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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
23 luglio 2020
TORNARE AI BORGHI

Torneremo ai borghi? Siamo tornati a riappropriarcene, dopo l’emergenza sanitaria, a riscoprirli, a ripercorrere le vie e le piazze, ma torneremo a viverli, ad abitarli, a ripopolarli?

Negli ultimi tempi importanti archistar come Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas si sono pronunciati per un ripensamento delle città e per una “dispersione” o “ritrazione dall’urbano” a vantaggio dei piccoli borghi da ripopolare. Anche RisorgiMarche, manifestazione musicale per la valorizzazione delle aree del sisma, lascia le lande più o meno desolate della montagna appenninica e si dirige verso i suoi borghi.

In Italia sono 5495 i Comuni con meno di 5.000 abitanti, dove c’è una casa vuota ogni due occupate e che sono stati interessati da esperimenti di sicuro interesse mediatico, come la vendita di case ad un euro o la flat tax al 7% per i pensionati che ritornano dall’estero, ma di scarsa incisività.

Nelle Marche, regione policentrica e dalla trama insediativa diffusa, spiccatamente manifatturiera, ma pur sempre rurale secondo i criteri dell’Unione europea, sono 227 i Comuni, di cui ben 161 con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, mentre 29 sono i “Borghi più belli” e 21 le “Bandiere Arancioni”.

Come accaduto anche per altre iniziative, come le “Bandiere blu” per la qualità delle acque balneabili o, più recentemente, le “Spighe verdi” per i paesi che si distinguono nelle eccellenze enogastronomiche e agroalimentari, tutto ciò ha consentito di creare dei network che segnalano forme di turismo slow ed economie soft e green, dove il turista può muoversi con il supporto di app e dispositivi digitali, usufruendo in maniera mirata della bellezza dei luoghi.

Tuttavia, oggi, quest’architettura promozionale costruita negli ultimi decenni è entrata fortemente in discussione, e nelle Marche in modo particolare.

Il sisma del 2016/2017 e gli effetti dell’epidemia da coronavirus nell’anno corrente hanno colpito al cuore l’idea che lo sviluppo dell’Italia minore, quella dei 6000 campanili, ma non solo essa, possa poggiare cospicuamente sull’economia turistica.

Per fare due esempi molto diversi tra loro; Visso, cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, uno dei“Borghi più belli”, prima del 24 agosto del 2016 era sold out per il gran numero di turisti che affollavano quella che Carlo Bo definiva una delle 200 piazze più belle d’Italia, mentre il giorno seguente era divenuto una realtà spettrale, destinata a rimanervi per diversi anni.

Analogamente, potremmo scegliere oggi una delle località più gettonate della costa adriatica e dover verificare che l’estate in corso registrerà un calo di presenze e di introiti destabilizzante per la tipologia di turismo che abbiamo finora conosciuto. Al netto di case distrutte, forme urbane saltate e migliaia di sfollati, aspetti di sicuro maggior impatto, il necessario distanziamento fisico per evitare il contagio renderà i luoghi del turismo di massa delle realtà molto diverse dal passato.

In questo scenario, ciò su cui possiamo cercare di riprogettare un futuro che riparta non solo dai borghi, ma anche da essi, inclusi quelli del cosiddetto “cratere” sismico, la cui ricostruzione può rappresentare un contributo formidabile alla ripartenza dell’Italia, è costituito dai fattori che hanno determinato uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo” e dalle priorità che si sono gioco forza imposte.

Non possiamo ancora trarre un bilancio complessivo di quel che abbiamo vissuto e di quel che potrà accadere, ma è fin d’ora certo che alta densità, frenetica mobilità e tasso d’inquinamento delle aree urbane più industrializzate e congestionate sono state concause oggettive dell’esposizione della popolazione al virus.

Salute e igiene, sostenibilità e uso delle nuove tecnologie, ricerca di stili di vita e di alimentazione diversi e più genuini, spazi aperti e reti corte di prossimità, riorganizzazione dei tempi e dei modi di vita e lavoro, sono divenute priorità da perseguire e attuare senza indugi.

Di fronte alla gigantesca questione sociale che l’epidemia ha scoperchiato e all’accelerazione che ogni cosa sta avendo, scegliere i borghi dell’Italia minore e delle aree interne è una carta per niente scontata, perché le grandi aree urbane ferite richiederanno un’attenzione maggiore che in passato, ma essa va giocata adesso con convinzione e progettualità.

Occorre fare leva sull’aspetto dimensionale, che finora è stato un gap, sulla tutela dell’ecosistema e il turismo naturalistico, sulla dotazione di servizi essenziali a partire da quelli socio-sanitari e scolastici, sul lavoro digitale nei centri storici e la risorsa agroalimentare come manifattura dell’Italia dei borghi.

E’ indispensabile ripensare con rigore e lungimiranza un nuovo equilibrio delle comunità che coniughi innovazione, sostenibilità e solidarietà; che abbia cura delle persone e dei più fragili: gli anziani, i bambini e i disabili.

L’Europa che punta sulla transizione verso la sostenibilità, sul nuovo pilastro sociale, sulla digitalizzazione e le politiche non solo urbane, ma anche rurali e a favore delle aree marginali, sarà sempre di più il punto di riferimento fondamentale per la trasformazione di civiltà che stiamo vivendo.





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10 giugno 2020
DALLA CRISI IL RILANCIO DELLE INFRASTRUTTURE

C’è un passo del Rapporto della Commissione europea allegato al Recovery Plan che così recita: “L'impatto economico della crisi differirà notevolmente tra gli Stati membri. Alcuni hanno avuto la sfortuna di essere colpiti più duramente di altri da CoVid-19. Ma l'impatto dipende anche dalle strutture economiche degli Stati membri e dalla capacità di assorbire e rispondere allo shock economico che ne deriva, anche attraverso riserve finanziarie nel settore pubblico e privato. Il peso relativo dei suddetti settori colpiti duramente nell'economia di uno Stato membro è un fattore determinante della gravità dello shock economico. La crisi di CoVid-19 ha colpito in modo particolarmente grave le economie con importanti settori turistici. Allo stesso modo, anche le economie con mercati dei capitali sottosviluppati e quelle la cui struttura si basa principalmente su piccole e piccolissime imprese incontreranno maggiori difficoltà per il loro accesso limitato a fonti di finanziamento. Di conseguenza, le perdite di PIL nel 2020 dovrebbero essere particolarmente elevate in Grecia, Spagna, Italia e Croazia, circa il 9,5% ciascuna, rispetto alle recessioni tra il 6% e il 7,5% nella maggior parte degli altri Stati membri. Inoltre, l'impatto economico della crisi differisce in modo sostanziale tra le regioni all'interno dei paesi, mostrando un impatto pronunciato della crisi in tutti gli angoli dell'UE”.

Ad esso segue un grafico, dal quale si evince che per l’Italia le regioni Marche ed Umbria, oltre al Trentino Alto Adige (che però sappiamo essere altra cosa), sono le più colpite con una previsione della caduta del PIL ben più pronunciata di quella avuta negli anni della crisi 2007-2016 (Umbria -16,1%;Marche -11,4%), quando pure fu tra le maggiori delle regioni italiane.

Dopo la faticosa ripresa dalla crisi economica, che per le Marche nel 2019 aveva fatto registrare finalmente un sensibile miglioramento del PIL (+3%), la diminuzione della disoccupazione (7,5%) e l’aumento dell’export (+3,2%), l’improvviso black out determinato dalla pandemia, a cui si sommano i perduranti effetti del sisma del 2016/2017, rischia di produrre una situazione di seria difficoltà, unica tra le regioni italiane e bisognosa di un vero e proprio progetto di ricostruzione, capace di agganciarsi a quello dell’intero Paese.

Va in questa direzione la proposta del ministro della cultura e del turismo Dario Franceschini di utilizzare le risorse del Recovery Fund o Next Generation, che dirsi voglia, per costruire l’Alta Velocità ferroviaria sul versante adriatico da Bologna fino a Taranto, allineandola sostanzialmente al tracciato autostradale.

Ciò vorrebbe dire arretrare l’Alta Velocità rispetto all’attuale linea ferroviaria, la quale - una volta dismessa - potrebbe diventare una lunga pista ciclabile, con effetti benefici sul decongestionamento della “città adriatica” e la valorizzazione degli immobili.

Si tratta di una proposta importante sulla quale avviare fin da subito gli opportuni approfondimenti. Pensare, ad esempio, a un primo tratto che colleghi Bologna e Ancona vorrebbe dire agganciare le Marche al nuovo triangolo industriale del Paese, quello costituito da Bologna, Treviso e Varese, che si è consolidato proprio a seguito dell’apertura dell’Alta Velocità. Si ripresenteranno, poi, il nodo di Pedaso e la questione che ha riguardato il tracciato dell’autostrada, cioè se non valga la pena almeno in questo caso di realizzare un arretramento sensibile rispetto alla linea di costa.

Ma proprio in ambito di priorità infrastrutturali, restando nel campo del trasporto su ferro, le Marche e la vicina Umbria non possono dimenticare l’importanza fondamentale del raddoppio della Orte-Falconara, che si protrae da lungo tempo e che invece proprio in occasione del rilancio europeo degli investimenti dovrebbe poter trovare una soluzione. Stiamo parlando del collegamento con la capitale, di certo non meno strategico di quello con l’Italia settentrionale.

Lo dico anche perché si sta procedendo all’elettrificazione della linea ferroviaria secondaria Albacina-Civitanova Marche, con un cospicuo investimento di 110 milioni di cui 70 confermati proprio nei giorni scorsi in sede parlamentare. Si stanno facendo interventi sulla linea e sono previste nuove fermate lungo il tracciato.

Questo investimento ha senso se la tratta diventa più utile e appetibile, cosa che dipende essenzialmente dai livelli di traffico, efficienza e comfort della linea di adduzione principale che è rappresentata proprio dalla Orte-Falconara.

Senza, quindi, mettere in contrapposizione i due progetti, va da sé che quel che è già avviato, del tutto insufficientemente sia in termini di risorse stanziate che di tempi previsti per la realizzazione, va accelerato e portato a compimento, mentre l’idea dell’Alta Velocità va fin da subito condivisa per giungere quanto prima ad una idea progettuale definita.

Mobilità sostenibile, ricostruzione e green deal per le città e i luoghi, salto al digitale debbono far parte di un ambizioso progetto per le Marche per uscire più forti dalla crisi che ci coinvolge.




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8 giugno 2020
LA SCACCHIERA DI SAN ZENONE

Pur essendo tra le più antiche chiese della diocesi, è rimasta indenne dagli oltraggi del sisma. Hanno avuto peggiore sorte le oltre 350 delle circa 500 chiese, molte anche recenti, che costituiscono il grande patrimonio dell’attuale diocesi di Camerino-San Severino Marche.

Stiamo parlando della pieve di San Zenone, chiamata anche Santa Maria della Pieve, che si trova nella frazione di Selvalagli di Gagliole. Attestata per la prima volta nel 1103, nell’atto con il quale il vescovo di Camerino Lorenzo la dona a Pietro abate del monastero di San Michele Arcangelo in Domora in valle Gabiana, l’odierna valle dei Grilli, “cum omnibus quae illi ecclesiae pertinent, praeter synodum”, essa è certamente più remota, come Bernardino Feliciangeli e Romano Romani dimostrarono in un insuperato studio del 1907 dedicato a questa e ad altre chiese rurali della media vallata del Potenza.

I due “modesti ricercatori delle memorie patrie” - come si definivano nello scritto - mentre facevano risalire la facciata in stile romanico-lombardo della chiesa al XI-XII secolo, chiosavano: “Se di altre chiese della nostra diocesi può trovarsi menzione più antica nei documenti, certo nessuna, per quel che ci è noto, serba caratteri architettonici di sì remota antichità”. Ciò li induceva ad andare indietro fino al tempo di Sant’Ansovino (+ 868).

Quel che attirava la loro attenzione, come quella di chiunque oggi visiti la chiesetta, era la decorazione assai singolare, collocata sopra la porta angusta e bassa (m 1,80 x 0,80), costituita da “una scacchiera a rettangolo  (m 0,70 x 0,57) risultante di tanti rombi bianchi, o giallastri, e rossi alternati in linee orizzontali e formati di parallelepipedi di calcare – o arenaria giallastra – e di laterizio”. Questo motivo dicromico, che s’intona con l’effetto contrasto prodotto dagli archetti della facciata e dall’arco rotondo della porta formato da cunei di calcare bianco, riguardava anche il tetto che, al tempo dei due ricercatori, conservava“ una singolare caratteristica nelle pianelle di cui è formato, colorate a metà di bianco, diagonalmente, così da dar luogo a una decorazione policroma di triangoli bianchi e rossi, motivo ornamentale rispondente a quello della scacchiera sul prospetto”.

La singolarità delle due decorazioni, la dicromia delle pianelle del tetto e della scacchiera, non le faceva apparire ai loro occhi come delle forme artistiche successive allo stile romanico-lombardo, né uno stemma araldico losangato, né una reliquia romana, ma dei motivi rintracciabili in particolare nell’Italia settentrionale, con origini addirittura in Normandia e in Inghilterra.

La scacchiera, in particolare, rappresenta tuttora un vero e proprio rompicapo. Per Feliciangeli e Romani essa non era altro che l’attestazione dell’attività di maestranze comacine, magari d’area lombardo-veneta, dato che San Zenone è il patrono della città di Verona e il suo culto - unico caso nella nostra diocesi - è in realtà diffuso proprio tra Veneto e Lombardia. Spiegazione razionale e storicamente verosimile, ma la particolare evidenza della decorazione, posta proprio sopra la porta d’ingresso della chiesa, ne fa un elemento fortemente connesso con la sacralità del luogo.

Potremmo avviare qui una lunga digressione sulla varietà della presenza del motivo decorativo della scacchiera nelle chiese, da quelle più antiche alle più recenti, dai pavimenti alle facciate, dalle absidi ai dipinti, dalle decorazioni interne a quelle esterne. Addirittura potremmo addentrarci nella tormentata disputa sul gioco degli scacchi, che fino al 1600 ha visto alternarsi nella Chiesa fustigatori e tolleranti, forse non solo perché costituiva un pericoloso gioco d’azzardo. E potremmo arrivare a parlare del significato che la scacchiera ha nell’ambito dei riti massonici.

Ci interessa di più, invece, dimostrare come la scacchiera di San Zenone sia non solo tra le più antiche e misconosciute, ma tra quelle più evidenti e al contempo indecifrabili. I raffronti più diretti paiono essere quelli con la presenza di analoghe scacchiere all’esterno delle chiese, come nei casi di Sant’Ambrogio a Milano, Santo Stefano a Bologna, Sant’Agata del Mugello, San Lorenzo a Genova, Santa Maria di Siponto a Manfredonia, Santa Maria Assunta a Crema. L’unica chiesa che presenta una scacchiera in orizzontale sull’architrave dell’entrata principale, quindi in posizione analoga a San Zenone, seppure non losangata, a 64 elementi e associata ad altri motivi religiosi e simbolici, è quella di San Paolo Apostolo di Vico Pancellorum a Bagni di Lucca, già attestata nell’873.

Che la scacchiera sia, dunque, non solo e tanto la testimonianza della presenza di determinate maestranze, ma un elemento dal valore simbolico-religioso, è più che plausibile. Quale esso sia non è facile dire. In tempi analoghi a quelli in cui scrivevano Feliciangeli e Romani, nei quali positivismo e volontarismo si scontravano proprio come oggi fanno scientismo e irrazionalismo, riguardo ai casi che abbiamo sopra richiamato si sono avanzate le interpretazioni più fantasiose, come quelle che riconducono ormai ogni cosa ai Templari, spesso a prescindere dalla datazione delle architetture e dei manufatti e dall’indagine documentale.

La storia artistica - mettevano in guardia giustamente i due storici - è un “campo aperto alle audacie, non sempre inconsapevoli, del dilettantismo, ma asprissimo di ardui e intricati problemi, massime per ciò che è della storia dell’architettura”. Ci sembra una saggia precauzione da fare propria, un opportuno accorgimento d’igiene mentale, seppure quella scacchiera continui a interrogarci.




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8 giugno 2020
PATTO DELL’ALTO NERA E NUOVI SENTIERI DI SVILUPPO

E’ apprezzabile il progetto elaborato da un gruppo di volontari, sostenuto da numerose associazioni e centinaia di cittadini, intitolato: “Patto per l’Alto Nera. Per il ripristino e la conservazione del patrimonio e delle attività nei territori di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera”.

All’indomani del sisma del 2016/2017, le associazioni “Visso futura”, “Viviamo Castelsantangelo sul Nera”, “Comitato per la salvaguardia socio-economica di Ussita e dintorni” si sono poste degli obiettivi: 1) mettere in sicurezza, ricostruire, rigenerare e conservare il patrimonio edilizio e socio-economico del comprensorio dell’Alto Nera; 2) offrire una valida prospettiva per il futuro delle comunità ivi insediate con il riavvio e l’incremento di attività economiche sostenibili; 3) intervenire con indifferibilità ed urgenza per arrestare lo spopolamento e invertire l’evoluzione demografica.

La proposta che ne è scaturita riguarda un’area di 226,90 Kmq, che per il 74,2 % ricade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, è inclusa nella Strategia nazionale delle Aree interne e fa parte di quella Valnerina che nei secoli è stata punto di attraversamento tra Marche e Umbria, in direzione di Abruzzo e Lazio, ricca di storia, ambiente, arte e tradizioni, nonché epicentro delle scosse del 26 ottobre 2016.

Stiamo parlando del cuore del cratere e delle comunità che hanno avuto, insieme ad Arquata del Tronto, i danni più rilevanti, non solo ai centri abitati, ma alla rete infrastrutturale e alle aree a rischio esondazione e dissesto idrogeologico. Anche per questo nel progetto si parla di “ripristino e conservazione”, piuttosto che di “ricostruzione e sviluppo”, e di “sviluppo sostenibile”.

L’intento è dialogare con gli strumenti e le opportunità messe in campo dalla Regione Marche, affinchè siano prese in seria considerazione le istanze basilari di realtà che per le difficoltà in cui si trovano, le ridotte strutture amministrative e la piccolissima dimensione delle imprese attive, spesso non riescono neanche a partecipare ai bandi regionali.

La realtà produttiva di quest’area è attiva nei settori dell’agricoltura e dell’allevamento, del piccolo commercio al dettaglio e dell’artigianato tipico e di servizio, dell’industria agroalimentare e della ricettività turistica. La dinamica demografica dei tre Comuni è impietosa: dal 1951 al 2018 la perdita di popolazione è stata pari al 67,36%, attestandosi al 31.12.2018 a 1721 unità. Un calo percentuale superiore a quello pure cospicuo di tutta l’Unione montana di Camerino, che nello stesso periodo di tempo ha perso il 53,75% della popolazione.

Il tema di come arrestare l’emorragia demografica e tentare un’inversione di tendenza è l’assillo maggiore. L’aspettativa è riposta su politiche di sviluppo efficaci e di lungo periodo.Tornare alla media dei livelli demografici degli anni Sessanta e Settanta, cioè il doppio circa della popolazione attuale, viene posto come un obiettivo perseguibile da qui al 2045, con l’aumento di circa 400 nuclei familiari e una popolazione giovane di circa 450 unità, da 0 a 30 anni di età.  

Come è possibile conseguirlo? La prima, coraggiosa, proposta che viene avanzata riguarda la fusione dei tre attuali Comuni per ricomporre l’assetto che fino al 1913 li vedeva costituire un'unica realtà istituzionale. Si darebbe vita, così, ad un Comune che per territorio coprirebbe un quarto dell’intero Parco dei Monti Sibillini, sarebbe il più grande dell’Unione montana di Camerino e il secondo delle Marche.

Senza incidere sulla dotazione dei servizi essenziali, la fusione non solo consentirebbe un flusso aggiuntivo di risorse stimato in circa 9 mln in 10 anni, ma doterebbe la nuova realtà istituzionale di una massa critica territoriale che la avvantaggerebbe nei vari riparti delle risorse e la renderebbe più autorevole in ogni consesso dove si negoziano le politiche pubbliche territoriali.

La seconda proposta concerne la delimitazione dell’area più colpita del cratere, affinchè possa contare su “corsie preferenziali” nella ricostruzione e negli interventi per lo sviluppo. La questione, controversa e a lungo dibattuta, ha trovato solo recentemente parziale riconoscimento per quanto riguarda i programmi straordinari di recupero dei Comuni più danneggiati o di parti analoghe di altri Comuni, sulla scorta di quanto previsto dalla Lg. n.156/2019. Non è poca cosa, soprattutto per consentire il recupero intelligente degli abitati e la valorizzazione degli immobili con meccanismi pubblico-privati, finalizzati all’insediamento di famiglie e giovani coppie o all’accoglienza turistica.

La terza proposta riguarda un nuovo investimento sulla risorsa Parco. Le conseguenze indotte dall’emergenza sanitaria sembrano delineare nuove possibilità di rilancio. Le relazioni di prossimità, la salubrità degli ambienti e del cibo, la frequentazione di spazi aperti, le filiere corte, l’accessibilità digitale sono divenute improvvisamente essenziali. Ciò che ieri era marginale, oggi è divenuto centrale. C’è la possibilità di giocare la carta di nuovi stili di vita e di un turismo esperienziale e naturalistico, che le aree protette possono garantire.

La quarta proposta concerne la necessità di attrarre investimenti e la costituzione, a tal fine, di una Zona Economica Speciale (ZES) della durata di almeno sette anni. Se si riuscirà a breve a far capire che la ricostruzione dell’Appennino centrale è un pezzo della ricostruzione dell’intero Paese e rappresenta il cantiere più prossimo e promettente, forse anche questa partita potrà essere vinta.




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21 maggio 2020
UN MOTTO E UN GRILLO IN GABBIA

Luigi Bartolini e Camerino

“Dicono che la Verità non esiste; o che ne esiste una per ogni testa (e per un determinato momento). Ma, almeno, di verità ne esiste una ed è quella dello ‘eppoi si muore!’. Verità che un giorno, peregrinando per gli eremi marchigiani, trovai scolpita nell’architrave marmoreo di un portale. Esiste, purtroppo, la verità dell’ ‘eppoi si muore’. Indiscutibile verità; né imperatori, re, principi, baroni sono mai scampati da tale verità: e come se fossero stati, al mondo, eguali ai poverelli”.

Con queste parole del racconto “L’ultimo cancello”, contenuto nel libro “Le acque del Basento” (Mondadori 1960), Luigi Bartolini (Cupramontana 1892 – Roma 1963), incisore, pittore, scrittore e poeta, non solo confermava la sua indole schietta, unita ad un pensiero profondamente umano, ma rivelava la motivazione del perché avesse scelto l’ “eppoi si muore!” come motto di un proprio “ex libris”.

Col termine latino “ex libris”, letteralmente “dai libri”, si qualifica un foglietto stampato appositamente da applicare su un libro, o meglio su numerosi libri per indicare il loro proprietario. Oggi sono divenuti pezzi da collezionismo, ma al tempo di Bartolini avevano ancora l’ambizione - mediante motti “memorabili” - di accompagnare gesta gloriose e molteplici imprese, non escluse naturalmente quelle letterarie, poetiche e filosofiche.

Aveva aperto la strada Gabriele D’Annunzio (1863-1938) e il suo incisore preferito Adolfo De Karolis (1874-1928) aveva alimentato il vezzo. L'infaticabile Bruno da Osimo (1888-1962), discepolo ideale di De Karolis, realizzò circa 600 “ex libris”, tra cui quello commissionato da Bartolini con il motto “e poi si muore”, un’impeccabile fioritura di more (non a caso!) e le sue iniziali, databile intorno al 1925.

Ma l'estrema compostezza decorativa e l'eleganza tipica dell'incisore osimano, seppur apprezzabili, non corrispondevano affatto all'immagine che Bartolini voleva dare di sé e “l’ex libris” rimase inutilizzato. Ad esso l'artista cuprense preferì, di gran lunga, quello più spartano e significativo di Andrea Parini (1906-1975), conosciuto da Bartolini ancor prima del suo trasferimento a Caltagirone nel 1928. La piccola composizione col grillo in gabbia divenne la sua preferita, anche dopo la cancellazione della firma dell'autore siciliano e l'esclusione del motto.

Bartolini continuò a riprodurre la gabbietta con le iniziali del suo nome e cognome nell'edizione Vallecchi del 1954 di “Ladri di Biciclette” e in più di una copertina dei suoi libri di poesie, edite dallo stesso o da altri editori minori, sia precedentemente che successivamente a quella data.

Il grillo in gabbia praticamente era usato come marchio identificativo e portafortuna, e nel luglio 1928 caratterizzava già la carta intestata dell'incisore e contemporaneamente come foglietto singolo era applicato su alcuni libri e cartelle.

Il motto “eppoi si muore!”, scritto con l’ “eppoi” tutto attaccato e l’esclamativo finale, titola inoltre un'acquaforte del 1927 e almeno un paio di altre incisioni eseguite anni dopo.

Data la vicinanza tra le date dei richiamati “ex libris” e dell'incisione suddetta con gli anni del soggiorno di Bartolini a Camerino, tra il 1924 e il 1926, è ipotizzabile un collegamento tra il suo motto e l’ “Et poi / si mòre” che nella città ducale si trova inciso sugli stipiti in arenaria dell'arco d'ingresso di un’abitazione privata nei pressi di Borgo San Giorgio e che dà il nome al “Largo Et poi si mòre”.

Non sappiamo quanto della scritta sopravviva, anche a seguito del sisma del 2016, ma le fonti indicano in quel motto la testimonianza della risalente presenza dell’ospedaletto di San Giorgio de Planula, che accoglieva pellegrini, esposti e infermi e che con ogni probabilità  svolse anche la funzione di luogo di isolamento per infetti, come lascia intendere la sua collocazione al di fuori delle mura urbiche e la presenza della “lugubre nota”. 

Luigi Bartolini conosceva bene sia il capoluogo che la campagna di Camerino per aver insegnato disegno, a partire appunto dal 1924, presso il locale Istituto Tecnico. Egli ha molto amato la città, “luogo dilettosissimo, amenissimo, balsamicissimo”, come altri paesi della sua regione. Trasloca poi inspiegabilmente nel 1926, dopo aver ceduto 'la cattedra' ad un collega del luogo, subentrando al suo posto in una scuola di Pola. Concluso l'impegno scolastico, col bel tempo, sfruttando la luce del giorno percorreva abitualmente strade, sentieri e vecchie scorciatoie, “con lo stesso cavallo di San Francesco” (ossia a piedi) andando alla ricerca di stimoli per mettere alla prova la sua vena poetica.

Oltre ad alcune vedute tipiche e ai caratteristici soggetti come “Il ponticello”, sono notevoli le incisioni d'interno: “Le farfalle imbalsamate”, “La triglia”, “La finestra del solitario”, “Il misantropo” e il disegno “Il mio studiolo da povero in Camerino”; mentre tra gli scritti d'arte è da ricordare “L'affresco di Varignano”, l'antico dipinto murale che lui riportò alla luce e fece conoscere con un articolo su “Rassegna Marchigiana” del 1926. Un tassello, tra i tanti, del suo irrinunciabile eclettismo.

E’ facile immaginarlo imbattersi con quel motto inciso su pietra, quando – come riferisce Don Antonio Bittarelli in uno dei suoi “Itinerari camerinesi” – “all'ora dei pasti attraversava la circonvallazione di levante e andava alla trattoria della Mora, sotto l'arco di via Farnese”. Un “memento mori” quotidiano che certo doveva colpirlo, fino a spingerlo a farlo proprio, ma non prima di averlo rielaborato a suo modo – come era tipico del personaggio – trasfigurando tra l’altro l’ospedaletto a ridosso della città in uno dei tanti “eremi marchigiani” e gli stipiti del portale fatti di calda arenaria in un“architrave marmoreo”, più consono poeticamente a rendere l’idea della freddezza.

Fin dalle prime prove poetiche la speculazione tra libertà e privazione, tra vita e morte non è mai marginale nell'opera narrativa e figurativa di Bartolini. Così scriveva in un ricordo del 1933 in memoria di Giovanni Zuccarini (1876-1923), suo caro “maestro d'arte e di vita”: “(...) io credo che i morti vivano. Essi navigano in un mare sotterraneo dalle onde verdi brune, e canore come quelle d'un alto mare in una notte d'estate. Non navigano per l'eterno; ma, come tu credevi, per ritornare in corpi di futuri uomini che saranno ‘noi’ senza sapere di esserlo”.

Ezio Bartocci e Daniele Salvi




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21 maggio 2020
LETTURE AL TEMPO DEL COVID-19

A partire dal nuovo anno e restando a casa per via dell’emergenza sanitaria ho potuto fare alcune letture che vorrei segnalarvi.

La prima è il libro di Augusto Ciuffetti, Appennino. Economie, culture e spazi sociali dal medioevo all’età contemporanea, Carocci editore, Roma 2019, pp. 299. Si tratta di uno studio di carattere compilativo che per la pluralità dei settori e le esperienze territoriali oggetto d’indagine consente di gettare uno sguardo d’insieme sulla storia dell’Appennino, almeno quello che va dalle comunità tosco-emiliane a quelle abruzzesi. Il lavoro vuol esser anche un contributo attivo al dibattito sulle prospettive delle terre alte all’indomani del sisma del 2016/2017. L’idea che l’avvenire dell’Appennino sia dietro le proprie spalle, cioè nel recupero e nella riattualizzazione di una storia che ne ha fatto per secoli uno spazio centrale, è tanto suggestiva quanto non nuova e affatto semplice da realizzarsi. Alcuni fattori come i cambiamenti climatici e la crisi delle aree urbane sembrano aprire nuove possibilità, ma se l’Appennino non incrocerà l’innovazione più spinta e la creatività, come accadde con il processo pre-moderno di prima industrializzazione, qualsiasi tentativo di rianimare le sue millenarie tradizioni non potrà che dare esiti modesti.

La seconda lettura riguarda il libro di Enrico Mentana e Liliana Segre, La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah, Rizzoli, Milano 2019, pp. 252. La vita della senatrice che sarebbe bene tutti conoscessero per archiviare negazionismi e revisionismi. Il senso della sua vicenda umana è tutta in un passo che voglio citare; la guerra sta volgendo contro i tedeschi, la Segre insieme a 300 superstiti viene condotta fuori dal campo di Malchow in una sorta di “Marcia della morte”, i tedeschi si liberano delle divise per non essere riconosciuti, arrestati o uccisi dalle truppe alleate che stanno entrando in Germania: “Ricordo di aver visto il capo del campo buttare la pistola per terra. Era un uomo terribile, crudele, che picchiava selvaggiamente le prigioniere, e in quel momento una parte di me avrebbe voluto raccogliere la pistola e ucciderlo. Fu un istante di vertigine, durante il quale mi sembrò che si fossero invertite le parti: forte io, debole lui. Guardavo l’arma, feci per prenderla convinta di potergli sparare, sicura che ne sarei stata capace. La vendetta mi sembrava a portata di mano. Ma di colpo capii che non avrei mai saputo ammazzare nessuno. Questo fu l’attimo straordinario che dimostrò la differenza tra me e il mio assassino. E da quel preciso istante fui libera”.

Sempre in tema è la terza lettura, ossia il libro di Roberto Finzi, Cosa hanno mai fatto gli ebrei. Dialogo tra nonno e nipote sull’antisemitismo, Einaudi Ragazzi, Torino 2019, pp. 159. Nella forma del dialogo tra generazioni, esso è utile non solo ai ragazzi e alle scuole, ma anche a quegli adulti che non si sono mai posti il problema di chiarire il perché di certi pregiudizi che ristagnano nelle menti. L’antisemitismo è l’emblema di tutti i pregiudizi, perché ha in fondo alla sua natura religiosa, poi razziale, ed oggi anche antisionista, si cela la contrarietà alla carica liberatoria ed egualitaria che ha sempre contraddistinto la cultura ebraica, e questo libro ci aiuta a comprenderlo. Non a caso ogni risorgente forma di discriminazione ha sempre nell’ebreo il proprio obiettivo. Il libro ci aiuta a capire anche diverse questioni dell’attualità, a partire dalle  motivazioni che hanno indotto la comunità internazionale ad istituire il “Giorno della Memoria”, in ricordo delle vittime della Shoah.

Ancora in tema la quarta lettura, ovvero il libro di Walter Barberis, Storia senza perdono, Einaudi, Torino 2019, pp. 90. “La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”, con le parole di Primo Levi si apre questo libretto denso e acuto che ragiona sul valore e il limite della memoria, sull’impossibilità di perdonare quanto accaduto, sull’importanza che entri in campo la storia e la storiografia ora che i testimoni diretti della Shoah stanno scomparendo e proprio adesso che bisogna tornare a parlare di cose che non sono affatto finite, sempre per parafrasare Primo Levi.

La quinta lettura ci consente di cambiare genere. E’ il libro di Chiara Frugoni, Paradiso vista Inferno. Buon governo e tirannide nel medioevo di Ambrogio Lorenzetti, Il Mulino, Bologna 2019, pp. 340. Un libro elegante che descrive e spiega in ogni particolare quell’affresco epocale e tutto “laico” che è l’allegoria del buono e del cattivo governo che Ambrogio Lorenzetti dipinse nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena. Un manifesto ideologico della politica del governo oligarchico e mercantile dei Nove, fatto in un periodo per niente tranquillo della vita della città, insidiata dalle famiglie nobili in lotta per la supremazia tra di loro e per la conquista del governo cittadino. Ambrogio fa politica con le immagini e - intorno al 1338 - dipinge, da un lato, la città e la campagna quando a guidarle sono bene comune, giustizia e pace, e, dall’altro lato, quando invece a prevalere è la tirannide, quella stessa da cui il popolo si era liberato con la nascita dei Comuni e del regime repubblicano, e che i nobili oggi divenuti parte della città vorrebbero ripristinare, con conseguenze nefaste per i più, perché a imporsi su città e campagna sarebbero il bene proprio, la violenza e la paura. Un manifesto politico che emana luce ancora oggi.

Sempre in tema di città e con rifermenti anche all’affresco di Ambrogio Lorenzetti è la sesta lettura. Si tratta di Marco Filoni, Anatomia di un assedio. La paura nella città, Skira, Milano 2019, pp. 101. Il libro, su cui l’autore, che è un giovane studioso di Alexardre Kojève, è tornato più volte, affronta un tema capitale e attualissimo: l’idea di città e il rapporto intrinseco che essa ha con la paura, ma anche con la libertà, con l’oppressione, ma anche con l’emancipazione, con il controllo totale, ma anche con le opportunità. Il ruolo che gioca la paura nelle società totalitarie e autoritarie pensiamo di saperlo, ma il ruolo che essa gioca nelle società democratiche spesso ci sfugge e finisce così per divenire oggetto di politiche della paura e di professionisti della paura. Invece, la paura, come la morte, non va mai esorcizzata, né espunta o tanto meno delegata, perché la libertà non è l’assenza della paura, ma qualcosa che con essa convive, da sempre, e che da questo confronto vis à vis trae la sua stessa ragion d’essere. Non bisogna provare vergogna della paura, ma farci i conti, non depoliticizzarla, ma guardarla negli occhi, perché altrimenti, delegandola, “non faremo altro che rinunciare alla nostra libertà - fra le altre anche a quella di avere paura - in favore di una nuova paura, il terrore”. Paura dell’altro, della malattia, della carestia, del nemico, dell’infedele, del vicino, del lontano, di se stessi… “tutte le questioni possono essere ricondotte a una soltanto: quanta libertà siamo disposti a cedere per non avere paura? Quanto concediamo della nostra più importante e vitale condizione umana per poter vivere in città sicure?”. Domande attualissime, come quelle che nascono dalla lettura delle pp. 54-56 in cui si parla del rapporto tra paura ed epidemie, che richiedono una politica democratica della paura, se vogliamo che la città sia ancora il luogo dell’uomo e della sua natura ambivalente.

La settima lettura è il libro di Egidio Ivetic, Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà, Il Mulino 2019, pp. 434. Ho dedicato a questo libro una riflessione, "Camerinoe l'Adriatico", proprio in questo blog. Ad essa rimando non come una semplice recensione, ma come implementazione per sommi capi del tema trattato da Ivetic del rapporto tra il mare, le coste e i rispettivi entroterra, visto per quanto mi riguarda dall’osservatorio dell’Appennino marchigiano, in particolar modo camerte.

Un altro libro sull’Adriatico è l’ottava lettura: Alessandro Marzo Magno, La Splendida. Venezia 1499-1509, Laterza editore, pp. 266. Venezia e la sua civiltà a cavallo tra Quattro e Cinquecento, nel pieno della sua potenza e della sua capacità innovativa e creativa. Lo stato veneziano si pone come una potenza europea che primeggia nelle innovazioni del tempo: la lingua e l’artiglieria, la stampa (anche quella della musica con il fossombronese Ottaviano Petrucci) e il controllo dei mari e dei commerci, le arti e la costruzione delle navi, la libertà dei costumi e le regole del commercio e della politica, le conquiste di terraferma e le bellezze monumentali e architettoniche, gli studi superiori, il diritto d’autore e le aste, la tutela degli orfani e le opere irrigue. Fino a suscitare il timore di tanti, troppi, che si uniscono per darle una sonora lezione. La nascita della lega di Cambrai, le “sconfitte” di Agnadello per terra e di Polasella per mare, entrambe nel 1509, segneranno la fine del sogno politico veneziano e la prosecuzione della fama di Venezia sotto forma di ricchezza e splendore, fino al 1797.

La nona lettura è la ripubblicazione di una magistrale introduzione alla filosofia medievale. Sto parlando di Franco Alessio, Il pensiero dell’Occidente feudale, Hoepli, Milano 2019, pp. 210. Chi voglia capire la filosofia del Medioevo, che risulta spesso astrusa e lontana da noi, deve leggere questo libro. Gli apparirà chiara non perché siamo di fronte ad un buon Bignani, ma perché troverà un testo la cui essenzialità è il distillato di decenni di studi che hanno condotto l’autore a cogliere nell’evoluzione delle forme sociali e del sapere, nella vicenda degli intellettuali del tempo e dell’organizzazione della cultura, tra scholae e universitates, le ragioni delle questioni in cui si dibatteva la riflessione filosofica, in senso speculativo e pratico. Siamo di fronte ad un classico della storia della filosofia, che traccia il progressivo riemergere del pensiero nell’età della terra - attraverso le diverse “rinascenze” - fino alla crisi del Trecento. Dopo sarà un’altra filosofia.

La decima lettura è il libro di Francesco Pirani, Con il senno e con la spada. Il cardinale Albornoz e l'Italia del Trecento, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 234. Concedendosi alla fine un anacronismo, Pirani definisce esempio di civil servant la figura del cardinale castigliano che fu personalità politica tra le maggiori del Trecento: diplomatico, capo militare, costruttore di fortezze, legislatore, comunicatore e uomo di cultura. Considerato "secondo fondatore" della monarchia pontificia, dopo Innocenzo III, Albornoz, legato papale in Italia e vicario per lo Stato della Chiesa in due successivi mandati (1353-1357 e 1358-1367), s'adoperò nella recuperatio delle terre del dominio papale con forza e abilità, sempre fedele alla committenza dei Papi avignonesi, Innocenzo VI e Urbano V, nonostante le incomprensioni e i condizionamenti curiali. Utilizzando tutti i poteri e tutti gli spazi di manovra a disposizione, dotato di una visione chiara di quel che fosse necessario per dare corpo alla statualità, si mosse tra tradizione e innovazione, ottenendo la sottomissione di città e signori al potere ecclesiastico. Seppure le sue conquiste politiche non siano state durature, quelle legislative varranno per la Chiesa fino all'età napoleonica, mentre quelle esemplificate dalle imponenti fortezze e dal collegio Spagna a Bologna restano visibili tuttora. Albornoz è figura essenziale per capire il processo di regionalizzazione delle Marche, alle quali dedicò molte delle sue energie.




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5 maggio 2020
L’APPENNINO DAL POST-SISMA AL POST-COVID

I primi passi del nuovo Commissario straordinario alla ricostruzione post-sismica Giovanni Legnini sono apprezzabili. Seppur frenata dall’imporsi dell’emergenza sanitaria, la partenza è stata pronta, concreta e quindi promettente. Sblocco delle anticipazioni ai professionisti e del pagamento alle imprese, finanziamento delle perimetrazioni e nuove assunzioni di personale per gli Uffici Speciali per la Ricostruzione, definitiva assegnazione dei fondi della solidarietà per le opere già individuate e ricognizione di progetti da finanziare per i Comuni fino a 30.000 abitanti.

Si annuncia una semplificazione della normativa in direzione di una maggiore assunzione di responsabilità di professionisti, banche e amministratori e di una più spiccata azione di controllo delle istituzioni locali e delle strutture commissariali. Resta aperta la questione di un provvedimento legislativo che deroghi al codice degli appalti, consentendo l’accelerazione vera della ricostruzione pubblica e privata. Anche su questo versante il Commissario si è detto impegnato e fiducioso che, a seguito degli effetti prodotti dall’emergenza sanitaria e della connessa esigenza di rapido rilancio socio-economico del Paese, l’obiettivo possa essere conseguito nei prossimi decreti per fronteggiare la crisi.

Possiamo dire di essere, finalmente, sulla buona strada. D’altra parte, il Commissario - fin dalla sua nomina - ha espresso la convinzione che la mera ricostruzione delle aree del Centro Italia colpite dal sisma, se non accompagnata da un progetto di sviluppo, non sia sufficiente a rilanciare i territori dell’Appennino. Questa convinzione è ancor più vera oggi che il bisogno di ricostruzione e di uno sviluppo sostenibile ed equo è divenuta esigenza prioritaria nazionale ed europea.

Se la ripresa post epidemica non potrà che avere al centro il rilancio degli investimenti pubblici e privati, è del tutto chiaro che esiste un cantiere “in potenza” che da oltre tre anni aspetta di passare “in atto” e basterebbe poco perché ciò avvenga. La ricostruzione dell’Appennino centrale è, quindi, una straordinaria occasione per contribuire alla fuoriuscita del Paese dalla crisi prodotta dal coronavirus.

L’Agenda Ricostruzione Italia può e deve avere la Ricostruzione Sisma Centro Italia non solo come un proprio essenziale tassello, ma anche come il prototipo per un grande piano per la messa in sicurezza dell’intero Paese, che - oltre ad essere tanto necessario, quanto continuamente rinviato - consentirebbe un idoneo investimento delle risorse che l’Unione Europea sta mettendo in campo per la rinascita del continente.

Il tema, tra l’altro, è ancor più di decisiva importanza per una regione, le Marche, che dopo l’impatto della crisi economica del 2008/2009, il sisma del 2016/2017 e l’attuale epidemia di coronavirus è provata da nord a sud in maniera profonda e inedita. La situazione marchigiana per la sua eccezionalità non può che risultare a livello nazionale come bisognosa di un’attenzione particolare, di una visione organica e di interventi tempestivi.

Se quanto finora detto costituisce un aspetto del problema, l’altro aspetto è rappresentato dall’altrettanto necessaria riflessione su come cambia il nesso ricostruzione/sviluppo dopo l’emergenza coronavirus, specie per l’area del sisma Centro Italia.

Questa riflessione è essenziale per orientare i futuri interventi rivolti allo sviluppo dell’intera area, i quali dovrebbero poter avvenire alla luce di un Piano Strategico che enuclei “sentieri” programmatici e progettuali, coerenti con le vocazioni dei territori e con gli indirizzi più generali dell’Agenda Ricostruzione Italia, e che possa contare per la loro attuazione su risorse certe, stabili nel tempo e di facile impiego.

Proprio dal punto di vista dell’elaborazione strategica, l’emergenza sanitaria ha imposto alcune questioni rispetto ad altre. Provo a indicarle succintamente: 1) la nuova considerazione dell’importanza del livello pubblico, sia in ambito sociale che economico; 2) il ritorno di centralità dei sistemi di welfare socio-sanitari, territoriali, comunitari; 3) la “transizione verso la sostenibilità” non solo come sfida da raccogliere, ma ormai come concreta e irrinunciabile tabella di marcia da percorrere; 4) la fragilità delle aree urbane e periurbane, dove più acuta è stata l’emergenza coronavirus; 5) il “salto” tecnologico di massa al digitale, che abbiamo compiuto a infrastruttura invariata; 6) la problematizzazione dell’autonomia regionale differenziata e l’esigenza di rafforzare i livelli di governance; 7) la definitiva assunzione da parte dell’Unione Europea della risposta alle grandi catastrofi come una delle sue ragion d’essere, dotandosi a tal fine dei necessari strumenti d’intervento.

Ecco, allora, che i “sentieri di sviluppo” elaborati all’indomani del sisma non solo conservano la loro attualità, ma possono trovare nell’insegnamento prodotto dall’epidemia sanitaria un’occasione di ulteriore approfondimento e di estensione all’intero cratere sismico, coinvolgendo le competenze delle Università delle rispettive regioni, con l’obiettivo di dare un contributo al rilancio del Centro Italia e del Paese, e di candidare l’Appennino a luogo ideale del futuro prossimo venturo.

 

Daniele Salvi




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5 maggio 2020
CAMERINO E L’ADRIATICO

Il libro di Egidio Ivetic, Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà (Il Mulino 2019, pp. 434), è un’ottima sintesi per chi voglia conoscere in maniera adeguata la vicenda di lungo periodo di quel “caso di mare regione”, in senso geografico, storico e culturale, che l’Adriatico rappresenta.

Il pregio del libro è quello di non essere un mero studio accademico, ma un lavoro a lungo coltivato, frutto di una passione profonda che ha portato l’autore ad esplorare nel corso degli anni le fonti più disparate e soprattutto a vivere l’Adriatico.

“Se il Mediterraneo è il mare delle diversità - dice Ivetic -, l’Adriatico, nonostante i confini e gli scontri, è il mare delle convergenze”, “un’area di mediazione delle diversità”. Ivetic dichiara apertamente il suo debito a studiosi marchigiani come Sergio Anselmi e Sante Graciotti, che dell’homo adriaticus hanno indagato identità e forma mentis.

Spesso nelle discussioni sull’Appennino, specie all’indomani del sisma, impressionati dagli effetti devastanti che questo ha determinato sul territorio e nella vita delle comunità, dimentichiamo che in fondo il nostro Paese è una lingua di terra in mezzo al mare e che l’Appennino è la “montagna del Mediterraneo”.

Una montagna molto vicina alla Dalmazia, se pensiamo che prima dell’ultima glaciazione gli uomini potevano spostarsi a piedi da questa alle Marche e viceversa, come hanno dimostrato gli studi di geoarcheologia.

Il libro, attraverso la descrizione di persistenze e cambiamenti nel succedersi delle epoche storiche, mette bene in luce come nell’Adriatico si siano continuamente incontrati e reciprocamente delimitati Oriente ed Occidente, Europa e Balcani, Cristianità e Islam, e come le aree costiere e quelle interne siano state sempre interdipendenti, se non altro per il rifornimento dei beni oggetto di fervidi traffici marittimi, a corto e a più lungo raggio.

Riferito alle Marche plurali ciò richiama, storicamente, il rapporto che “l’Appennino alto” ha avuto con “l’Adriatico mare” e la relazione di Roma con il proprio Est. Il libro dedica un’attenzione non secondaria alle Marche, come una delle regioni più prospere e integrate che si affacciano sul mare, e proprio in questo quadro va precisato il ruolo svolto dalla città di Camerino dentro la fitta rete delle relazioni adriatiche. Fin dalla conquista del Piceno, che diviene la prima periferia romana sull’Adriatico, una delle sei regiones della costa occidentale.

Dalla resistenza ai Galli Senoni (390 a. C.) alla battaglia di Sentino (295 a.C.), dai processi di colonizzazione de agro Piceno et Gallico fino allo sviluppo della viabilità romana verso l’Adriatico, lo snodo camerte si distingue per la sua importanza nel controllo del territorio e per il contributo alle campagne di conquista. Nel mare superum, che si fa per la prima volta “sistema”, se Aquileia è la capitale e Roma la metropoli, è lungo la direttrice Roma-Ancona-Salona-Danubio che la “muraglia tra i fiumi” rappresenta un ganglio nevralgico e un fedele alleato (foedus aequum).

La crisi e la successiva ruralizzazione dell’impero sotto Diocleziano, la diffusione del Cristianesimo, sembrano stabilire nuovi legami tra le terre dalmate, dove Salona svolge un ruolo rilevante, e il mondo romano-italico che gravita sulla sponda occidentale. Sono quelle, sostiene Ivetic, “terre di santi come Mauro di Parenzo, Doimo di Spalato, Venanzio di Delminium (Duvno), martiri, o come Marino (275-366), diacono di Arbe, poi ritiratosi sul monte Titano nel 301, dando origine a quello che oggi è San Marino, o come il grande Girolamo (347-420), padre della Chiesa”.

La nascita e lo sviluppo delle diocesi, di cui quella camerte può essere fatta risalire al IV sec., danno continuità all’ “impronta romana” che “nell’Adriatico è la più ragguardevole tra i lidi del Mediterraneo”. Il culto risalente di San Venanzio martire, patrono della città, molto diffuso nel territorio, lascia immaginare lontane parentele e influenze tra le due sponde.

La guerra greco-gotica riscrive la geografia, le gerarchie territoriali e le sfere di influenza della penisola e della regione adriatica. Camerino viene risparmiata dalla distruzione e s’avvia ad essere “nell’età della terra” - come la chiama Franco Alessio - una delle poche città superstiti, assumendo con ciò un ruolo di rilievo per tutto l’evo medio.

Nei secoli del dominio longobardo, è la battaglia di Camerino del 591 d.C. che decreta il prevalere dei nuovi conquistatori sui Bizantini e l’estensione del loro controllo sulle Marche centro-meridionali, sterilizzate di ogni virtù marinara. Sentiamo quel che dice Claudio Azzara di un episodio fortemente simbolico: “Dopo una battaglia vinta a Camerino sulle truppe esarcali, il duca Ariulfo (591-601) interrogò i suoi compagni per sapere chi fosse quel guerriero di straordinaria bravura che per tutto lo scontro egli aveva visto accanto a sé, pronto a proteggerlo e a soccorrerlo. Costoro gli risposero di non aver visto nessuno fare quanto descritto. Giunto alla basilica di San Savino nei pressi di Spoleto, Ariulfo, che Paolo Diacono precisa essere stato allora ancora pagano, interrogò chi vi fosse sepolto; sentendo che vi si trovavano le reliquie di un vescovo martire invocato dai romani quando andavano in guerra, si fece beffe della loro risposta, affermando che un morto non poteva certo aiutare i vivi. Ma una volta entrato in chiesa scorse in una pittura che raffigurava Savino proprio il volto di quel misterioso guerriero che lo aveva sostenuto sul campo di Camerino, difendendolo con il suo scudo”.

È in questo quadro che prende forma la “Marca di Camerino”, non solo in obbedienza alla frammentarietà del dominio longobardo sull’Italia, ma soprattutto quale riconoscimento del ruolo della città su un ampio territorio che giunge fino al mare.

Ivetic segnala che “nell’ambito dell’impero rilanciato da Ottone I di Sassonia” si affaccia “il nome di marca, dal tedesco mark, confine o territorio ‘al limite’, amministrato da un messo imperiale (da cui marchese). La prima memoria che si ha è quella della marca di Camerino, come parte staccata dal ducato di Spoleto, con il quale segnava il confine meridionale dell’autorità imperiale. Si parla poi, verso il 980, della marca di Fermo, come parte marittima del ducato di Spoleto”. E nel 1090 di quella di Ancona.

Federico II nel suo estremo tentativo di tenere unito l’impero riconferma giusto 800 anni fa alla Marca di Camerino benefici e giurisdizione su un ampio territorio che dai confini con il fermano giunge fino a Fano, includendo Osimo e Ancona. Poi la “svolta guelfa” e lo sviluppo della civiltà comunale adriatica dalle Marche alle bocche di Cattaro.

Figure di religiosi dell’ampia diocesi di Camerino nutrono nel tempo un rapporto dialettico con il cristianesimo adriatico; pensiamo ad Ansovino vescovo e compatrono della città che interviene al sinodo romano dell’867 sulle mire autonomistiche del potente arcivescovo di Ravenna, o a San Romualdo, che rinnova il monachesimo muovendosi tra Ravenna, l’Appennino centrale e l’Istria, o a San Pier Damiani, ravennate moralizzatore della chiesa dall’eremo di Fonte Avellana, o ai maggiori esponenti delle riforme francescane dell’Osservanza e dei Cappuccini, nate nel territorio di Camerino, che evangelizzano le terre della sponda orientale dell’Adriatico: uno su tutti, San Giacomo della Marca.

Con l’instaurarsi e il diffondersi del culto mariano lauretano, la cui tradizione unisce le due sponde, Camerino diventa punto obbligato di passaggio per i pellegrini che da Roma vogliono raggiungere il santuario, ma anche per quelli che, venendo da nord-est e percorrendo la costa adriatica fino a Loreto, si dirigono nella capitale della cristianità. 

Il ritorno delle città, la nascita delle Università, le nuove figure sociali degli artifices e dei mercatores, lo sviluppo delle manifatture e il processo di prima industrializzazione - come ha approfondito Emanuela Di Stefano - vedono Camerino, una delle cinque civitates maiores delle Marche, pienamente inserita nella circolazione degli uomini tra le due sponde: notai, mercanti, artisti, lapicidi e i cosiddetti “schiavoni”, soprattutto servi, contadini e artigiani.

Tra Roma e Avignone, tra Venezia e il Mediterraneo, le produzioni marchigiane di cotone tinto, carta, pannilana, zafferano, raggiungono i luoghi più distanti dell’Europa e del Mediterraneo, non solo per la via di Perugia-Firenze-Pisa-Genova, ma anche per quelle di Fano-Venezia e Ancona-Ragusa. In ambito regionale vige l’alleanza commerciale tra le città di Camerino, Ancona e Ascoli, rinnovata nel 1374 e nel 1474.

Tutto ciò mentre Venezia afferma sempre più la sua supremazia sull’Adriatico e la terraferma e la vicenda albornoziana restituisce ai Papi, rifondandolo, il loro Stato. Tra Roma e Venezia, tra Firenze e Napoli per la “via degli Abruzzi”, Camerino è dentro le relazioni politiche, economiche e culturali degli Stati d’Italia, anche grazie al protagonismo dei membri della dinastia varanesca, imparentati con le maggiori famiglie del tempo e impegnati nelle condotte militari: non solo con i Papi, Firenze o Siena, ma con i D’Angiò, Ladislao di Durazzo, Mattia Corvino, la Repubblica di Venezia, gli Aragona e i Papi Medici volti al controllo della fascia adriatica.

Non è, infatti, solo per riconquistare la Romagna ormai veneziana, ma anche per spezzare quella “lega tra Varano, Feltreschi, Della Rovere e Malatesti di Rimini” che Papa Alessandro VI muove il Duca Valentino, giacché - come dice Camillo Lilii - “fra tutti formavano una potenza di consideratione, accalorata dalla vicinanza per mare e per Terra dei Signori Venetiani, co’ quali Giulio [Cesare Varano] oltre al titolo della commune Nobiltà, godeva quello della benemerenza con la Republica, che gli haveva inalzato gli anni addietro una statua tra l’altre de’ Capitani più valorosi e benemeriti dell’istessa”. A Venezia, non a caso, si rifugiano Giovanna Malatesta e il giovane Giovanni Maria per sfuggire alle grinfie del Borgia.

Proprio Giovanni Maria Varano, divenuto duca e presa in sposa Caterina Cybo, nipote di Papa Leone X, riceve da quest'ultimo il titolo di conte di Senigallia, città sempre attenzionata e ambita dai veneziani, e quello di “Ammiraglio del Mare”, nell’ottica del rafforzamento del presidio pontificio sull’Adriatico in funzione anti-ottomana e anti-veneziana.

Camerino subisce a caro prezzo “il progressivo rafforzamento da parte del centro, di Roma, sulle terre pontificie”, per usare le parole di Ivetic, fino a reagire - al termine della stagione dei Papi medicei - con l’unione dei due ducati di Camerino e Urbino, in una sorta di contro-potere adriatico rispetto alla Roma di Paolo III Farnese. Un tentativo fallito, che costa la devoluzione del ducato alla Chiesa nel 1545. È la prima di una lunga serie di riappropriazioni di territori da parte del centro che determina la perdita di ruolo dell’Appennino e l’uniformazione delle Marche in una sorta di limes orientale dello Stato pontificio.

Questa periferizzazione dura fino al 1860, quando giunge a soluzione la questione italiana, ed è interrotta dalla sola istituzione del porto franco di Ancona nel 1732 e dalla stagione settecentesca della renovatio urbis, capace di dare lustro a nuovi centri emergenti della Marca come Loreto, Macerata e Senigallia. Il “lungo Ottocento dell’Adriatico”, come lo definisce Ivetic, che va dalla grande svolta rappresentata dalle campagne napoleoniche d’Italia, che determinano la fine della Serenissima (1797) e la destabilizzazione profonda dello Stato pontificio (trattato di Tolentino 1797 e battaglia di Tolentino 1815), fino allo scoppio della prima guerra mondiale (1918), costituisce anche - complici il grande terremoto del 1799 e la fine delle province di Camerino e Fermo nel 1861 - il lungo periodo d’incubazione del declino dell’Appennino e dell’inversione di ruoli con la costa, fino all’attuale percezione di marginalità.

Da ultimo, un riferimento al contributo dato dalla cultura camerte alla costruzione di quello che studiosi come Pietro Zampetti e Federico Zeri hanno chiamato "cultura" o “stile adriatico” nell’arte: da Olivuccio di Ciccarello, operante ad Ancona, ai maggiori esponenti della scuola pittorica camerte, Girolamo Di Giovanni e Giovanni Boccati, soggiornanti a Padova al tempo di Donatello e Mantegna, da Giovanni Angelo Di Antonio e Venanzio Da Camerino a Vittore e Carlo Crivelli, attivi tra Camerino e Ascoli Piceno, fino a Lotto, Bagazzotti, De Magistris, Tiziano e Tiepolo. Insomma, Camerino come Urbino è a tutto tondo uno dei centri del Rinascimento adriatico.

Infine, basterebbe riprendere in mano il “Catalogo degli uomini illustri” redatto a suo tempo da Milziade Santoni per avere idea dei personaggi camerti che hanno intessuto relazioni adriatiche: da Simonetto da Camerino a Paoluccio di Maestro Paolo, da Lorenzo il Cretico a Enea Corvino e Tommaso Seneca.

Dopo la fase in cui l’Adriatico ha conosciuto la nazionalizzazione delle sue sponde ed è divenuto frontiera della divisione internazionale del mondo (1914-1991), esso oggi è un’area strategica del processo d’integrazione europea, come dimostra l’istituzione della Macroregione Adriatico Jonica, e un punto di confluenza di dinamiche globali. L’Appennino è dentro questi processi, al pari delle aree interne dell’altra sponda.

Sentirsi, dunque, parte della “cultura adriatica” e coltivare un “pensiero adriatico come pensiero di confine”, frutto di un insieme di culture di periferia, al margine di qualcosa, ma autonomo, perché vocato alla ricerca inesausta della sintesi delle pluralità, appartiene molto più di quel che non si pensi all’Appennino e ad una città-territorio, il cui essere snodo interregionale l’ha resa nei secoli nobile.




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10 aprile 2020
SE SMETTESSIMO DI CHIAMARLA GUERRA?

Tra gli effetti indotti dall’epidemia di coronavirus ce n’è uno che ha particolarmente riguardato il linguaggio. Sto parlando della riabilitazione e diffusione della parola “guerra” e più in generale di espressioni belliche per definire il contrasto alla malattia.

E’ da tempo che la parola sta riguadagnando spazio nel linguaggio pubblico, se non altro perché i conflitti armati nel mondo non accennano a diminuire, e con la circostanza dell’emergenza sanitaria ha avuto un vero e proprio boom al punto da essere tornata sulle bocche di tutti a distanza di 75 anni.

Invasione, eroismo, trincea, fronte, medicina di guerra, economia di guerra, paese in guerra, dopoguerra, ricostruzione post bellica, sono varianti e declinazioni dello stesso concetto. Eppure esso non appare il più adatto per descrivere la situazione, né per far capire quanto sta succedendo, essendo molto più appropriate - ad esempio - le categorie di "catastrofe" o “calamità”, naturale o biologica, e del tutto sufficienti i termini come malattia, epidemia, infezione, virus, contagio, pandemia, già in sè potentemente tragici.

Perché allora non usare le parole giuste, non chiamare le cose con il loro nome? Dopotutto, sbagliando il linguaggio c’è il serio rischio di essere fuorviati e di sbagliare anche i comportamenti, i modi di agire e le soluzioni possibili al problema, ora e in prospettiva.

“La guerra è il tempo dell’odio”- ha scritto lo psichiatra Luigi Cancrini - “In guerra per sopravvivere si è costretti ad uccidere l’altro. Invece questo di oggi è il tempo della vicinanza e della solidarietà”. Non solo, la guerra viene dichiarata da un nemico da cui dobbiamo difenderci, la guerra è sempre guerra civile e fratricida, perché viola l’umano consesso e distrugge il legame di fraternità tra gli uomini.

Volendo assumere lo stesso linguaggio, siamo sicuri - ad esempio - che questa “guerra” ci sia stata dichiarata da qualcuno o piuttosto non siamo stati noi a dichiararla? Forse un nemico misterioso ha dichiarato guerra al nostro disegno di potenza?

Il linguaggio bellico esaspera la logica amico/nemico, cerca di rispondere così alla paura, indica un responsabile da combattere fino all’eliminazione e per raggiungere questo fine induce con ogni mezzo all’obbedienza e alla disciplina la propria parte, senza possibilità di contemplare alternative o cedimenti. Efficace, indubbiamente, ma profondamente diseducativo.

Infatti, nel far fronte alla “difficile emergenza”, che rappresenta un “pericolo globale” e una “tragedia collettiva”, e che come una “tempesta” ha smascherato le nostre false sicurezze - tutti termini questi adoperati dal Presidente della Repubblica e dal Papa, che evidentemente hanno fatto una diversa scelta linguistica - è importante contrastare e prevenire, curare e riabilitare, aiutare e ricostruire.

In ciò - come si vede - c’è ben poco di inevitabile, né il sacrificio è così ineluttabile come viene descritto. La sensazione, invece, è che - al di là del bisogno dei media di fare audience - ci sia qualcosa di autoritario nell’uso di certe espressioni, ovvero esse rivelano la volontà di potenza intrinseca al nostro modo di pensare e di essere. E, soprattutto, la nostra recidività e resistenza ad ogni cambiamento, a fare propria la lezione che questa vicenda inevitabilmente ci presenta. 

In altri termini, se dovessimo vincere questa “guerra” - come siamo impegnati a fare - che cosa vorrebbe dire, che possiamo continuare come prima? Giacchè i vincitori - fino a prova contraria - sono quelli che impongono ai vinti il loro modo di essere, di pensare, di vivere, insomma la loro cultura. Non dovremmo, piuttosto, evitare che ciò accada, dal momento che è proprio dalla prevaricazione che abbiamo fin qui operato nei confronti della natura che è nato il problema che ora c’investe?

L’approccio non è utile neppure per decifrare l’incerta e difficile prospettiva del dopo-epidemia. “Al tavolo della pace - ha scritto l’economista Giampiero Lupatelli - non siederanno vincitori e vinti. Tutti saranno vincitori del virus debellato e sconfitti per le macerie cumulate. Ma dal tavolo ci si alzerà diversamente vincitori, per l’efficacia, l’argomentazione e la lucidità della visione del futuro. Efficacia, argomentazione, visione, si costruiscono oggi”.

Sarà, dunque, la nostra capacità di cambiare a garantirci un futuro, non di certo le conferme che potremmo avere dall'aver superato il pericolo. Anche per questo dobbiamo usare le parole giuste, quelle che evitano di farci sbagliare i prossimi, decisivi, passi che muoveremo in un terreno fortemente accidentato. A meno che non ci si voglia addestrare fin d’ora ad uno scenario terribile.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 10/4/2020 alle 9:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 aprile 2020
EPIDEMIA E FINE DEGLI IDOLI

Tra gli slogan più ricorrenti in questi giorni funestati dall’epidemia di coronavirus non vi è solo: “andrà tutto bene” o “insieme ce la faremo”, ma anche: “nulla sarà come prima”. Tra esortazioni e moniti, ci si esercita ad immaginare il “dopo”.

Abituati a proclami e annunci che segnalano a ogni piè sospinto la fine e l’inizio di epoche, fasi, passaggi e momenti più o meno “storici”, assuefatti all’esperienza che ad essi segue quasi sempre ben poco in termini di reale cambiamento, il rischio peggiore è che questa emergenza finisca come la crisi finanziaria del 2008/2009, ossia con un nulla di fatto, anzi con un inasprimento delle condizioni di vita delle persone, soprattutto dei meno abbienti e dei più deboli.

Se c’è una cosa, invece, che l’emergenza pandemica ha prodotto, è la crisi di molti luoghi comuni o meglio “pregiudizi mentali”; quelli che Francesco Bacone chiamava idòla, distinguendoli in tribusspecus, fori e theatri.

La globalizzazione, che avevamo conosciuto sub specie del profitto, rivela inaspettatamente il lato misconosciuto, quello del bisogno, di cura, di prevenzione, e il connesso diritto alla vita e alla salute. Diritto la cui esigibilità viene reclamata ovunque, ma che non dappertutto si è in grado di soddisfare, dipendendo ciò dal livello di accessibilità e organizzazione sanitaria. Da questo punto di vista, la sperimentazione di modalità di coordinamento e condivisione planetaria delle risposte all’epidemia può aiutare l’affermarsi di una prima,vera, globalizzazione dei diritti.

Gli istinti di chiusura come forma di risposta a problemi che ci travalicano hanno mostrato il loro cortissimo respiro. Abbiamo potuto sperimentare, infatti, come è facile passare dall’altra parte del banco, quello dei discriminati, non appena gli italiani sono stati genericamente individuati come fonte di contagio e quindi respinti.

L’attacco alle istituzioni, che spesso ha assunto la forma dell'estenuante e stucchevole polemica contro la “casta”, le competenze, le conquiste scientifiche, ha dovuto prendere atto che le istituzioni, gli enti di cura e di ricerca, la comunità scientifica sono punti di riferimento irrinunciabili, fonte di orientamento collettivo e di risposta organizzata a problemi vitali.

Chi a lungo s’era eretto acustode dell’austerity economico-finanziaria ha visto cadere i suoi totem prediletti, il Patto europeo di stabilità e di crescita, sospeso per eccesso di “stupidità”, e la parità di bilancio, che non può essere messa alla stessa stregua del diritto alla vita.

Chi si era adagiato nella semplificazione privato=efficienza / pubblico = inefficienza, ha dovuto prendere atto che senza il Servizio Sanitario Nazionale, i suoi presidi ospedalieri e gli operatori sanitari non avremmo neppure abbozzato una resistenza.

Ora si lamentano le eccessive o non ben orientate razionalizzazioni della rete ospedaliera, le riduzioni di posti letto, l’assenza di dispositivi di sicurezza e l’insufficienza di tecnologie rispetto al bisogno crescente, ma non si ricorda quanto sia stata forte e prolungata nel tempo la battaglia contro i sistemi di welfare state, rappresentati come la“zavorra” che impediva di reggere la competizione internazionale.

Nel 2018, al termine di un anno decisamente sottotono, dovette intervenire la Presidenza della Repubblica per ricordare agli italiani che si celebravano i 50 anni di una conquista fondamentale, che con la Lg. n. 833 del 1978 aveva dato attuazione all’art. 32 della Costituzione.

L’articolazione regionale della sanità, poi, ha evidenziato come - ben al di là delle richieste di maggiore autonomia regionale avanzate dalle Regioni “virtuose” del Paese - vi siano principi di preminenza, coordinamento e uniformità che solo il livello centrale può assolvere.

Lo Stato, quella entità che è stata dipinta da almeno quattro decenni come il “problema” e non la “soluzione” o come la “bestia” da affamare, si sta rivelando l’unica àncora cui aggrapparsi; distributore di paracaduti certamente insufficienti, ma chi è in grado di fare altrettanto?

Il nodo che a lungo ha diviso le ragioni del lavoro da quelle della salute è stato forse definitivamente sciolto a vantaggio delle seconde, come dimostrano le prese di posizione di lavoratori e sindacati, e come hanno constatato le aziende rimaste operative alle prese con la carenza di manodopera, nonostante “l’esercito di riserva” determinatosi in questi anni.

Analogamente dovremmo aver capito che la crescita non può essere tutta orientata all’export, che è tempo di reshoring per molte attività e che occorre maggiore cura dei mercati interni, da quello europeo a quello di casa nostra, dove ad esempio la disponibilità di beni e tecnologie di primissima necessità non può essere affidata esclusivamente al flusso delle importazioni.

Allo stesso modo abbiamo visto come i territori di nascita, le città di origine o di provenienza, le famiglie costituiscano pur sempre il rifugio di ultima istanza, anche per i tanti che hanno fatto dell’ “altrove” una scelta, spesso necessitata e convinta, ma altre volte un po’ di moda.

E che pensare del plastico rovesciamento di ruoli tra Stati Uniti e Cina, con i primi chiusi a fronteggiare lo sviluppo del contagio in casa propria e l’altra prodiga di aiuti materiali, tecnologici e professionali ai paesi occidentali in difficoltà?

Si è discettato sulla diversa risposta delle dittature e delle democrazie alle questioni durissime poste dall’epidemia. La democrazia non può rinunciare, anzi ritiene co-essenziale la presa di coscienza dei cittadini e la condivisione delle scelte, e s’interroga su come far quadrare il cerchio tra salute, lavoro e libertà. L’Italia è stato il primo stato democratico a fare i conti con questa sfida, che l’accomuna all’Europa e che investe i sistemi universalistici di welfare, l’economia sociale di mercato e il senso della sua civiltà.

L’incognita più grande resta, però, quella economica: quali dimensioni avrà l’inevitabile recessione globale. Non siamo di fronte alla fine della globalizzazione, come vagheggiano alcuni, né alle “decrescite felici”. Politiche espansive e semplificate per salvare imprese e lavoratori e nuovi paradigmi economici improntati alla sostenibilità e alla solidarietà dovranno imporsi, se non vogliamo la scorciatoia di un inedito e autoritario darwinismo, complice uno sviluppo convulso degli eventi.

Per guidare la ricostruzione servirà una politica autorevole, una grande capacità riformatrice transnazionale e una forza che sappia raccogliere un largo consenso popolare. E’ una questione vitale per i popoli, ma molto difficile da accettare per chi finora ha alimentato gli idoli.

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 1/4/2020 alle 14:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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