. La rigenerazione urbana riguarda, invece, alcuni luoghi che non possono rimanere in eterno nello stato in cui versano: ad esempio, le due aree occupate dall’ex-consorzio agrario. La ricostruzione del centro storico (Castello, Borgo e Aie) e delle frazioni vanno pensate cercando di evitare il rischio più probabile, quello dell’abbandono di questi abitati. Il quarto obiettivo riguarda le aree di nuovo sviluppo in chiave sostenibile come Torre del Parco e Lanciano. Faccio presente che nella ricerca “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma” questa area è stata presa ad esempio di un progetto-pilota capace di attivare potenzialità inespresse ed economie interconnesse a partire dall’intervento di ricostruzione su un bene culturale di pregio qual è il castello di Lanciano. A ciò va ovviamente collegato il progetto di Polo tecnologico che prevede il recupero e la rifunzionalizzazione del complesso militare delle Casermette e che sta andando avanti. Il quinto tema è la bonifica dell’area dell’ormai ex-cementificio Sacci. Mi pare difficile pensare ad un ritorno d’interesse per la produzione di cemento in un contesto di settore in cui alti costi ambientali, tecnologie evolute e delocalizzazioni stanno determinando un’irreversibile riduzione del numero degli impianti nei paesi europei. Né possiamo augurarci che al posto del cementificio sorga un inceneritore. Oltre al danno, sarebbe la beffa! Va, invece, perseguita la strada della bonifica connessa ad un progetto di sviluppo sostenibile dell’area da studiare insieme a Italcementi, Università e istituzioni regionali e locali, che potrebbe riguardare - ad esempio - la ricerca e sviluppo di nuovi materiali da costruzione, anche in sinergia con quanto sta prendendo forma alle Casermette e chiamando la multinazionale ad un investimento innovativo e solidaristico in area cratere. Infine, il sesto obiettivo è la cultura: è tempo che Castelraimondo si doti di un teatro dignitoso, di una biblioteca moderna, di un archivio fruibile, di una sala conferenze. Il salto di qualità a cui Castelraimondo dovrebbe aspirare, come accaduto nella storia di altre comunità che sono poi cresciute in numero di abitanti e importanza, è legato alla costruzione dei luoghi della formazione della coscienza pubblica da cui dipende più che da ogni altra cosa il futuro delle comunità. Daniele Salvi



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27 agosto 2018
L’ESTATE DI GIULIO CESARE
Lo scorso 7 luglio in occasione del libro tour organizzato dall’associazione Arti e Mestieri, conclusosi con la visita all’affresco del Giudizio Universale un tempo situato nella chiesetta della Madonna del Sasso e oggi in quella della frazione di San Martino di Serravalle del Chienti, si è avuto modo di “verificare sul campo” la necessaria rivalutazione dell’imponente opera, oggetto di studio da parte di Ettore Racioppa e Bianca Maria Santucci nel saggio “Un giudizio per Giulio Cesare”, di cui abbiamo avuto modo di scrivere in precedenza su l’Appennino Camerte.Pur nella credibilità dell’approccio e delle risultanze dello studio, diverse sono le questioni che rimangono aperte su uno degli affreschi più rilevanti del territorio e, sorprendentemente, tra i meno considerati dagli storici dell’arte, sempre prolifici nel costruire ipotesi e suggestioni. In assenza di documenti che attestino la committenza, resta la domanda su che cosa ci facesse un affresco così grande (6 m x 4) e dall’intento celebrativo in una chiesetta eremitica, seppure di grande devozione.E poi i personaggi ritratti; se è credibile che il periodo di realizzazione possa oscillare tra il 1484 e il 1495 e sono identificabili figure come Mattia Corvino, re d’Ungheria, e Papa Sisto IV, per i quali Giulio Cesare militò (nel 1480 e nel 1482), altrettanto non sembra potersi dire della presenza di esponenti simbolo di altre importanti condotte militari del Varano che ricadono proprio in quegli anni, ad esempio quella per la Serenissima del 1484 o quella successiva per il re di Napoli del 1492, che Venanzio da Camerino richiamerà nel famoso dipinto del 1512 dove Giulio Cesare Varano prega di fronte al Cristo risorto.Solo le condotte a servizio di un re cristiano impegnato contro i turchi e di un Papa meritavano di far parte di un affresco nel quale si esprimono le ragioni per cui un’intera corte e il suo capo meritano il paradiso? Forse, ma tanto più se l’anno in questione fosse il 1484, l’anno iniziato con il ritorno a casa di Camilla e segnato in agosto dalla morte di Papa Sisto IV, un accenno all’importantissima condotta ottenuta dalla Repubblica di Venezia nel maggio dello stesso anno non avrebbe guastato. Il Varano, infatti, si era adoperato molto per ottenerla, mentre continuava con alterne vicende la guerra di Ferrara, che si concluderà tre mesi dopo, il 7 agosto di quell’anno, con la pace di Bagnolo, alla quale seguirà soltanto cinque giorni dopo la morte di Sisto IV, amareggiato per l’esito del conflitto da lui ardentemente sostenuto.Iniziata la guerra nel maggio del 1482, ricevuta nel novembre di quell’anno l’investitura a governatore generale delle truppe pontificie, distintesi le sue milizie nella battaglia di Campomorto a fianco di Roberto Malatesta, Giulio Cesare Varano non poteva che guardare con una certa preoccupazione alla situazione che si era determinata nella Marca in quello stesso anno con la morte in contemporanea di Federico Da Montefeltro e Roberto Malatesta, esponenti di due famiglie di peso a lungo contrapposte, financo nella guerra in corso, la cui scomparsa determinava un oggettivo vuoto di potere in un ampio territorio tra Marche e Romagna. Considerando, poi, le mire che su quest’ultima regione venivano sia dal versante pontificio, per il tramite del nipote del Papa, Girolamo Riario, che da quello veneziano, da sempre legato ai Malatesta, versanti ora contrapposti dopo l’iniziale alleanza, è chiaro come il Varano dovesse lavorare di forte diplomazia per scongiurare che Rimini e i territori malatestiani, ai quali era legato per via della consorte Giovanna Malatesta, divenissero oggetto di appetiti incontrastabili e che l’instabilità di estendesse fin nel cuore della Marca.Di più, la morte del grande Federico faceva venir meno uno dei principali protagonisti della politica di equilibrio tra gli Stati italiani dalla Pace di Lodi (1454), aprendo di fatto la successione al ruolo di capitano generale della lega italica. Analogamente, la morte del Malatesta, che insieme a Roberto Sanseverino, aveva guidato le truppe veneziane, richiedeva alla Serenissima una degna sostituzione. In questo quadro, a seguito di febbrili trattative con il Papa e, attraverso Nicolò Carboni di Macerata, con il Sanseverino e Venezia, giunse la condotta a governatore generale delle milizie della Repubblica (5 maggio 1484) a lungo agognata. La guerra contro Ferrara, divenuta poi contro Venezia, il più potente e meglio attrezzato degli Stati italiani del Quattrocento, si protraeva stancamente, anche per i volubili e repentini cambiamenti di fronte del pontefice, per cui evidentemente parve più opportuno al Varano - non solo per denaro e prestigio - legare i suoi servigi alla Serenissima, cosa che tra l’altro gli avrebbe consentito di tutelare da presso “lo Stato di Rimini” e di divenire punto di riferimento delle questioni aperte nell’alta Marca, nella Romagna e lungo il medio-alto Adriatico, anche a rischio di subire il disappunto del Papa.E’ così che nel maggio del 1484 Giulio Cesare Varano accoglie l’Ambasciatore di Venezia presso la chiesa di San Giacomo di Caccamo con grande sfoggio di cavalli e soldati. Vista la sottrazione del castello della Rancia, attribuito dal Papa al Riario e che il Varano riprenderà subito dopo la morte del primo, il luogo doveva far parte dei possedimenti varaneschi più antichi, data la vicinanza con il soprastante borgo di Pievefavera. Che l’ambascitore fosse sbarcato a Civitanova o, con maggior probabilità, al porto di Fermo e fosse quindi risalito fino ad incrociare la “via francisca” che portava a Sarnano e Caldarola, il luogo deputato a riceverlo non poteva che essere quello nello Stato di Camerino più prossimo e più consono ad un alto diplomatico e autorevole pellegrino che portava ricchi doni (50.000 ducati in tempo di guerra e 25.000 in tempo di pace, tanto valeva la condotta). Di lì a tre mesi, in piena estate, la pace sarà raggiunta: in primo luogo tra Venezia e Milano, a cui si aggiungeranno Napoli e a seguire gli altri Stati e staterelli d’Italia. Giovanni Pontano e Gianfrancesco Mauruzi da Tolentino tratteranno rispettivamente per il re di Napoli e per il Papa. Roberto Sanseverino assurgerà al ruolo di capitano generale della nuova lega italica e il Varano resterà alla guida delle milizie veneziane fino al dicembre 1487 con alterne fortune. Quella che sembrava essere una nuova pace duratura lascerà in realtà più di uno strascico.In anni ricchi di realizzazioni e mecenatismo per la città di Camerino e il territorio, ritroveremo nel 1486 Giulio Cesare Varano, insieme al vescovo di Trento Nicolò Franco, mediatore nella pace tra Venezia e Innocenzo VIII e garante della protezione veneziana a Giovanni della Rovere, fratello del cardinale Giuliano (poi Papa Giulio II), conte di Senigallia, duca di Sora, prefetto di Roma e capitano generale della Chiesa. Sarà un ulteriore passo verso quella “lega tra Varani, Feltreschi o della Rovere e i Malatesti di Rimini” che - come ricorda il Lilii - “fra tutti formavano una potenza di consideratione, accalorata dalla vicinanza per mare e per terra dei Signori Venetiani, co’ quali Giulio oltre al titolo della commune Nobiltà, godeva quello della benemerenza con la Republica, che gli haveva inalzato gli anni addietro una statua tra l’altre de’ Capitani più valorosi e benemeriti dell’istessa” (II, 7, pag. 245).Oggi la chiesetta di San Giacomo è chiusa e inagibile, il grande palazzo Piermattei ad esso annesso nel ‘700 è ora diviso in tre e per due parti abitato; il resto, quello più adiacente alla chiesa, è recuperato ma appare non utilizzato. Il sisma è stata una tragedia che si è abbattuta per l’ennesima volta sul nostro territorio e sui nostri beni culturali. Esso è definito dagli addetti ai lavori un grande “svalutatore di capitale”, culturale in primis. Ma legate ad ogni sisma vi sono delle opportunità da saper cogliere e una di queste potrebbe riguardare un progetto di messa in rete di ciò che resta delle tredici arces (rocche) che punteggiavano l’antico stato di Camerino, dei luoghi e delle residenze varanesche ancora identificabili. Sarebbe un modo per non consegnare al progressivo oblio, indotto da fenomeni naturali e umani, un’altra porzione della nostra storia comune.Daniele Salvi



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20 agosto 2018
ALCUNE LETTURE…FINO A FERRAGOSTO.
Riassumo, come ormai di consuetudine, alcune letture fatte negli ultimi mesi fino a questi giorni di pausa ferragostana. La prima è l’inedito ritrovato di Pietro Ingrao, Memoria, a cura e con uno scritto di Alberto Olivetti, Ediesse, Roma 2017, pp. 225. In realtà il titolo del manoscritto ritrovato dopo la morte del leader comunista è: “Memorie di guerra”. A tutti è sembrato che contenesse ricordi del periodo della seconda guerra mondiale, in realtà è un breve quanto intenso excursus della vita politica di Ingrao, dagli esordi giovanili alla uccisione di Aldo Moro, fino allo sgretolamento del socialismo reale e alla fine del PCI. Il Novecento e la vicenda del comunismo italiano e internazionale vengono visti da Ingrao come la dimensione spazio-temporale e l’idea-strumento di un conflitto che si è consumato al più alto livello su quale società realizzare per emancipare le masse e renderle protagoniste del proprio destino. Di questo conflitto Ingrao analizza passaggi e scansioni, ancorato all’idea togliattina della via italiana al socialismo e al contempo capace di distinguo critici e di aperture alle novità, in particolare verso i movimenti, le donne e i giovani. Per questo, la sconfitta del comunismo, la cui idea comunque Ingrao non rinnegherà, diventa l’esperienza di una “guerra” perduta, su cui egli riflette in pagine bellissime con la prosa asciutta ed evocativa che gli era propria. Il penultimo scritto di “Memoria” s’intitola “Liberazione e statalismo” ed è un commento serrato a “la città del lavoro” (1998) di Bruno Trentin. Il rapporto elettivo tra i due esponenti della sinistra italiana si era logorato nel travaglio politico a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, ma ciò non impedisce a Ingrao di ragionare e confutare con acume e distacco le posizioni di Trentin, impegnato quest’ultimo nella ricerca delle ragioni del fallimento di una sinistra che si era troppo identificata con i frutti novecenteschi dello Stato burocratico e della fabbrica fordista. Ecco allora la seconda lettura: Bruno Trentin, Lavoro e libertà nell’Italia che cambia, Donzelli, Roma 1994, pp. 69. Si tratta della relazione tenuta dal leader della CGIL in occasione della Conferenza programmatica di Chianciano del giugno 1994, nella quale dopo anni turbolenti alla guida del maggiore sindacato italiano e a seguito di un lavoro impegnativo di riforma dello stesso, Trentin rassegnerà le dimissioni, aprendo la strada alla segreteria di Sergio Cofferati. Nella relazione, resa in forma di saggio per la pubblicazione, si condensa il portato innovatore del pensiero politico e sindacale di Trentin: l’analisi della fine del fordismo, le novità dell’informatizzazione e della “new economy”, la necessità dell’innovazione organizzativa delle imprese e del lavoro nelle imprese, la formazione per innalzare le competenze dei lavoratori e renderli padroni del proprio saper fare, il sindacato di programma e una sinistra dei diritti e delle libertà. Cito un passo nel quale è evidente il tentativo di Trentin di andare al cuore della nuova questione antropologica posta dall’avanzare dell’individualismo di matrice neoliberista e che egli cerca di “piegare” in direzione di un nuovo personalismo con venature libertarie: “Certo il risorgere dell’individualismo esiste (…). Ma questo ripiegamento sull’individualismo e sul privato non è tutto figlio del ‘nuovo’ o della crisi dei vecchi sistemi di valori. Accanto ad un prepotente bisogno di affermazione anche in competizione con i propri simili, e al disincanto nei confronti di forme di solidarietà vissute da molti come astratte e nello stesso tempo come imposte (gestite in modo occulto, e inefficaci nei loro concreti risultati), esso riflette anche la presa di coscienza - nata da nuove esperienze scolastiche, culturali e associative – della diversità come potenzialità creativa, delle possibilità reali di percorrere, sia pure con forti costi e sacrifici, strade nuove per l’accesso al lavoro e all’attività creativa; di occupare quindi spazi nuovi di decisione e di realizzazione di sé, spazi nei quali poter contare, pesare e, così, definire se stessi” (Pag. 56). Un tentativo sicuramente non riuscito, ma da questo nodo problematico forse occorre ripartire, oggi più che mai. Rimanendo in tema, la terza lettura è: Giuseppe Vacca, L’Italia contesa. Comunisti e democristiani nel lungo dopoguerra (1943-1978), Marsilio, Venezia 2018, pp. 346. Un libro bello e impegnativo, pubblicato dall’editore Marsilio, il cui fondatore Cesare De Michelis ci ha lasciati proprio nei giorni scorsi. La storia della nascita e dello sviluppo della Repubblica italiana letta dagli albori resistenziali fino alla morte di Aldo Moro attraverso lo scavo penetrante del rapporto tra comunisti e cattolici. Certo, si può dire che Vacca indaghi il rapporto tra le due culture politiche, i rispettivi partiti e i gruppi dirigenti più dal lato di come i comunisti vedevano la Democrazia cristiana e la questione vaticana, ma l’intero libro merita di essere letto per la complessità delle relazioni che ricostruisce, la completezza dello sguardo d’insieme e la ricchezza di novità e rivisitazioni consentite da nuove disponibilità archivistiche e documentarie. Togliatti e De Gasperi, Berlinguer e Moro sono le grandi figure interpreti della politica di confronto e dialogo nel solco della Costituzione e del suo statuto “vivente”, e dentro i grandi cambiamenti internazionali: dalla fine del conflitto mondiale all’insorgere della “guerra fredda”, dalla crisi del comunismo internazionale alle novità conciliari d’oltre Tevere, dall’esplodere del ’68 alla crisi economica, dall’eurocomunismo fino all’incipiente rivoluzione conservatrice neoliberista. Le fasi della vita nazionale, come la fine anticipata del governo di unità antifascista nel 1947, il centrismo e il primo centrosinistra, il compromesso storico e la solidarietà nazionale, vengono scandite e lette da Vacca attraverso gli alti e bassi di un rapporto che non si interromperà mai e che continuerà a dare frutti ben oltre la fine dei rispettivi partiti storici. L’autore, da questo punto di vista, non rinuncia a sottolineare come il suo lavoro sia una sorta di richiamo alle classi dirigenti attuali che sembrano fare della dimenticanza o - peggio - dell’ignoranza e della damnatio memoriae la propria effimera carta d’identità. I temi della pace, della difesa della democrazia, delle riforme strutturali per superare i ritardi della nazione italiana saranno al centro dell’impegno delle maggiori classi dirigenti politiche, chiamate a fronteggiare da un lato il suo forte “spessore reazionario” e dall’altro il suo essere “contesa” nell’ambito dell’assetto del bipolarismo internazionale. L’Italia nuova, nata “antifascista”, ma costretta ben presto a diventare “anticomunista”, subirà in frangenti decisivi della sua storia l’iniziativa delle diverse sfere d’influenza, pronte a tramutarsi in una sorta di “camicia di forza” da cui i protagonisti più coraggiosi della “Repubblica dei partiti” tenteranno progressivamente di emanciparsi per conseguire un Paese più maturo, avanzato, autonomo, europeo e pienamente democratico. Un tentativo, una sorta di “corsa contro il tempo” di fronte all’involuzione del quadro politico ed economico internazionale, che naufragherà con l’uccisione di Aldo Moro e la fine della solidarietà nazionale, sancendo ancora una volta la vittoria dell’ “incongruenza italiana”. Un ultimo libro di politica è il dialogo tra Gianrico Carofiglio con Jacopo Rosatelli, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2018, pp. 109. Un piccolo libro-intervista che ha come protagonista il magistrato e già senatore della Repubblica, nonché prolifico e apprezzato scrittore, Gianrico Carofiglio, che pone al centro della sua riflessione il rapporto tra politica e verità oggi, al tempo delle fake news e della ricerca spasmodica del consenso, prescindendo dalla realtà delle cose, dei fatti e dei numeri. Il nesso della politica con la verità è cruciale e da esso bisognerebbe iniziare ogni volta che si parla di politica o si fanno corsi di formazione politica. Sarebbe un bel tema anche per i corsi universitari di filosofia politica o di scienze politiche. E se la verità ci sembra qualcosa di ambizioso e in qualche modo di irrangiungibile, basterebbe che ciascuno di noi si adoperasse per evitare quel che diceva il buon Manzoni: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. Passiamo ad altri argomenti. Un racconto di Loredana Lipperini, Questo trenino a molla che si chiama il cuore. La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini, Editori Laterza, Bari 2014, pp. 167. La giornalista e scrittrice marchigiana dedica questo libro ai suoi luoghi d’origine, Serravalle del Chienti e la sua valle, Colfiorito e i Sibillini, epicentro nel 1997 del terremoto Marche-Umbria. L’interesse a leggerlo, non avendolo fatto al momento della sua pubblicazione, mi è venuto a seguito del terremoto del 2016-2017. E’ un libro di ricordi, nostalgie, prese di coscienza e per certi versi di denuncia rispetto alla realizzazione delle infrastrutture viarie di collegamento tra le Marche e l’Umbria, conosciute come progetto “Quadrilatero”, nato all’indomani del sisma del ’97 proprio per superare l’isolamento delle due regioni e dell’area appenninica interessata. Scritto quando i lavori avanzavano determinando un certo impatto ambientale, il libro può essere preso ad esempio di come troppe volte, soprattutto in materia di grandi opere, si emettano sentenze anticipate e non sempre azzeccate. Oggi chi visita il pianoro di Colfiorito vede un’oasi verde e silenziosa dove ferve il lavoro dei campi (e dei ristoranti) ed è stata recuperata una dimensione di vivibilità e qualità della vita; tutt’altra cosa rispetto al rimpianto di strade pericolose e trafficate, che attraversavano i centri abitati e ammorbavano di smog gli abitanti. Capisco che tutto ciò abbia a che fare con la nostalgia della propria infanzia, ma non lo ha certo con la qualità del vivere. Il punto è un altro: come fare in modo che una viabilità dei grandi flussi non impoverisca un territorio già marginale, ma possa rappresentare un’opportunità in termini conoscenza, fruibilità intelligente ed sviluppo sostenibile. Su questo le tante cose, memorie, storie, tipicità e peculiarità culturali, paesaggistiche e ambientali dei luoghi che la Lipperini narra potrebbero risultare utili per definire uno o più progetti di attrazione territoriale, creando l’interesse per chi attraversa quei luoghi o per chi ora può agevolmente raggiungerli, di visitarli e godere delle bellezze che effettivamente non mancano. Su questo amministratori, associazioni, comunità e giornalisti-scrittori - tanto più se noti al grande pubblico - dovrebbero unirsi per dare una mano. Un libro recente è, invece, quello di Richard Sennett, Costruire e abitare. Etica per la città, Feltrinelli, Milano 2018, pp. 366. Questo grande sociologo anglo-americano ci ha regalato negli anni saggi di straordinario acume e interesse, trattando ogni volta questioni cruciali e in linea con il cambiamento dei tempi. Il tema qui indagato è quello delle città nella dialettica tra ville e cité, tra la città intesa nella sua struttura e la città come modo di vivere la città. Tra queste due polarità si è mossa la riflessione e l’azione di tanti urbanisti e architetti alla ricerca di modelli e stili del vivere urbano e si muove ogni giorno la vita di milioni e milioni di persone nel pianeta. Nell’annunciata epoca della concentrazione di gran parte della popolazione mondiale in poche metropoli e del controllo totale degli individui all’interno di “città intelligenti”, il saggio di Sennett ci invita a pensare alla “biodiversità urbana” e ai modi diversi di abitare la città che l’urbanistica dovrebbe favorire, privilegiando modalità costruttive e sfere di socializzazione coordinate e non prescrittive, sincroniche, porose, incomplete e aperte all’evoluzione, produttive e cooperative. Particolarmente interessante il capitolo IX dove viene trattato il modo “sostenibile e resiliente” con cui le città possono far fronte agli shock come quelli dei cambiamenti climatici, ma potremmo dire anche dei terremoti. L’obiettivo di Sennett non è quello di raddrizzare il “legno storto” dell’umanità (e delle città), ma - partendo piuttosto da questa consapevolezza - quello di pensarle il più possibile scevre di disuguaglianze ingiustificabili e a misura di un’umanità multiforme. Infine, l’ultimo libro è di Emidio Di Treviri, Sul fronte del sisma. Un’inchiesta militante sul post-terremoto dell’Appennino centrale (2016-2017), DOC(K)S DeriveApprodi, Roma 2018, pp. 314. L’autore, metà sacro e metà profano, è in realtà un gruppo di ricerca che ha risposto ad una call for research lanciata dalle Brigate di Solidarietà Attiva, insieme di gruppi antagonisti che hanno partecipato sul campo ad azioni di solidarietà, ma anche evidentemente di indagine, all’indomani del terremoto dell’Appennino centrale del 2016-2017. Il libro, che pure sposa una visione critica a volte ridondante e unilaterale, è percorso da una logica di antagonismo politico, ma non per questo non va letto, anzi. Segnala con dovizia di particolari, approfondimenti e conoscenza della letteratura di settore molte cose che non sono andate nella gestione dell’emergenza post-sisma e per questo - oggi che siamo alla conclusione di questa complicata fase - è un utile strumento di confronto critico con l’obiettivo di migliorare l’intervento pubblico negli scenari di disastro naturali e non, come ci ricorda in questi giorni Genova. La linea di fondo del libro è che l’intervento delle politiche pubbliche si è innestato su un territorio e delle comunità già fragili e invece di mettere in campo soluzioni efficienti e rispettose del contesto di vita delle popolazioni ha impresso dall’alto un segno burocratico e standardizzato, portatore di una visione ideologica, che ha approfondito disuguaglianze e distorsioni, acuendo per certi versi i disagi delle popolazioni e le problematiche delle zone interne, primo tra tutti lo spopolamento. Il libro riporta dati, brani di interviste ai terremotati insieme a ricchi apparati di note e si ferma alla fine 2017/inizio 2018 nel pieno della fase più dura di gestione dell’emergenza, che è stata oggetto di tante polemiche. Col senno di poi potremo dire che dopotutto due anni per completare un’emergenza così complessa, dovuta ad uno dei fenomeni tellurici più rilevanti della nostra storia recente, non sono poi tanti, ma resta quell’insopportabile cominciare ogni volta da zero - come se ogni emergenza, di cui pure non bisogna negare le specificità, fosse la prima - e la conseguente improvvisazione di alcune risposte a dirci che ogni denuncia di “assenza di un approccio organico alla gestione dell’emergenza” è sacrosanta, o meglio sacroprofana.



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18 luglio 2018
LE MARCHE FUTURE, INSEGUENDO FUA’, OLIVETTI E MATTEI
Il volume che raccoglie gli atti del 50esimo della fondazione dell’Istao costituisce un contributo essenziale per capire le Marche alle prese con il passaggio storico che stanno vivendo, da cui usciranno profondamente trasformate.“Le competenze per costruire il futuro” è un testo impegnativo dal quale - come sottolineato in occasione della sua presentazione all’Istao - emerge la necessità di andare oltre il ridondante invito ad investire sulle “risorse umane” o sul “capitale umano”, per formare invece il “cittadino consapevole e competente”, sia esso lavoratore, imprenditore, intellettuale o politico.Riemerge, di fronte alla complessa transizione in atto, l’esigenza di una visione più ampia, più piena, più consapevole, potremmo dire “umanistica”, capace di interpretare il mondo che ci circonda e di ispirare nuovamente l’economia e la regolazione della società.Una missione perfettamente in linea con l’insegnamento di Giorgio Fuà. Nello scorrere i contributi alle tre parti in cui si suddivide il libro vengono alla mente alcune considerazioni. La prima riguarda il lavoro e le sue trasformazioni, in particolare il ruolo della persona dentro la sempre più accidentata competizione globale tra preconizzazioni di disoccupazione di massa, dovuta all’automazione incalzante, e richieste di iper-specializzazioni esclusive ed escludenti.Torna alla mente la lezione ancora attuale di Bruno Trentin che nei primi anni Novanta del secolo scorso, di fronte all’avanzare dell’informatizzazione e della “new economy” invitava il mondo del lavoro a non farsi illudere dalle scorciatoie del neoluddismo, della riduzione dell'orario di lavoro o dell’assistenzialismo del reddito minimo garantito, bensì ad esigere nel luogo di lavoro e nella società l’investimento sulla “creatività” del lavoro, unica forma capace di liberare il lavoro da se stesso.La seconda considerazione riguarda il retroterra culturale e antropologico su cui s’innesta l’attuale spinta verso la robotizzazione e il digitale. Se l’individualismo perdurante, che ha portato a scambiare i propri desideri per diritti, non verrà problematizzato, la digitalizzazione user friendly è molto probabile che favorirà forme di neoirrazionalismo, di cui si vedono già i segni, piuttosto che un nuovo umanesimo. Avremo consumatori passivi e primitivi, piuttosto che cittadini consapevoli e competenti.Detto in altri termini, se la persona si distingue dalla macchina per il solo fatto di provare emozioni, l’esito è segnato e la passione per l’innovazione non potrà che essere appannaggio di un'illuminata minoranza. La libertà non è laissez faire, bensì éffort, che va oltre la superficie e supera gli ostacoli, un atto “critico” di comprensione. La terza e ultima considerazione riguarda il futuro delle città. Mentre nel rigoglioso sud-est degli Stati Uniti sorge una nuova casa in Cina e in Corea del Sud ne sorgono diciotto. L’India programma per i prossimi anni 100 smart city nuove di zecca e negli Emirati o in Corea esse sono già realtà. Qual è il nostro destino in questo scenario? Che cosa vogliamo essere come Europa e come Marche? In alcune di queste smart city dove la distanza è morta, perché si è ovunque connessi, la ghettizzazione aumenta, il controllo è totale e la vita affidata agli algoritmi.Il policentrismo marchigiano, fatto di città piccole e aree interne, ha bisogno di diventare una rete efficiente ed equilibrata, capace di mantenere la “biodiversità” urbana e rurale dentro un sistema-regione unitario e connesso, aperto e cooperativo. Il grande laboratorio della ricostruzione post-sismica può essere l'occasione per questo ripensamento: saperi, tecnologie, contaminazioni, culture a servizio delle comunità e del rilancio complessivo di un sistema produttivo regionale aperto all'innovazione. Partendo da quanto ci dice il filosofo: “Una città è composta da tipi diversi di uomini: le persone simili non possono dar vita a una città”.Il 2019 saranno cento anni dalla nascita di Giorgio Fuà. L’augurio è che l'Istao continui ad aiutarci a capire la traiettoria delle Marche, seguendo le grandi intuizioni di personaggi come Fuà, Olivetti e Mattei.Daniele Salvi



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23 aprile 2018
DIECI LETTURE
Nei primi mesi del nuovo anno ho fatto alcune letture, dieci per la precisione. La prima riguarda il libro dell’attuale reggente del Pd Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura, che ha scritto un resoconto della sua esperienza istituzionale intitolato: “Dalla terra all’Italia. Storie dal futuro del Paese”, Mondadori, Milano 2017, pp. 163. Si tratta di un excursus utile per chi voglia farsi un’idea aggiornata su un settore, quello agricolo, che viene spesso considerato come il residuo di un mondo passato, mentre esso non solo è attraversato da innovazioni e da un connubio essenziale per il nostro Paese, quello tra tradizione e innovazione, ma ha anche un valore sempre più strategico in Italia e nel mondo come dimostrato dal successo di Expo. La seconda lettura riguarda un libro di AA.VV.: “Building Back Better: idee e percorsi per la costruzione di comunità resilienti”, Carocci editore pressonline, Roma 2017, pp. 215. E’ un instant book curato da F. Esposito, M. Russo, M. Sargolini, L. Sartori, V. Virgili, che riunisce il contributo di diversi studiosi delle università marchigiane, di quelle di Bologna, Modena e Reggio Emilia, nonché di esperti di centri di ricerca nazionali-internazionali (Centro euro-mediterraneo di documentazione eventi estremi e disastri, Gran Sasso Science Institute, Istituto nazionale di geologia e vulcanologia; Istituto nazionale di fisica nucleare), di ActionAid e dei responsabili dell’Agenzia per la coesione territoriale, Protezione civile e Loccioni group, sul tema della resilienza delle comunità sottoposte ai grandi rischi naturali. Centrale è l’esperienza del terremoto del Centro Italia, mentre tutti i contributi, fortemente interdisciplinari, cercano di rispondere alla sfida che la comunità internazionale ha assunto con il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030 delle Nazioni Unite, che ha l’obiettivo di attrezzare i Paesi più esposti alla prevenzione, mitigazione e risposta ai grandi rischi naturali. Il libro offre spunti molto interessanti, traducibili in termini pratici nella realizzazione di una infrastruttura dedicata alla ricerca e sviluppo su questi temi, che è assente in Italia e in Europa e che potrebbe trovare nelle zone colpite dal sisma del 2016 l’ambito più idoneo, anche per fare di un evento drammatico un’opportunità di consapevolezza e rinascita attraverso la conoscenza.La terza lettura riguarda l’autobiografia di Elio Toaff: “Perfidi Giudei, fratelli maggiori”, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 266. Chiunque abbia dei pregiudizi verso il mondo ebraico farebbe bene a leggere questa straordinaria biografia che è anche un viaggio nella comunità ebraica italiana del Novecento a cavallo della seconda guerra mondiale, fino ai nuovi rapporti tra ebraismo e Chiesa cattolica avviati con la visita alla Sinagoga di Roma di Giovanni Paolo II. Dobbiamo ricordare Elio Toaff, figura eccezionale dell’ebraismo italiano e grande italiano, a cui anche le Marche devono molto.La quarta interessantissima lettura è stato il libro di Flavio Cuniberto: “Paesaggi del Regno”, Neri Pozza, Vicenza 2017, pp. 330. La nascita dell’idea moderna di paesaggio indagata nei suoi prodromi, essenzialmente differenti da essa, condensatisi in epoca medievale e nello specifico a partire da San Francesco di Assisi, che nel suo ambulare eremitico per l’Italia centrale diventa una sorta di “agrimensore” del Regno o del gan eden, il giardino biblico. San Francesco, nel suo viandare, sposa Madonna Povertà, emblema del processo di annullamento del proprio io, condizione che apre al misticismo delle stimmate, in un contatto costante con gli spazi raccolti delle sue visioni estatiche (es. La Verna) e con quelli distesi dello sguardo aperto e del continuo peregrinare. E’, quello di Cuniberto, anche un libro sull’Italia centrale e sui luoghi marchigiani toccati da Francesco, che vengono riletti in una chiave estetico-filosofica e secondo il filo di una ricerca sul valore più profondo da conferire ai paesaggi di questa parte d’Italia.Richiamato da Cuniberto è il libro di Yves Bonnefoy: “L’entroterra”, Donzelli Editore, Roma 2004, pp. 119, che costituisce la quinta lettura. Scritto agli inizi degli anni Settanta, con lo stile ispirato tipico di Bonnefoy, l’Arrière pays è un laico e poetico pellegrinaggio alla ricerca di quel luogo che consenta all’autore una sorta di corpo a corpo con la cultura italiana, che egli ha sentito sempre come intima parte di sé, ma anche di trovare non un fondamento, parola assoluta e ambiziosa, ma un “entroterra” - appunto - capace di aprire ad un’ulteriorità, senza smarrire il “qui e ora”, una “soglia” dirà più tardi il più grande poeta francese del Novecento, cioè una “presenza” che riveli al contempo una “trascendenza”. Beh, pochi sanno che questa ricerca e i suoi esiti portano Bonnefoy nelle Marche, ad Apecchio per esempio, ma più intensamente a Camerino i cui scorci su monti e colline colpiscono il poeta al punto da farlo sentire vicino a quel segreto a lungo inseguito.Rimanendo in ambito camerte, rendiconto la sesta e la settima lettura che riguardano la Santa Battista Da Varano: “Il felice transito del Beato Pietro da Mogliano” e “Istruzioni al discepolo”, due delle opere della mistica marchigiana, edite da Sismel Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, Firenze 2007 e 2017, che rappresentano i primi frutti - a distanza di dieci anni l’uno dall’altro- del progetto che la casa editrice si è dato di pubblicare tutte le opere di una delle scrittrici più alte del Rinascimento italiano. Ci vorrà del tempo, ma intanto questi due lavori sono esemplari per contestualizzazione storica, lavoro filologico sui testi e approfondimento critico-letterario. Le “Istruzioni al discepolo” – ad esempio – sono qui guadagnate senza più alcun dubbio alla mano della Santa.L’ottava lettura riguarda Bruno Trentin: “Diari 1988-1994”, a cura di Iginio Ariemma, Ediesse, Roma 2017, pp. 510. Il progetto editoriale di pubblicare tutti i diari del leader del maggiore sindacato italiano è giunto agli anni decisivi del profondo cambiamento dello scenario internazionale e nazionale, anni in cui Trentin assume anche la massima responsabilità nella Cgil, quella di segretario generale, fino alle dimissioni che aprono una nuova fase del suo impegno intellettuale e politico. Sono anni turbolenti, di grande difficoltà per il nostro Paese, e di grandi rivolgimenti. Trentin coltiva interessi precisi (le scalate in montagna e il giardinaggio) e letture ad amplissimo spettro (dai romanzi latino-americani alla storia della rivoluzione francese, dalla filosofia tedesca al pensiero sociale francese e americano), e annota dall’interno il disfacimento delle prassi istituzionali e delle strutture partitiche, categoriali e sindacali della democrazia italiana, evidenziando il comportamento di coloro che ne dovrebbero essere la classe dirigente e di cui invece egli non può che evidenziare il decadimento nell’esercizio della funzione e la deriva personalistica. Bisogna leggere questo libro per capire le tante e potenti luci del pensiero di Trentin, colte nella loro genesi e sintesi, e in parte ancora attuali; ad esempio, il nesso costante tra ripensamento dei fondamenti teorici della sinistra, riforma del sindacato e centralità del lavoro dentro l’espansione dell’innovazione tecnologica e organizzativa propria della fase di globalizzazione dell’economia.La nona lettura riguarda il libro di Enrico Giovannini: “L’utopia sostenibile”, Editori Laterza, Bari 2018, pp. 160. L’idea di sostenibilità, istituzionale, ambientale, economica e sociale, spiegata attraverso la novità rappresentata dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, dalla cui attuazione dipende il futuro del pianeta e dell’umanità. Si tratta di un libro molto concreto che offre anche spunti per innovare da subito le politiche territoriali. Nonostante il gran parlare che si fa della sostenibilità, Giovannini ci ricorda che il mondo e il nostro Paese stanno marciando secondo un modello di sviluppo insostenibile, al punto che le previsione del Club di Roma del 1972, che teorizzò i limiti dello sviluppo, sono oggi perfettamente confermate dalla traiettoria che stiamo seguendo. Sappiamo che quelle previsioni, se non corrette e per certi versi invertite, porteranno nel 2050 all’invivibilità della maggior parte del pianeta e al dimezzamento della popolazione mondiale. Certamente tutto ciò non avverrà in maniera indolore… Il libro non solo ci spiega l’importanza per l’Italia e per l’Europa di avere una strategia per lo sviluppo sostenibile, ma soprattutto stimola a costruire una agenda di governo che - ad esempio - adotti il BES invece del PIL e che venga attuata da subito con determinazione e costanza nel tempo.La decima lettura riguarda il libro di Paolo Piacentini: “Appennino atto d’amore. La montagna a cui tutti apparteniamo”, Terre di mezzo editore, Milano 2018, pp. 137. E’ il racconto di un viaggio fatto in compagnia dell’amico Giuseppe dalle Cinque Terre al paese natio dell’autore, da Riomaggiore a Castel Madama, dalla Liguria al Lazio, passando per le terre alte che costituiscono la spina dorsale d’Italia, dove s’incontrano paesaggi e borghi mozzafiato, ma anche spopolamento, abbandono, insieme a tentativi di resistenza e di nuova economia grazie a giovani acculturati e intraprendenti. Tutto ciò s’intreccia con la riflessione sul post-terremoto dell’Italia centrale, sulla ricostruzione delle comunità locali, e con il grande investimento fatto in questi anni su cammini, itinerari, ciclovie e percorsi escursionistici quali forme di turismo slow e di economie soft, importanti seppur insufficienti per la rinascita dell’Appennino. Esempi virtuosi su cui investire, inserendoli in un quadro coerente di azioni per lo sviluppo. E, siccome in buona parte le condivido, vi lascio con le parole di Piacentini: “Se qualcuno, in questo momento storico, mi dovesse chiedere a quale partito o area politica appartengo, gli risponderei che appartengo all’Appennino. Appartengo a un territorio. Appartengo a una terra che ti dà molto e che ha bisogno di essere ricambiata con amore in termini di conoscenza e di cura. Uno dei mali del presente è il vivere senza la consapevolezza di essere parte della geografia dei luoghi in cui si abita” e a cui - potremmo concludere - si appartiene inevitabilmente anche quando si pensa di esserne estraneo.Daniele Salvi



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20 febbraio 2018
UNA POLITICA PER LE CITTA’ DELLE MARCHE
In un articolo scritto all’inizio di questo anno l’economista Paul Krugman è tornato ad occuparsi dei temi della sua formazione, la geografia economica, e in particolare del futuro delle piccole città. In un mondo che marcia a tappe forzate verso la concentrazione dell’umanità nelle metropoli, al punto che si prevede che nel 2050 due persone su tre nel mondo abiteranno nelle città, il destino delle piccole città appare segnato.Krugman fa l’esempio di Rochester, città di circa 200mila abitanti degli Stati Uniti, che da centro rurale per la macinazione del grano è divenuta una città industriale specializzata nella produzione di strumenti ottici, fino ad essere conosciuta nel mondo come la città della Kodak e della Xerox. Ora,negli Stati Uniti, ci si interroga se cittadine come Rochester possano avere un futuro ed evitare quella che viene chiamata la “rovina del giocatore”.Di fronte a questo scenario molti sono gli interrogativi che si pongono alle aree urbane del Vecchio Continente, alle “cento città” d’Italia e ad una realtà come le Marche, per sua natura regione rurale e policentrica. Il quadro sembra complicarsi se pensiamo alle aree interne e all’Appennino, soprattutto se teniamo conto delle conseguenze del sisma e della velocità dei cambiamenti tecnologici che disegnano un mondo dominato dall’automazione.Tutto ciò può apparire disperante, anche se indicare una tendenza non significa affatto descrivere una realtà e spesso la storia s’incarica di smentire le più fondate previsioni. Tuttavia, con questa tendenza bisogna fare i conti, fino a prova contraria. Andamento demografico, specializzazione produttiva, disintermediazione amministrativa rischiano di far finire su un binario morto le piccole città, producendo alti costi sociali che vanno di pari passo con tentativi di sviluppo a base culturale e turistica, insufficienti a far fronte alle situazioni di disagio e alle crescenti diseguaglianze sociali nei contesti urbani.Nelle Marche, dopo le esperienze delle candidature di Urbino capitale europea, di Recanati e Macerata capitali italiane della cultura, e senza nulla togliere a Fabriano città creativa o Pesaro città della musica Unesco, è tempo di pensare una politica per le città, inclusa quella “città appenninica” da cui dipende il futuro di uno sviluppo regionale che non si esaurisca nella linearità insediativa della “città adriatica”. Ad esempio, se è vero che la nuova infrastrutturazione della Quadrilatero ha consentito agli Umbri di frequentare maggiormente le Marche, è altrettanto vero che sta facendo sentire molto più vicini all’Umbria ampi territori dell’entroterra marchigiano.Un primo esempio di questa politica per le città è venuto dal reinvestimento ad opera del Governo centrale su scuole e periferie. A livello regionale dagli ITI (interventi territoriali integrati) urbani o, per l’entroterra, dai PIL (progetti integrati locali) promossi dai Gruppi di Azione Locali (GAL). Nuove indicazioni e possibilità di intervento potranno venire dai “Nuovi sentieri di sviluppo per l’Appennino marchigiano”, a cui stanno lavorando le quattro Università insieme al Consiglio regionale, e dal “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, su cui è impegnato l’Istao per conto della Giunta regionale. La programmazione di area vasta del Capoluogo regionale e le progettualità alla base delle esperienze di candidatura sopra citate rappresentano altrettanti “parchi progetto” traducibili operativamente.Partendo dall’insieme delle sperimentazioni progettuali e realizzative accennate, è possibile immaginare una “rete delle città” marchigiane che incorpori visione sistemica, specializzazioni funzionali diversificate e integrazioni complementari, anche rispetto ai nuovi motori di sviluppo e alla qualificazione del welfare regionale.Per quanto riguarda, invece, l’areale del “cratere” occorre agire avendo presenti le priorità rappresentate in ordine da: le zone più devastate (gli epicentri), la città di Camerino, la cui ricostruzione è fondamentale per un ampio territorio, la linea di resilienza pedemontana che va da Fabriano ad Ascoli, passando per Camerino e Amandola, e, infine, alcuni Comuni cosiddetti “gronda”, che hanno svolto nei decenni di spopolamento dell’entroterra un’azione di contenimento e che in questa fase vanno rafforzati.Si tratta - in altri termini - di pensare e organizzare una armatura territoriale, alla quale non deve essere estranea una riflessione e un’azione conseguente sul versante della governance istituzionale. La sfida è quella di provare a disegnare una geocomunità che riparta dai “luoghi”, da quella integrazione tra smart city e smart land che non può che essere la risposta europea in chiave di sviluppo sostenibile al procedere verso megalopoli che potrebbero essere più del “terrore” che del benessere.Daniele Salvi



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8 gennaio 2018
UNA CHIESA, UN GIUDIZIO, UNA STORIA
Mettete una chiesetta, come ce ne sono tante nell’Appennino marchigiano, che sorge in un luogo appartato su uno sperone di roccia. Pensate ad una leggenda, di quelle ricorrenti, per cui un giorno un agricoltore mentre ara un campo rinviene una pietra che ritrae una madonna con il bambino; questa viene portata nella comunità, in questo caso quella di San Martino, odierna frazione di Serravalle del Chienti, cuore dell’epicentro del terremoto del 1997, e l’indomani scompare, viene ritrovata nel luogo dove era stata scoperta, e così succede più volte fino a che gli abitanti del luogo erigono, a rispetto della “volontà” della Madonna, la suddetta chiesina, tra il 1350 e il 1358.Essa, vuoi per il luogo dove sorge, vuoi per quella pietra rinvenuta, viene intitolata alla Madonna del Sasso e come tante chiese dell’Appennino è ricca di affreschi, anzi doveva esserlo integralmente come si usava in un tempo non meno affezionato alle immagini di quello odierno. Mettete, poi, che tra gli affreschi sopravvissuti all’inclemenza del tempo, al ripetersi dei terremoti e all’incuria degli uomini vi siano le immagini, ritratte anche più volte, di San Cristoforo, patrono dei pellegrini, Sant’Antonio, patrono degli animali, Sant’Onofrio, caro agli eremiti, San Sebastiano, protettore dei sofferenti, ma anche San Bernardino da Siena, in un luogo che è stato culla della riforma francescana dell’Osservanza, San Venanzio, patrono della vicina città di Camerino, e persino Sant’Amico di Rambona in quel di Pollenza.Immaginate, infine, che vi sia l’immagine della Madonna di Loreto, con tanto di baldacchino, angeli e ai lati dei santi, e persino l’affresco di un Giudizio universale dalle misure imponenti, sei metri per quattro. Sì, avete capito bene, un Giudizio universale con tanto di inferno e paradiso.Per la verità questo affresco non lo troverete nella chiesina originaria, perché tra il 1954 e il 1958 fu distaccato e portato ad Urbino per essere restaurato da un valido Sovrintendente del tempo e poi, dopo una lunga diatriba con le popolazioni locali, affezionate a quella chiesa e al suo patrimonio, fu riportato in un’altra chiesa, sempre a San Martino di Serravalle, fatta costruire appositamente per contenerlo, nel 1965, su progetto gratuito del compianto architetto Paolo Castelli.Fin qui abbiamo immaginato la realtà, inclusa quella di un Giudizio universale che era un motivo pittorico e iconografico ricorrente, persino in loco, se pensiamo a San Lorenzo di Fiastra, a San Tossano di Agolla a Sefro o a Santa Maria Assunta di Mevale. Ciò che, invece, fa parte dell’interpretazione, peraltro a nostro avviso convincente, è la tesi sostenuta da Ettore Raccioppa e Bianca Maria Santucci in una recentissima pubblicazione (“Un giudizio per Giulio Cesare” 2017) relativamente al contenuto di una delle tre fasce in cui il suddetto Giudizio universale si suddivide, quella mediana che ritrae uno spaccato di vita terrena.Mentre la scena della fascia inferiore riprende addirittura motivi dell’inferno dipinto da Bonamico di Buffalmacco nel camposanto di Pisa tra il 1336 e il 1341, quella della fascia mediana vede una turba di gente in piedi vestita alla quattrocentesca con una prima fila di persone inginocchiate, tutte rivolte e quasi in fila verso la figura di San Pietro che ha davanti a sé la porta del paradiso e stringe la mano della prima persona inginocchiata. Il lavoro dei due interpreti si è dedicato, quindi, a cercare di capire chi fossero quei personaggi, soprattutto quelli all’inizio della schiera e vicini a San Pietro. Alcuni elementi ben riconoscibili nel pur compromesso dipinto, insieme al confronto con altre rappresentazioni iconografiche, hanno reso possibile ipotizzare l’identità di alcuni di loro.La scoperta ha dell’unico, perché saremmo di fronte alla descrizione autocelebrativa della corte quattrocentesca di Giulio Cesare Varano (1433? - 1502), che è la prima persona inginocchiata della schiera a cui San Pietro tiene la mano e che ha al suo fianco una figura femminile vestita in abito monastico, che gli interpreti identificano nella figlia di lui, Santa Camilla Battista (1458-1524). A seguire ci sarebbero Giovanna Malatesta (1444-1511), moglie di Giulio Cesare, e poi Papa Sisto IV (1414-1484), di cui il Varano fu nel 1482 Gubernator armorum, il cardinale Alessandro Nanni Malatesta, legato pontificio, vescovo di Forlì e fondatore nel 1476 della Confraternita del Rosario (riconosciuta nel 1479 proprio da Papa Francesco della Rovere), molto in voga all’epoca e a cui allude il contorno di rose (anche malatestiane?) che racchiude tutta la fascia mediana dell’affresco. E ancora, Fabrizio Varano, vescovo di Camerino dal 1482 fino alla morte nel 1508, umanista e nipote di Giulio Cesare; Mattia Corvino (1443-1490), re di Ungheria, per il quale il Varano militò. Tra le figure ritratte in piedi figurerebbe anche l’autore dell’opera.Almeno tre sono le mani che lavorano ad una opera così ampia e impegnativa; medesima è quella che ritrae l’intera fascia mediana del Giudizio universale e la Madonna di Loreto. Gli interpreti ritengono che sia la mano di Cristoforo di Jacopo di Marcucciora, pittore folignate attivo dal 1453 al 1502, che lavora anche nella vicina chiesa della Madonna delle Grazie di Rasiglia, allievo di Bartolomeo di Tommaso e collaboratore di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno (1430?-1502).Dato il contesto e i personaggi raffigurati, il periodo di realizzazione dell’opera dovrebbe collocarsi tra il 1484, anno del ritorno a Camerino di suor Camilla Battista, e il 1495, anno in cui l’ipotizzato pittore Cristoforo di Jacopo di Marcucciora fa testamento, essendo ormai infermo. L’intero affresco andrebbe certamente studiato in maniera più sistematica, magari anche con l’ausilio di fonti documentali ad oggi non rintracciate, tuttavia l’interpretazione avanzata sulla base delle conoscenze disponibili appare credibile.La presenza di un affresco di tal fatta in una chiesina ritenuta eremitica può far intendere sì un ascendente di Camilla sul padre al punto da spingerlo ad abbellire un luogo di raccoglimento, magari amato, ma fa pensare anche all’importanza di quella via di collegamento che da Spoleto giungeva a Camerino, passando proprio per la valle di San Martino. Una via punteggiata da luoghi devozionali e opere d’arte inimmaginabili per un territorio che fosse ritenuto allora marginale, qual oggi invece è. Il dipinto di una corte “degna” del paradiso non poteva che essere concepito per trasmettere ai tanti pellegrini, mercanti e viaggiatori, che entravano o lasciavano lo stato di Camerino, l’idea di un governo buono e giusto del territorio.Un’ultima annotazione va riservata al fatto che gli affreschi della chiesa avrebbero bisogno di essere restaurati, che la scultura in pietra della madonna con il bambino è stata trafugata nel 1978, mentre una tela cinquecentesca che ritraeva la crocefissione con la Maddalena e gli angeli che raccolgono nei calici il sangue di Cristo è finita a Tolentino subito dopo il terremoto del 1997, ma non è più ritornata a San Martino. Vicende più e meno recenti della dispersione di un patrimonio culturale, di cui speriamo di non dover ricordare ulteriori episodi.



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4 gennaio 2018
Ultime letture dell’anno passato…


Nell’anno che si è chiuso ho fatto alcune letture che voglio suggerirvi. La prima è di uno storico che ha molto amato l’Italia e che è morto proprio nel 2017, Denis Mack Smith, Federigo da Montefeltro, Quattroventi, Urbino  2005, pp. 71. E’ il ritratto del signore di Urbino che viene descritto come simbolo del politico rinascimentale, dedito alla causa del buongoverno e dell’arte militare, ma cultore del più ampio orizzonte del sapere e delle arti, così come dell’agire pratico, del contatto personale con i propri governati.

Un altro storico, questa volta il grande Carlo Maria Cipolla, Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, Mondadori, Milano 1995, ristampato nel 2017, pp. 201. Dagli interventi su “Il Sole 24 Ore” di più di 20 anni fa un libro agile e leggibile da chiunque che fa capire con la consueta maestria i passaggi decisivi dello sviluppo economico dell’Italia nel lungo periodo. Nonostante gli anni che sono passati dalla prima edizione, molti dei temi e delle criticità a suo tempo evidenziate sono ancora attuali e per certi versi aggravate dalla crisi economica d’inizio secolo. Utile per capire punti di forza e di debolezza del nostro Paese.

Ho sentito Aldo Moro che piangeva, di Edmond Dantès, Imprimatur editore 2013, pp. 127. Il sottotitolo recita “Il diario apocrifo di Prospero Gallinari” e, infatti, nella finzione del racconto la voce narrante è quella del carceriere brigatista che non uscì mai dalla covo e che descrive giorno per giorno i 55 giorni del sequestro dello statista democristiano fino alla sua uccisione. Il racconto realistico di ciò che accadde è tale anche dal punto di vista del rapporto che s’instaurò tra i brigatisti e il presidente della DC, così come per l’odio che queste pagine trasudano contro i principali nemici dei brigatisti, lo Stato democratico e il PCI.

Da un leader nazionale come Aldo Moro allo spaccato regionale e provinciale della classe dirigente democristiana delle Marche e in particolare del territorio di Ancona. E’ il libro di Massimo Papini, C’era una volta la Democrazia cristiana. Il partito nella provincia di Ancona, Affinità elettive, Ancona 2017, pp. 186. Esercizio inedito, ma ben riuscito quello di Papini, storico per lo più del movimento operaio e comunista, ma da sempre attento alla dinamica, formazione e al ruolo svolto dai partiti e dalle classi dirigenti politiche tra dimensione territoriale e orientamenti nazionali. Attraverso i vari protagonisti della DC marchigiana e anconetana (Canonici, Tupini, Delle Fave, Trifogli, Tambroni, Forlani, etc.), alle prese con un serrato confronto con il PCI, Papini delinea l’evoluzione della “balena bianca” nelle varie stagioni della sua politica e nel vorticoso costruirsi e scomporsi delle correnti, fino a quella cesura rappresentata dall’uccisione di Aldo Moro, che pone fine alla Repubblica dei partiti, quando si spezza il filo esile che ancora teneva insieme progetto di trasformazione e impegno cristianamente ispirato, per cui anche la DC marchigiana seguirà le sorti della deriva neoliberale e del patto per il potere.

Il libretto di Gianni Cuperlo, Sinistra e poi. Come uscire dal nostro scontento, Donzelli, Roma 2017, pp. 143, è una riflessione sofferta sullo stato della sinistra italiana e del Pd, partito nel quale la tradizione storica della sinistra ha investito tutta se stessa. Cuperlo è tanto motivatamente critico con l’attuale guida del Pd, quanto convinto dell’errore fatto da chi lo ha abbandonato, e non appare rassegnato nella ricerca dei contenuti e degli elementi necessari per un cambiamento di rotta che investa tutto il centrosinistra. Anche perché i problemi della sinistra non datano da oggi e comprenderli richiede una rilettura critica almeno degli ultimi tre decenni, mentre anche i caratteri informi e impolitici che le novità portano con sé non possono essere elusi da chi si dichiara di sinistra, magari confinandosi in una ridotta alla quale tra l’altro non appartiene la purezza dell’identità, né la coerenza con il proprio passato.

Il decennale della nascita del Pd non è stato prodigo di riflessioni sul tema, come forse meritava. All’appuntamento non ha fatto mancare il suo contributo Piero Fassino, Pd davvero, La nave di Teseo, Milano 2017, pp. 268. Ordinato nella ricostruzione degli eventi politici che hanno portato dall’Ulivo alla nascita del Pd, chiaro nella esposizione, Fassino riflette più che altro sulle sfide cha ha davanti a sé la prima forza della sinistra europea. Il libro è, quindi, una rassegna ragionata e convincente dei temi che stanno già cambiando la vita delle persone e che richiedono al centrosinistra una adeguata cultura di governo, come per certi versi si è cercato di fare in questi anni. Nessuna particolare originalità nella lettura della crisi che ha cambiato il panorama in cui il Pd mosse i primi passi, ma consapevolezza degli effetti e dei problemi cui dare risposte, a partire da una maggiore attenzione alle diseguaglianze sociali e al lavoro. E’ il passo del riformista.

Tre parole decisive per il nostro futuro. Sono quelle che Elena Pulcini, Salvatore Veca e Enrico Giovannini approfondiscono in un agile libretto dal titolo, Responsabilità, Uguaglianza e Sostenibilità. Tre parole-chiave per interpretare il futuro, Lampi EDB, Bologna 2017, pp. 99. Di particolare interesse la terza, che non si limita più ad una accezione meramente ambientale della sostenibilità, bensì anche sociale, istituzionale ed economica. Dall’Agenda ONU 2030 alla Strategia Nazionale per lo Sviluppo sostenibile, passando per la Strategia energetica nazionale di recente approvazione e ai nuovi indicatori della ricchezza (non più il PIL) come il BES (Benessere Equo e Sostenibile), di cui alcuni criteri sono stati introdotti per la prima volta nella Legge di Stabilità per il 2018. Insomma, bussole per il futuro, l’unico possibile.

Infine, Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, pp. 316. Una lettura che mi ha accompagnato durante tutto l’anno perché il racconto è scandito in 22 date simboliche della storia d’Italia, distribuite durante tutto l’anno, che rappresentano ricorrenze civili ed eventi storici, legati a fatti non sempre ricordati come si dovrebbe. Con l’aiuto di intellettuali ed esperti dei vari avvenimenti viene così delineato un calendario che invita il lettore ad approfondire che cosa quel determinato giorno rappresenta per la storia nazionale e molto spesso per l’umanità intera. Un esercizio civile che andrebbe ripetuto ogni anno e magari ampliato, individuando e commentando ulteriori date che meritano di essere ricordate e conosciute per il loro significato non solo storico, ma attuale e futuro.

           



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13 novembre 2017
UNIVERSITA’, INFRASTRUTTURA DELLA RINASCITA.
L’intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni a Camerino in occassione dell’inaugurazione del 682° anno accademico dell’Università è stato appassionato e concreto, colpendo per efficacia e determinazione il folto pubblico presente. Abbiamo avuto la prova di un premier autorevole, che l’Italia farebbe bene a mantenere in quel ruolo ben oltre le elezioni politiche della primavera prossima, e soprattutto dovrebbe augurarselo la nostra regione che una volta tanto può contare su un capo di governo che - date anche le origini marchigiane della sua famiglia – conosce bene il nostro territorio, così bisognoso di vicinanza consapevole e informata. Il Presidente Gentiloni è stato, tra l’altro, portatore di un sostegno non solo formale all’Università di Camerino, così reattiva nel risollevarsi subito dopo il sisma, lanciando con ciò un segnale immediato a tutto il territorio circostante e non solo. Egli ha speso parole generose e nel suo discorso si è impegnato a fare dell’ex-magazzino militare delle Casermette a Torre del Parco, di proprietà dell’Agenzia del Demanio, il luogo del progetto che Unicam e CNR hanno in questi mesi condiviso relativo al recupero, restauro e fruizione dei beni culturali, attraverso l’applicazione di nuove tecnologie e nuovi materiali. Il progetto è ambizioso e, rispetto a tante discussioni più o meno serie sui beni culturali che si sono svolte da subito dopo il terremoto ad oggi, è finalmente qualcosa di concreto. E’ altresì logico che questo progetto trovi ubicazione a Camerino, che è la città più colpita dell’area epicentrale del cratere e da sempre città di cultura, sede universitaria e della diocesi più antica delle Marche, insieme a quella di Fermo. E’, infatti, la Diocesi di Camerino-San Severino Marche quella più colpita tra le diocesi marchigiane e quella depositaria di un patrimonio ancora oggi inestimabile e diffusissimo, nonostante le dispersioni prodotte dalla storia e dai precedenti terremoti. Basterebbe un solo dato per dare l’idea: quasi un sesto di tutti i beni culturali mobili danneggiati dal sisma nelle 4 regioni coinvolte appartengono alla sola Diocesi di Camerino-San Severino Marche. Ora, rispetto alla chiara e netta volontà politica espressa dal premier si tratta di fare con celerità tutti i passi che possono dare via via corpo al progetto che vedrebbe finalmente all’avanguardia la nostra regione anche nelle relazioni con il più grande centro nazionale di ricerca e d’innovazione. Ed è importante, serve ribadirlo, che questa investitura avvenga non tanto come una sorta di risarcimento a Unicam per quel che ha subito, quanto come un investimento pubblico innovativo di rango nazionale che dà il preciso segnale che è possibile invertire la china delle aree interne, proprio a partire da una chiara idea del nesso che deve esserci tra ricostruzione e nuovo sviluppo. E’ esattamente questo il segno del progetto “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, promosso dal Consiglio Regionale delle Marche e a cui stanno lavorando le Università marchigiane, coordinate da Unicam, insieme a quella di Modena e Reggio Emilia. Seguendo l’impostazione di un progetto che recupera e rifunzionalizza spazi dismessi e abbandonati, vi innesta competenze e tecnologie attraverso un sistema di collaborazioni orizzontali e verticali e sceglie di farlo su un tema identitario del territorio da rilanciare e con grandi potenzialità di sviluppo, si può pensare ad altri interventi pubblici e privati da cui dipenderà la rinascita post-sisma. Da questo punto di vista, la traiettoria che Unicam sta delineando, a seguito del riposizionamento successivo al sisma, la configura come una essenziale “infrastruttura della rinascita” che può contribuire in maniera decisiva a rivitalizzare tutta la fascia pedemontana delle Marche: da Ascoli Piceno al Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con il quale sono intense le relazioni, passando per Camerino, sede storica e naturale, e seguendo la linea della sinclinale camerte con il polo tecnologico delle Casermette, Unicamontagna e la scuola di Veterinaria a Matelica. Fino a Fabriano, polo del lavoro che cambia e che ha bisogno degli ingredienti della conoscenza e dell’innovazione per rilanciarsi. Si tratta di un vasto, ma irrinuciabile, programma per la nuova governance dell’Ateneo e per il nuovo rettore Claudio Pettinari, a cui facciamo i migliori auguri di buon lavoro nell’interesse della comunità universitaria che è stato chiamato ad amministrare e del ruolo che Unicam sta già svolgendo e svolgerà in prospettiva per il territorio e l’intera regione. Daniele Salvi



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