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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
20 febbraio 2019
“LA VALLE NASCOSTA” DI BARTOLO CICCARDINI. UNA RIFLESSIONE NON CONCLUSA
“La valle nascosta” è un agile libretto edito nel 2015 dal Centro Studi “Don Giuseppe Riganelli” di Fabriano. Il suo autore, Bartolo Ciccardini (1928-2014), è stato politico, giornalista e intellettuale democristiano, deputato e sottosegretario di Stato. Edito postumo, ma di fatto pronto per la stampa prima della morte dell’autore, il libro ha un esplicativo sottotitolo: “L’importanza strategica della zona di Fabriano, Cerreto, Matelica dalla battaglia del Sentino, alle guerre gotico-bizantine alla seconda Guerra Mondiale”. L’autore sostiene la tesi secondo cui la valle, che ha una conformazione geomorfologica particolare, essendo l’unica valle delle Marche che va da nord a sud, rispetto alle diverse valli fluviali che invece percorrono la regione da ovest ad est e che costituiscono la sua struttura “a pettine”, ha avuto una rilevanza strategica come evidenziano alcuni eventi storici che in essa sono accaduti. L’importanza della valle nascerebbe dal fatto che essa, appartata in quanto circondata da monti (la catena dal Catria ai Sibillini - da un lato - e quella del San Vicino - dall’altro - ), fertile essendo il luogo di nascita di ben tre fiumi (Chienti, Potenza ed Esino), collegata alle diverse direttrici di traffico grazie ai passi montani, ha costituito una sorta di “piazzaforte” che poteva essere ben difesa, un luogo di transito privilegiato tra Adriatico e Tirreno, un territorio-snodo tra Umbria e Marche, il cui controllo consentiva d’influire su un’area più ampia e d’interferire su flussi di medio raggio. Potremmo aggiungere che la “valle nascosta”, o anche “misteriosa” secondo Ciccardini, è una sorta di Marche in sedicesimi e - come essa - ha conosciuto nei millenni vicende storiche che sono state il riflesso della grande storia di Roma. L’espansione di Roma o il tentativo di conquistarla hanno avuto sempre le Marche come passaggio obbligato; infatti, senza il controllo delle Marche non era possibile per Roma unire il nord e il sud d’Italia e, analogamente, per i nemici di Roma non era possibile accerchiarla, senza tenere le Marche. Dalla battaglia delle Nazioni di Sentino (295 a.C.) alla battaglia di Castelfidardo (1860) questo è stato il destino delle Marche, le quali - forse non casualmente - mai hanno avuto, né potevano avere una grande città che impensierisse la “città eterna”. Marche, zona di confine e periferia, che diventa “centro” e “centrale” quando si tratta di determinare i destini dell’Urbs. Questa valle che Ciccardini abilmente descrive nelle sue peculiarità e di cui ripercorre la storia a grandi pennellate, soffermandosi in particolare su alcune vicende, è la sinclinale camerte, mentre nel libro viene chiamata inspiegabilmente “valle Settempedana” (?). Inoltre, il libro si sofferma eminentemente sulla parte nord della valle (Sassoferrato, Fabriano, Cerreto D’Esi, Matelica), non solo per le origini dell’autore e per una sua maggiore conoscenza di quella storia locale, ma certamente anche in omaggio ad uno sviluppo dirompente e ad una classe dirigente che dal dopoguerra in poi avevano contraddistinto quell’area intercomunale. In realtà, se volessimo assumere il canone della fedeltà storica di lungo periodo o quantomeno quello - che pure l’autore evidenzia - dell’omogenità territoriale, nonostante i confini amministrativi, bisognerebbe - da un lato - riconoscere la rilevanza che la città di Camerino ha avuto storicamente sulla valle e - dall’altro lato - cimentarsi in una riflessione che riguardi effettivamente tutta la sinclinale come area fortemente integrata. Oltre agli eventi storici della battaglia del Sentino e della sconfitta dei Goti di Totila ad opera di Narsete (552 d.C.), che l’autore ritiene avvenuta tra Fabriano e Sassoferrato, secondo la tesi di alcuni interpreti, altri fatti rilevanti di natura politica, militare e religiosa potrebbero essere richiamati per dimostrare l’importanza strategica della valle in questione. Fatti che sono stati determinanti nella costruzione della storia e dell’identità delle Marche. Penso soltanto a quanto accaduto durante la Resistenza al nazi-fascismo, ben più ampio di quel che Ciccardini richiama e su cui opportunamente sollecita la necessità di una “memoria storica condivisa” che superi la dimensione campanilistica dei ricordi. La valle nascosta, in sostanza, è stata una “piattaforma” anticipatrice di processi che hanno poi investito tutte le Marche, pur non essendo essa ricompresa in un’entità amministrativa unica. Anzi, i confini amministrativi provinciali l’hanno tagliata esattamente in due. Per recuperare questo ruolo, tanto più importante in epoca di crisi economica e post-sismica, bisognerebbe fare uno sforzo di attualizzazione, dandosi degli obiettivi comuni. Provo ad avanzarne alcuni: 1) il completamento delle infrastrutture della Quadrilatero, in primis la Pedemontana; 2) la dotazione e l’integrazione dei servizi socio-sanitari, trasportistici e dell’accessibilità internet; 3) la valorizzazione della comune storia, delle tradizioni, delle produzioni tipiche e artigianali, del paesaggio e dell’ambiente in chiave turistica; 4) l’alta formazione, la ricerca e l’istruzione tecnica per una manifattura digitale e l’impresa 4.0; 5) la cooperazione rafforzata tra Enti locali, corpi intermedi e attori sociali per co-programmare il governo della valle. Temi che meriterebbero un’iniziativa specifica di approfondimento, magari in ricordo di Bartolo Ciccardini. Daniele Salvi



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18 gennaio 2019
I “GRANAI” DELLA MARCHIGIANITA’: VALERIO VOLPINI E IL PRODIGIO DELL’ARTE


La mostra “Il prodigio dell’arte” che si è aperta a Fano lo scorso 19 dicembre presso la sala Morganti del museo del Palazzo malatestiano e che resterà aperta fino al prossimo 20 gennaio non è una semplice esposizione delle opere di cui fu collezionista Valerio Volpini (1923-2000), partigiano, scrittore, critico letterario, politico e giornalista fanese, ma il sigillo di un’operazione culturale che si rende necessaria in molti altri casi analoghi.

La selezione di opere pittoriche, incisioni, xilografie, esposte insieme a prime edizioni di libri e carteggi con grandi artisti marchigiani di nascita o di adozione, di rilievo nazionale e internazionale, è la traduzione visiva dei 32 artisti amici a cui Valerio Volpini aveva dedicato 32 ritratti critici, scritti nell’arco di 32 anni (dal 1958 al 1990) e raccolti nella sua opera “La luce sui pioppi” (L’Astrogallo, 1991), ripubblicata per l’occasione insieme al catalogo delle opere a cura di Tiziana Mattioli e dell’editore Raffaelli di Rimini. Una traduzione nella quale ciascun artista è rappresentato con due opere, mentre di due soli artisti, Luigi Bartolini (1892-1963) e Mino Maccari (1898-1989), particolarmente amati da Volpini, vengono esposte circa trenta opere cadauno.

In verità, siamo di fronte a qualcosa di più, ossia alla condensazione per immagini e parole di un progetto culturale che ha visto incontrarsi - da un lato - la generosità della famiglia Volpini, unita alla competenza di studiosi esperti, e - dall’altro - la sensibilità di un’amministrazione locale, quella di Fano. L’intera biblioteca di circa 15.000 volumi e l’importante archivio dell’esponente cattolico sono stati donati e presi in carico dal sistema bibliotecario della città, mentre l’amministrazione comunale si è impegnata a valorizzarlo e a renderlo fruibile.

Tutto ciò è importante perché è giunto il tempo di mettere al sicuro alcuni fondamentali patrimoni del Novecento marchigiano, veri e propri “granai” indispensabili per capire che cosa siamo stati e per nutrire il futuro. A questo compito dovrebbero dedicarsi con giusta lena istituzioni, privati, enti culturali e cenacoli intellettuali.

Nella vicenda umana, culturale e politica di Valerio Volpini si staglia in maniera emblematica la misura di quella generazione che all’indomani degli orrori e della distruzione della seconda guerra mondiale cercò di dare ragioni e motivazioni profonde alla necessità, che ciascuno avvertiva come immane ed inevitabile, di vivere, ricominciare, ricostruire.

Egli lo fece da cattolico “adulto”, capace in gioventù di scegliere la libertà contro la barbarie, di vivere la propria fede religiosa come retaggio delle umili origini contadine e al contempo come esercizio contemporaneo di un’intelligenza guidata dalla coscienza, sempre fedele a se stessa e orientata dal primato dello spirituale. Allievo di Carlo Bo, assai vicino a don Primo Mazzolari, “amico spirituale di Bernanos” e “periferico alunno di Jacques Maritain”, Volpini - al pari di tanti giovani della sua generazione - guardava alla cultura francese, per vocazione antitotalitaria, umanistica, laica quand’anche intrisa di religiosità, e rifuggiva l’irrazionalismo che aveva avvelenato l’umanità tra le due guerre.

Fortemente legato alla sua città di nascita, egli visse e assorbì a pieno le novità del Concilio Vaticano II e se ne fece interprete anche nel suo impegno politico, come Consigliere regionale durante la prima legislatura (1970-1975), quella fondativa delle Regioni, iniziata tra gli entusiasmi di una politica “nuova” tutta da inverare e conclusa nella delusione per il prevalere di una politica senza “cultura”. Da qui l’impegno nella rivista “Il Leopardi”, per giungere poi alla direzione de “L’Osservatore Romano”, dal 1978 al 1984, esattamente negli anni in cui spirava “la Repubblica dei partiti”, alla quale la generazione di Volpini era intrinsecamente legata, il papato finiva per giocare un ruolo tra le grandi potenze e il mondo virava a tal punto che chi fino a ieri era stato un sincero riformatore si ritrovava l’indomani dipinto come il peggior conservatore, in un gioco di specchi in cui individualismo di massa, competizione, corruzione e debito pubblico finivano per contagiare tutti, lasciando alle generazioni future il conto da pagare.

La mostra fanese avrebbe potuto anche intitolarsi “la poesia dell’arte” o “l’arte e la grazia”, per la sintonia della ricerca volpiniana della bellezza con la riflessione etica ed estetica di un filosofo come J. Maritain, entrambi portatori di una concezione umanizzante della creazione artistica, che rifugge da ideologismi ed estetismi, da moralismi e immoralismi, e che ricerca nella fatica intrinseca della produzione artistica la dimensione poetica, il "prodigio" appunto, che solo è capace di far incontrare il fardello esistenziale dell’artista con il vissuto di chi fruisce dell’opera d’arte, dischiudendo ad entrambi l’ulteriorità dell’essere.

Tutto ciò, per Volpini, era possibile anche nella “periferia”, anzi qui forse era più vero e autentico. Le Marche, questa terra laterale e cruda, avevano qualcosa da dire anche nei confronti delle capitali più blasonate della cultura e tanto più rispetto alle mode del momento. E’ questo il senso dei “pensieri per artisti amici”, dove la ricerca e la critica letteraria non si stancano mai d’inseguire il fil rouge di un leopardismo ritornante, così peculiare da far ipotizzare una sorta di “marchigianità” artistica ed esistenziale, persino politica. Che ne è di essa oggi? Ha ancora un senso? E soprattutto, ha qualcosa da dire? E’ forse questo l’interrogativo più incalzante che la mostra di Fano ci consegna.

Daniele Salvi 





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14 gennaio 2019
PATTO PER LO SVILUPPO: UN PUNTO FERMO PER LA RINASCITA DELLE MARCHE
Con l’approvazione della mozione n. 435/2018 il Consiglio regionale ha recepito il “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, già siglato dai 23 soggetti del tavolo regionale della concertazione, adottato con apposita delibera dalla Giunta regionale e previsto nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza Regionale. L’anno appena trascorso si è chiuso, così, con un importante segnale alle comunità dell’area colpita dal terremoto di due anni fa e più in generale all’intera comunità regionale. Si parla spesso di ritardi e limiti nella gestione del post-sisma, non si placano le polemiche sulla ricostruzione, ma occorre sottolineare che la Regione Marche giunge a dotarsi di uno strumento fondamentale per il rilancio di quei territori a soli due anni dal sisma, quando l’Emilia Romagna lo ha fatto dopo tre anni e l’Abruzzo dopo ben otto. Oggi, chiunque abbia un’idea, un progetto, un proposito d’investimento, o sia un portatore d’interesse, ha a disposizione un quadro strategico, delle direttrici di sviluppo e una raccolta ordinata di progetti che possono svolgere una funzione di orientamento e fungere da primo “setaccio” della compatibilità delle proposte con le aree integrate d’intervento previste nel Patto: servizi alla coesione sociale, competitività e innovazione nei sistemi produttivi, green economy, sicurezza del territorio, valorizzazione del patrimonio, mobilità, ricerca e nuove competenze, tecnologie e sistemi innovativi, infrastrutturazione digitale abilitante. Non è poca cosa, soprattutto se non si vuol incominciare ogni volta da zero. Se è vero che non c’è ricostruzione senza sviluppo, la scelta di non tenere separate queste due sfide, ma di farle avanzare su binari convergenti, è un atto obiettivamente coraggioso e qualificante che la Regione Marche ha fatto e che consente a ciascuno di avere dei punti di riferimento sufficientemente chiari e articolati con i quali confrontarsi, non ultimi il quadro delle risorse ad oggi disponibili e le modalità di governance del processo di valutazione, attuazione e monitoraggio degli interventi. Il “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo” rappresenta una sintesi pregnante dei rispettivi percorsi avviati dal Consiglio regionale con la ricerca sui “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, elaborata dalle Università marchigiane, e dalla Giunta regionale con l’incarico ad Istao che ha portato ad una raccolta ordinata di progetti, grazie all’apporto del mondo della rappresentanza economica e sociale e con il supporto della struttura amministrativa regionale. Si è trattato di un percorso serrato, che ha cercato di far tesoro dell’ampio e ricco dibattito che gli effetti del terremoto, sommati al perdurare della crisi economica, avevano generato, consapevoli tutti che il fattore tempo non è una variabile dipendente. Il lavoro fatto, che ha portato a stimare circa 2 miliardi di investimenti e 9.500 nuovi occupati, ha indubbiamente contribuito - tra l’altro - a preparare soggetti e territori a cogliere in maniera tempestiva le opportunità già in campo. Mi riferisco, in particolare, alla riuscita che stanno avendo i bandi regionali riguardanti l’area del “cratere”, che hanno visto un numero di domande molto significativo, insieme a un ammontare dell’importo finanziario complessivo dei progetti presentati di molto superiore alla dotazione iniziale dei bandi stessi. Un ulteriore termine di confronto, che rappresenta anche un potenziale terreno di lavoro comune, è invece costituito dal fatto che anche la confinante Regione Umbria è impegnata in un progetto di rafforzamento della produttività e della redditività del proprio sistema produttivo in un’ottica macroregionale. Il progetto, che ha come base una ricerca svolta da Sviluppumbria e Università di Perugia, si presta ovviamente a numerose correlazioni, sinergie e possibili contaminazioni. Se il 2019 dovrà essere l’anno del decollo della ricostruzione fisica degli abitati, gioco forza dovrà essere anche quello in cui si mettono le basi concrete per la ricostruzione delle comunità, basi che poggiano sullo sviluppo sostenibile e il lavoro. A tal fine sarà fondamentale il confronto con il Governo nazionale sui contenuti del Patto, ad esempio sulle agevolazioni fiscali più efficaci per favorire gli investimenti e l’insediamento di nuove attività imprenditoriali, e con la Commissione europea affinchè la programmazione dei fondi strutturali 2021-2027 tenga conto delle azioni necessarie per la rinascita dell’areale del sisma e delle quattro regioni coinvolte. Infine, la modalità di ampio coinvolgimento e concertazione che ha accompagnato la gestazione del “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo” può diventare un modus operandi per altri importanti appuntamenti a cui la Regione si appresta: dal Piano socio-sanitario alla Strategia regionale di sviluppo sostenibile, fino al regionalismo differenziato. Altrettanti strumenti utili a disegnare il futuro delle Marche. Daniele Salvi



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10 gennaio 2019
MACHIAVELLI E IL DUCA: UNO SGUARDO SUL CENTRO ITALIA
L’uscita presso Bompiani nell’anno appena trascorso di “Tutte le opere” di Niccolò Machiavelli consente di leggere in versione completa le cosiddette “legazioni” del segretario fiorentino, ossia le missioni che egli adempì per conto della repubblica di Firenze in Italia e all’estero, tra le quali spicca per fama quella svolta presso il duca Cesare Borgia, impegnato nella conquista della Romagna e nella “disinfestazione” dello Stato della Chiesa da “quella zizzania che era per guastare l’Italia” (p. 1323), ovvero quei “signorotti sbrigliati che non hanno rispetto” (p. 1347) e che complicavano il governo di un territorio che aveva invece bisogno di rafforzare l’autorità e l’efficacia del potere centrale, in questo caso quello di Papa Alessandro VI. Questa esigenza a cui, in più circostanze e in tempi diversi, il potere papale aveva cercato di dare una risposta, fin dalle Constitutiones Aegidianae del 1357 che rappresentano la prima sistematizzazione giuridico-amministrativa dei territori soggetti direttamente all’autorità temporale del Papa, era diventata acuta sul finire del Quattrocento, quando con la scoperta delle Americhe il mondo conosceva una rivoluzione e tutto subiva un’accelerazione imprevista. Tante volte questo tornante della storia è stato evocato nei momenti di grande cambiamento per esemplificare la necessità di attrezzarsi adeguatamente per non dover subire il corso degli eventi, e il tentativo del duca Valentino di unire il centro Italia, per poi forse unire l’Italia, è apparso ai più tanto cinico e scaltro, quanto coraggioso e in definitiva sfortunato. Simbolo di quel limite culturale e pratico della politica italiana, incapace di farsi Stato a fronte di una società economicamente prospera e articolata. In realtà, come ha insegnato Carlo Maria Cipolla, l’economia del nostro paese era anche allora strutturalmente dipendente dal ciclo internazionale, subiva la concorrenza di paesi emergenti come l’Inghilterra e le Fiandre, pensava illusoriamente di reggere la competizione rifugiandosi nelle nicchie dell’alta qualità, soffriva di eccessive diseguaglianze tra i diversi ceti sociali e di una pressione fiscale troppo alta, per non parlare della frammentazione politica che impediva ad ognuno dei singoli Stati italiani di dotarsi di quelle “caravelle dell’innovazione” necessarie per affrontare il futuro, fossero esse le navi capaci di solcare gli oceani o gli eserciti e gli armamenti pronti a difendere i confini dello Stato. L’Italia centrale che emerge dalle “legazioni” del Machiavelli al duca Valentino è già allora un territorio fortemente interconnesso e interdipendente. Una delle più immediate e ricorrenti preoccupazioni della repubblica fiorentina era quella di tutelare gli interessi dei mercanti nei territori controllati dal Borgia. Machiavelli non solo riceve a più riprese indicazioni affinchè segnali a chi di dovere le esigenze di singoli mercanti, ma - una volta espressa al duca l’amicizia, pur sempre guardinga, che Firenze riservava alla sua impresa - viene sollecitato ad ottenere il salvacondotto per i mercanti fiorentini. Allo stesso modo egli fa presente alla repubblica le novità che giungevano da Venezia e cioè che: “…in Portogallo erano tornate di Galigutte 4 caravelle cariche di spezierie: la quale nuova aveva fatto calare assai di pregio le spezierie loro (di Venezia ndr): il che era danno gravissimo ad quella città” (p. 1252). Gli effetti della globalizzazione cominciavano a farsi sentire. Forte, poi, è la preoccupazione quando il duca si dirige lungo la costa adriatica e la città di Ancona sembra essere “in sul disegno” (p. 1273), dal momento che - ragguaglia il segretario - sono “in quella città assai robe di mercatanti vostri” (ibidem), ragion per cui viene ipotizzato lo spostamento di merci e mercanti in direzione di Cesena e Rimini via mare. La repubblica, a stretto giro, dispone di “fare opera che quelle robe che si truovano ad Ancona o a Camerino si conduchino salve” (p. 1277). Evidentemente queste due erano le piazze mercantili più importanti per Firenze nella Marca e, se l’ostinata Camerino è oggetto di particolare attenzione per via delle notizie che giungono di repentini capovolgimenti di fronte, la raccomandazione per i mercanti fiorentini che operano su Ancona è esplicita con tanto di nomi e cognomi: Girolamo e Lorenzo Ridolfi, Niccolao Lippi, “cittadini nostri abitanti in Ancona” (p. 1329), e Bartolommeo di ser Tommaso Anconitano, “consolo della nazione nostra” e “uomo con il quale li mercatanti nostri hanno molte faccende e nella conservazione del quale è la conservazione di molti de’ nostri” (ibidem). Come sappiamo il Borgia non si diresse verso Ancona. Le “legazioni” terminano con il duca che si dirige verso Roma, forte del sostegno del padre, il Papa, e del Re di Francia, avendo ormai di fatto annessa la strategica e a lungo contesa Romagna, stretto accordi con Bologna, costruito alleanze con Firenze e Ferrara, ricondotto sotto il suo controllo Marche e Umbria, bonificato Siena. Poi – come si sa – le vicende mutarono di segno fino al fallimento dell’intero progetto. Che senso ha ripercorrere oggi questa vicenda ben nota? Può servirci, forse, per riflettere sul fatto che - come ha sostenuto recentemente Gianfranco Viesti – “L’Italia che sta venendo lentamente fuori dalla grande crisi sembra diversa, da un punto di vista territoriale, da quella che vi è entrata”, e che ora come allora stanno in realtà cambiando le gerarchie territoriali: Marche e Umbria scivolano sotto la media europea del Pil pro-capite, Roma è in forte crisi, lo sviluppo più dinamico non scende più lungo l’Adriatico e l’areale del “cratere” sismico unisce ben quattro regioni. L’intero centro Italia è in sofferenza e lo è il suo sistema produttivo. Se il Nord e il Sud del Paese sembrano poter contare su un’attenzione privilegiata da parte dell’attuale governo, come dimostrano le misure della prima legge di bilancio, le Regioni del “quadrilatero” Bologna-Ancona-Roma-Firenze è bene che assumano rapidamente una comune consapevolezza della questione che le riguarda, per riscrivere in maniera più equa la geografia nazionale e per affrontare con coraggio e unità d’intenti le sfide della cooperazione e dell’innovazione necessarie per interpretare a testa alta il cambiamento. Daniele Salvi



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7 gennaio 2019
LETTURE DELL’ANNO ANDATO
La prima lettura di quest’ultimo scorcio dell’anno che è appena passato è: AA.VV., “Atlante dell’Appennino”, a cura della Fondazione Symbola, 2017, pp. 236. Frutto di un lavoro di squadra e promosso da diversi soggetti, finalmente uno strumento che consente uno sguardo d’insieme sull’Appennino e un buon livello di approfondimento e di dettaglio dei vari ambiti: la geomorfologia, il paesaggio, la biodiversità, la demografia, l’economia, l’agricoltura inclusi il cibo e i boschi, la cultura e persino il sentiment online. Il lavoro che gli ha dato vita lo rende aggiornabile ed è di facile fruizione. Serviva, ora c’è! La seconda è: Gian Paolo Manzella, “L’economia arancione. Storie e politiche della creatività”, Rubbettino 2017, pp.149. Anche in questo caso una pubblicazione utile, che fa il punto su che cosa ci sia di reale e concreto dietro il gran parlare che si fa di “creatività”, in Italia e non solo, con un occhio particolarmente attento al progressivo affermarsi di politiche dedicate. In realtà, molto c’è ancora da fare soprattutto in Italia, dove le industrie creative rappresentano una scelta strategica più che altrove e per ovvie ragioni. Ma la consapevolezza non è ancora adeguata e con l’attuale governo il tema è caduto nel dimenticatoio. La terza è: Paolo Grossi, “Il diritto in una società che cambia”, a colloquio con Orlando Rosselli, Il Mulino 2018, pp. 128. Il denso bilancio del Presidente emerito della Corte Costituzionale, che è anche un excursus della sua carriera di studioso e accademico: dalla storia del diritto, in particolare medievale, alla visione del diritto come ordinamento, forma di vita, capace di recepire e ordinare i cambiamenti sociali, grazie ad una duttilità che non smarrisce mai la logica, la razionalità e una salda visione del bene comune. Grossi che ha insegnato presso l’Università di Macerata e che ben conosce la realtà delle Marche (grande ammirazione egli esprime per il filosofo e giurista camerte Emilio Betti), è senza dubbio una delle voci più autorevoli a livello nazionale e internazionale della disciplina giuridica. La quarta è in realtà un insieme di letture che hanno come focus il post-sisma: Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini, “Gli spaesati. Reportage dalle zone del terremoto del Centro Italia”, Ediesse 2018, pp. 181. Un libro fotografico nel quale un ormai affermato scrittore e un altrettanto sperimentato fotografo ci offrono uno sguardo senza veli e all’altezza degli occhi sulla realtà del post-sisma, con al centro i volti degli “spaesati” e i paesi “senza più volto”. Marco Scolastici, “Una yurta sull’Appennino. Storia di un ritorno e di una resistenza”, Einaudi 2018, pp. 109; il racconto del pastore che ha sconfitto il terremoto, di un giovane che fa una scelta controcorrente, di un “testone” che non abbandona nonostante i solleciti il luogo del proprio lavoro, dei propri animali, della propria vita, di una persona che - mentre vive le difficoltà del sisma e della grande nevicata del 2017 - si mette in discussione, ripercorre le tappe della propria esistenza, quella dei suoi avi e dei suoi cari, e ne esce più forte di prima. Un esempio benaugurante! Marco Giovagnoli, “Piccolo dizionario sociale del terremoto”, Cromo Edizioni 2018, pp. 255; nato da un lavoro d’èquipe con alcuni studenti dell’Università di Camerino, rappresentanti dei Comitati post-sisma, docenti ed esperti, è uno dei libri più intelligenti scritti sul terremoto del 2016/2017. Agile come un dizionario, colto come l’autore, utile come sintesi del dibattito innescato dall’evento calamitoso, visionario perché capace di mettere sul tappeto (quasi) tutte le questioni che il terremoto dell’Appennino dell’Italia centrale ha squadernato davanti alla comunità nazionale/internazionale e che inevitabilmente impegneranno nella prospettiva i “soggetti forti” e i “soggetti deboli” del caso. L’ultima lettura è: Marcello Fonte, “Notti stellate”, Einaudi 2018, pp. 237. Il romanzo d’infanzia dell’attore-rivelazione premiato come miglior attore-protagonista a Cannes nel film “Dogman” di Matteo Garrone. Fonte ha stupito tutti per la poeticità dell’immagine espressa in occasione della premiazione (“Da piccolo, quando ero a casa mia e pioveva sopra le lamiere, chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi”). In questa biografia che copre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza a Marrani, nella profonda Calabria, quella poeticità assume i contorni veri della sua famiglia, di Rosa e Peppino, con i numerosi fratelli, della vita in una “casa” fatta di lamiere, della frequentazione quotidiana della “fiumara”, una discarica a cielo aperto, tra periferie degradate, adolescenti incamminati sulla strada di una vita violenta ed esperienze che avrebbero potuto indirizzare l’esistenza di Marcello da tutt’altra parte rispetto a quella invece ormai consacrata al grande pubblico. Eppure, al fondo c’è quella apertura alla vita, quella ingenuità e caparbietà, quella volitività che anche nelle situazioni più marginali e critiche può preparare il riscatto, dapprima grazie alla musica, ad un tamburo e ad una banda di paese, e poi al lungo apprendistato in qualità di “attore del sottosuolo”... Bello!



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5 novembre 2018
A.D. 1259: DAI DISASTRI NATURALI E UMANI ALLA RINASCITA
Lo scorso 26 ottobre all’Università Statale di Milano si è tenuto un convegno che ha riflettuto su come le catastrofi naturali incidano nella storia delle comunità umane. Come ha scritto Paolo Grillo su “La lettura” del Corriere della Sera del 21 ottobre scorso l’appuntamento ha affrontato “la storia di un disastro naturale abbattutosi sull’Italia nel cuore del Medioevo e di come gli uomini e le donne dell’epoca seppero reagire”. “L’ombra del vulcano”, questo il titolo del convegno, ha ripercorso la vicenda dell’eruzione del vulcano Samalas in Indonesia che nell’estate del 1257 esplose in maniera devastante al punto da velare il Sole e turbare il clima di un’ampia parte del pianeta, producendo un raffreddamento delle temperature medie. “Ne derivarono due o tre anni di grave maltempo, che rovinò i raccolti agricoli e provocò carestie in tutta l’Europa occidentale e nelle regioni mediterranee, dove la nube si era spostata”. La nube giunse in Italia nell’autunno del 1257 e dapprima provocò danni limitati ai raccolti autunnali (vendemmia, miglio e orzo), ma poi - dal momento che la nube si fermò e le temperature calarono ulteriormente con ondate di maltempo e piogge torrenziali - i raccolti peggiorarono e il prezzo dei cereali salì alle stelle. Nel 1259 il freddo aumentò ancora, si estese la carestia e si diffuse un’epidemia di polmonite o febbre tifoidea che fece vittime soprattutto nelle grandi città del tempo. Solo nel 1260 gli effetti dell’eruzione cominciarono lentamente a placarsi. Tutto ciò accadde mentre in Italia infuriava lo scontro tra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini: risalgono a quegli anni la distruzione di Camerino del 1259 ad opera di Percivalle D’Oria, la battaglia di Montaperti del 1260 narrata da Dante Alighieri, fino alla sconfitta di Re Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento del 1266. Di fronte al cambiamento repentino del clima, alla carestia e alle epidemie prese avvio proprio nel centro Italia il movimento dei “flagellanti” che vedevano in quanto stava accadendo una sorta di punizione divina, per cui invitavano al pentimento e alla pacificazione, riscuotendo grande consenso popolare. I cambiamenti climatici, tra gli altri effetti, favorirono la riscossa ghibellina, giacchè il Mezzogiorno d’Italia, dove la casata sveva conservava un forte radicamento, risentì meno delle conseguenze della nube, consentendo a Manfredi di utilizzare le esportazioni di grano come strumento di pressione politica verso le affamate città del centro-nord dell’Italia. E’ probabile che tutti questi diversi aspetti giocassero un ruolo non secondario nella stessa vicenda dell’assedio di Camerino da parte delle truppe ghibelline, della scelta dei Camerinesi di trattare sia con il Papa che con l’Imperatore, e dello stratagemma utilizzato da Raniero De’ Baschi per procurare la distruzione della città. Tuttavia, di fronte a questa crisi planetaria, i governi comunali non rimasero con le mani in mano, ma assunsero misure energiche per affrontare la situazione: innanzitutto per sfamare la popolazione, per cui “furono avviate capillari inchieste per scoprire quanto grano fosse disponibile, fra raccolti e scorte accumulate”, furono “emanati provvedimenti contro gli speculatori, imponendo stretti controlli sulla vendita e l’esportazione dei cereali e calmierando i prezzi per legge”, si “acquistarono grandi quantità di frumento a spese pubbliche sui mercati esteri meno colpiti e le si rivendette a costi agevolati”. Ma molti altri furono gli interventi: dalla limitazione nell’uso del legname, necessario per il riscaldamento, ai lavori pubblici di tipo idraulico e stradale. Nel caso di Camerino a questi interventi si dovettero aggiungere quelli per la ricostruzione fisica della città sotto il “capitano di guerra” e - in via del tutto eccezionale - “podestà” (la più alta carica civile era svolta sempre da personalità di altre città in genere alleate), Gentile Da Varano, una sorta di commissario alla ricostruzione del tempo, che diede una guida ai Camerinesi dispersi, riconquistò la città, si adoperò per la sua rinascita, costruendo non a caso il Mercatale e non appena “pervenne il sito della Città intieramente in potere de’ Camerinesi”, essi “v’inalzavano case à gara, e Gentile Varani volle esser de’ primi nel fabricare un palazzo nel sasso della Città. Ristauravansi parimenti le Chiese, et era lo studio principale intorno alla Cathedrale. Volendola fabricare sontuosamente, furono chiamati Architetti de’ primi di quel tempo, et un Scultore per le statue di bassirilievi per la facciata” (C. Lilii: “Istoria della città di Camerino”, Parte II, Libro primo, pag. 22). In questo scenario di ricostruzione, investimenti e riforme, passata la nube, anche il grano tornò a circolare, seppure in modo disciplinato, e si rifece un catasto della città e dei suoi possedimenti. Si dice che la storia non sia mai magistra vitae, ma è anche vero che non bisogna “mai dire mai”... Daniele Salvi



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11 settembre 2018
CASTELRAIMONDO DOPO IL SISMA
Nel nuovo scenario territoriale determinato dal sisma del 2016 è quantomai necessario che ciascuna comunità colpita si eserciti in una riflessione sul proprio futuro. Questa dovrebbe prendere le mosse da una analisi e una strategia di più ampio respiro, cosa che la Regione Marche ha provato a fare - da un lato - con la ricerca “Nuovi sentieri di Sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma”, promossa dal Consiglio Regionale e dalle quattro Università marchigiane, e - dall’altro - con l’avvio del “Patto per la ricostruzione e lo sviluppo”, che la Giunta Regionale ha commissionato ad Istao e a cui stanno dando il loro contributo le rappresentanze del mondo economico e sociale. E’ utile, quindi, che ogni Comune si doti di un documento d’indirizzo strategico che non sia un mero esercizio accademico o una serie di dichiarazioni di principio, ma l’assunzione responsabile di un impegno concreto dell’intera comunità e dell’amministrazione comunale nel perseguire linee d’intervento capaci di dare corpo ad una strategia di rinascita e di rilancio. Nelle condizioni date, vivere alla giornata non è affatto auspicabile. Da questo punto di vista, a quasi due anni dal sisma, vorrei fare alcune considerazioni che riguardano Castelraimondo. La prima riflessione riguarda il fatto che Castelraimondo, nell’ambito del cratere, si colloca tra le realtà liminali alla zona più colpita. La nostra cittadina è stata ferita, un quinto circa del suo patrimonio abitativo è stato lesionato, ma anche grazie ad un impianto urbano recente ha resistito ed ha potuto assorbire al proprio interno i disagi prodotti dal sisma, riuscendo persino ad offrire accoglienza a tante persone che sono state costrette a lasciare le loro case in paesi vicini. La capacità abitativa inutilizzata, risultato di uno sviluppo edilizio nel tempo sovradeterminato rispetto alle reali esigenze, ha permesso a tanti di trovare una sistemazione dignitosa e a diverse attività economiche e commerciali d’insediarsi proprio qui. Ora è giunto il tempo di capire se la fase di ricostruzione che si sta aprendo con i primi cantieri risponde ad un’idea di sviluppo sostenibile della Castelraimondo futura e del ruolo che potrebbe svolgere in un ambito territoriale che ha subito profonde trasformazioni e che richiede nuovi protagonismi, non di tipo opportunistico, ma essenziali per la tenuta socio-economica più complessiva del nostro entroterra. A questo proposito una parola chiara va subito detta sull’importanza vitale della realizzazione e del completamento della Pedemontana, ultimo lato del Quadrilatero e asse viario fondamentale per collegare l’area più colpita del cratere ad un vasto territorio interregionale. La consegna dei lavori del tratto da Matelica sud a Castelraimondo nord è un buon segnale, ma non va mollata la presa fino a che non vedremo terminate sia la SS76 che la Pedemontana, con buona pace dei polemisti dell’ultima ora. Bisognerà, invece, cominciare ad interessarsi del fatto che il Cipe ha da qualche tempo stanziato 39 mln di euro per l’elettrificazione della linea ferroviaria Civitanova Marche-Albacina e qualcosa è bene che accada anche dalle nostre parti… Castelraimondo deve darsi degli obiettivi e possibilmente coglierli. Il primo è diventare un paese antisismico, un paese sicuro: la sua tutto sommato giovane struttura edilizia lo rende possibile. Un centro storico limitato, la selezione operata dal sisma sugli edifici anni ’50-’60 costruiti in assenza di normativa antisismica, la possibilità ora d’intervenire in modo mirato, rendono realistico questo traguardo nell’arco dei prossimi dieci-venti anni. Il secondo obiettivo è diventare un Comune amianto free, libero dalla presenza di un materiale e di una sostanza nociva per la salute. Le Marche hanno censito meglio di tante altre regioni la diffusione dell’amianto sul proprio territorio. E’ un obiettivo a portata di mano e per un Comune potersi fregiare di questo titolo è non solo importante in sé, ma rappresenta un ottimo distintivo di civiltà e sviluppo sostenibile. Il terzo obiettivo è la riqualificazione di alcune zone: viale Europa richiede ormai un intervento da coniugare con i corposi cantieri di ricostruzione che lo riguarderanno. Vanno individuate e rese fruibili nuove aree verdi, troppo esigue nel nostro tessuto cittadino. La rigenerazione urbana riguarda, invece, alcuni luoghi che non possono rimanere in eterno nello stato in cui versano: ad esempio, le due aree occupate dall’ex-consorzio agrario. La ricostruzione del centro storico (Castello, Borgo e Aie) e delle frazioni vanno pensate cercando di evitare il rischio più probabile, quello dell’abbandono di questi abitati. Il quarto obiettivo riguarda le aree di nuovo sviluppo in chiave sostenibile come Torre del Parco e Lanciano. Faccio presente che nella ricerca “Nuovi sentieri di sviluppo dell’Appennino marchigiano dopo il sisma” questa area è stata presa ad esempio di un progetto-pilota capace di attivare potenzialità inespresse ed economie interconnesse a partire dall’intervento di ricostruzione su un bene culturale di pregio qual è il castello di Lanciano. A ciò va ovviamente collegato il progetto di Polo tecnologico che prevede il recupero e la rifunzionalizzazione del complesso militare delle Casermette e che sta andando avanti. Il quinto tema è la bonifica dell’area dell’ormai ex-cementificio Sacci. Mi pare difficile pensare ad un ritorno d’interesse per la produzione di cemento in un contesto di settore in cui alti costi ambientali, tecnologie evolute e delocalizzazioni stanno determinando un’irreversibile riduzione del numero degli impianti nei paesi europei. Né possiamo augurarci che al posto del cementificio sorga un inceneritore. Oltre al danno, sarebbe la beffa! Va, invece, perseguita la strada della bonifica connessa ad un progetto di sviluppo sostenibile dell’area da studiare insieme a Italcementi, Università e istituzioni regionali e locali, che potrebbe riguardare - ad esempio - la ricerca e sviluppo di nuovi materiali da costruzione, anche in sinergia con quanto sta prendendo forma alle Casermette e chiamando la multinazionale ad un investimento innovativo e solidaristico in area cratere. Infine, il sesto obiettivo è la cultura: è tempo che Castelraimondo si doti di un teatro dignitoso, di una biblioteca moderna, di un archivio fruibile, di una sala conferenze. Il salto di qualità a cui Castelraimondo dovrebbe aspirare, come accaduto nella storia di altre comunità che sono poi cresciute in numero di abitanti e importanza, è legato alla costruzione dei luoghi della formazione della coscienza pubblica da cui dipende più che da ogni altra cosa il futuro delle comunità. Daniele Salvi



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27 agosto 2018
L’ESTATE DI GIULIO CESARE
Lo scorso 7 luglio in occasione del libro tour organizzato dall’associazione Arti e Mestieri, conclusosi con la visita all’affresco del Giudizio Universale un tempo situato nella chiesetta della Madonna del Sasso e oggi in quella della frazione di San Martino di Serravalle del Chienti, si è avuto modo di “verificare sul campo” la necessaria rivalutazione dell’imponente opera, oggetto di studio da parte di Ettore Racioppa e Bianca Maria Santucci nel saggio “Un giudizio per Giulio Cesare”, di cui abbiamo avuto modo di scrivere in precedenza su l’Appennino Camerte.Pur nella credibilità dell’approccio e delle risultanze dello studio, diverse sono le questioni che rimangono aperte su uno degli affreschi più rilevanti del territorio e, sorprendentemente, tra i meno considerati dagli storici dell’arte, sempre prolifici nel costruire ipotesi e suggestioni. In assenza di documenti che attestino la committenza, resta la domanda su che cosa ci facesse un affresco così grande (6 m x 4) e dall’intento celebrativo in una chiesetta eremitica, seppure di grande devozione.E poi i personaggi ritratti; se è credibile che il periodo di realizzazione possa oscillare tra il 1484 e il 1495 e sono identificabili figure come Mattia Corvino, re d’Ungheria, e Papa Sisto IV, per i quali Giulio Cesare militò (nel 1480 e nel 1482), altrettanto non sembra potersi dire della presenza di esponenti simbolo di altre importanti condotte militari del Varano che ricadono proprio in quegli anni, ad esempio quella per la Serenissima del 1484 o quella successiva per il re di Napoli del 1492, che Venanzio da Camerino richiamerà nel famoso dipinto del 1512 dove Giulio Cesare Varano prega di fronte al Cristo risorto.Solo le condotte a servizio di un re cristiano impegnato contro i turchi e di un Papa meritavano di far parte di un affresco nel quale si esprimono le ragioni per cui un’intera corte e il suo capo meritano il paradiso? Forse, ma tanto più se l’anno in questione fosse il 1484, l’anno iniziato con il ritorno a casa di Camilla e segnato in agosto dalla morte di Papa Sisto IV, un accenno all’importantissima condotta ottenuta dalla Repubblica di Venezia nel maggio dello stesso anno non avrebbe guastato. Il Varano, infatti, si era adoperato molto per ottenerla, mentre continuava con alterne vicende la guerra di Ferrara, che si concluderà tre mesi dopo, il 7 agosto di quell’anno, con la pace di Bagnolo, alla quale seguirà soltanto cinque giorni dopo la morte di Sisto IV, amareggiato per l’esito del conflitto da lui ardentemente sostenuto.Iniziata la guerra nel maggio del 1482, ricevuta nel novembre di quell’anno l’investitura a governatore generale delle truppe pontificie, distintesi le sue milizie nella battaglia di Campomorto a fianco di Roberto Malatesta, Giulio Cesare Varano non poteva che guardare con una certa preoccupazione alla situazione che si era determinata nella Marca in quello stesso anno con la morte in contemporanea di Federico Da Montefeltro e Roberto Malatesta, esponenti di due famiglie di peso a lungo contrapposte, financo nella guerra in corso, la cui scomparsa determinava un oggettivo vuoto di potere in un ampio territorio tra Marche e Romagna. Considerando, poi, le mire che su quest’ultima regione venivano sia dal versante pontificio, per il tramite del nipote del Papa, Girolamo Riario, che da quello veneziano, da sempre legato ai Malatesta, versanti ora contrapposti dopo l’iniziale alleanza, è chiaro come il Varano dovesse lavorare di forte diplomazia per scongiurare che Rimini e i territori malatestiani, ai quali era legato per via della consorte Giovanna Malatesta, divenissero oggetto di appetiti incontrastabili e che l’instabilità di estendesse fin nel cuore della Marca.Di più, la morte del grande Federico faceva venir meno uno dei principali protagonisti della politica di equilibrio tra gli Stati italiani dalla Pace di Lodi (1454), aprendo di fatto la successione al ruolo di capitano generale della lega italica. Analogamente, la morte del Malatesta, che insieme a Roberto Sanseverino, aveva guidato le truppe veneziane, richiedeva alla Serenissima una degna sostituzione. In questo quadro, a seguito di febbrili trattative con il Papa e, attraverso Nicolò Carboni di Macerata, con il Sanseverino e Venezia, giunse la condotta a governatore generale delle milizie della Repubblica (5 maggio 1484) a lungo agognata. La guerra contro Ferrara, divenuta poi contro Venezia, il più potente e meglio attrezzato degli Stati italiani del Quattrocento, si protraeva stancamente, anche per i volubili e repentini cambiamenti di fronte del pontefice, per cui evidentemente parve più opportuno al Varano - non solo per denaro e prestigio - legare i suoi servigi alla Serenissima, cosa che tra l’altro gli avrebbe consentito di tutelare da presso “lo Stato di Rimini” e di divenire punto di riferimento delle questioni aperte nell’alta Marca, nella Romagna e lungo il medio-alto Adriatico, anche a rischio di subire il disappunto del Papa.E’ così che nel maggio del 1484 Giulio Cesare Varano accoglie l’Ambasciatore di Venezia presso la chiesa di San Giacomo di Caccamo con grande sfoggio di cavalli e soldati. Vista la sottrazione del castello della Rancia, attribuito dal Papa al Riario e che il Varano riprenderà subito dopo la morte del primo, il luogo doveva far parte dei possedimenti varaneschi più antichi, data la vicinanza con il soprastante borgo di Pievefavera. Che l’ambascitore fosse sbarcato a Civitanova o, con maggior probabilità, al porto di Fermo e fosse quindi risalito fino ad incrociare la “via francisca” che portava a Sarnano e Caldarola, il luogo deputato a riceverlo non poteva che essere quello nello Stato di Camerino più prossimo e più consono ad un alto diplomatico e autorevole pellegrino che portava ricchi doni (50.000 ducati in tempo di guerra e 25.000 in tempo di pace, tanto valeva la condotta). Di lì a tre mesi, in piena estate, la pace sarà raggiunta: in primo luogo tra Venezia e Milano, a cui si aggiungeranno Napoli e a seguire gli altri Stati e staterelli d’Italia. Giovanni Pontano e Gianfrancesco Mauruzi da Tolentino tratteranno rispettivamente per il re di Napoli e per il Papa. Roberto Sanseverino assurgerà al ruolo di capitano generale della nuova lega italica e il Varano resterà alla guida delle milizie veneziane fino al dicembre 1487 con alterne fortune. Quella che sembrava essere una nuova pace duratura lascerà in realtà più di uno strascico.In anni ricchi di realizzazioni e mecenatismo per la città di Camerino e il territorio, ritroveremo nel 1486 Giulio Cesare Varano, insieme al vescovo di Trento Nicolò Franco, mediatore nella pace tra Venezia e Innocenzo VIII e garante della protezione veneziana a Giovanni della Rovere, fratello del cardinale Giuliano (poi Papa Giulio II), conte di Senigallia, duca di Sora, prefetto di Roma e capitano generale della Chiesa. Sarà un ulteriore passo verso quella “lega tra Varani, Feltreschi o della Rovere e i Malatesti di Rimini” che - come ricorda il Lilii - “fra tutti formavano una potenza di consideratione, accalorata dalla vicinanza per mare e per terra dei Signori Venetiani, co’ quali Giulio oltre al titolo della commune Nobiltà, godeva quello della benemerenza con la Republica, che gli haveva inalzato gli anni addietro una statua tra l’altre de’ Capitani più valorosi e benemeriti dell’istessa” (II, 7, pag. 245).Oggi la chiesetta di San Giacomo è chiusa e inagibile, il grande palazzo Piermattei ad esso annesso nel ‘700 è ora diviso in tre e per due parti abitato; il resto, quello più adiacente alla chiesa, è recuperato ma appare non utilizzato. Il sisma è stata una tragedia che si è abbattuta per l’ennesima volta sul nostro territorio e sui nostri beni culturali. Esso è definito dagli addetti ai lavori un grande “svalutatore di capitale”, culturale in primis. Ma legate ad ogni sisma vi sono delle opportunità da saper cogliere e una di queste potrebbe riguardare un progetto di messa in rete di ciò che resta delle tredici arces (rocche) che punteggiavano l’antico stato di Camerino, dei luoghi e delle residenze varanesche ancora identificabili. Sarebbe un modo per non consegnare al progressivo oblio, indotto da fenomeni naturali e umani, un’altra porzione della nostra storia comune.Daniele Salvi



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20 agosto 2018
ALCUNE LETTURE…FINO A FERRAGOSTO.
Riassumo, come ormai di consuetudine, alcune letture fatte negli ultimi mesi fino a questi giorni di pausa ferragostana. La prima è l’inedito ritrovato di Pietro Ingrao, Memoria, a cura e con uno scritto di Alberto Olivetti, Ediesse, Roma 2017, pp. 225. In realtà il titolo del manoscritto ritrovato dopo la morte del leader comunista è: “Memorie di guerra”. A tutti è sembrato che contenesse ricordi del periodo della seconda guerra mondiale, in realtà è un breve quanto intenso excursus della vita politica di Ingrao, dagli esordi giovanili alla uccisione di Aldo Moro, fino allo sgretolamento del socialismo reale e alla fine del PCI. Il Novecento e la vicenda del comunismo italiano e internazionale vengono visti da Ingrao come la dimensione spazio-temporale e l’idea-strumento di un conflitto che si è consumato al più alto livello su quale società realizzare per emancipare le masse e renderle protagoniste del proprio destino. Di questo conflitto Ingrao analizza passaggi e scansioni, ancorato all’idea togliattina della via italiana al socialismo e al contempo capace di distinguo critici e di aperture alle novità, in particolare verso i movimenti, le donne e i giovani. Per questo, la sconfitta del comunismo, la cui idea comunque Ingrao non rinnegherà, diventa l’esperienza di una “guerra” perduta, su cui egli riflette in pagine bellissime con la prosa asciutta ed evocativa che gli era propria. Il penultimo scritto di “Memoria” s’intitola “Liberazione e statalismo” ed è un commento serrato a “la città del lavoro” (1998) di Bruno Trentin. Il rapporto elettivo tra i due esponenti della sinistra italiana si era logorato nel travaglio politico a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, ma ciò non impedisce a Ingrao di ragionare e confutare con acume e distacco le posizioni di Trentin, impegnato quest’ultimo nella ricerca delle ragioni del fallimento di una sinistra che si era troppo identificata con i frutti novecenteschi dello Stato burocratico e della fabbrica fordista. Ecco allora la seconda lettura: Bruno Trentin, Lavoro e libertà nell’Italia che cambia, Donzelli, Roma 1994, pp. 69. Si tratta della relazione tenuta dal leader della CGIL in occasione della Conferenza programmatica di Chianciano del giugno 1994, nella quale dopo anni turbolenti alla guida del maggiore sindacato italiano e a seguito di un lavoro impegnativo di riforma dello stesso, Trentin rassegnerà le dimissioni, aprendo la strada alla segreteria di Sergio Cofferati. Nella relazione, resa in forma di saggio per la pubblicazione, si condensa il portato innovatore del pensiero politico e sindacale di Trentin: l’analisi della fine del fordismo, le novità dell’informatizzazione e della “new economy”, la necessità dell’innovazione organizzativa delle imprese e del lavoro nelle imprese, la formazione per innalzare le competenze dei lavoratori e renderli padroni del proprio saper fare, il sindacato di programma e una sinistra dei diritti e delle libertà. Cito un passo nel quale è evidente il tentativo di Trentin di andare al cuore della nuova questione antropologica posta dall’avanzare dell’individualismo di matrice neoliberista e che egli cerca di “piegare” in direzione di un nuovo personalismo con venature libertarie: “Certo il risorgere dell’individualismo esiste (…). Ma questo ripiegamento sull’individualismo e sul privato non è tutto figlio del ‘nuovo’ o della crisi dei vecchi sistemi di valori. Accanto ad un prepotente bisogno di affermazione anche in competizione con i propri simili, e al disincanto nei confronti di forme di solidarietà vissute da molti come astratte e nello stesso tempo come imposte (gestite in modo occulto, e inefficaci nei loro concreti risultati), esso riflette anche la presa di coscienza - nata da nuove esperienze scolastiche, culturali e associative – della diversità come potenzialità creativa, delle possibilità reali di percorrere, sia pure con forti costi e sacrifici, strade nuove per l’accesso al lavoro e all’attività creativa; di occupare quindi spazi nuovi di decisione e di realizzazione di sé, spazi nei quali poter contare, pesare e, così, definire se stessi” (Pag. 56). Un tentativo sicuramente non riuscito, ma da questo nodo problematico forse occorre ripartire, oggi più che mai. Rimanendo in tema, la terza lettura è: Giuseppe Vacca, L’Italia contesa. Comunisti e democristiani nel lungo dopoguerra (1943-1978), Marsilio, Venezia 2018, pp. 346. Un libro bello e impegnativo, pubblicato dall’editore Marsilio, il cui fondatore Cesare De Michelis ci ha lasciati proprio nei giorni scorsi. La storia della nascita e dello sviluppo della Repubblica italiana letta dagli albori resistenziali fino alla morte di Aldo Moro attraverso lo scavo penetrante del rapporto tra comunisti e cattolici. Certo, si può dire che Vacca indaghi il rapporto tra le due culture politiche, i rispettivi partiti e i gruppi dirigenti più dal lato di come i comunisti vedevano la Democrazia cristiana e la questione vaticana, ma l’intero libro merita di essere letto per la complessità delle relazioni che ricostruisce, la completezza dello sguardo d’insieme e la ricchezza di novità e rivisitazioni consentite da nuove disponibilità archivistiche e documentarie. Togliatti e De Gasperi, Berlinguer e Moro sono le grandi figure interpreti della politica di confronto e dialogo nel solco della Costituzione e del suo statuto “vivente”, e dentro i grandi cambiamenti internazionali: dalla fine del conflitto mondiale all’insorgere della “guerra fredda”, dalla crisi del comunismo internazionale alle novità conciliari d’oltre Tevere, dall’esplodere del ’68 alla crisi economica, dall’eurocomunismo fino all’incipiente rivoluzione conservatrice neoliberista. Le fasi della vita nazionale, come la fine anticipata del governo di unità antifascista nel 1947, il centrismo e il primo centrosinistra, il compromesso storico e la solidarietà nazionale, vengono scandite e lette da Vacca attraverso gli alti e bassi di un rapporto che non si interromperà mai e che continuerà a dare frutti ben oltre la fine dei rispettivi partiti storici. L’autore, da questo punto di vista, non rinuncia a sottolineare come il suo lavoro sia una sorta di richiamo alle classi dirigenti attuali che sembrano fare della dimenticanza o - peggio - dell’ignoranza e della damnatio memoriae la propria effimera carta d’identità. I temi della pace, della difesa della democrazia, delle riforme strutturali per superare i ritardi della nazione italiana saranno al centro dell’impegno delle maggiori classi dirigenti politiche, chiamate a fronteggiare da un lato il suo forte “spessore reazionario” e dall’altro il suo essere “contesa” nell’ambito dell’assetto del bipolarismo internazionale. L’Italia nuova, nata “antifascista”, ma costretta ben presto a diventare “anticomunista”, subirà in frangenti decisivi della sua storia l’iniziativa delle diverse sfere d’influenza, pronte a tramutarsi in una sorta di “camicia di forza” da cui i protagonisti più coraggiosi della “Repubblica dei partiti” tenteranno progressivamente di emanciparsi per conseguire un Paese più maturo, avanzato, autonomo, europeo e pienamente democratico. Un tentativo, una sorta di “corsa contro il tempo” di fronte all’involuzione del quadro politico ed economico internazionale, che naufragherà con l’uccisione di Aldo Moro e la fine della solidarietà nazionale, sancendo ancora una volta la vittoria dell’ “incongruenza italiana”. Un ultimo libro di politica è il dialogo tra Gianrico Carofiglio con Jacopo Rosatelli, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2018, pp. 109. Un piccolo libro-intervista che ha come protagonista il magistrato e già senatore della Repubblica, nonché prolifico e apprezzato scrittore, Gianrico Carofiglio, che pone al centro della sua riflessione il rapporto tra politica e verità oggi, al tempo delle fake news e della ricerca spasmodica del consenso, prescindendo dalla realtà delle cose, dei fatti e dei numeri. Il nesso della politica con la verità è cruciale e da esso bisognerebbe iniziare ogni volta che si parla di politica o si fanno corsi di formazione politica. Sarebbe un bel tema anche per i corsi universitari di filosofia politica o di scienze politiche. E se la verità ci sembra qualcosa di ambizioso e in qualche modo di irrangiungibile, basterebbe che ciascuno di noi si adoperasse per evitare quel che diceva il buon Manzoni: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. Passiamo ad altri argomenti. Un racconto di Loredana Lipperini, Questo trenino a molla che si chiama il cuore. La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini, Editori Laterza, Bari 2014, pp. 167. La giornalista e scrittrice marchigiana dedica questo libro ai suoi luoghi d’origine, Serravalle del Chienti e la sua valle, Colfiorito e i Sibillini, epicentro nel 1997 del terremoto Marche-Umbria. L’interesse a leggerlo, non avendolo fatto al momento della sua pubblicazione, mi è venuto a seguito del terremoto del 2016-2017. E’ un libro di ricordi, nostalgie, prese di coscienza e per certi versi di denuncia rispetto alla realizzazione delle infrastrutture viarie di collegamento tra le Marche e l’Umbria, conosciute come progetto “Quadrilatero”, nato all’indomani del sisma del ’97 proprio per superare l’isolamento delle due regioni e dell’area appenninica interessata. Scritto quando i lavori avanzavano determinando un certo impatto ambientale, il libro può essere preso ad esempio di come troppe volte, soprattutto in materia di grandi opere, si emettano sentenze anticipate e non sempre azzeccate. Oggi chi visita il pianoro di Colfiorito vede un’oasi verde e silenziosa dove ferve il lavoro dei campi (e dei ristoranti) ed è stata recuperata una dimensione di vivibilità e qualità della vita; tutt’altra cosa rispetto al rimpianto di strade pericolose e trafficate, che attraversavano i centri abitati e ammorbavano di smog gli abitanti. Capisco che tutto ciò abbia a che fare con la nostalgia della propria infanzia, ma non lo ha certo con la qualità del vivere. Il punto è un altro: come fare in modo che una viabilità dei grandi flussi non impoverisca un territorio già marginale, ma possa rappresentare un’opportunità in termini conoscenza, fruibilità intelligente ed sviluppo sostenibile. Su questo le tante cose, memorie, storie, tipicità e peculiarità culturali, paesaggistiche e ambientali dei luoghi che la Lipperini narra potrebbero risultare utili per definire uno o più progetti di attrazione territoriale, creando l’interesse per chi attraversa quei luoghi o per chi ora può agevolmente raggiungerli, di visitarli e godere delle bellezze che effettivamente non mancano. Su questo amministratori, associazioni, comunità e giornalisti-scrittori - tanto più se noti al grande pubblico - dovrebbero unirsi per dare una mano. Un libro recente è, invece, quello di Richard Sennett, Costruire e abitare. Etica per la città, Feltrinelli, Milano 2018, pp. 366. Questo grande sociologo anglo-americano ci ha regalato negli anni saggi di straordinario acume e interesse, trattando ogni volta questioni cruciali e in linea con il cambiamento dei tempi. Il tema qui indagato è quello delle città nella dialettica tra ville e cité, tra la città intesa nella sua struttura e la città come modo di vivere la città. Tra queste due polarità si è mossa la riflessione e l’azione di tanti urbanisti e architetti alla ricerca di modelli e stili del vivere urbano e si muove ogni giorno la vita di milioni e milioni di persone nel pianeta. Nell’annunciata epoca della concentrazione di gran parte della popolazione mondiale in poche metropoli e del controllo totale degli individui all’interno di “città intelligenti”, il saggio di Sennett ci invita a pensare alla “biodiversità urbana” e ai modi diversi di abitare la città che l’urbanistica dovrebbe favorire, privilegiando modalità costruttive e sfere di socializzazione coordinate e non prescrittive, sincroniche, porose, incomplete e aperte all’evoluzione, produttive e cooperative. Particolarmente interessante il capitolo IX dove viene trattato il modo “sostenibile e resiliente” con cui le città possono far fronte agli shock come quelli dei cambiamenti climatici, ma potremmo dire anche dei terremoti. L’obiettivo di Sennett non è quello di raddrizzare il “legno storto” dell’umanità (e delle città), ma - partendo piuttosto da questa consapevolezza - quello di pensarle il più possibile scevre di disuguaglianze ingiustificabili e a misura di un’umanità multiforme. Infine, l’ultimo libro è di Emidio Di Treviri, Sul fronte del sisma. Un’inchiesta militante sul post-terremoto dell’Appennino centrale (2016-2017), DOC(K)S DeriveApprodi, Roma 2018, pp. 314. L’autore, metà sacro e metà profano, è in realtà un gruppo di ricerca che ha risposto ad una call for research lanciata dalle Brigate di Solidarietà Attiva, insieme di gruppi antagonisti che hanno partecipato sul campo ad azioni di solidarietà, ma anche evidentemente di indagine, all’indomani del terremoto dell’Appennino centrale del 2016-2017. Il libro, che pure sposa una visione critica a volte ridondante e unilaterale, è percorso da una logica di antagonismo politico, ma non per questo non va letto, anzi. Segnala con dovizia di particolari, approfondimenti e conoscenza della letteratura di settore molte cose che non sono andate nella gestione dell’emergenza post-sisma e per questo - oggi che siamo alla conclusione di questa complicata fase - è un utile strumento di confronto critico con l’obiettivo di migliorare l’intervento pubblico negli scenari di disastro naturali e non, come ci ricorda in questi giorni Genova. La linea di fondo del libro è che l’intervento delle politiche pubbliche si è innestato su un territorio e delle comunità già fragili e invece di mettere in campo soluzioni efficienti e rispettose del contesto di vita delle popolazioni ha impresso dall’alto un segno burocratico e standardizzato, portatore di una visione ideologica, che ha approfondito disuguaglianze e distorsioni, acuendo per certi versi i disagi delle popolazioni e le problematiche delle zone interne, primo tra tutti lo spopolamento. Il libro riporta dati, brani di interviste ai terremotati insieme a ricchi apparati di note e si ferma alla fine 2017/inizio 2018 nel pieno della fase più dura di gestione dell’emergenza, che è stata oggetto di tante polemiche. Col senno di poi potremo dire che dopotutto due anni per completare un’emergenza così complessa, dovuta ad uno dei fenomeni tellurici più rilevanti della nostra storia recente, non sono poi tanti, ma resta quell’insopportabile cominciare ogni volta da zero - come se ogni emergenza, di cui pure non bisogna negare le specificità, fosse la prima - e la conseguente improvvisazione di alcune risposte a dirci che ogni denuncia di “assenza di un approccio organico alla gestione dell’emergenza” è sacrosanta, o meglio sacroprofana.



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18 luglio 2018
LE MARCHE FUTURE, INSEGUENDO FUA’, OLIVETTI E MATTEI
Il volume che raccoglie gli atti del 50esimo della fondazione dell’Istao costituisce un contributo essenziale per capire le Marche alle prese con il passaggio storico che stanno vivendo, da cui usciranno profondamente trasformate.“Le competenze per costruire il futuro” è un testo impegnativo dal quale - come sottolineato in occasione della sua presentazione all’Istao - emerge la necessità di andare oltre il ridondante invito ad investire sulle “risorse umane” o sul “capitale umano”, per formare invece il “cittadino consapevole e competente”, sia esso lavoratore, imprenditore, intellettuale o politico.Riemerge, di fronte alla complessa transizione in atto, l’esigenza di una visione più ampia, più piena, più consapevole, potremmo dire “umanistica”, capace di interpretare il mondo che ci circonda e di ispirare nuovamente l’economia e la regolazione della società.Una missione perfettamente in linea con l’insegnamento di Giorgio Fuà. Nello scorrere i contributi alle tre parti in cui si suddivide il libro vengono alla mente alcune considerazioni. La prima riguarda il lavoro e le sue trasformazioni, in particolare il ruolo della persona dentro la sempre più accidentata competizione globale tra preconizzazioni di disoccupazione di massa, dovuta all’automazione incalzante, e richieste di iper-specializzazioni esclusive ed escludenti.Torna alla mente la lezione ancora attuale di Bruno Trentin che nei primi anni Novanta del secolo scorso, di fronte all’avanzare dell’informatizzazione e della “new economy” invitava il mondo del lavoro a non farsi illudere dalle scorciatoie del neoluddismo, della riduzione dell'orario di lavoro o dell’assistenzialismo del reddito minimo garantito, bensì ad esigere nel luogo di lavoro e nella società l’investimento sulla “creatività” del lavoro, unica forma capace di liberare il lavoro da se stesso.La seconda considerazione riguarda il retroterra culturale e antropologico su cui s’innesta l’attuale spinta verso la robotizzazione e il digitale. Se l’individualismo perdurante, che ha portato a scambiare i propri desideri per diritti, non verrà problematizzato, la digitalizzazione user friendly è molto probabile che favorirà forme di neoirrazionalismo, di cui si vedono già i segni, piuttosto che un nuovo umanesimo. Avremo consumatori passivi e primitivi, piuttosto che cittadini consapevoli e competenti.Detto in altri termini, se la persona si distingue dalla macchina per il solo fatto di provare emozioni, l’esito è segnato e la passione per l’innovazione non potrà che essere appannaggio di un'illuminata minoranza. La libertà non è laissez faire, bensì éffort, che va oltre la superficie e supera gli ostacoli, un atto “critico” di comprensione. La terza e ultima considerazione riguarda il futuro delle città. Mentre nel rigoglioso sud-est degli Stati Uniti sorge una nuova casa in Cina e in Corea del Sud ne sorgono diciotto. L’India programma per i prossimi anni 100 smart city nuove di zecca e negli Emirati o in Corea esse sono già realtà. Qual è il nostro destino in questo scenario? Che cosa vogliamo essere come Europa e come Marche? In alcune di queste smart city dove la distanza è morta, perché si è ovunque connessi, la ghettizzazione aumenta, il controllo è totale e la vita affidata agli algoritmi.Il policentrismo marchigiano, fatto di città piccole e aree interne, ha bisogno di diventare una rete efficiente ed equilibrata, capace di mantenere la “biodiversità” urbana e rurale dentro un sistema-regione unitario e connesso, aperto e cooperativo. Il grande laboratorio della ricostruzione post-sismica può essere l'occasione per questo ripensamento: saperi, tecnologie, contaminazioni, culture a servizio delle comunità e del rilancio complessivo di un sistema produttivo regionale aperto all'innovazione. Partendo da quanto ci dice il filosofo: “Una città è composta da tipi diversi di uomini: le persone simili non possono dar vita a una città”.Il 2019 saranno cento anni dalla nascita di Giorgio Fuà. L’augurio è che l'Istao continui ad aiutarci a capire la traiettoria delle Marche, seguendo le grandi intuizioni di personaggi come Fuà, Olivetti e Mattei.Daniele Salvi



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