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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
DIARI
3 settembre 2021
IL PELLEGRINO DELLA VALLE NASCOSTA, OVVERO DELLA PEDEMONTANA

“Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade dritte e regolari, e case uniformi”. Quel che il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein sostiene del linguaggio in un noto passo delle Ricerche filosofiche può avere come termine di similitudine anche la viabilità.

Infatti, le vie di comunicazione, le strade, come le città, sono un che di stratificato nel tempo e lo stesso tracciato non solo subisce ripetutamente manutenzioni e ammodernamenti, ma si sviluppa spesso parallelamente a quello più antico e in forme nuove. Ciò, tra le altre cose, è segno dell’importanza che quella via di collegamento riveste, essendo evidentemente di non facile sostituzione con altre direzioni di percorrenza, anche quando i mezzi di spostamento cambiano.

È questo il caso della nuova Pedemontana, i cui lavori di realizzazione stanno avanzando celermente da Fabriano fino a Muccia. L’ormai vecchia “Muccese” 256, prima statale, poi provinciale, che unisce tre vallate (Chienti, Potenza ed Esino), diventerà una strada urbana e interurbana, mentre la “via novissima” in costruzione servirà al collegamento veloce tra le due superstrade 76 e 77. È successo lo stesso alle strade più antiche della “Muccese”, ancora percorribili a ridosso della catena appenninica e che hanno assolto in passato alla stessa funzione, per divenire poi delle semplici strade di campagna.

L’impatto ambientale, cui stiamo assistendo da diversi mesi a questa parte, lascerà spazio a mano a mano ad una infrastruttura moderna che libererà i centri storici delle cittadine della sinclinale camerte dal traffico pesante, servirà più adeguatamente i luoghi della produzione, della cura e della formazione, renderà più accessibili le aree di pregio naturalistiche e culturali, e consentirà di collegare l’entroterra alle grandi direttrici di traffico del Centro Italia. Non solo sul versante adriatico, rispetto al quale la vecchia viabilità ha avuto da sempre la sua funzione storica in direzione Fano-Venezia, ma anche su quello tirrenico, attraverso le vie di Perugia-Firenze e Terni-Roma.

Mi è capitato a volte di riflettere su come la vita di Giulio Cesare Da Varano (1433-1502), signore di Camerino e figura tra le più neglette del Quattrocento italiano, ma tutt’altro che sconosciuta al suo tempo, sia legata alla viabilità che unisce la “valle nascosta”, che per lui fu via di fuga e di salvezza, ma anche via di costrizione e di morte.

È verosimile che questo pensiero abbia attraversato la sua mente quando, uscito insieme ai figli nel luglio del 1502 dalla porta San Francesco della sua città, scortato dagli spagnoli di Cesare Borgia, sostò prima alla roccaccia degli Ottoni alle pendici del San Vicino e poi giunse alla rocca di Pergola, dove trovò la morte. Avrà pensato a come quella stessa strada l’avesse fatta in mille altre circostanze, magari per recarsi in Romagna o a Venezia, ma in particolare agli inizi della sua vita, a poco più di un anno, quando - trasportato di nascosto nel fieno da tal Pascuccio Geminiano - sfuggì alla strage dei Varano, avvenuta per mano dei congiurati il 10 ottobre 1434. Giunse così nei pressi di Attiggio, dove venne raccolto dalle braccia della zia Tora Varano e condotto a Fabriano. E a come rocambolescamente dovette di nuovo scappare da qui, soltanto qualche mese dopo, salvato ancora una volta dalla premura della zia, che le fu madre, quando - uccisi i Chiavelli, signori di Fabriano, dai congiurati il 26 maggio del 1435 nella chiesa di San Venanzio - fu prima protetto in un convento di monache e poi portato al sicuro, "involto nei panni" (C. Lilii), da Nicolò Giunta fino a Sassoferrato, passando per la via di San Donato.

Ora quella stessa strada, che era stata provvidenziale via di salvezza, la percorreva al termine di una vita piena di soddisfazioni, trascorsa tra luci ed ombre, come era inevitabile per qualsiasi uomo in vista di quel secolo splendido e feroce. Una vita che si chiudeva in maniera traumatica, così come era cominciata, senza poter contare stavolta su qualche coup de théatre.

Le strade sono come il linguaggio, anzi narrano esse stesse delle storie. A noi spetta costruire nuove storie sulle strade di oggi, quelle che stanno prendendo forma. Ad esempio, mettendo intorno a un tavolo le istituzioni, i sindaci e le forze economiche e sociali del “Quadrilatero di penetrazione interna Marche-Umbria”, che unisce le città di Camerino, Castelraimondo, Matelica, Cerreto D’Esi, Fabriano, Gubbio, Gualdo Tadino, Nocera Umbra e Foligno, ma anche quelle di San Severino e Tolentino, Ancona e Perugia, Civitanova e Civitavecchia, per capire come a partire da questo “snodo” unico tra Adriatico e Tirreno, che tiene insieme due regioni molto affini, si possa programmare insieme lo sviluppo sostenibile di un’area vasta interregionale, rafforzando reti territoriali e di città.

Luoghi della produzione e della formazione, sanità e mobilità, eccellenze culturali e aree di pregio ambientale, turismo e connessioni infrastrutturali; di questo e altro si potrebbe parlare, per progettare concretamente. Senza temere la scomunica di qualche Papa, come accadde al signore di Camerino, accusato da Alessandro VI di volgere le proprie mire su Nocera e Gualdo, di aver dato ospitalità ai nemici della Chiesa e ai perugini responsabili delle “nozze rosse” dei Baglioni. Dopotutto, anche le strade hanno a che fare con il progresso degli uomini.





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CULTURA
20 luglio 2021
BERNARDINO FELICIANGELI, CENTO ANNI DALLA MORTE

Il 20 luglio ricorrono i cento anni dalla morte dello storico camerte Bernardino Feliciangeli (1862-1921).

Il “Muratori camerinese”, come veniva chiamato dall’amico fraterno Vittorio Brugnola (1860-1949), meriterebbe di essere ricordato per il contributo eccezionale dato alla storia di Camerino e delle Marche, valorizzandone il lascito culturale e rinnovando l’impegno per la ricerca che riempì l’intera sua vita.

Rileggendo in questi giorni la commemorazione che di lui fece l’11 dicembre del 1921 proprio il Brugnola nell’aula magna del Regio Liceo T. Tasso di Roma, dove entrambi insegnarono a lungo, viene da pensare se sia più grande storia quella che oggi si dice “globale”, la quale vorrebbe abbracciare tutto il mondo in un dato periodo e in tutte le epoche, o quella che muovendo da uno sconfinato amore per una città, un luogo o un territorio sa inserirli nel contesto più generale, collegarli alle grandi correnti della storia, rintracciarvi persino le ricadute ed evidenziare come le vicende locali e quelle più grandi s’illuminino a vicenda.

Chi scambia gli studi del Feliciangeli come viziati da erudizione sbaglia, perché nel fondo la ricerca storica, fatta con metodo, cura delle fonti e verifiche sul campo, non può dimenticare i luoghi, la loro vita e il legame costitutivo che ci unisce ad essi. Il metodo, in altre parole, non è altro che il vaccino che impedisce alla malattia della passione di prendere il sopravvento.

La ricerca storica di Feliciangeli, come quella di Camillo Lilii, spiccarono il loro volo sul far del crepuscolo della propria amata città. Reduce da un declassamento, fosse quello post-risorgimentale in cui perse lo status di delegazione territoriale, o quello post-cinquecentesco, dopo un secolo turbolento e fatale per l’Italia intera. In entrambe le circostanze era venuto comunque il tempo di raccontare il contributo che essa aveva dato alla storia unitaria o al fulgido periodo rinascimentale.

Feliciangeli lo fece anche fondando insieme a Milziade Santoni (1834-1907) e Amedeo Crivellucci (1850-1914) la Deputazione di Storia Patria delle Marche.

Egli morì tragicamente. Si tolse la vita a seguito della depressione causata da una sopravvenuta malattia e per la sua indole che lo portava a “non voler mai che altri soffrisse la più piccola pena per causa sua”; per “non disturbare”, avrebbe detto un secolo dopo un altro grande italiano.

Se ne andò all’indomani di una guerra vinta, ma che aveva piegato il paese e avvelenato gli animi, e prima che l’Italia, unita con tanta fatica e perdita di vite umane, smarrisse di nuovo se stessa. A Camerino e alle Marche affidiamo il ricordo dell’uomo, dell’insegnante e dello storico.





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POLITICA
15 luglio 2021
INVESTIRE SULLA CITTA’ APPENNINICA, COSI’ SI ARRESTA LO SPOPOLAMENTO

L’articolo del prof. Iacobucci “Spopolamento programmato e l’economia delle aree interne” (Corriere  Adriatico 30 giugno 2021), pone la questione cruciale del saldo demografico negativo che, pur essendo un problema europeo e italiano, trova nella nostra regione motivi in più di preoccupazione, soprattutto nelle aree dell’entroterra e del cratere sismico, dove il terremoto ha accelerato dinamiche già in atto.

La sua tesi è che senza “un ripensamento radicale del modello d’insediamento della popolazione sul territorio” la civiltà dell’Appennino è destinata ad un inesorabile declino. Il sistema di insediamenti attuale delle aree interne, infatti, non sarebbe “adatto alle nuove condizioni di produzione del reddito e, soprattutto, alle nuove esigenze di accesso ai servizi pubblici e privati che sono considerati irrinunciabili nelle scelte localizzative di individui e famiglie”.

La densità e la concentrazione di persone, mezzi e capitali è importante per innescare circuiti di domanda e offerta capaci di produrre economie di scala, maggiore valore aggiunto, nuovi processi di accumulazione, con ricadute positive sulle opportunità, l’occupazione e il ripopolamento stesso.

Il tema è serio, soprattutto se si pensa non di assistere l’Appennino o farne un luogo del folclore, ma di renderlo propulsore di nuovo sviluppo.

L’esperienza emiliana dei Comuni “gronda”, a cui evidentemente Prodi si riferisce nell’espressione citata da Iacobucci, cioè Comuni che nel tempo hanno drenato e raccolto le acque dello spopolamento dell’Appennino e costituiscono dei punti di riferimento degli ecosistemi urbano-rurali di cui sono fatte le zone collinari e montane, ha un corrispettivo in terra marchigiana in quel sistema pedemontano che da Urbino fino ad Ascoli, passando per Fermignano, Cagli, Sassoferrato, Fabriano-Cerreto D’Esi, Matelica, Camerino-Castelraimondo, San Severino-Tolentino, Sarnano, Amandola e Comunanza, rappresenta la “città appenninica”, a suo modo speculare alla “città adriatica” della linea di costa.

È su questo sistema urbano, che è anche un’armatura territoriale che dai 12 poli industriali dell’entroterra degli anni ’70 ad oggi ha svolto una fondamentale funzione di resistenza e di rinnovamento della vocazione manifatturiera e produttiva dell’Appennino, che bisognerebbe puntare, altro che “piccoloborghismo” e contesti silvo-pastorali!

Qui insistono aree produttive, distretti industriali e della conoscenza, PMI internazionalizzate, concentrazioni di arte e cultura, alta qualità del vivere e stretto rapporto con i sistemi territoriali di riferimento, fatti di ruralità, montagna, borghi, beni comuni e ambiente ancora incontaminato. La modernità, per chi non se ne fosse accorto, è arrivata anche nell’Appennino, producendo non di rado risposte di successo.

Oggi, rispetto a quanto avvenuto all’indomani del sisma del 1997, bisogna prendere atto che la ricetta per lo sviluppo dell’entroterra, allora individuata e praticata fino al sisma del 2016, ha mostrato i suoi limiti. Non è da abbandonare, ma non può essere la risposta per risollevare questa parte di Marche, da cui dipende il superamento del divario territoriale che impedisce alla nostra regione di crescere.

Non è più sufficiente il “secondo motore” dello sviluppo, ossia il turismo come miscelatore di una serie di ingredienti: ambiente, cultura, enogastronomia. L’economia turistica, duramente colpita dalla pandemia, già in occasione del sisma ha manifestato la sua volatilità e, soprattutto, negli ultimi venti-trenta anni ha svolto una funzione “paracadute” rispetto ai problemi dello spopolamento dell’entroterra, senza tuttavia riuscire a impedirlo.

Oggi, è necessario fare un balzo in avanti, pensando a un Appennino contemporaneo che assume fino in fondo le sfide della transizione verso la sostenibilità, della digitalizzazione e della coesione-inclusione sociale, riducendo l’eccessiva dispersione che rappresenta un punto di debolezza.

Occorre pensare al futuro delle aree interne in termini di economia fondamentale e integrata, fatta di beni ambientali e comuni, servizi eco-sistemici, manifattura sostenibile, imprese culturali e creative, comunità energetiche, servizi alla persona, ricerca e alta formazione, mettendo mano coraggiosamente all’assetto istituzionale, infrastrutturale e amministrativo.

L’Appennino, culla della civiltà urbana, ma anche spazio del pensiero territoriale, ha bisogno di una classe dirigente che non critichi la ricerca di nuovi modelli di sviluppo ma provi ad attuarli, se ne è capace, soprattutto ora che le risorse ci sono e non si può fallire.





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POLITICA
24 giugno 2021
OCCUPARSI DEL PARTITO, QUEL CHE SERVE AL PD

L’esito delle primarie nelle principali città chiamate al voto in autunno ha ancora una volta dimostrato che c’è un pezzo d’Italia che continua ad interessarsi delle vicende del Pd e del centrosinistra, ma ciò non va scambiato per indice di un loro buono stato di salute.

La partita nelle città grandi e più piccole non sarà facile, perché la politica delle alleanze non è ancora matura al punto giusto e perché, nonostante le divisioni su scelte fondamentali (come quella di sostenere o di opporsi ad un governo come quello Draghi) e sulla leadership, il centrodestra si presenterà quasi ovunque unito.

La voglia sociale di “normalità” e di recuperare il tempo perduto potrebbe tradursi in una sorta di “tana libera tutti”, piuttosto che in una ripartenza consapevole e solidale, come sarebbe necessario per cambiare quello che già prima dell’emergenza sanitaria non andava. Il centrodestra da mesi cavalca quel messaggio, e ha buon gioco la Meloni ad avvantaggiarsene rispetto agli altri partner di coalizione.

La lettura del libro di Enrico Letta (“Anima e cacciavite”, Solferino 2021) è utile per capire come il Pd intende interpretare e dare sostanza a questa nuova fase. Racchiude una buona agenda riformista, dalla quale traspare la maturità dell’autore e la consapevolezza acquisita attraverso la sua esperienza di docenza europea sull’importanza del tema delle disuguaglianze generazionali, di genere e territoriali che la pandemia ha drammaticamente acuito.

Nel libro, però, così come nei punti inviati ai circoli all’indomani dell’elezione a segretario, non ho ritrovato un passaggio molto significativo del discorso che Letta aveva pronunciato nel momento della sua investitura. Esso riguardava la motivazione per cui aveva scelto di andare a dirigere il PD, ritenendola la cosa più importante che potesse fare nella nuova fase di ricostruzione post pandemia, e l’invito ai democratici a scegliere di “occuparsi del partito”, prima ancora degli incarichi istituzionali, perché società, politica e partiti sarebbero stati centrali nel percorso di rinascita.

Si potrebbe persino aggiungere che o società, politica e partiti tornano centrali o sarà la ricostruzione stessa del Paese a rivelarsi cosa effimera e sostanzialmente fallimentare.

Questo richiamo al lavoro sul partito mi pare il nocciolo della questione che il PD deve risolvere e che fin dalla sua nascita ha decisamente trascurato. E credo sia l’ingrediente essenziale, capace di fare la differenza, nella scommessa della segreteria di Enrico Letta.

Possiamo stupirci positivamente per le 40.000 risposte ad un questionario o per qualche decina di migliaia di votanti ai gazebo, ma che lo stato dei circoli, dei livelli provinciali e regionali del partito sui territori sia molto deludente è la pura verità. Lo stesso possiamo dire della quantità e qualità dell’iniziativa politica, fatte chiaramente le debite eccezioni.

Questa situazione è causata dalla contemporaneità liquida e dalla sua nuova piegatura digitale? Non esageriamo. È dovuta innanzitutto al fatto che il PD è nato verticalizzando in senso istituzionale i ruoli di partito, con il risultato che quando i ruoli istituzionali vengono meno non ci sono dirigenti pronti a rilanciare il partito, e da ciò discende non di rado l’implosione stessa della comunità politica sul territorio. Oppure, al fatto che non appena cessa il ruolo istituzionale perde di senso la stessa funzione di direzione politica, come dimostrano numerosi casi di abbandono di figure di primo piano che scelgono di fare altro.

Inoltre, il PD è nato pensando che la ragione per cui si chiama “democratico” derivi dal fatto di aver scelto le primarie come strumento di selezione della classe dirigente e non di dover affrontare la sfida epocale della crisi della democrazia, riformando, ampliando e regolando valori e forme concrete di vita sia al di fuori che all’interno di sé.

Lavorare sul partito è compito gravoso, ma attualissimo, perché significa costruzione di senso critico, maturazione e condivisione di una lettura della storia e della prospettiva del Paese, coinvolgimento di competenze che sono sempre più distanti dall’impegno politico, capacità di federare i soggetti di una società frammentata e per certi versi atomizzata dalla crescita delle disuguaglianze e delle solitudini.

Sulla dimensione federativa come forma nuova dell’essere partito dovrebbero ragionare a fondo le prossime agorà democratiche. Perché le primarie possono essere la chiamata alle armi ogni qual volta si vota, magari consentendo di partecipare anche a chi non ha votato e non voterà mai PD, oppure l’espressione di una partecipazione strutturata e continuativa fatta di circoli, associazioni, club, comitati, forum, che si esercita in modo regolamentato nel momento della chiamata istituzionale, ma che vive tutto l’anno attraverso la definizione di patti federativi e progettuali a cerchi concentrici e a geometria variabile, valorizzando anche le opportunità offerte dalla rete e dalle nuove tecnologie digitali.

Allora forse, anche il dilemma in cui si dibatte Enrico Letta nel suo libro e cioè se la democrazia sia compatibile con la civiltà digitale e se sia ancora possibile una intelligenza collettiva che si faccia partito, potrebbe trovare una risposta. Dopotutto un partito serve a decodificare il proprio tempo, dentro un prima e un poi, provando a generare “onde”, messaggi, campagne di opinione, mobilitazione civile; diversamente non resta che provare a “surfare” l’onda altrui, che prima o poi inevitabilmente finirà per sommergerci.





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POLITICA
17 giugno 2021
POLITICA E GIUSTIZIA, FARE UN PASSO IN AVANTI

L’uscita del libro di AA.VV. “Legalità. Temi per un dibattito” (Affinità Elettive 2021) avviene in un frangente particolare della vita nazionale dove la riforma della giustizia è tornata al centro del confronto pubblico come una delle riforme essenziali non solo per corrispondere alle raccomandazioni dell’Unione europea, ma per superare il principale conflitto che ha riguardato la storia recente del Paese.

La riflessione di Elena Montecchi su “legalità e cultura politica nella crisi italiana”, che apre il libro, è quanto mai opportuna perché è venuto il tempo di un bilancio il più possibile sereno e distaccato sulla stagione che è andata sotto il nome di “Tangentopoli”, dal quale chi si propone di riformare la politica e la giustizia non può prescindere.

Non solo perché è passato circa un trentennio dal suo insorgere, un tempo adeguato a un primo approccio di tipo “storico”, ma soprattutto perché ne ha bisogno il Paese, che da allora ha vissuto un’interminabile transizione senza approdo, sottoposta oggi agli effetti incalcolabili e politicamente imprevedibili di una emergenza sanitaria ed economica senza precedenti.

Il terreno è certamente scivoloso, nondimeno affrontarlo è indispensabile. Ogni riflessione critica su quel periodo della nostra vita nazionale rischia di apparire la difesa di un assetto statico e consociativo, nel quale la corruzione non era certo un’invenzione dei magistrati, ma un tratto pervasivo del rapporto tra politica e società, frutto di una “democrazia bloccata”, attraversata dalla linea di faglia del bipolarismo internazionale e nella quale i tentativi di riformarla, aprendo ad una piena legittimazione democratica e di governo delle forze in campo, erano drammaticamente falliti.

Da questo punto di vista è condivisibile quanto Pietro Scoppola ha scritto sulla fine della “Repubblica dei partiti”, individuando nel sequestro e omicidio di Aldo Moro il tragico evento che ha fatto da spartiacque tra un “prima” e un “dopo”.

Finita la stagione del finanziamento estero della politica italiana, gli anni Ottanta del Novecento con il loro cambiamento di stili e costumi, anche politici, sono stati il lungo periodo d’incubazione di un intreccio perverso tra un potere sempre più sclerotizzato e un’economia protetta. Il primo sancito dalla politica del “preambolo” che aveva dato vita al pentapartito e da una opposizione rifluita nella difesa della propria “diversità”; la seconda garantita dal connubio con lo Stato, dalla spesa pubblica e dalla dipendenza dal sistema bancario; tutti fattori funzionali alla costruzione del consenso a difesa dello status quo e al depotenziamento del conflitto politico e sociale.

La fine dell’assetto bipolare del mondo e l’apertura al libero mercato di paesi fino ad allora preclusi hanno avuto in Italia, più che in ogni altro paese occidentale, degli effetti destrutturanti sul sistema politico ed economico. Grande è stata in questa circostanza, come in altri passaggi della storia, la dipendenza del nostro Paese dai cambiamenti dello scenario internazionale. L’apertura del sistema economico nazionale alla competizione globale richiedeva il ridimensionamento del ruolo ipertrofico dello Stato, da ottenere mediante la riduzione della spesa pubblica, la dismissione delle partecipazioni statali, la privatizzazione della grande impresa pubblica e la riforma bancaria. Ma ciò ha finito per determinare anche la scomparsa dei partiti della cosiddetta “prima Repubblica”, che di quell’assetto erano stati gli artefici e i garanti.

È nell’alveo del processo di mondializzazione economica che si è affermato il ruolo nuovo della giurisdizione, delle magistrature e delle corti dei diversi Paesi, non solo perchè ovunque esiste negotium economico vi è negotium giuridico e, quindi, un giudice che deve far valere un contratto, ma soprattutto perché è a quel livello che è avvenuta la saldatura tra potere economico e potere giudiziario, con il secondo garante del rispetto delle regole del mercato “perfetto”, oltre e - se necessario - contro i confini delle giurisdizioni dei singoli Stati. Da questo stesso processo, inoltre, è derivata la perdita di ruolo degli Stati nazionali e la subalternità della politica nella sua dimensione nazionale rispetto alla trans-nazionalità dell’economia.

L’azione congiunta di potere economico e potere giudiziario si è dispiegata su scala planetaria, ed è stata ovviamente più marcata nei contesti dove maggiori erano le resistenze, i ritardi e i reciproci condizionamenti tra politica ed economia. È questo il caso italiano, in cui la magistratura, colpendo la corruzione che c’era, ha spezzato il cordone ombelicale tra partiti, grande impresa e finanza pubblica, ma ha anche aperto un “processo” ai partiti in quanto tali, la cui facile sostituzione con una “società civile” priva di ombre si è dimostrata per quello che era, un’illusione.

Cosa abbia impedito una rigenerazione dei partiti e del sistema politico è riconducibile a due fattori: il primo riguarda il riposizionamento dei poteri economici, ampiamente compromessi con il vecchio assetto, ma proprietari dei maggiori organi di stampa e dei media (emblematico il caso di Berlusconi); il secondo concerne la debolezza delle culture politiche del Paese, in particolare quelle riformatrici, incapaci di leggere la nuova fase politica ed economica internazionale e di mettere in campo un progetto convintamente europeo di riforma delle istituzioni e della società.

Il primo aspetto ha finito per saldare l’azione della magistratura a quella dei mezzi di comunicazione, dando vita al cosiddetto “circuito mediatico-giudiziario”; il secondo aspetto ha riguardato sia la natura della destra italiana, incapace di una evoluzione in senso pienamente liberale e costantemente sollecitata da atteggiamenti antisistema, sia la fragilità dell’impianto culturale della nuova forza politica della sinistra, il PDS, nato dallo scioglimento del PCI, che non ebbe la forza di contrastare gli eventi e finì per inseguire le iniziative referendarie e il sentimento giustizialista che permeava l’opinione pubblica.

L’insieme di questi elementi ha fatto imboccare al Paese una scorciatoia che gli ha impedito di prendere coscienza di ciò che era effettivamente accaduto, di rielaborarlo adeguatamente, evitando semplificazioni che invece si sono imposte e che, pur non reggendo alla prova dei fatti, hanno finito per stratificare ad ondate successive una “costituzione materiale” dissonante rispetto a quella formale; disintermediazione e personalizzazione ne hanno rappresentato i tratti persistenti, fino agli attuali esiti populisti e sovranisti.

Se ciò - da un lato - ha reso difficile ogni coerente riforma sia della legge elettorale che della seconda parte della Costituzione, puntualmente bocciate dall’elettorato, - dall’altro - ha contribuito a non affrontare una seria riforma dei partiti (secondo l’art. 49 della Costituzione) e a svilire le prerogative e l’attività del Parlamento, anch’esso oggetto di ricorrenti campagne di delegittimazione a prescindere da una vera discussione pubblica di merito sul funzionamento e sui correttivi da apportare per ridare ad esso la centralità che ha in una Repubblica democratica parlamentare.

Né questa situazione ha favorito l’adeguata selezione della classe dirigente, come è dimostrato dal suo rapido turnover.

Negli anni turbolenti che ci separano dai primi anni Novanta del secolo scorso, due sono state le istituzioni che - per il loro alto profilo e non senza esposizioni ed affaticamenti insopportabili a lungo -hanno garantito la tenuta del Paese: la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale.

La sensazione sempre più vivida, però, è che avanzi un neanche troppo sotterraneo svuotamento della nostra Costituzione, sempre meno presente per i valori che esprime e lo sforzo attuativo che indefessamente richiede e sempre più ridotta ad un insieme di regole del gioco politico, il quale nel linguaggio come nella prassi legislativa e nei comportamenti dei leaders indulge frequentemente alla sgrammaticatura e alla forzatura istituzionale e costituzionale.

Tutto ciò mentre la politica ha continuato ad essere subalterna all’economia, a partire dal finanziamento delle campagne elettorali dei candidati, la corruzione non è venuta meno, ma ha trovato vie più sofisticate per intrattenere un rapporto incestuoso con il potere, e la simpatia dell’opinione pubblica per la magistratura ha raggiunto lo stesso livello dei partiti politici. Con il risultato che la sfida di “quadrare il cerchio”, che ci proponeva Ralf Dahrendorf negli anni Novanta del secolo scorso, si è trasformata nel caso italiano nella “ruota quadrata che non gira”, come sintetizzato da ultimo dal Censis.

Eppure, uscire dalla trappola in cui è relegata diventa per la politica vitale, giacchè è ormai fin troppo evidente che la sua debolezza è funzionale soltanto all’arricchimento senza precedenti di ristrette oligarchie economiche trans-nazionali. La cesura rappresentata dalla crisi economica del 2008 prima e dall’emergenza sanitaria oggi hanno fatto giustizia di una “narrazione” che ha individuato nei partiti la causa di ogni male. Penso, invece, che sia venuto il tempo di un reinvestimento urgente nella dimensione democratica, civile e comunitaria dell’agire politico, quantomeno se vogliamo che a pagare l’ingente debito che la crisi ha reso necessario fare si cominci dalla parte giusta.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 17/6/2021 alle 15:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 maggio 2021
PACE E BENE E LAVORO

Così stava scritto. A mano, con gessetto bianco, su un portone di legno grigio scuro usurato dal tempo. In modo incerto e precario, ma intoccabile. Resistette fino alla chiusura della fabbrica, non alla sua trasformazione in una officina meccanica.

In terra marchigiana, al tradizionale saluto augurale francescano, PACE E BENE, si era aggiunta un’altra E, seguita dalla parola LAVORO. Niente di più naturale.

Non vi era un’insegna della fabbrica, né qualcosa che dava un’immediata riconoscibilità a quel che lì si faceva, a parte il forte rumore. Soltanto quella scritta, che accoglieva chi varcava il portone oppure, quando era chiuso, salutava il passante.

Vi sarebbero state ancor meglio vergate le parole iniziali del Canto III de L’Inferno dantesco: “Per me si va ne la città dolente, / Per me si va ne l’etterno dolore, / Per me si va tra la perduta gente” (v. 1-3). Era questa la sensazione più prossima a quello che poteva provare un ragazzino che si fosse avvicinato a quell’entrata.

Oltre il portone, infatti, si parava innanzi una scena tetra, dominata dal rumore, dal fuoco, dal fumo, da grandi macchine in movimento e da persone intente in un lavoro duro, annerite negli abiti e nei volti.

Dopo un primo momento di sorpresa mista a timore, la scena non poteva non catturare l’immaginazione del ragazzino, soprattutto se tra quelle persone vi era suo padre. Lo poteva vedere proprio lì dentro, davanti ad una bocca di fuoco incandescente, intento a inserire pezzi di acciaio e ad estrarne lingue di fuoco che prontamente consegnava a un compagno di lavoro che era anche il padrone della fabbrica.

Questi, seduto alla guida di una grande macchina azionava sapientemente un pedale e un’enorme ruota, collegata ad altre attraverso delle spesse cintole, produceva i colpi di un pesante maglio, che - in un crescendo di rumore e poi in un ritmato calando - dava una prima forma alla lingua di fuoco.

Incominciava in questo modo il laborioso processo che avrebbe fatto di un pezzo di acciaio un perfetto oggetto da taglio per uso agricolo: falcetti, falcioni, pennati, roncole, etc. Mio padre non solo stava davanti al forno, ma - dopo il doppio passaggio tra forno e maglio - immergeva nell’olio il pezzo, lo “temperava”.

Poi c’era chi tagliava, chi molava, chi metteva i manici e chi rifiniva il pezzo, fino a renderlo pronto per l’imballaggio e la spedizione, anche all’estero.

Era quello di Carlo Palossi il più antico opificio del genere a Castelraimondo, paese cresciuto nei pressi del fiume e che da tempo immemore ha avuto proprio negli oggetti da taglio la sua produzione più tipica. Pochi operai in una fabbrica rigorosamente artigiana, il cui mestiere era stato tramandato da generazioni.

Un mestiere duro, come dimostrava lo sporco che s’imprimeva negli abiti, il sudore di chi vi lavorava, le scorie che si appiccicavano sugli avambracci quando il forno sputava. Ma anche un mestiere caratteristico, come caratteristici erano quei prodotti così precisi e affilati che uscivano dal lavoro delle macchine e delle mani degli uomini. Non solo oggetti per l’agricoltura, ma a volte coltelli, machete e persino lunghe scimitarre, quando al lavoro si univa il gioco.

Il ragazzino rapito da quel mondo e confortato dalla presenza paterna, in un cantuccio dove nulla poteva succedergli, osservava con attenzione quel che si faceva, mentre a volte riusciva a girare per le mura annerite, incuriosito da ciò che si svolgeva in un posto dove il ferro era dappertutto.

Carlo non impediva quella presenza spuria e da dietro gli occhiali aveva un’espressione severa e sorniona, ma con un accenno di sorriso. Ci siamo incontrati tante volte per il paese, quando dismessa l’attività e ormai in pensione andava in edicola ad acquistare il giornale con l’inseparabile “motoretta”, che gli rendeva più agevoli gli spostamenti. Scambiavamo qualche parola, sempre con cordialità e simpatia.

Ora Carlo se ne è andato. L’ultimo “ferraru” della sua storica famiglia. E io non ho avuto il coraggio di dirlo a mio padre, che con lui ha condiviso una buona parte della vita lavorativa.

Negli ultimi anni, quando all’uscita dal lavoro ad Ancona prendevo il bus per raggiungere il parcheggio auto, capitava spesso che a metà del tragitto salissero gli operai del cantiere navale, che avevano finito la giornata e rincasavano. Tante nazionalità, tute sporche, visi sudati e lo stesso acre odore di chi aveva lavorato sodo.

Ho sempre sentito un'affinità con i loro volti, la loro dignità e anche il loro pudore, consapevoli che in un bus viaggiano tante persone diverse e che chi fa l’operaio oggi è una minoranza, seppure numerosa. E ogni volta che salivano e guardavo le loro facce, mi tornava in mente quella scritta: PACE E BENE E LAVORO.

 




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29 aprile 2021
DALL’APPENNINO CAMERTE ALLA POST REGIONE - A colloquio con Daniele Salvi


La rassegna de L’Appennino camerte con gli autori che vi scrivono incontra stavolta Daniele Salvi. Laureato in filosofia, già amministratore provinciale, è stato dal 2015 al 2020 Capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio regionale. Fa parte del Comitato Città e Territorio dell’ISTAO e della Commissione scientifica dell’Istituto Storia Marche.

Dott. Salvi, L’Appennino camerte compie 100 anni. Che cosa si sente di dire in merito a questo anniversario?

Un secolo di vita è un traguardo straordinario per un giornale a carattere territoriale. Aver attraversato gran parte del Novecento ed essersi affacciati sul nuovo secolo è stato possibile grazie ad una serie di ingredienti: una solida committenza, un attaccamento da parte dei lettori che nasce dal tipo d’informazione fornito e tante persone, per lo più volontarie, che vi scrivono. Mi sembrano ingredienti ancora oggi vivi e vegeti.

Un anniversario è sempre occasione per un bilancio e per guardare avanti con rinnovato impegno. Quale pensa debba essere il ruolo de L’Appennino nel prossimo futuro?

Nell’epoca della rivoluzione informatica e della sua evoluzione digitale, aleggia un destino incerto sulla carta stampata. Ma vedo che L’Appennino sta cambiando al passo con i tempi. Chi come me ama leggere su carta si augura che il giornale prosegua, puntando su una sempre maggiore diffusione. L’Appennino esce in tutta la provincia ed è presente anche a livello regionale. Il suo ruolo è importante, soprattutto per dare voce all’Appennino che è nel suo nome, all’entroterra con le sue problematiche e alle aree interne che sono tornate fortemente sulla scena pubblica.

A causa del sisma…

Sì, nostro malgrado, ma anche perché siamo nel mezzo di una trasformazione che investe territori, economie ed istituzioni e che sta determinando nuove geografie e gerarchie, anche valoriali. Pensiamo alle nuove esigenze emerse a seguito della pandemia: qualità della vita, salubrità e igiene, genuinità degli alimenti, distanziamento fisico ma non sociale, relazioni di prossimità e filiere corte. Pensiamo ai cambiamenti climatici e all’importanza cruciale che stanno assumendo gli ecosistemi naturali e la tutela della biodiversità. Dobbiamo preservare le aree interne, pensare ad un loro sviluppo sostenibile. Sono i luoghi del futuro.

Su questi temi lei ha scritto recentemente un libro, La Post Regione. Le Marche della doppia ricostruzione (Il Lavoro Editoriale, Ancona 2020). Ce ne vuol parlare?

Il libro è una raccolta selezionata di scritti dal 2015 al 2020. Molti di essi, tra l’altro, sono stati pubblicati su L’Appennino camerte. Ho voluto raccoglierli perché, sebbene di argomento diverso, hanno accompagnato l’impegno pubblico in un arco temporale nel quale le Marche hanno conosciuto due cesure epocali, il sisma e la pandemia, che le hanno segnate in profondità, indicando, però, anche la strada da percorrere per risollevarsi. La doppia ricostruzione, post sisma e post Covid, a cui dobbiamo aggiungere la ricostruzione del nostro tessuto produttivo, già provato dalla crisi economica del 2008-2014, è la sfida da vincere. L’Appennino camerte può dare su questo un contributo importante: d’informazione, di conoscenza, di nuova consapevolezza, alimentando una “società stretta” – come la definiva Leopardi – che sa far fronte comune nei tornanti pericolosi della storia.

Nel suo libro ricorrono spesso Camerino e il suo territorio. C’è una ragione campanilistica o è qualcosa di più?

Se fosse una questione di campanile, avrei dovuto parlare di Castelraimondo, dove sono nato e vivo (ride ndr). Camerino, come dico nel libro, è un “caso studio” e forse anche un po’ “città dell’anima”. È la città più colpita dal sisma del 2016/2017. La nostra Aquila. Ci è voluto Papa Francesco, con la sua visita di Stato, per farlo capire a molti che pensavano che il terremoto fosse avvenuto altrove. Così come è stato molto importante aver unificato in persona episcopi le due diocesi, un tempo unite, di Camerino-San Severino Marche e Fabriano-Matelica. Un processo che mi auguro vada avanti, perché di grande valore simbolico.

Possono bastare i simboli per il futuro dell’aree del cratere sismico?

“Bisogna credere al simbolo più che alla realtà, alla storia più che alla geografia, all’economia dello spirito più che a quella molto improbabile dei nostri calcoli”, scriveva nel 1984 Carlo Bo. La logica dei numeri e del calcolo va contro le aree interne; quelle del terremoto, poi, possono esporre soltanto i numeri della distruzione. Dalla nostra abbiamo la forza del simbolo, di quella “analogia generativa” a cui alludo in alcune pagine del libro, quando parlo di episodi di storia camerte, non da storico ovviamente. Bo proseguiva, parlando di Urbino: “… al momento di fare i conti non è possibile dimenticare le ragioni della storia e quella che è stata una lunga decadenza, quando da capitale dello spirito Urbino è diventata un luogo della memoria, sia pure sublime ma sempre memoria, specchio rovesciato all’indietro”. Di Camerino, regionalmente, sembrava essersi persa persino la memoria.

Ce la faranno le Marche a risollevarsi da questa doppia emergenza?

Io penso di sì. Le Marche non sono Sud, come si va dicendo, né l’entroterra marchigiano è riducibile all’immagine dei piccoli borghi. La “città appenninica”, la culla della dimensione urbana regionale, deve tornare al centro del dibattito e delle politiche come “cerniera” del Centro Italia, dotata di servizi, opportunità di lavoro e d’intrapresa, alta qualità ambientale e di vita. Proprio in questi giorni 109 ricercatori provenienti da 33 università, istituti e consorzi di ricerca, hanno consegnato al Governo un primo rapporto sui “Nuovi sentieri di sviluppo per l’Appennino centrale” colpito dal sisma. Un documento che sarà a breve completo di proposte per orientare l’impiego delle risorse europee, nazionali e regionali per la rinascita del Centro Italia. Dal simbolo alla proposta al risultato. È anche una questione di metodo.

In conclusione, che cosa si sente di dire ai lettori de L'Appennino camerte?

Li ringrazio e spero di non tediarli. Spesso i miei articoli sono un po' troppo lunghi.

 

 




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CULTURA
5 aprile 2021
CRISTIANO DA CAMERINO, GRAMMATICO E POETA CIVILE (SEC. XIV)

Bisognerebbe elevare monumenti a quelle case editrici che coltivano ancora tra mille difficoltà la storia e le memorie patrie. Rientra tra queste “Le Edizioni del Galluzzo di Firenze” che sforna pubblicazioni di grande pregio e valore.

Con riferimento alle Marche, oltre alla pubblicazione in corso dell’edizione critica delle opere della santa Camilla Battista da Varano (1458-1524), da ultimo è uscito un poemetto inedito e di autore pressoché sconosciuto, tal Cristiano da Camerino, intitolato: De partibus sive super creatione partium Guelfe et Gebelline et ipsarum obiurgazione liber.

Andrea Bocchi che ne ha curato la pubblicazione così esordisce nell’introduzione: “Si pubblica qui un poemetto di incerto inquadramento, scritto in un momento indefinito del medioevo in località imprecisata da un grammatico italiano di cui quasi nulla sappiamo, su un soggetto inconsueto, secondo un gusto antiquato, con scrittura irsuta, in una lingua morta, conservato nell’ultimo, scorretto fascicolo che è tra i non molti della Biblioteca Vaticana ad essere stato totalmente ignorato per cinque secoli”.

“L’invenzione che muove ed anima queste pagine”, è sempre Bocchi a parlare, è l’individuazione “di una serie di meccanismi politici, culturali, psicologici, impliciti o espressi, che conducono le comunità umane allo scontro politico e alla lotta civile”. Causa ne è “un personaggio inconsueto, un demone demagogo”, chiamato appunto Demagoges, “tratto direttamente da uno spunto di Aristotele e calato in una sceneggiatura parlamentare e in una allegoria dei mali dei partiti politici”. Un demone duro a morire, evidentemente.

Ma chi è l’autore del poemetto? Alla fine dello stesso se ne fa il nome: egregius vir magister Christianus de Cammerino, noto solo da pochissimi documenti. Come Cristiano di Nanzio da Camerino, grammatice ac retorice doctor egregius, è nominato nel perugino Statuto dei Conservatori della Moneta del 1389 per una electio specialis come possibile titolare di un incarico ad rectoricam et auctores presso l’Università di Perugia nel triennio successivo e con un emolumento annuo di 70 fiorini, a fronte dei 30 percepiti da ciascuno dei suoi quattro colleghi grammatici.

Diversi manoscritti contenenti opere di ambito grammaticale portano il suo nome, tra i quali un manoscritto fabrianese di fine Trecento o inizio Quattrocento, in cui è raccolta doctrina data per reverendum doctorem magistrum Christianum de Camerino, e due codici della Biblioteca Nazionale di Napoli, i cui trattatelli riportano vari riferimenti a Cristiano; del primo di essi si dice edita per magistrum Christianum Cammerinensem e altrove si riportano delle frasi tradotte per esercizio che rimandano a Camerino: studiai ad Cammerino.

Interessante: Cristiano, che possiamo desumere sia vissuto all’incirca tra il 1340 e la fine del secolo, si riferisce o alla propria formazione o agli studenti destinatari della grammatica. Tuttavia, l’unica opera sicuramente attribuibile a Cristiano è il suddetto poemetto in esametri, conservato in copia quattrocentesca nel manoscritto Vaticano Latino 2847 e ora finalmente pubblicato. È Coluccio Salutati, il grande umanista, a citare alcuni suoi versi in una lettera del novembre 1405, indicando in Cristiano l’autore, mentre un grammatico aretino del Trecento, Giovanni De Bonis, ne riprende alcuni versi in un suo componimento, ma non cita l’autore. Siamo non oltre il 1393.

Da questi pochi elementi, uniti ad alcuni indizi di ambito perugino che rimandano all’ultimo Bartolo di Sassoferrato, quello dei trattatelli De Tyranno e De guelphis et gebellinis, attribuibili al periodo 1348-1357, il Bocchi ipotizza che la stesura dell’opera sia collocabile negli ultimi tre decenni del Trecento, un periodo attraversato da guerre di fazione territoriali e cittadine, da cui - ci permettiamo di aggiungere - non fu immune la stessa città di provenienza di Cristiano.

“L’empie origini raccontare e le cause nascoste delle guerre / che con tremenda furia ora imperversano, / donde susciti l’ira dei ghibellini e dei guelfi / un conflitto insanabile e sconvolga città ormai lacerate, / questo è il mio proposito”, esordisce l’autore. Le due fazioni, di cui sono facinorosi promotori i fratelli Gelef e Gebel, sdoganati dagli inferi più profondi dall’astuzia di Demagoges, sono il deliberato del parlamento infernale convocato da Satana per dividere la cristianità. All’assemblea dei demoni della mitologia pagana e delle personificazioni dei vizi umani, lo spirito maligno di Demagoges propone di inviare Maometto nelle regioni periferiche, di più fresca conversione, e di insinuare la discordia nel cuore dell’Europa, più salda nella fede, con l’obiettivo di mantenere una fedeltà formale alla Chiesa, ma pervertendo di fatto valori e comportamenti degli uomini. A questo sono preposti i fratelli gemelli, divisi fin dalla nascita da odio insanabile e in perpetua lotta tra loro.

Nel descrivere lo scontro tra potenze ctonie e celesti, tra cristianesimo e paganesimo, nel quale l’eresia da un lato e la discordia dall’altro si occupano di corrompere e svuotare dall’interno l’intera società, l’autore non solo dimostra una grande cultura classica e letteraria, ma una conoscenza sottile degli animi umani e delle dinamiche che portano alla divisione e all’escalation del conflitto. Da una giostra cavalleresca può avere inizio una guerra civile, che arriva a colpire non solo i territori, le città e il loro rapporto con il contado, ma le stesse famiglie, fino a sfociare in una guerra totale e nell’autodistruzione delle parti in lotta.

La regione in cui lo scontro prende il via, fino ad estendersi all’intera Europa, è la Tessaglia e in essa la città di Tebe, in onore alla tradizione mitologica e classica che ne ha fatto il luogo principe di lotte intestine, mentre l’approccio di Cristiano verso le fazioni in lotta lascia intendere che esse abbiano poco a che vedere con le visioni totali di un tempo, Chiesa contro Impero, rispondendo piuttosto a quella illegittima divisione in fazioni organizzate che ovunque infestano la vita pubblica, avendo come obiettivo non il bene comune, ma il proprio interesse e l’oppressione dell’altra parte politica.

Contro l’odio instillato dal perfido piano di Demagoges nulla possono le parole sagge degli anziani, né la bellezza delle arti, come vorrebbe ogni petrarchismo politico, che continuamente ci dice che “la bellezza salverà il mondo”. Celebris amor est perfectio legis; soltanto “nel pubblico esercizio dell’amore sta la perfezione della legge”. È questo il vero antidoto all’eterno Demagogo e il suo peggior nemico, ciò che lui si propone indefessamente di estirpare, perché ogni legge o istituzione s’inaridisca e diventi formalistica prescrizione o impedimento fastidioso. Alimentare un’idea alta della politica - sembra dirci Cristiano - che abbia costanti controprove pubbliche nel modo di essere e di agire dei cittadini, dei partiti e dei rispettivi esponenti politici, è il compito vitale e più importante di ogni democrazia.





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CULTURA
25 marzo 2021
“SE MAI VEDI…”, LE MARCHE DI DANTE

“Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo, / ti priego, se mai vedi quel paese / che siede tra Romagna e quel di Carlo, / che tu mi sie di tuoi prieghi cortese / in Fano, sì che ben per me s’adori / pur ch’i’ possa purgar le gravi offese” (Purg. V, v. 67-72).

Nel Dantedì, avvio delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte del poeta della Divina Commedia, il più celebrato e noto al mondo, ci piace ritornare a quei versi del canto V del Purgatorio, dove - per il tramite di Iacopo del Cassero, che per primo si fa avanti e prende la parola tra la schiera dei “negligenti” - l’Alighieri ci dona la prima e più originale definizione delle Marche: “Quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo”.

Una definizione di cui spesso è stata messa in evidenza l’indeterminatezza riguardante l’oggetto e il fatto che questo viene identificato per differenza rispetto alle due realtà contermini chiamate per nome, desumendo da ciò la prova di una sua debole identità. Una sorta di montaliano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” antelitteram.

È veramente così? C’è molto di convincente in questa interpretazione, tanto più che a rafforzarla interviene quel “se mai vedi…” che precede la definizione, come a dire “se ti capita di vedere…” quella terra, che evidentemente è poco conosciuta direttamente, perché appartata e fuori circuito rispetto agli itinerari più frequentati e, quindi, scomoda da raggiungere.

Dante avrebbe potuto usare la parola “Marca” per nominare quella che già a suo tempo si chiamava “Marca Anconitana” e corrispondeva a buona parte del territorio regionale, inclusa la città di Fano. Ma egli fa un’altra scelta, coniando un’espressione geniale, dettata certamente da ragioni poetiche, ma anche dall’intenzione di comunicare un dipiù.

Un di più territoriale, innanzitutto, perché - nel momento in cui distingue il luogo di cui parla dalla Romagna e dal Regno di Napoli - lo definisce anche nella sua maggiore ampiezza rispetto alla “Marca Anconitana”, e cioè come quel territorio che va dal “vento di Focara” (Inf. XXVIII, v. 89), ovvero dalla collinetta della Siligata e dal rio Tavollo tra Gabicce Mare e Cattolica - per dirla con lo scrittore pesarese Paolo Teobaldi - fino al fiume Tronto.

E lo definisce come “paese”; termine generico si direbbe, ma non tanto. Almeno in due altre circostanze dell’opera il poeta lo usa; quando nel canto XIV dell’Inferno parla della montuosa Creta come “in mezzo mar siede un paese guasto” (v. 94) e nel XXXIII sempre dell’Inferno dove, riferendosi all’Italia, lo definisce “‘l bel paese dove ‘l sì suona” (v. 80). In entrambi i casi “paese” indica un territorio comune, che è un tutt’uno, seppure plurale al proprio interno, come Dante ben sapeva dell’Italia, paese di paesi e di altrettanti “volgari”, e delle Marche, terra policentrica e a popolazione sparsa dove nessuna città ha un vero predominio nella regione.

Le Marche, più di altre terre chiamate per nome, sono “paese” e ciò le definisce sostanzialmente insieme a quel “siede”, voce del verbo “sedere”, cioè “aver sede, stare”. Questo è usato da Dante in più circostanze in senso geografico: “Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘l Po discende per aver pace co’ seguaci sui” (Inf. V, v.97-99), dice Francesca da Rimini della sua città natale Ravenna; “sie’ tra ‘l piano e ‘l monte” (Inf. XXVII, v.53) vien detto di Cesena nel canto di Guido da Montefeltro. Ma il verbo “sedere” è usato anche per indicare lo stare rilassato su un elemento di appoggio con le gambe piegate, ovvero l’adagiarsi, il distendersi.

“Quel paese che siede” è - quindi- quella terra che sta sì, come punto di passaggio e d’incontro tra nord e sud del Paese, tra la Romagna, da sempre area strategica di confine con il settentrione d’Italia, e il paese di Carlo, “quel corno d’Ausonia” (Par. VIII, v. 61) che abbraccia il Meridione; ma è anche quel paese che sta adagiato e disteso, o anche che sta seduto, sia in senso geomorfologico che antropomorfico. Le Marche, dalla montagna alla collina al mare disegnano, infatti, il profilo di una persona seduta o anche adagiata, con la testa in alto tra i monti, lo sguardo rivolto davanti a sé e il corpo rigogliosamente e musicalmente disteso fino “in sul lido adriano” (Par. XXI, v. 123).

Le Marche del tempo di Dante avevano davvero la “testa” tra i monti, con tre delle sue cinque “civitates maiores” situate in montagna: l’Urbino di Bonconte, la Camerino di Francesco, poeta stilnovista, e di ser Berardo, notaio e testimone della sentenza di condanna del fiorentino, fino alla Ascoli Piceno di Cecco; mentre la Fano di Iacopo, già allora avamposto veneziano, ci ricorda che le Marche sono più di altre la regione dell’incontro con l’Adriatico.

Da ultimo, vi è un altro significato del verbo “sedere” in Dante, ed è sempre Iacopo del Cassero ad usarlo in questa accezione quando dice: “...li profondi fori / ond’uscì ‘l sangue in sul qual io sedea” (v. 73-74). Qui ad esser chiamato in causa è lo “stare” della persona umana, il suo ec-sistere, l’unità di corpo e anima, di cui il sangue è ritenuto la sede. Forse, dunque, che quel “sedere” riferito ai luoghi ed eminentemente alle Marche vuol anche dire dell’unità di uomo e natura, di urbs e civitas, che fa del paesaggio la propria anima?

“Difficile trovare altrove una così esatta corrispondenza tra gli animi e il paesaggio”; ci sovvengono le straordinarie pagine di Guido Piovene sulle Marche, dove non è mai citata l’espressione dantesca, seppure appaiano come l’esplicitazione narrativa della potenza di una sintesi poetica. Le parole di Franco Cassano sugli “uomini-est”: “quelli fedeli alle radici, le piante del mondo, quelli che non conoscono la ferita della partenza, che si sentono nel giusto posto dell’universo, che si siedono in silenzio sui loro pensieri, che hanno trovato la perfezione nell’eterno ritorno del cerchio”. Il Leopardi di Tullio Pericoli e l’Italia in una regione.

 

 




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POLITICA
19 marzo 2021
LA POST REGIONE. LE MARCHE TRA RICOSTRUZIONE E NUOVO SVILUPPO ('Marcare il territorio', giovedì 11 marzo 2021)

Ha fatto bene il Pd delle Marche a organizzare una serie di seminari di analisi e confronto sulle trasformazioni delle Marche tra politica, economia e società e ringrazio il segretario Giovanni Gostoli per l’invito e per aver voluto dare a questo seminario, che affronta il tema delle Marche tra ricostruzione nuovo sviluppo, il titolo del mio libro “La Post Regione”.

Volendo partire da qui per svolgere una serie di considerazioni dico subito che il libro (“La Post Regione. Le Marche della doppia ricostruzione”, Il Lavoro Editoriale 2020) è uno dei tanti frutti editoriali del lockdown a cui la pandemia ci ha costretti e raccoglie una serie di contributi scritti tra il 2015 e il 2020, quindi nell’arco temporale della scorsa legislatura regionale, quando nella funzione che ho svolto presso il Consiglio regionale ho potuto vedere dall’interno e più in generale riflettere sulle questioni che attraversavano la nostra regione.

Il libro è, quindi, un “diario di bordo” (così è stato definito…) che nasce da una domanda di politica insoddisfatta, da un vuoto che la scrittura ha cercato di colmare, interrogandosi su alcuni temi ricorrenti che nella prefazione ho riassunto così: “Appennino, aree interne e patrimonio culturale; manifattura, credito e infrastrutture; città, luoghi e personaggi non solo marchigiani; Europa, macroregioni ed ecosistemi territoriali; sinistra, paura, disuguaglianze ed ecologia integrale…”.

Ma, dovendo muoverci tra politica, economia e sociale - come recita il sottotitolo di “Marcare il territorio” - ci tengo a dire che se vogliamo approfondire l’analisi non partiamo da zero. Negli ultimi cinque anni, proprio dalla Presidenza del Consiglio regionale, ho potuto promuovere e seguire la realizzazione di una serie di ricerche e di pubblicazioni che a cadenza biennale hanno fatto il punto su dove stavano andando le Marche.

Mi riferisco, innanzitutto, alla ricerca pubblicata in: “Marche 2016. Dall’Italia di mezzo all’Italia media”, a cura di Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini (Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, n. 221), che a distanza di dieci anni dall’ “Atlante sociale delle Marche” del 2007, curato sempre da Diamanti per il Consiglio regionale, ha descritto come sono cambiati gli orientamenti dei marchigiani dopo la grande crisi iniziata nel 2007/2008.

Esattamente due anni dopo, nel 2018, viene presentata e approvata all’unanimità dal Consiglio regionale la ricerca svolta dalle 4 Università marchigiane “Nuovi sentieri di sviluppo per l’Appennino marchigiano dopo il sisma del 2016”, confluita poi nel volume omonimo dei Quaderni del Consiglio regionale (n. 289), a cura di Ilenia Pierantoni, Daniele Salvi, Massimo Sargolini. A seguito del devastante sisma del 2016/2017, la ricerca analizza in tempi record la situazione del cratere marchigiano ex ante ed ex post l’evento catastrofico, ascolta i sindaci e le realtà auto-organizzate, evidenzia e propone 10 + 1 “nuovi sentieri” per lo sviluppo sostenibile e la rinascita delle comunità ferite. Oggi questa ricerca si sta estendendo all’intero cratere sismico delle 4 regioni, con il contributo di un ampio e qualificato partenariato nazionale.

Nel 2020, esattamente due anni dopo, in occasione del cinquantesimo anniversario delle Regioni a statuto ordinario, l’Istituto di Storia Marche, accompagnato dal Consiglio regionale, pubblica il volume: “Le Marche 1970-2020. La Regione e il territorio”, a cura di Franco Amatori, Amoreno Martellini, Roberto Giulianelli (Franco Angeli), nel quale diversi dei saggi presenti trattano della traiettoria e delle incertezze, affatto recenti, del cosiddetto “modello marchigiano di sviluppo”. Il volume vede la luce proprio nei mesi in cui esplode l’emergenza sanitaria da Sars Cov-2.

Concludo questa carrellata bibliografica, segnalando che sempre negli ultimi 5 anni si sono tenute 4 edizioni (2016, 2017, 2018, 2019) dei seminari di approfondimento #marcheuropa, organizzati dal Consiglio regionale in collaborazione con ISTAO, che in maniera itinerante hanno affrontato i principali temi dell’agenda politica, istituzionale e sociale delle Marche con relatori di rilievo nazionale.

Occorre, da ultimo, ricordare che tutte queste iniziative, di ricerca, editoriali e seminariali, hanno riscontrato apprezzamenti e partecipazione, ma scarsa attenzione e considerazione proprio dal mondo politico regionale al quale erano in primo luogo rivolte.

***

Vorrei, però, entrare nel vivo delle questioni oggetto di questo seminario, partendo da un dato, desunto anch’esso da un saggio pubblicato nel 2017 da Silvio Mantovani: “Voti e partiti nelle Marche. Breve storia politica della Regione” (Affinità Elettive 2017), saggio poi confluito in versione aggiornata all’interno del citato libro sul cinquantesimo della Regione Marche.

Se vogliamo capire l’esito elettorale del 2020, infatti, è necessario tornare a rileggere il risultato elettorale delle regionali del 2015 e a confrontare tra loro sedi elettorali omogenee, cioè le elezioni regionali con le elezioni regionali.

Il voto del 2015 fu caratterizzato da questi fattori principali:

-         Una astensione alta e inedita: votò soltanto il49% degli elettori;

-         Una accentuata e anch’essa inedita frammentazione del quadro politico: si presentarono 5 coalizioni con una divisione interna al centrosinistra, tra il Pd e pezzi di mondo borghese-imprenditoriale che fino ad allora avevano condiviso l’azione di governo del centrosinistra;

-         Un risultato della coalizione di centrosinistra (41%) ben al di sotto di quel più o meno 50% ottenuto in tutte le elezioni regionali precedenti;

-         Un risultato (41%) che equivaleva in termini assoluti a neanche il 20% del corpo elettorale (iscritti nelle liste elettorali).

È quest’ultimo in particolare il dato che voglio sottolineare, un dato che rivela il punto più basso di rappresentatività del centrosinistra nella storia cinquantennale della Regione. Ed i fattori sopra evidenziati, presi tutti insieme, ci dicono che la vittoria del centrosinistra presupponeva già allora un percorso di ricostruzione, di apertura e di inclusione, di tessitura di nuove alleanze sociali e politiche, di nuove attenzioni territoriali, per dare risposte ad una società ferita dalla crisi economica. La caduta del Pil delle Marche dall’inizio della grande crisi e in particolare nel periodo 2008-2013 è stata rilevante, ben oltre la media nazionale, e la risalita lenta e faticosa, non recuperata mai a pieno. Oggi questa tendenza è aggravata dagli effetti economici della pandemia.

Mi chiedo e vi chiedo: è con questa consapevolezza, con questi obiettivi e con il conseguente modo di agire che si è operato nella corsa legislatura?

Occorre guardare “dentro” gli ultimi 5 anni di vita politica ed istituzionale e rileggere criticamente quello che è accaduto nel partito, nel governo regionale e nel rapporto con la società marchigiana, se vogliamo capire le ragioni di una sconfitta politica pesantissima.

Si dirà: ma c’è stata la crisi economica, poi il sisma e poi la pandemia! Vero. Ma era proprio per affrontare gli effetti della crisi economica, del fallimento di Banca Marche, della consunzione del “modello marchigiano” che avevamo messo in campo il PD, il quale prendeva sulle sue spalle per la prima volta la guida del governo con una nuova leadership legittimata dalle primarie. E bisogna altrettanto dirci che il sisma non è stato affrontato alla stessa maniera dell’emergenza sanitaria.

Perché non siamo riusciti nell’azione di governo? Questa è la domanda che ci dobbiamo fare. Non ci siamo riusciti al punto che le Marche sono andate in plateale controtendenza e la sconfitta del PD e del centrosinistra è stata maturata dall’elettorato anzitempo e vissuta per certi versi come una sorta di “liberazione”, anche da settori della società a noi non tradizionalmente ostili.

È soltanto se ci poniamo queste domande e ricerchiamo le risposte politiche che ha senso una diffusa campagna di analisi del voto, più che una “fase costituente”, che deve servire ad analizzare con rigore ed obiettività dati elettorali e scelte fatte, ad ascoltarsi reciprocamente e ad avvicinare le posizioni, evitando che il Congresso si trasformi in una resa dei conti e ponga, invece, le condizioni per ricostruire. Analogamente, solo così ha senso confrontarci con i cambiamenti e le trasformazioni che hanno riguardato le Marche, altrimenti o ci stiamo atteggiando ad accademici (che non siamo) o rischiamo di alimentare una lettura autogiustificatoria e autoassolutoria, che non fa bene innanzitutto al PD e, soprattutto, non è utile se si vuol risalire la china.

***

Che cos’è allora la Post Regione?

Sono le Marche alle prese con uno dei passaggi cruciali della propria storia. Un passaggio che ha pochi precedenti nella storia recente della nostra regione. Potremmo considerarlo simile a quello tra fine Ottocento e primo Novecento, quando nel Parlamento del Regno parlamentari come Angelo Celli, Maffeo Pantaleoni, Cesare Sili e altri ponevano la “questione marchigiana”, o a quello che sul finire degli anni Cinquanta del secondo scorso faceva parlare di “meridionalizzazione” delle Marche, ad indicare una regione ancora prevalentemente agricola che sembrava refrattaria all’industrializzazione.

Oggi sentiamo usare nuovamente questo termine (“meridionalizzazione”) per indicare una regione “in transizione”, come l’ha catalogata l’Unione europea, che ha subito un processo di allineamento alla media nazionale, la cosiddetta “medianizzazione”, per usare le parole di Ilvo Diamanti, e che sembra fare sempre più fatica a rimanere agganciata a quel Nord-Est-Centro (NEC) che per lungo tempo è stata la nostra area di appartenenza e di riferimento. La pandemia, anche in questo caso, sta allargando il divario.

Le Marche, dopo la stagione delle economie di distretto, appaiono più piccole e periferiche, prigioniere spesso di un policentrismo localistico, incapaci di aprirsi alle relazioni macroregionali, di entrare a far parte delle “catene lunghe del valore” e di assumere un ruolo sufficientemente definito nella “divisione internazionale del lavoro”, per non parlare di quale ruolo potranno avere dentro le nuove gerarchie dettate dalla digitalizzazione.

La Post Regione è in definitiva la nostra terra, le Marche, che hanno di fronte la sfida della doppia ricostruzione, post-sisma e post-Covid, e che non hanno risolto ancora le questioni poste dalla grande crisi. Una regione che deve fare un “triplo salto carpiato”, se non vuole abbandonarsi ad un progressivo e neanche troppo lento scivolamento, cercando di riposizionarsi con determinazione sullo scenario nazionale ed europeo.

Una regione, infine, che deve pensarsi come un “sistema plurale”, dinamico ed aperto, che esercita sintesi e sussidiarietà, e che per far ciò cambia il suo stesso modo di essere e di operare come ente regionale, si rinnova profondamente, puntando su un diverso modello organizzativo, sulla digitalizzazione, sul rinnovamento del personale e sulle competenze.

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Andiamo, adesso, a considerare la sostanza delle tre crisi che hanno avuto un impatto sistemico sulle Marche e che sollevano questioni che i partiti e la classe dirigente regionale devono saper affrontare:

1)      La crisi economica del 2007/2008 ha messo in discussione il nostro tessuto produttivo, il cosiddetto “modello marchigiano”. La questione di fondo si è stata posta fin dagli anni Novanta del secolo scorso, con l’apertura globale dei mercati, la rivoluzione informatica e la fine della svalutazione competitiva, a seguito della nascita dell’euro. Sono questi tutti fattori che hanno colpito al cuore gli elementi di fondo del nostro sistema produttivo, fondato sulla competizione sui prezzi, sulla piccola dimensione d’impresa e sullo “spontaneismo” territoriale.

Come abbiamo reagito a questa sfida? Con poca innovazione e ricerca, agendo soprattutto sul costo del lavoro, anche grazie alla disponibilità di manodopera immigrata, con le delocalizzazioni e lo sviluppo di un terziario non avanzato, dove vi erano spazi generosi da occupare data la sovraesposizione manifatturiera della nostra regione. Fatemi citare anche qui un libro: “Mezzadri, pescatori, operai”, a cura di Roberto Giulianelli (Franco Angeli 2020) e, a proposito degli aspetti che ho sottolineato, in particolare i saggi di Alessia Lo Turco ed Ercole Sori.

Che cosa dobbiamo fare? Mettere al centro le sfide europee della sostenibilità, digitalizzazione e inclusione sociale, su cui le Marche hanno delle grandi potenzialità, rese ancora più esplicite dalla recente pandemia; investire di più su innovazione e ricerca, raggiungendo nei prossimi anni almeno la media nazionale (1,4%); favorire il reshoring e inserirci più stabilmente nelle filiere continentali europee con produzioni a più alto contenuto di conoscenza e tecnologia e a più alto valore aggiunto; qualificare il nostro terziario in senso innovativo, sostenibile e sociale. Per fare questo è importante un forte investimento sull’istruzione e in particolare sull’istruzione tecnica, sugli ITS, sulla ricerca e l’alta formazione universitaria.

Ad esempio, vogliamo qualificare e diversificare l’offerta formativa dei nostri Istituti tecnici? Vogliamo dotarci di almeno altri due ITS, uno sul digitale e un altro sull’agroalimentare? Vogliamo candidarci ad essere, magari insieme a Umbria e Abruzzo, uno dei 20 ecosistemi dell’innovazione previsti nel PNRR?

 

2)      La crisi sismica del 2016/2017 ha messo in discussione il nostro tessuto urbano-insediativo. I divari territoriali tra costa ed entroterra, molto più ampi di quelli spesso evocati tra nord e sud della regione, e la condizione delle aree interne, a lungo trascurate e il cui grido di dolore nel loro progressivo e ultradecennale declino non ha avuto risposte, sono tornate tragicamente al centro della scena.

Mentre in Europa e - timidamente - in Italia con la Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI), qualcosa cambiava in tema di disuguaglianze territoriali, nelle Marche noi abbiamo affidato questo tema ai “rapporti di forza” e dove ci sono soltanto i rapporti di forza non c’è più la politica. Nelle recenti elezioni regionali abbiamo ricevuto una dura lezione dal centrodestra; cavalcando il tema della ricostruzione mancata e mettendo in campo una classe dirigente espressione dei territori del sisma, il centrodestra ha ridato all’entroterra una rappresentanza quantitativamente degna in seno al Consiglio regionale, raccogliendo su quegli stessi candidati il consenso anche delle zone che non fanno parte del cratere.

Nelle Marche, a seguito del sisma, abbiamo assistito a quello che Andrés Rodríguez Pose ha chiamato “la vendetta dei luoghi che non contano”, che aveva già determinato la Brexit, l’ascesa di Trump e su cui i Democratici americani hanno studiato in questi anni per ritornare al governo.

Alla nostra ipoteca culturale in materia di aree interne, dovuta al venir meno di una visione regionale dei problemi, da poco più di un anno fa da contraltare la “svolta” impressa al processo di ricostruzione dal Commissario straordinario Giovanni Legnini, che voglio ricordare è un esponente del Pd. La sua azione non si sta limitando al tema fondamentale della ricostruzione fisica degli abitati, ma ha posto all’ordine del giorno la questione dello sviluppo delle aree del cratere sismico con proposte riguardanti l’impiego del Recovery Fund (per 1,78 miliardi), l’attivazione di un apposito Contratto Istituzionale di Sviluppo per il cratere del 2016 (per 160 milioni) e la redazione di un programma di sviluppo per le aree del sisma.

Le sfide della sostenibilità, dell’inclusione sociale e della digitalizzazione sono decisive per la rinascita dei luoghi e delle comunità del post-sisma, ma anche per costruire delle Marche più equilibrate e coese, lavorando sull’assetto policentrico e distribuito, così come sull’interdipendenza e l’integrazione tra urbano e rurale.

 

3)      La crisi pandemica del 2020/2021 ha messo in discussione il nostro sistema sanitario e di welfare. Nel tempo abbiamo orientato entrambi sulla risposta ad altre patologie ritenute prioritarie e li abbiamo sottoposti ad un processo di razionalizzazione che è risultato anche dequalificante. Un aspetto per tutti; aver lasciato senza neppure un punto nascita tutto l’entroterra delle Marche.

Oggi e in prospettiva la sfida va rilanciata su:

 

-         La rete territoriale dei servizi sociali e sociosanitari, sul grande tema a lungo derubricato della prevenzione, sulla dimensione domiciliare della cura;

-         La rete degli ospedali come livello di risposta alle acuzie, abbandonando la proposta degli ospedali unici. La prossima redazione del Piano sociosanitario regionale svelerà la vacuità delle promesse elettorali della destra, che per mere ragioni di consenso si è attestata a difesa di tutti gli ospedali, indistintamente. Ma il Pd deve uscire dal guado in cui è rimasto, tra ospedali unici provinciali poco più che ideati e contestuale, indistinto, potenziamento dell’esistente, e ragionare su una visione complessiva della salute, su una offerta organica e differenziata e, nello specifico, su una rete qualificata e integrata di ospedali che dia risposta alle criticità che la pandemia ha evidenziato e alla natura policentrica del territorio regionale;

-         La dimensione tecnologica della medicina (telemedicina, teleassistenza, telefarmacia), ma altrettanto e di più le risorse umane e le competenze a servizio dell’accessibilità e della personalizzazione dei percorsi di salute.

 

Saranno la riforma del welfare e il tema del lavoro i due grandi banchi di prova dell’immediato futuro, su cui il PD deve organizzare una robusta piattaforma programmatica a forte caratterizzazione sociale, se non vogliamo che a pagare il prezzo maggiore della crisi indotta dall’emergenza sanitaria e in prospettiva dell’indebitamento pubblico siano soprattutto i ceti medi e bassi, lasciandoli così in balia delle pulsioni populiste e sovraniste.

Servono una riforma fiscale progressiva che pesi meno sui redditi bassi e medi, una riforma degli ammortizzatori sociali universalistica, l’investimento massiccio sulla formazione per la riqualificazione professionale e sull’autonomia scolastica per assolvere a nuovi compiti d’istruzione e sociali, la tutela del lavoro femminile e giovanile, la lotta contro ogni forma di sfruttamento.

Ad esempio, vogliamo rifinanziare la L.R. n. 5/2003 sulla cooperazione per sostenere i lavoratori che rilevano le proprie aziende in crisi, i cosiddetti workers buyout?

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Da ultimo, la sfida della “doppia ricostruzione”, post-sisma e post-Covid, o più semplicemente la sfida della ricostruzione delle Marche dentro la ricostruzione “alla Draghi” del Paese, richiede una vasta e profonda mobilitazione di risorse, energie e intelligenze. Chi riuscirà in questa mobilitazione avrà al dunque ragione e potrà costruire le basi sociali e politiche per un nuovo ciclo di governo. Certo, chi parte dall’opposizione è in oggettivo svantaggio, se non altro perché anche l’opposizione ha le sue regole per essere efficace; pensiamo soltanto al modo in cui bisogna porsi di fronte ad una destra che predicava discontinuità e siccome, invece, nei fatti è disarmata e iper-continuista, deve “sparare” delle provocazioni per far vedere di essere diversa da chi governava prima. Questo atteggiamento, che denota un’estrema debolezza, va contrasto ovviamente, ma non inseguito, perché la sfida vera si gioca sul terreno riformatore dove il Pd e un nuovo e ampio schieramento progressista possono cominciare a vincere, anche essendo minoranza.

Ciò richiede un progetto alternativo e che si sia mossi - nell’immane lavoro da fare - da umiltà, impegno non comune, approfondimento delle problematiche, immaginazione politica e programmatica.





permalink | inviato da Daniele Salvi il 19/3/2021 alle 11:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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