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PASSIONE E IDEE IN REGIONE
22 agosto 2017
ALCUNE LETTURE ESTIVE O GIU’ DI LI’…
Cari Amici,inizierei questa piccola carrellata di libri con un romanzo storico ristampato: Pasquale Enrico Papiri, Liverotto Uffreducci Signore di Fermo, Zefirobooks 2012, pp. 175. Scritto nel 1891 da una figura dalla vita molto turbolenta, narra in salsa risorgimentale la vicenda di Liverotto da Fermo, caduto nell’inganno di Senigallia ordito da Cesare Borgia, e dell’emancipazione della sua città ad opera di un “carbonaro” Antonio Della Rovere. Gustoso.Poi l’ultimo libro di: Romano Prodi, Il piano inclinato, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 159. Arriviamo buon ultimi a ragionare sull’aumento delle diseguaglianze e sull’impossibilità di una crescita senza maggiore uguaglianza. Ci sono voluti Atkinson e Piketty, Krugman e Stiglitz, senza i quali diventa difficile pensare ad un reale rinnovamento programmatico delle forze democratiche e di centrosinistra che non sia affidato soltanto al dato anagrafico o all’effetto comunicativo. Prodi, da par suo, offre un contributo per niente scontato.Un altro romanzo storico, scritto da un giudice: Alfredo Luzi, Il casino di campagna, Italic Pequod, Ancona 2017, pp. 161. Ora che è terremotato come la sua città, Camerino, l’autore coglie l’occasione per pubblicare questo romanzo rimasto per anni in un cassetto e che trae spunto proprio dal casino di caccia o di campagna posseduto dalla sua famiglia, nel quale dalle tracce storiche rinvenute pare si fosse consumato sul finire del ‘700 l’amore tra la marchesa Margherita Sparapani Gentili Boccapadule e l’illuministra Alessandro Verri. Seguendo un’architettura degna dei migliori gialli storici e un metodo d’indagine consono all’autore, attraverso voci, rimandi atistici e progressive identificazioni, non prive di ironie, si dipana una trama avvincente e surreale che ci trasporta in una storia vera e nella scoperta di un territorio unico.Un libretto agile e ricco di dati quello di: Sandro Polci, I borghi avvenire. Visioni possibili per nuove economie, Il lavoro editoriale, Ancona 2017, pp. 95. Una riflessione sulla prospettiva dei borghi italiani, specie dopo il terremoto del centro Italia che ha colpito la parte più ricca di borghi, l’Appennino. Tra andamenti demografici difficili e segnali positivi di nuova economia all’insegna della soft economy, centrata su agroalimentare, turismo, enogastronomia e beni comuni, culturali-ambientali, il destino dei borghi non è ancora segnato. Ma il volontarismo dei singoli non sarà sufficiente, senza un grande investimento nazionale ed europeo sulle aree interne. E’ questo il salto di qualità da fare proprio a partire dai luoghi del sisma, laboratorio europeo della rinascita delle aree interne, rurali e montane.A proposito di borghi, Sansepolcro è quello di Piero Della Francesca. Carlo Bertelli dedica al pittore (e al borgo) un bel libretto: Piero. Un pittore per due nemici, Skira, Milano 2012, pp. 51. Piero Della Francesca è stato il ritrattista di due protagonisti del Quattrocento italiano, Sigismondo Pandolfo Malatesta e Federico da Montefeltro, acerrimi nemici. Il ritratto del primo e la Pala Montefeltro che ritrae il secondo sono i due capolavori qui commentati e ricostruiti nella loro genesi. Piero, pur lavorando per entrambi, non perderà mai la sua autonomia e indipendenza di “pittore e matematico”. Compare commentato nel libro anche il Trittico Sforza, opera del fiammingo Pierre van der Weyden, che influenzerà anch’esso Piero e che ritrae Alessandro Sforza, Costanza Varano e Rodolfo IV Da Varano. Qui sentiamo profumo di casa. Un balzo indietro nella storia, sempre alla ricerca delle glorie patrie, pur non menzionate… Una delle ultime opere di: Sebastiano Vassalli, Terre selvagge, Rizzoli, Milano 2014, pp. 300. La grandiosa vittoria di Caio Mario contro i Cimbri, popolo del nord che aveva imperversato per l’Europa dal Danubio ai Pirenei fino ad entrare nella pianura Padana dopo la rotta dell’esercito romano guidato da Lutazio Catulo alle Bocche d’Adige. Nel 101 a.C. ai Campi Raudi nel novarese la rivincita di Roma grazie alle truppe di Caio Mario che, dopo aver già sconfitto i Teutoni e gli Ambroni ad Aquae Sextiae, sconfisse un popolo che si riteneva invincibile, ma era in realtà diviso e logorato da un estenuante girovagare senza meta. La forza di Mario era nel suo esercito di italici, plebei e schiavi che agognavano alla cittadinanza romana, non l’esercito purosangue romano di Lutazio Catulo e Lucio Cornelio Silla, erede di tante vittorie, ma ormai insufficiente a difendere i confini di Roma. Inclusione e disciplina, questa erano le parole d’ordine di Caio Mario, le uniche che potevano rinsanguare la forza di Roma. E così fu. Caio Mario, un sostenitore dello ius soli.L’edizione con testo a fronte e curatela critica di una delle opere più tarde di: Bartolo Da Sassoferrato, Trattato sulla tirannide, Il Formichiere, Foligno 2017, pp. 133. Il grande giurista sente puzza di bruciato: la stagione dei liberi Comuni sta volgendo al termine, giacchè si stanno affermando poteri non legittimati o che agiscono senza la legittimazione del diritto e chi dovrebbe sorvegliare e garantire non lo fa, siano essi il Papa o l’Imperatore. Nelle città operano personaggi o famiglie che condizionano la vita civile e le scelte, talvolta anche in modo “tacitus et velatus”. Bartolo anatomizza il fenomeno dal punto di vista giuridico con sapienza ed essenzialità. Un libro da leggere con al fianco Il Principe di Machiavelli. Prefazioni dei vertici istituzionali della Regione Umbria. Un bel segnale.Infine, un libretto frutto di una lectio magistralis. E’ quello di: Tito Boeri, Populismo e Stato sociale, Laterza, Bari 2017, pp. 49. Tema attualissimo e dibattuto. In questo caso alla domanda sulla natura del populismo viene associata la riflessione meno frequente sulla crisi dello Stato sociale. Il binomio, invece, è molto interessante e rivela un bisogno di protezione, specie da parte di chi negli anni della crisi ha visto peggiorato il proprio status sociale. “C’è una ragione economica (la perdita di reddito e di sicurezza) e una motivazione di tipo culturale (la sfiducia verso le classi dirigenti) alla base della resurrezione dei populisti”, sostiene Boeri. Aumento delle diseguaglianze, paura del diverso, polemica verso le élites che non sono state capaci di risolvere queste questioni; illusione nuovista e direttista, attacco a corpi intermedi e partiti politici. Questo è il populismo. Boeri con argomenti semplici riesce a dimostrare come gli immigrati siano una risorsa (versano 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono solo 3 in forma di prestazioni), come l’Europa sociale sia la risposta alle diseguaglianze, come i corpi intermedi e i partiti siano l’antidoto al populismo, purchè sappiano autoriformarsi.



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8 agosto 2017
SAPREMO RICOMINCIARE
Ci sono voluti ben due romanzi storici e un lavoro di diversi anni per restituire alla comunità marchigiana la figura di Elisabetta Malatesta Varano (1407-1477), una delle donne più interessanti del Quattrocento italiano. E’ questo il merito di Clara Schiavoni che, prima con “Sono tornata” (Edizioni Simple, 2013) e poi con “Saprò ricominciare” (Affinità Elettive, 2017), ha tratteggiato la personalità e la vicenda di una donna il cui ricordo era finora relegato soltanto ad un breve saggio storico del 1911 di Bernardino Feliciangeli (1862-1921). Figlia di Galeazzo Malatesta, signore di Pesaro, e di Battista Montefeltro, letterata umanista, Elisabetta Malatesta sposa Piergentile Varano, della signoria di Camerino, e finisce per essere una protagonista della vita politica delle Marche del Quattrocento. Le tocca, infatti, affrontare una delle fasi più turbolente della vita regionale, quella che vede imperversare tra la Marca e l’Umbria gli opposti partiti dei bracceschi e degli sforzeschi, e la Chiesa essere in balia degli Stati italiani, in un rivolgimento che trova quiete soltanto quando con la caduta di Costantinopoli (1453) si arriva a siglare la pace di Lodi (1454), che per un quarantennio da un po’ di tregua alla nostra penisola. Dentro questo scenario complesso, Elisabetta ha la vita stravolta da una delle vicende più efferate che contraddistinguono un secolo sanguinario e stupefacente: il fratricidio di casa Varano (1433), indotto da Giovanni Vitelleschi, inviato nella Marca da papa Eugenio IV, che la costringe ad una prima fuga a Visso. Dopo appena un anno avviene la seconda fuga, a seguito della rivolta e dell’eccidio di ciò che resta della famiglia varanesca a Camerino, dove negli anni da 1434 al 1443 s’instaura un breve e turbolento governo dell’oligarchia mercantile. Dall’eccidio si salvano ancora una volta in maniera rocambolesca Elisabetta con i suoi pargoli, Costanza e Rodolfo, avuti dal defunto Piergentile, e Giulio Cesare, figlio invece di Giovanni e Bartolomea Smeducci; proprio i due cugini maschi, figli dei due fratelli uccisi, che Elisabetta riporta al governo della città di Camerino non appena gli eventi mutano e la tela diplomatica e politica da lei sapientemente tessuta con i maggiori personaggi dell’epoca, da Francesco Sforza a Federico da Montefeltro, produce gli auspicati frutti. La personalità di Elisabetta Malatesta Varano emerge da queste vicende via via più nitida e ricca, seguendo una scansione dialettica in cui la protagonista passa dall’ingenuità del primo amore, alla vastità del dolore, fino alla riconquista del potere, e da qui alla gloria che nasce dal riconoscimento degli altri e dalla considerazione del popolo, fino alle lacrime indotte dalla perdita delle persone più care e all’abbraccio della visione spirituale. Di grande forza sono i titoli scelti per i due romanzi. Essi hanno intercettato e sintetizzato, senza che l’autrice potesse prevederlo, due momenti della congiuntura regionale più recente, proprio attraverso il racconto letterario di una personalità dimenticata e oggi riscoperta, con grande rispetto delle pochissime fonti storiche disponibili. Il ritorno di Elisabetta, donna libera e giusta, è simbolicamente il ritorno delle aree interne nel dibattito pubblico, intese come luoghi della piccola e della grande storia, dalle enormi potenzialità, ricche di beni culturali e paesaggistici, di prosperità passate e di marginalità da superare. La ferma volontà di Elisabetta di ricominciare ci parla, invece, dell’oggi, del dramma del terremoto che ha colpito duramente i suoi luoghi, l’antica città e il tragitto della sua prima fuga da Camerino a Visso per la via di Pievetorina. Saprò ricominciare è, quindi, la parola d’ordine di chi oggi vive le aree interne e di chiunque auspichi, pensi e operi per la loro rinascita. Con il necessario orgoglio che viene dalle consapevolezza delle proprie radici e che, parafrasando Tiziano Ferro, ci fa ricordare al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare. Daniele Salvi



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24 luglio 2017
Dalla Quadrilatero alla città-territorio
Al recente seminario estivo e festival della soft economy di Symbola, a Treia, si è discusso in maniera ampia e convergente intorno al tema “dov’era, come sarà…”, per esemplificare quel “salto nella contemporaneità” – come ama dire Fabio Renzi, segretario della Fondazione – che l’Appennino ferito dal sisma dovrà fare per tornare a essere luogo di vita per tanti e attrattivo nel segno dello sviluppo sostenibile. Una questione, tuttavia, continua a dividere coloro che da qualche anno partecipano a questo appuntamento, senza che si riesca a fare passi in avanti, neppure dopo la drammatica novità del sisma. La questione è quella della “Quadrilatero”, l’asse di penetrazione interno Marche-Umbria, che prese il via all’indomani del terremoto del 1997 e che sta arrivando quasi a completamento. Voglio rassicurare, innanzitutto, il concittadino Sergio Francesconi, pendolare come il sottoscritto, che la Pedemontana non solo è interamente finanziata, ma si farà anche nel tratto su cui la stampa ha avanzato alcune incertezze che il Presidente della Provincia Antonio Pettinari ha subito fugato. Proprio sull’importanza di questo asse viario, che va a chiudere il quadrilatero costituito dalla SS3 Flaminia sul versante umbro, la SS77 Val di Chienti, la SS76 Vallesina e dalla Pedemontana appunto sul versante marchigiano, vorrei soffermarmi. Il sisma ha sottolineato ancora una volta quanto siano importanti gli assi trasversali, rispetto a quelli lungitudinali e costieri, per il rilancio dell’Italia centrale e dell’Appennino, ma soprattutto il quadrilatero che si va a costituire, a metà strada tra Adriatico e Tirreno, può rappresentare l’attrattore di nuovi flussi e nuove economie. Si pensa e si dice spesso che le superstrade ormai completate della SS77 e SS76 contribuiranno a spopolare, più che a riabitare, i Comuni che prima ospitavano nei propri centri cittadini il traffico…e lo smog! In realtà questo modo di ragionare non riflette adeguatamente sulle potenzialità della connessione che a breve si verrà a determinare e che, se accompagnata da altrettanto adeguati progetti di sviluppo locale e di valorizzazione territoriale, potrà fare la differenza, come avvenuto in altri periodi della storia proprio mediante l’innovazione viaria. Pensiamo, ad esempio, per rimanere ad un passato non remoto, allo sviluppo della ferrovia nella provincia di Ancona, la più industrializzata, e nel collegamento di realtà territoriali come il fabrianese e il civitanovese che dopo alcuni decenni sarebbero divenuti due tra i principali distretti industriali regionali e nazionali. Il quadrilatero che collegherà a distanza di un’ora circa Foligno, Gubbio, Fabriano e Camerino, senza considerare le direttrici Civitanova Marche-Foligno e Ancona-Perugia che aprono su Roma e Firenze, contribuirà a definire un’area geografica già ampiamente omogenea sotto vari profili e che diventerà sicuramente più integrata, ricca di potenzialità produttive, culturali, ambientali e sociali e degna di una riflessione di respiro strategico-territoriale, anche nell’ottica di un’attrazione degli investimenti. D’altra parte dobbiamo guardare con attenzione ai segnali di resilienza che vengono dal distretto meccanico fabrianese, dove operano multinazionali come Whirpool e fanno il loro ingresso altre come Electrolux, che ha annunciato di recente l’acquisto della Best, o l’interessamento della Marella per lo stabilimento ex-Indesit di Albacina. Penso che il terremoto ci abbia convinto tutti di un’altra necessità e cioè che nei nostri territori dobbiamo dare la priorità alle produzioni e al loro intreccio con i servizi evoluti. La diversificazione dell’economia verso altri settori (turismo) deve comunque preservare una base produttiva solida, soprattutto in territori esposti a rischi naturali come sono i nostri. La città di Camerino e il camerte hanno tutto da guadagnare dal far parte di questo quadrilatero, perché ne costituiscono uno dei vertici e perché Camerino ha avuto sempre la sua forza nell’essere snodo tra vallate e tra territori. Il punto vero è un altro, e cioè che mentre ai vertici di questo quadrilatero ci sono città di 32.000 abitanti come Gubbio e Fabriano, o di 57.000 come Foligno, Camerino ne ha a fatica 7.000! Il lungo e progressivo declino della città, che possiamo far risalire ad un altro pesantissimo terremoto, quello del 1799, e al contestuale rivolgimento della storia che lo accompagnò, ha reso Camerino soltanto un simulacro di ciò che era, benchè la sua vocazione continui ad essere quella di una città-territorio. Snodo tra vallate appenniniche e città-territorio, due aspetti da tenere ben presenti per ridisegnare il suo futuro. Oggi, in più, il terremoto ha aperto una questione nella questione, vale a dire la messa in discussione di una polarità urbana proprio su questo vertice del quadrilatero. Camerino fa parte di quei Comuni più colpiti, la cui struttura urbanistica è stata seriamente compromessa. La città andrà ricostruita e questo non avverrà in tempi brevi, inoltre la ricostruzione non sarà semplice, perché siamo di fronte ad una città in piedi, ma inagibile, antica e stratificata, da mettere in sicurezza antisismica. Camerino rappresenta un vero e proprio “caso di studio” e a suo modo sarà un “modello” di ricostruzione. Per tutti questi motivi la ricostruzione di Camerino non può essere disgiunta da un vero e proprio piano strategico che ripensi la città alla luce della sua vocazione di snodo tra vallate e città-territorio, ma anche di una prospettiva sostenibile e innovativa. Senza una polarità urbana è impossibile pensare ad un effettivo rilancio economico, sociale e culturale del territorio circostante. Per questo ho trovato molto singolare che negli incontri propedeutici alla elaborazione di un piano di ricostruzione della città che, almeno dal nome, ha l’ambizione di essere un piano strategico, sia mancato anche un solo tavolo in cui si desse voce agli attori del territorio e non solo agli abitanti della città. Si devono ascoltare gli abitanti e si devono riscostruire le case, le architetture e gli angoli più belli della città, ma se non si focalizzerà l’attenzione sul fatto che Camerino ha svolto sempre un ruolo per un ampio territorio e che questo territorio è parte integrante della scomessa in atto, temo che si ricostruirà una città più piccola e si proseguirà lungo quella direttrice che la storia ha già segnato, con grave nocumento per tutti. Mi permetto, quindi, di elencare una serie di questioni, ognuna delle quali meriterebbe un approfondimento specifico: 1) Se è vero che nel ricostruire va ripensata una polarità urbana, cioè un sistema efficace di relazioni (con la campagna, con gli altri Comuni contermini, con un sistema territoriale, con altre città più grandi, etc.) ciò non può che avvenire lungo l’asse Camerino-Castelraimondo, non per questioni campanilistiche, ma sulla scorta della nuova geografia delineata dal sisma e di studi specifici, come quelli del prof. Antonio Calafati. Se la risposta a questo tema impegnativo sarà, invece, la cementificazione della “cortina” camerinese, uno degli aspetti più caratteristici della città-territorio, o la nascita di un confuso urbano intorno a Madonna delle carceri, credo che si perda una grande occasione. Mi sento di suggerire, da questo punto vista, un maggior coraggio nella distribuzione delle scelte lungo l’asse suddetto (da Canepina a Torre del Parco), che potrebbero divenire tappe di un percorso servito da forme di mobilità moderne e sostenibili (come suggerito anche da Istao). 2) Dico subito, che non è mia intenzione proporre fusioni tra i due Comuni (che ho proposto per primo in tempi di pace…), ma ciò non significa che non dobbiamo pensare insieme e dare ordine a quella che sempre di più è una “conurbazione” in nuce; non solo perché molti cittadini di Camerino vivono oggi a Castelraimondo, ma perché Camerino e Castelraimondo sono poli di uno stesso sistema territoriale integrato. Lo dice l’analisi dei flussi (lavorativi, trasportistici, scolastici, sanitari, etc.) che sostanziano la relazione tra gli abitanti dei due centri e questo già da molto prima del sisma. Ma non solo, il rafforzamento di questo asse, nei tempi non brevi che avrà la ricostruzione, sarà essenziale per la tenuta di tutto il territorio montano, incluso quello più colpito, i cui abitanti potranno tornare a viverlo più agevolmente se avranno una offerta minima e sufficientemente ampia di servizi e opportunità a distanze ragionevoli. 3) Camerino è università, scuole, trasporti, sanità, cultura. Castelraimondo è residenzialità, attività produttive e commerciali, nodo ferroviario. Come si difenderanno, si organizzeranno e s’implementeranno questi servizi quando la solidarietà e l’attenzione particolare, dovuta ai duri effetti del terremoto, verranno meno e bisognerà camminare con le proprie gambe in un mondo che sarà ulteriormente cambiato? Pensiamo soltanto al saldo demografico, fattore fondamentale per la sostenibilità dei servizi sopra richiamati, o al dibattito sulla riorganizzazione sanitaria. Servono idee e progetti condivisi con il territorio e su questo l’apporto dell’Università, che rappresenta la vera specificità di Camerino all’interno delle città del quadrilatero, è fondamentale. 4) Infine, una considerazione sul fattore territoriale. L’orografia e l’estensione del territorio montano dell’entroterra maceratese è senza pari in ambito regionale per asprezza ed ampiezza. Sono ancora una volta i numeri a dirlo. Al contempo il livello di frammentazione istituzionale è eccessivo, per non dire parossistico, nonostante le iniziative assunte da alcuni amministratori più coraggiosi. L’andamento demografico di quasi tutti i Comuni è nel medio periodo impietoso. Il fattore territoriale può essere quello che ci aiuta a governare un processo di cambiamento, ma soltanto se sappiamo porlo sui tavoli delle decisioni in modo credibile e autorevole. Sappiamo quante difficoltà incontrano le operazioni di fusioni e/o incorporazioni tra Comuni. Potrebbe essere un primo passo, più fattibile, ricomporre intanto e unificare le Unioni dei Comuni, creando di fatto un “comprensorio” capace per territorio, Comuni e numeri di incidere sulle scelte che riguardano il futuro dell’entroterra. Daniele Salvi



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18 luglio 2017
BANANE FASCISTE (di Sergio Salvi)
Cari Amici, vi segnalo una lettura interessante e ironica per la vostra estate. Saluti. Daniele SERGIO SALVI: BANANE FASCISTE. BREVE STORIA DELLA BANANA ITALICA AI TEMPI DELL’AUTARCHIA - EDIZIONI AE/AFFINITÀ ELETTIVE (http://www.edizioniae.it/catalogo/banane-fasciste/) Realizzato dopo aver consultato quasi esclusivamente fonti bibliografiche d’epoca, questo piccolo libro ricostruisce ed analizza - tra rigore storico e leggera ironia - la vicenda delle banane prodotte nella Somalia Italiana durante il periodo fascista e in particolare negli anni dell’Autarchia. Le velleitarie ambizioni coloniali del fascismo trovarono nella produzione e nel monopolio commerciale della banana somala l’unico motivo di giustificazione ed esaltazione dell’opera di “civilizzazione” messa in atto dall’Italia nei suoi possedimenti in Africa. La banana della Somalia diventò, dunque, l’unico vero simbolo di un’avventura coloniale tanto enfatizzata dal regime quanto fallimentare nella sua nuda realtà. Il libro si apre con un’introduzione dedicata ai cenni storici sull’evoluzione del nome scientifico della specie, ai molteplici significati assunti dalla banana nel lessico comune e al posto che il frutto ha trovato in molti ambiti della nostra cultura. Partendo dalla proclamazione dell’Impero fascista, la vicenda della banana somala è ripercorsa toccando temi quali la produzione, il trasporto, il commercio e la propaganda dell’esotico frutto negli anni dell’Autarchia, fino al rocambolesco destino che toccò alle navi bananiere della Regia Azienda Monopolio Banane al momento dell’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale e all’atto finale dell’epopea bananiera nazionale, consumatosi nel 1963 con lo “scandalo delle banane” e la fine del monopolio.



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5 luglio 2017
LE AREE INTERNE TRA QUESTIONE TERRITORIALE E POST SISMA
Il libro di Enrico Borghi, “Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale” (2017), ha il pregio del punto di vista informato e d’insieme su un tema che da qualche tempo è ritornato nel dibattito pubblico. Dopo il 4 dicembre il nostro Paese si trova in una situazione di sospensione, rassenerato da un lato per il fatto che la Costituzione non è stata toccata, ma incerto sulle proprie gambe per il fatto che le forme dell’impianto statuale assumono sempre più sembianze nominalistiche piuttosto che sostanziali. Borghi concentra l’attenzione sulla cosiddetta governance pubblica multilivello che è ancora lontana da un assetto sostenibile e funzionale, se è vero che al rischio scampato del neocentralismo corrispondono però “autonomie” che vivono di finanza derivata, Regioni in grandissimo affanno, Province ancora scritte nella Costituzione ma in realtà aree vaste senza risorse, città metropolitane senza consistenza, Comuni le cui unioni esistono più sulla carta che nel concreto agire. Anni di polemiche sulla casta, i costi della politica, spending review fatte per tagliare la spesa più che per qualificarla, hanno prodotto un impoverimento del tessuto dei poteri locali e territoriali e favorito quella disintermediazione tra i flussi della globalizzazione e i luoghi del vivere che non vuole filtri tra quel che di bene o di male di volta in volta l'economia decide. Viene al pettine quella che Borghi definisce la “questione territoriale come grande questione nazionale” che va affrontata passando dalle grandi riforme alle riforme possibili, dalla discussione sui contenitori ai contenuti, cioè alle politiche, e attraverso una nuova fase ri-costituente che prenda di petto il tema del governo del territorio concentrandosi su quella parte d’Italia rappresentata dalle “aree interne”, rurali e montane, che per i fenomeni anticipatori di declino o di vantaggio costituiscono l’essenza stessa del problema da affrontare. L’autore, che è stato sindaco e presidente nazionale dell’Uncem, e che oggi è parlamentare del Pd e referente per il Governo della Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI), ideata dall’ex Ministro Fabrizio Barca, ripercorre in primo luogo la vicenda storica delle aree interne nel nostro Paese in stretta relazione con il suo sviluppo economico e sociale e con l’evoluzione legislativa, istituzionale e amministrativa che le ha riguardate. Vengono, così, richiamate la “legge Serpieri” del 1923 sulla forestazione, il rivoluzionario art. 44 della Costituzione Repubblicana, che in relazione alla montagna richiama la necessità di “equi rapporti sociali” e di un “corretto sfruttamento del suolo”, lo “schema” Vanoni di sviluppo nazionale (1955), preceduto dalla lg. 991/52 (Fanfani) sulla montagna e dalla lg. 959/53 (Vanoni) sui bacini imbriferi montani, l’esperienza dei Consigli di Valle di Giulio Pastore, il Piano Verde e la nascita delle Regioni. Le aree interne e montane finiranno per essere assimilate in quanto “aree depresse” al sud del Paese e la loro specificità fagocitata dalla straordinarietà divenuta strutturale dell’intervento per il Mezzogiorno. Con la nascita delle Regioni e delle Comunità montane (lg. 1102/71) si apre una nuova stagione. Gli italiani ormai sono scesi nelle valli e lungo le coste o emigrati dal sud al nord del Paese per abitare le città della produzione fordista o l’urbanizzazione diffusa dei nascenti distretti industriali. Gli anni Novanta partoriranno, invece, la lg. 97/94 sulle zone montane e la stagione della programmazione territoriale (i “patti territoriali”). Con la riforma costituzionale federalista (lg. cost. 3/01) le Comunità montane saranno escluse dall’art. 114 della Costituzione, mentre l’art. 117 renderà di fatto le politiche di sviluppo per la montagna una funzione cedevole in mano alle Regioni. Sono gli anni della soppressione del Ministero per le Politiche agricole e forestali, dell’esplosione della frammentazione legislativa regionale, della persistenza di enti, agenzie e strutture che svuotano di compiti e funzioni le istituzioni preposte, mentre viene azzerato il Fondo nazionale per la montagna (nel 2010) e quello ordinario statale per le Comunità montane. Siamo ormai dentro la “grande glaciazione”… Con il Dlg 78/2010 e poi con la legge Delrio del 2013 si tenta un riassetto per alcuni versi inevitabile e per altri funzionale alla logica della disintermediazione e dello svuotamento: nascono gli enti territoriali di area vasta, le città metropolitane e le unioni dei Comuni, montani e non. Con la nuova programmazione europea 2014-2020 prende il via la stagione delle “strategie”, in primis quella sulle Aree interne, che sembra prefigurare finalmente una politica nazionale per il territorio fatta di analisi, partecipazione, proposte, intervento dal centro e dai luoghi, servizi essenziali (scuola, sanità, mobilità, accessibilità) e progetti di sviluppo territoriali che puntano sull’intercomunalità e sul rafforzamento della rete tra territori periferici e città regionali, che - al di là delle città metropolitane – rappresentano l’intelaiatura più autentica del Paese. Ma qual è l’analisi che Borghi fa della situazione delle aree interne oggi? I problemi li conosciamo: spopolamento, denatalità, invecchiamento, presenza immigrata in calo per le conseguenze della crisi. Ci sono circa 200 Comuni a rischio estinzione e il terremoto del centro Italia ne ha aggiunto con ogni probabilità qualcuno in più all’elenco. Il raffronto tra i dati dei censimenti del 1951 e del 2011 lasciano intendere che in un arco decisamente inferiore di tempo molte comunità diventeranno residuali o scompariranno. La causa di ciò è nell’assenza di opportunità, di lavoro innanzitutto: nel periodo 2010-2014 la perdita di popolazione giovanile (0-24 anni) nelle aree interne è risultata più che doppia rispetto alla media nazionale e da sola rappresenta in termini numerici quasi la metà della perdita, pur rappresentando un quarto del totale della popolazione. Allo stesso modo la diminuzione della popolazione in età di lavoro è di due volte e mezzo più intensa di quanto avviene a livello nazionale. La crescita più contenuta dei grandi anziani si deve soltanto al fatto che la base di partenza è molto più ampia che altrove. Queste dinamiche demografiche e sociali mettono in crisi il sistema di welfare e rappresentano una sorta di acutizzazioni anticipatrici dello scenario che riguarderà in un arco di tempo più lungo l’intera società italiana e in parte quella europea. Il terremoto ha amplificato e accelerato questi processi in un pezzo rilevante dell’Italia. La ricostruzione, che Borghi ha ben presente nel libro (vedi pp. 66-67), potrà essere un “modello” - come spesso si dice – se saprà soprattutto dare risposte a queste criticità, ben oltre la fisicità degli abitati. La stessa esigenza di ricostruire le istituzioni territoriali, che per l’autore rappresenta la sfida riformista dopo l’esito negativo del referendum costituzionale, è stata amplificata dall’emergenza sismica. Infatti, la fragilità della governance pubblica multilivello, sopra richiamata, è stata un fattore non secondario delle difficoltà finora incontrate. Resta, quindi, aperto il tema del livello intermedio di governance tra Comuni e Regioni. Oltre che per la ricchezza dei dati, il libro di Borghi è utile perché ci offre uno spaccato di come questo tema è stato affrontato e in alcuni casi risolto in altri grandi paesi europei come la Francia, la Germania, la Spagna, l’Austria e la Svizzera. Scopriremo, al di là del qualunquismo di casa nostra, che tutti si sono impegnati nella riforma di un complesso articolato di poteri istituzionali locali sovracomunali, conferendo ad essi competenze e risorse. L’autore rifugge da soluzioni standardizzate e ideologiche (il limite dei 5000 abitanti o le fusioni ad ogni costo), preferendo da un lato l’individuazione di bacini amministrativi territoriali omogenei (se ne potrebbero individuare 1000/1500 tenendo conto ad esempio dei Sistemi Locali del Lavoro) e dall’altro lato un ruolo attivo del centro nelle politiche di sviluppo e in quelle di riordino istituzionale e amministrativo: “Lo Stato deve essere un convinto accompagnatore, una sorta di allevatore, un soggetto che promuove la crescita dei soggetti comunali sui territori” (p.78). Da questo punto di vista andrebbe considerata anche una “riabilitazione” degli enti territoriali di area vasta che potrebbero occuparsi utilmente non solo di strade e scuole, ma essere anche centrali di committenza, progettazione europea, servizi informatici e formazione a servizio dei Comuni. L’esperienza del sisma in un territorio orograficamente difficile, che ha in larga parte le criticità tipiche delle aree interne, che sconta un deficit infrastrutturale e un’altissima frammentazione istituzionale, elementi oggi tutti drammaticamente acuiti, deve farci prendere coscienza che non possiamo affrontare la prospettiva così come siamo. In molti casi a fronteggiare la catastrofe si sono trovati un sindaco, un tecnico e un paio di operai comunali. Stiamo parlando di eroi civili, senza dubbio, che non smetteremo mai di ringraziare. Purtuttavia, sappiamo con Brecht che “sventurato è quel paese che ha bisogno di eroi”. Passare, invece, dai contenitori ai contenuti significa lavorare sulle green communities, sulle oil free zone o sull'amianto free zone, sul pagamento dei servizi ecosistemici che le aree interne offrono in primo luogo a quelle urbane, sulla riforma dei parchi e delle aree protette, sull'agricoltura di montagna, gli usi civici e le cooperative di comunità, su una legge coraggiosa per i piccoli Comuni, sull'intreccio tra settore primario e settore culturale-turistico coinvolgendo i giovani, sull'addizionale idrica per il finanziamento di opere in montagna, sulla realizzazione degli alberghi diffusi, sull'integrazione degli immigrati, sulla manutenzione del territorio contro il dissesto idrogeologico e per la sicurezza sismica. La crisi climatico-ambientale e la crisi fiscale dello Stato - sostiene Borghi – sono eredità del Novecento e possono essere affrontate soltanto partendo dall'assunto che le aree interne sono in vantaggio rispetto a dove ci sono 540 abitazioni per Kmq, come nelle coste italiane. Bisogna, però, non avere tentennamenti, spingere sull'innovazione sociale, istituzionale ed economico-produttiva. Nella convinzione che anche e soprattutto per le aree interne vale il fatto che “il senso di appartenenza a una comunità non si forma più soltanto all'interno di ambiti territoriali ristretti, ma in reti aperte alla contaminazione globale” (p.150). Daniele Salvi



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29 giugno 2017
BERNARDO BITTI: UN GESUITA NELLA MONDIALIZZAZIONE

In un libro di Serge Gruzinski uscito quest’anno e intitolato “Abbiamo ancora bisognodella storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato” ci si interroga su come sia cambiata la riflessione e il mestiere dello storico nell’epoca dell’istantaneo e del globale, quando il passato - se non vuol essere espunto e ritenuto inutile alla vita - deve necessariamente essere riletto alla luce di quella che Paul Ricoeur ha chiamato la “memoria critica”, diversa dalla “memoria-ripetizione” (P. Ricoeur: “L'Europa e la sua memoria”, Morcelliana, Brescia 2017, pp. 45).

Gruzinski cerca di far dialogare passato e presente e di decentrare lo sguardo, aprendo, reinquadrando e riconnettendo fatti e narrazioni alla ricerca di una possibile storia globale. Non quella che finora ha coltivato l’Europa, incapace persino di scrivere una comune storia di sé, ma quella che deve tener conto delle storie degli altri e che per questo è pronta a far cadere schematismi e pregiudizi. Lo storico francese, in linea con i suoi studi prevalenti, ritiene che nel Cinquecento e in particolare nella rotta verso Ovest risieda l’essenza della prima globalizzazione e la nascita di una “coscienza mondo”, la quale ha contribuito a conferire all’Europa una prima percezione di sé proprio a partire dal confronto con il resto del mondo.

Spagnoli, portoghesi, ma anche italiani sono i protagonisti dell’espansione europea e della conquista del Nuovo Mondo, elementi questi che rappresentano la vera novità della prima mondializzazione, dove non tutto è orrore e sopraffazione, ma anche scambio e reciproca contaminazione di culture. A quel tempo, chi volgeva lo sguardo ad Ovest era non solo interprete dello spirito del tempo, ma anche precursore della mondializzazione per come la conosciamo oggi. Molto più di chi guardava ad est, méta da sempre attenzionata - dall’epoca classica a quella medievale e moderna - quale parte del mondo noto.

“E’ alla volta dell’Ovest - dice Gruzinski - che si imbarcano conquistadores, missionari, avventurieri, pirati, funzionari, artigiani e anche artisti” (p. 98-99). Tra questi ultimi Simon Pereyns in Messico, ma anche il camerte Bernardo Bitti (1548-1610) in Perù e non solo. L’arte non è più un prodotto “europeo”, ma diventa “occidentale”, e avrà una funzione decisiva nella costruzione di questa nuova cultura.

Aloisio Bernardo Giovanni Democrito Bitti nasce a Camerino nel 1548 da Paolo e Cornelia, ha sei fratelli (due maschi e quattro sorelle di cui una suora), studia pittura a Roma e nel 1568 entra nella Compagnia di Gesù. Viene inviato in Perù per mettere la sua arte a servizio dell’evangelizzazione, dopo un soggiorno a Siviglia, tra il 1573 e il 1574, s’imbarca a Sanlucàr de Barrameda, dove lascia alcune sue pitture, e giunge a Lima nel 1575. Dopo Lima viene mandato nella varie missioni del Perù: nel 1584 è a Juli sulle sponde del lago Titicaca, nel 1585 è a Cuzco, l’antica capitale degli Incas, di qui passa all’Audienciade Charcas (l’attuale Bolivia), a La Paz, a Potosì, a Chuquisaca capitale dell’Audiencia, si alterna con Lima, lavora per le città di San Lorenzo e Santa Cruz. Nel 1600 torna a Lima, poi si reca a Arequipa nella valle peruviana e nel 1605 è a Huamanga (l’attuale Ayacucho). In tutte queste località lascia numerosi segni della sua arte. Muore nel 1610, lo stesso anno del maceratese Padre Matteo Ricci, suo contemporaneo (nasce nel 1552) che era partito per la Cina nel 1578 da Lisbona.

La produzione artistica del Bitti è sterminata, soprattutto pitture ma anche sculture. Essa eserciterà un forte influsso sul successivo sviluppo della pittura ispano-americana fino al XIX secolo. Bitti lascia discepoli e continuatori, una vera e propria scuola, specie tra i gesuiti. Queste notizie, oltre all’elenco ricchissimo delle opere che è stato possibile attribuirgli, sono rinvenibili nel Dizionario Biografico degli Italiani. Le Vergini dei suoi quadri sono “della candela”, “della pera” e “con l’uccellino”, con evidenti riferimenti all’opera del Crivelli che in alcuni casi aveva sicuramente potuto ammirare nella sua città di origine. Altri riferimenti per la sua arte sono Michelangelo, che muore nel 1564 durante gli anni dell’apprendistato artistico del Bitti, El Greco, che lavora a Siviglia negli stessi mesi del soggiorno del Nostro in quella città, la scuola romana degli anni 1560-80 e forse il pittore spagnolo Louis de Morales.

La funzione delle immagini è decisiva nella conquista del Nuovo Mondo, per questo vengono ingaggiati numerosi artisti che devono essere necessariamente molto prolifici. L'arte ha la funzione di colonizzare l’immaginario dei nativi, ma anche di formare i concetti di tempo e spazio, di storicità e rappresentazione, di promuovere la coesione sociale e una identità rinnovata. Nel 1572 Padre Diego de Bracamonte, ritornato dal Perù, si rivolge in questi termini a Padre Everardo Mercuriano, Generale dell’Ordine della Compagnia di Gesù: “Lo mucho che pueden para con los indios la cosas exteriores, de suerte que cobran estima de las espirituales conforme ven las segnales externas y el mucho provecho que sacarìan de ver imàgenes que representasen con majestad y hermosura lo que significan, por que las gente de aquella naciòn se va mucho tra estas cosas”. Per questo nel giugno del 1573 si decide che “andano per la America il Dr. Montoya, Anans, Suarez e Bracamonte, e i fratelli Marco, Bernardo, Antonio Lopez e Antonio Marquina” (devo queste informazioni alla lettura di uno scritto di Franz Grupp che mi è stato gentilmente messo a disposizione dall’amico Massimo Costantini).

Traspaiono nelle parole di Padre Bracamonte, da un lato, la forza e l’influenza che il codice delle immagini rese nello stile europeo ha sulle popolazioni indigene,  e, dall’altro lato, l’attenzione propria dei Gesuiti nel rendere il mezzo quanto più capace d’imporsi e di aderire alla finalità dell'evengelizzazione. Bernardo Bitti rappresenta un esempio originalissimo di spiritualità attraverso la produzione artistica. Il suo è quasi un manierismo didascalico e geometrico, dove i visi e gli sguardi esprimono dolcezza e delicatezza, gli sfondi sono irreali, i personaggi luminosi, i penneggi degli abiti assumono forme e lineamenti geometrici.

Ci sono stati dei Gesuiti che dovettero vestire “come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori”, come dice Franco Battiato in una sua celebre canzone, e altri che hanno potuto dispiegare senza travestimenti la loro azione. Sono state due modalità di quel processo di “inculturazione”, che fu anche di "occidentalizzazione”, e che ebbe come protagonisti due religiosi contemporanei e conterranei, figli di due città, Macerata e Camerino, in passato rivali e che oggi devono collaborare nella sfida - seppur differenziata - di una comune rinascita. Figli entrambi delle Marche, regione aperta non solo ad Est, verso il mare e la Cina, ma anche ad Ovest, verso “gli Appennini e le Ande”.

Un unico aspetto stona in un artista tanto prolifico come Bernardo Bitti; è possibile che non abbia lasciato neppure un'opera nella sua città natale? Il quesito penso che meriterebbe un qualche approfondimento.

Daniele Salvi

 




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27 giugno 2017
Alcuni mesi...alcune letture.
Cari Amici, vi segnalo alcune letture che ho fatto in questi mesi e che spero siano di vostro gradimento. La prima riguarda un libretto sulla modificazione creativa dei territori: Marc Augè - Vittorio Gregotti, "Creatività e trasformazione”, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2016, pp. 75. L’inventore del non-luogo e uno dei più grandi architetti italiani dicono la loro su globalizzazione, paesaggi, creatività e rapporto nuovo tra uomo e natura. La seconda è: Serge Latouche, “La decrescita prima della decrescita”, Bollati Boringhieri, Torino 2016, pp. 202. Si tratta del tentativo di individuare “precursori e compagni di strada” di una teoria, quella della decrescita, che continua a “provocare” il pensiero alla ricerca di una società diversa, altra dalle assurdità del modello di sviluppo capitalistico, purchè però non ci venga proposto il ritorno al mito del buon selvaggio! La terza riguarda: Sabino Cassese, “Territori e potere”, Il Mulino, Bologna 2016, pp. 130. L’illustre giurista cerca di delineare un nuovo ruolo per gli Stati nello scenario di una globalizzazione che ha determinato diverse cessioni di sovranità e che con le sue dinamiche e i suoi nuovi organismi, come l’Unione Europea o le corti internazionali di giustizia, incide a sua volta sulla vita degli Stati e sul riconoscimento effettivo dei diritti, in primo luogo quelli di cittadinanza. Gli Stati non sono morti, ma devono ritagliarsi un nuovo ruolo rispetto ai livelli sovrastatali, i quali a loro volta -perché possano sopravvivere e rafforzarsi- hanno bisogno di democratizzarsi. La quarta lettura è davvero toccante: Etty Hillesum, “Diario 1941-1943”, Adelphi, Milano 1985, pp. 260. Il diario di una giovane intellettuale ebrea morta ad Auschwitz nel 1943 (insieme ai genitori e al fratello) e che rappresenta un inno alla vita ed esprime una fiducia profonda nella sua bellezza, nonostante l’orrore. Anzi la bellezza della vita splende ancor più di contro all'annientamento! Etty descrive l'orrore nelle “Lettere da Westerbork”, mentre nel “Diario” emerge tutto il suo amore per la vita e per gli altri. Avviene in queste pagine una sorta di sublimazione di quella che è una certezza intrisa del dialogo con il Dio che sta al fondo della coscienza di ciascuno di noi. La quinta è molto utile: Anna Giunta – Salvatore Rossi, “Che cosa sa fare l’Italia”, Laterza, Bari 2017, pp. 230. Si tratta della descizione analitica, non disgiunta da proposte, sulla nostra economia dopo la grande crisi. Un libro che i cosiddetti “stakeholders” dovrebbero conoscere per capire cosa ciascuno può fare o - quantomeno - abbozzare in termini di soluzioni ai problemi più o meno recenti che impediscono il rilancio dell’Italia. La sesta riguarda un libretto molto denso: Massimo Cacciari – Bruno Forte, “Dio nei doppi pensieri”, Morcelliana, Brescia 2017, pp. 51. Una riflessione a più voci sull’attualità del pensiero filosofico e teologico di Italo Mancini, pensatore degli estremi e dell’analogia per Cacciari e maestro per Piergiorgio Grassi, che firma l’introduzione. La settima è: Clara Schiavoni, “Saprò ricominciare”, Affinità elettive, Ancona 2017, pp. 195. Il secondo romanzo, dopo “Sono tornata”, sulla figura di Elisabetta Malatesta Varano, una figura femminile del Quattrocento italiano e marchigiano, riscoperta dall’autrice. Titolo molto suggestivo, “Saprò ricominciare”, che è di auspicio e sprone per tutti, in particolare per le popolazioni che vivono oggi i luoghi di Elisabetta, colpiti duramente dal sisma. Infine, l’ottava lettura riguarda: AA.VV., “Risorse e territorio”, a cura di E. Di Stefano e C. E. Gentilucci, Esi, Napoli 2016, pp. 267. Si tratta di una raccolta di saggi su cibi, colture e sperimentazioni nell’Appennino centrale tra Medioevo e contemporaneità. Forte il taglio interdisciplinare del volume che insiste sulla ricchezza di prodotti e tipicità nelle aree interne delle Marche centrali, ricchezza che può costituire occasione di ricerca e investimento per il rilancio di un territorio terremotato. Unire all’opera di ricostruzione un progetto di sviluppo è fondamentale e le produzioni qui studiate, sia in termini storici che scientifici, rappresentano sicuramente una risorsa funzionale allo scopo. Un caro saluto a tutti e buona lettura! Daniele



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21 marzo 2017
IL CARATTERE DEI MARCHIGIANI

Per un’antropologia del sisma

Sembrava che il terremoto fosse venuto a visitarci una volta e, fatta la ricostruzione dopo il 1997, non fosse possibile riviverlo o quantomeno che ne fossimo divenuti immuni.

E invece no, così non è stato; anzi, il terremoto è tornato a farci visita in modo più invadente e distruttivo. Eppure la nostra terra è sismica da secoli, da millenni, da sempre. E ogni volta esorcizziamo il problema, confortati dal fatto che è “passato”.

Il punto è che non traiamo insegnamento dall’esperienza e non abbiamo la costanza, oltre l’emergenza, di perseguire l’obiettivo della messa in sicurezza delle città, dei centri storici, dei borghi, degli insediamenti umani e del territorio.

Nonostante questo, il terremoto ha forgiato nei secoli il carattere dei marchigiani. Riflettendoci bene è forse proprio all’esperienza frequente e ogni volta angosciante del terremoto che i marchigiani devono alcuni tratti del loro modo di essere. A cominciare da quel rapporto di amore e odio con il proprio passato, che sconfina a volte nell’anaffettività.

I marchigiani non sono come i toscani e gli umbri, così attenti nella cura delle tracce del passato, fino al punto di averne fatto una vera e propria economia. I marchigiani nutrono un segreto amore, mai esplicitato fino a farne una pedagogia, per il loro passato, ma preferiscono non attaccarvisi, perché sanno che sarebbe un affetto vano, prima o poi messo a dura prova e fonte di dolore. Essi prediligono non curarsene più di tanto e tendere a ciò che è funzionale ed essenziale.

Sì, la stessa ricerca dell’essenziale nel modo di essere e nelle cose che si fanno è rintracciabile persino in quel tipico e ordinato modo di forgiare il paesaggio. L’essenzialità in quasi tutti gli aspetti della vita risponde ad un senso di praticità che s’impone quando si vive un’esperienza come il terremoto, che ci obbliga a vivere istante per istante, giorno per giorno, con a disposizione solo ciò che strettamente serve e ogni cosa in più rischia di essere vanificata nel giro di pochi istanti.

A Camerino, ad esempio, non sarebbero stati concepibili i torricini del palazzo ducale di Urbino e l’essenzialità delle costruzioni signorili rispondeva più all’esigenza di dover fare i conti con la natura, che alle ambizioni di gloria, pur non secondarie. E che dire di quel tratto tutto marchigiano che intende la felicità più come l’assenza del male, di preoccupazioni e stati cogenti, che come una conquista da conseguire? La felicità per i marchigiani è uno stato di ben-essere e di appagamento che nasce dall’aver fatto ciò che si deve, con fatica e paziente tenacia, e dallo stare in tranquillità, non tanto dall’aver ottenuto un agognato di più.

Questa è forse anche la ragione della tante volte richiamata “medietà” marchigiana, quel farsi bastare ciò che si ha, quel non osare più di tanto e non cercare per principio il primato. I progetti, le smanie di gloria, i marchigiani amano coltivarli quasi in “religioso” silenzio, in segreta solitudine o tutt’al più nell’alveo rassicurante della famiglia. Nella “medietà” sta anche il punto d’innesto di una religiosità che tende a dare ad ogni cosa il suo peso e conserva una forte venatura superstiziosa. E da dove viene quel tratto malinconico che il marchigiano si porta sempre con sé? E' soltanto un'influenza slava o mitteleuropea che si è estesa al di là delle sponde del mare Adriatico?

Con l’occasione del sisma abbiamo compreso perché i Monti Sibillini hanno un che di misterioso, una luminosità mai disgiunta dal pittoresco e dal tremendo, e perché la loro toponomastica è un coacervo di termini pagani, cristiani, e ogni cosa rimandi al bene o al male, e le storie che li popolano racchiudano riti, scongiuri, sottomissioni e redenzioni. C’è da sperare che quei monti non si risveglino, altrimenti sono guai! Abbiamo capito, inoltre, che la storiografia ha incrociato troppo poco sulla sua strada i terremoti, i quali invece non di rado hanno deciso la sorte degli uomini, delle schiatte e delle città, più di tante altre cause spesso ipotizzate.

Ora, però, si tratta di ri-nascere e sarà complesso come poche altre volte è stato nella lunga storia dell’Appennino marchigiano. Se riuscissimo ad evitare tre casi limite che la storia più o meno recente ci tramanda, potremmo dire di avercela fatta.

Il primo caso è quello dell’inglese Thomas Adolphus Trollope (1810-1892) che nel suo viaggio “quaresimale” tra l’Umbria e le Marche nel lontano 1862 sottolineava come a Camerino si scorgessero ancora le ferite del terremoto del 1799. Erano passati più di sessant’anni. Un obiettivo potrebbe essere quello d’impiegare oggi lo stesso tempo della ricostruzione del 1997, dieci anni circa. Sarebbe un successo! Il secondo caso è quello della Rocca di Sentino, fortezza, residenza rinascimentale e prigione, dove nel 1444 si svolsero le nozze tra Alessandro Sforza e Costanza Varano, alle quali -dicono le fonti- convennero i principi di tutta Italia; ingabbiata per venti anni dopo il terremoto del 1997 è ora crollata in modo colpevole e definitivo. Era già successo qualcosa di simile con un’altra fortezza, la torre di Beregna. Il terzo caso è quello di riuscire a far godere ad un prossimo Ministro dal terrazzo di Palazzo Battibocca, che andrà ancora una volta restaurato, non tanto il brullo pianoro d’Aria, quanto il panorama della sinclinale camerte che arriva fino alla Gola della Rossa. Basterebbe fare in modo che un brutto condominio anni Sessanta, crollato con il sisma, non venga ricostruito lì di fronte a sbarrare lo sguardo e a tarpare le ali del pensiero.

Ce la faremo? Lo spero. Intanto iniziamo a ricomporre con ogni mezzo le comunità disperse dell’entroterra. E’ questa la priorità delle priorità.

 

Daniele Salvi




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13 marzo 2017
GIUSEPPE BELLI

"Nei giorni scorsi si è tenuta una iniziativa in memoria di Giuseppe Belli (1944-2009) a cui -pur invitato- non ho potuto partecipare. Di seguito il mio intervento che ho inviato agli organizzatori".
 

 

GIUSEPPE BELLI (1944-2009): PROFILO DI UN MILITANTE

 

Ha fatto bene la Fondazione "Giuseppe Belli", appena ritrovata la sua piena operatività, a ricordare la figura del militante politico che le dà il nome. In quel 2010, a pochi mesi dalla morte di Giuseppe, fu spontaneo per me e fu condiviso da tutti coloro che parteciparono alla costituzione della Fondazione proporre l'intitolazione del nuovo soggetto giuridico alla sua memoria. Infatti, Giuseppe si era speso per darle vita, curandone l'avvio e seguendone i primi passi. Essa oggi può essere uno strumento utile a coltivare la storia della sinistra sul territorio e a promuovere occasioni di riflessione e iniziative politico-culturali per continuare a interpretare con serietà e rigore il mondo e non rinunciare all'ambizione di cambiarlo.

A quest'ultima fatica, la costituzione della Fondazione, la quale è proprietaria tra l'altro del cospicuo patrimonio immobiliare della storia del Pci, del Pds e poi dei Ds della nostra provincia, Giuseppe si era dedicato, dopo essere stato durante la mia segreteria -dal 2001 al 2007- il Tesoriere provinciale del partito. La sua lunga esperienza di amministratore a Tolentino, città fino a qualche tempo fa emblema della capacità di governo della sinistra (comunista, laica e socialista) nella provincia di Macerata, e la sua affabilità mi spinsero -appena divenuto Segretario provinciale dei Democratici di Sinistra della Federazione di Macerata nel Congresso del 4 novembre 2001- a pensare a lui come la persona giusta per assolvere a quel delicato ruolo.

Giuseppe fu sicuramente un militante, animato da passione sincera, volta al rafforzamento del partito, impegnato nel tesseramento così come nell'organizzazione. Un militante che non nascondeva la sua ambizione per assolvere ruoli a cui si dedicava senza risparmio di energie e di tempo, come la sua famiglia ben sa! Ma Giuseppe fu particolarmente versato nell'attività amministrativa; egli era un amministratore vero, capace di entrare nel dettaglio delle questioni e fu proprio il fatto che fosse stato assessore al bilancio nella nostra città di tradizione politica più consolidata l'elemento principale che mi spinse a proporlo come Tesoriere.

Sapevo di poter contare su una persona attaccata al partito e competente nella materia. Lavorando fianco a fianco si rivelò poi una persona molto precisa, certosina nell'espletamento del compito e tenace nel perseguimento dell'obiettivo. Era proprio quello di cui aveva bisogno la Federazione dei Democratici di Sinistra in quel momento, alle prese con l'esigenza del risanamento del suo bilancio, la necessità della certezza e continuità delle entrate, nonchè della sana gestione che non poteva non fondarsi su un rapporto continuo con le sezioni e i tesorieri locali. Aspetto, quest'ultimo, che Giuseppe gestiva con comprensione, ma senza venir mai meno al conseguimento degli obiettivi che insieme ci si dava sia in termini finanziari che organizzativi.

Fu così che giungemmo alla scadenza del 14 ottobre 2007, sono passati quasi dieci anni da allora, cioè all'appuntamento della nascita del Partito Democratico, avendo azzerato il debito dei Democratici di Sinistra della Federazione di Macerata, potendo così disporci al "matrimonio" con gli altri soci fondatori del Pd in perfetta salute finanziaria, seppure nella più assoluta povertà!

Questo merito non solo contabile, ma politico, va ascritto a merito del suo impegno, e fu il frutto anche della positiva collaborazione con Serenella nella gestione della vita quotidiana del partito. Giuseppe nutriva buone speranze per la nascita del nuovo partito; per un riformista, sostenitore della "svolta" di Achille Occhetto, quel passaggio era la naturale prosecuzione di un percorso politico che portava finalmente nel nostro Paese alla convergenza delle tradizioni e culture riformiste in un unico soggetto politico. Oggi credo di poter dire che non avrebbe condiviso la scelta di chi proprio in questi giorni ha abbandonato il Pd, ma credo che altrettanto non sarebbe stato indulgente con l'attuale modo di esercitare la direzione politica e con lo stato in cui versa il partito.

Giuseppe fu, poi, un dirigente politico provinciale leale, sempre pronto a rispondere alle questioni di sua spettanza e a condividere le scelte che gli organismi assumevano.

Conservo un ricordo piacevole di Giuseppe, che si rinnova costantemente ogni volta che sono seduto a scrivere davanti al computer, cosa che mi capita molto spesso. In un angolo della scrivania conservo -infatti- due "ricordini", due immagini di persone che non ci sono più: una è quella di un anziano partigiano del mio Comune, l'altra è quella di Peppe, e quindi è naturale che il mio sguardo incroci il suo viso da persona perbene. Mi capita a volte di prendere in mano l'immagine e di girarla, per leggere le parole che la sua famiglia, credo in particolare suo figlio, vi ha fatto scrivere: "Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere trasformato e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente la vita" (E. Berlinguer). Per Peppe è stato esattamente così; la politica ha riempito la sua vita e quando ha vissuto la malattia soffriva più di ogni altra cosa l'impossibilità di continuare a dare e a fare ciò che dentro di sé avrebbe voluto. Ancora.

Il mio abbraccio va alla moglie e ai due figli. Buona vita a loro e a tutti noi!

 

Daniele Salvi

 

 

 




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9 gennaio 2017
I TERREMOTI NELLA “ISTORIA” DI CAMILLO LILII


Rileggere la “Istoria della Città di Camerino” di Camillo Lilii all’indomani dei terremoti che hanno piegato la città da sempre punto di riferimento per un ampio territorio non è esercizio erudito, né vano, ma aiuta nel momento di una grande difficoltà, paragonabile a poche altre nella sua storia, a trovare quelle energie profonde, indispensabili per la rinascita.

Anche questa volta è stato un giorno di Agosto, il 24, l’inizio della sventura che ha colto Camerino e tutto l’alto maceratese. Essa è poi continuata con le scosse di fine Ottobre.  I giorni di Agosto sono stati “a maraviglia sempre fatali per la Città di Camerino” (II Parte, p. 184) o “di notabili accidenti” (II, p. 344), come ricorda lo storico. Certo i riferimenti del Lilii riguardano i giorni che hanno scandito alcuni passaggi cruciali della vicenda storica di Camerino: la sorpresa, il saccheggio e l’incendio del 1259, l’eccidio dei Varano da parte dei congiurati nel 1434, la presa della città da parte dell’esercito del Valentino nel 1502, la morte del Duca Giovanni Maria nel 1527 e il successivo sacco della città, la devoluzione del Ducato alla Sede Apostolica nel 1545.

Tuttavia, se queste sono tragedie che la città ha vissuto a causa dell’uomo e che massimamente interessano lo storico, quelle dovute all’azione imprevedibile della natura non solo non sono da meno, ma sono anch’esse ben presenti nel lavoro del Lilii.

Sono, infatti, cinque gli eventi sismici che egli ricorda. Sicuramente i terremoti saranno stati molti di più nell’arco di tempo che viene narrato, tuttavia i cenni che ad essi fa il Lilii sono di un certo interesse. Il primo terremoto registrato è dell’anno 801 d.C. al tempo di Carlo Magno: “Nel ritorno verso la Germania l’anno susseguente 801 (a quello dell’incoronazione di Carlo Magno da parte di Papa Leone III nel Natale dell’800 a Roma ndr) passò Carlo per Camerino, e peravanti per la Città di Spoleti, e nel suo passaggio seguì un formidabile terremoto, di cui nella sua vita” (I, p. 123). E “dum esset ibi, pridie Kal. Maias hora noctis secunda terremotus maximus est, quo & tota Italia graviter concussa est” (Idem), al punto che la stessa basilica di San Paolo Apostolo a Roma e molti altri luoghi dell’Urbe subiscono crolli. Forse anche per le conseguenze patite a causa di questo dramma, l’Imperatore carolingio sarà prodigo di concessioni verso la città.

Il secondo terremoto di cui ci parla il Lilii è quello del 1279. Lo chiama “gran Tremuoto” (I, p. 278) e fu certamente tale se fece crollare la chiesa di San Giacomo con l’annesso monastero. Prima di tornare a parlarne, il Lilii accenna ad un terremoto precedente, quello del 1269, che fece crollare la torre che si erigeva nella piazza principale, dove i soldati camerti solo dieci anni prima tentarono una eroica, ma vana resistenza contro le truppe di Percivalle Doria, introdotte con l’inganno nella città.

La seconda metà del XIII secolo fu, quindi, particolarmente dura per la Città di Camerino e i suoi abitanti, che dovettero sopportare l’atterramento per cause belliche e una ricostruzione messa subito a dura prova da due terremoti a distanza di soli dieci anni. “La dispersione dell’infelice Popolo di Camerino” (I, p. 307), dovuta al sacco dell’esercito di Re Manfredi, fu obbligata data la distruzione da esso perpetrata, che il Lilii riassume con poche parole: “Tutto il rimanente rimase estinto” (Idem).

I Camerinesi, che avevano subito riconquistato la città e le terre, ville e castelli ad essa afferenti, che avevano messo in campo tutte le energie per la ricostruzione e il nuovo sviluppo (al 1266 appartiene l’atto con cui Gentile Da Varano podestà promuove l’acquisto del terreno per farvi la piazza del mercato),  dovettero rialzarsi di nuovo. “Nell’ultimo d’Aprile del 1279 si scosse la terra per un grande, e non più inteso terremoto, il Ducato di Spoleti, la Marca e la Romagna ne riceverono grandissimi danni, ma più di tutti sentirono quel colpo la Città, e lo Stato di Camerino. Diroccarono in quel dì il campanile altissimo di Santa Maria, la torre di San Giacomo e un Monastero di Monache, le quali perirono tutte tranne una” (II, p. 46). Carlo Sigonio, negli annali di Lombardia, ricorda che “oltre alla caduta di due terzi de’ tetti della Città, s’era diroccato un Castello, e sommerso con tre monti, e con due laghi” (Idem). Il castello richiamato è, secondo il Lilii, quello dei nobili Bulgarelli vicino a Fiuminata. Ingenti furono i danni anche in Romagna e nell’appennino tosco-emiliano, con perdita di vite umane e alloggi di fortuna per molte persone.

Il terremoto del 1279 fu sicuramente grande se il Lilii, che scrive a metà del XVII secolo, sostiene non esservi stato terremoto più grande da allora. Il “Catalogo dei forti terremoti in Italia”, che va dall’anno 1000 al 2014, ci dice che in quell’anno il terremoto colpì sia l’Appennino umbro-marchigiano che l’Appennino forlivese, confermando quanto detto dal Lilii e dal Sigonio.

Alle conseguenze del sisma, oltreche alle perduranti guerre tra Guelfi e Ghibellini e tra Camerino, Matelica e San Severino, si dovette anche lo stato di degrado di Castelraimondo, se nel 1292 si tentò da parte dei Camerinesi “la restaurazione del Castello Raimondo”(II, p. 62) e se Rodolfo Varano, ritornato a Camerino da Perugia, dove aveva svolto la funzione di Capitano del Popolo, “niuna cosa stimò più necessaria quanto che la restaurazione del Castello Raimondo, diroccato nella caduta della Città” (Idem). La sua riedificazione fu fondamentale per riconquistare il Castello di Gagliole, lungamente conteso dagli schieramenti in campo, e avere la meglio sugli avversari.

Passarono circa cinquant’anni ed eccoci al quarto terremoto: “Terminò l’anno 1328 con un grandissimo terremoto,e ne ruinarono Norcia, Monte Santo, Monte San Martino, le Preci e Cerreto” nell’Umbria (II, p. 81). Siamo al tempo di Ludovico il Bavaro, sceso in Italia e affiancato da Ugolino de’ Baschi, membro della famiglia che aveva permesso il sacco del 1259. Dopo circa tre mesi dall’evento sismico morì non senza qualche patema in più Berardo Varano, una delle figure più illustri della nobile famiglia che per circa tre secoli influenzerà le sorti della città.

Infine, l’ultimo riferimento ai terremoti nella “Istoria” riguarda ormai il Cinquecento: “Nell’anno 1511 furono sentiti vari terremoti, il maggiore a 9 di Settembre atterrò una parte del tetto di S. Angelo e di Troppea” (II, p. 275). Si trattò evidentemente di uno sciame sismico piuttosto intenso che dovette riguardare in particolare l’anconetano, da quel che dice il suddetto “Catalogo”. Anche in questo caso, circa due mesi dopo la maggiore scossa, passò ad altra vita un’altra grande figura legata alla città di Camerino, Giovanna Malatesta, che si spense il 2 novembre dello stesso anno, non senza preoccupazioni per il futuro dello Stato.

Ma la storia sismica di quella “faglia” che dall’aquilano arriva fino all’alta Valtiberina e che ha nella Valnerina un punto nevralgico e sensibilissimo non s’interromperà con il regesto tutt’altro che esaustivo, ma comunque interessante, che ne fa il Lilii, interessante se non altro perché le sue segnalazioni non sono tutte recepite negli studi più aggiornati di storia dei terremoti.

A cinquant’anni dalla pubblicazione della “Istoria” si avrà il rovinoso terremoto di Norcia del 1703, poi un altro nel 1730 sempre con epicentro Norcia, e in sequenza nel 1741(Fabriano), 1751 (Gualdo Tadino), 1785 (Ternano), 1789 (Città di Castello),1799 (Camerino), 1832 (Foligno), 1859 (Norcia), 1873 (Camerino), 1898 (Visso),1917 (Citerna-Città di Castello), 1936 (Caldarola), 1943 (Appennino piceno),1979 (Norcia), 1997 (Colfiorito-Sellano), 2009 (L’Aquila). Fino ad oggi.

Consultando sempre il “Catalogo”, possiamo consolarci con il fatto che non c’è parte dell’Italia che sia stata risparmiata dai terremoti. Per il resto è sempre la “Istoria” a fornirci due elementi di fiducia anche per il futuro: il primo, che in tremila anni di storia la frequenza dei terremoti non ha impedito che i nostri territori esprimessero civiltà, bellezza, ricchezza e persino a tratti “grande storia”, il che deve spingerci a ricostruire e rinascere come i nostri avi hanno fatto ogni volta con caparbietà e successo; il secondo, che i “Camertes” -come dice il Lilii- erano una “Natione”, in sostanza un popolo, un che di unito da usi e costumi, da una comune cultura e identità, abitatori di un determinato territorio e non di una sola città. Questa era la loro forza. Saremo ancora una volta all’altezza dei nostri antenati?

Daniele Salvi




permalink | inviato da Daniele Salvi il 9/1/2017 alle 9:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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